"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Anno: 2024 Pagina 46 di 236

I Segreti di Medjugorje: la posizione della Chiesa è critica?

Carissimo Padre Livio,

in questi giorni ho pensato molto al tempo dei segreti, al Nulla Osta del Vaticano, a quello che tutti noi, fedeli laici e religiosi crediamo, ma resta il fatto che mancano alcuni pezzi del puzzle, se così si può dire, fondamentali per essere al fianco di Maria tutti insieme, uniti, e forti con la Chiesa.

I segreti avverranno inesorabilmente ma, a parer mio, troveranno ostacoli di non poco conto, prima di realizzarsi:

 1) Innanzitutto, i veggenti non sono ancora visti come persone di cui avere fiducia, nonostante per oltre quarant’anni si rechino sulla collina a pregare e a comunicarci i messaggi della Vergine. La gente si reca a Medjugorje per cercare la pace e l’abbraccio della Madonna, non i veggenti. Dunque, questi ultimi, sono preziosissimi intermediari tra la Madonna e noi, sono il “mezzo di comunicazione” della Vergine che, attraverso i messaggi, ci parla.

2) Il primo grande problema poi, secondo me, è il mancato riconoscimento, da parte della Chiesa, della soprannaturalità delle apparizioni: quando avverranno i primi tre segreti, la Chiesa sarà pronta a riconoscere ufficialmente quanto era stato predetto dai veggenti? La Madonna ha detto: “Anche quando lascerò il segno che vi ho promesso, molti non crederanno. Verranno sulla collina, si inginocchieranno, ma non crederanno. (19.07.1981)”. Se non ci sarà un vero e proprio “cambio di rotta” da parte della Chiesa prima che avvengano i primi 3 segreti, temo che ne scaturirà un caos generale di fede e fiducia.

3) Il compito della veggente Mirijana è sempre stato quello di indicare un sacerdote per la rivelazione dei segreti. Ciò significa che le apparizioni dovranno essere state necessariamente riconosciute, altrimenti il sacerdote non avrà alcuna autorizzazione a rivelare nulla e la gente probabilmente non ci crederebbe.

Insomma, il primo grande passo in tutta questa situazione, lo deve fare la Chiesa che, già ora ha preso in mano il “caso Medjugorje”, ma che deve fare ancora molta strada e il percorso sembra esserle molto accidentato.

Da parte mia, la mia personale conversione è già avvenuta, e niente e nessuno potrà instillare in me dubbi e perplessità. La Madonna ha usato e sta usando ogni mezzo per comunicare con noi, per supplicarci di convertirci, per mostrarci cosa accadrà se il genere umano non si rimette sulla retta via. 

Per questo serve una Chiesa forte, vigile, stretta a Maria come non mai.

Preghiamo dunque perché questo avvenga presto.

Un caro saluto,

Ave Maria,

Barbara


Cara Barbara,

Non vi è dubbio che i segreti di Medjugorje debbano essere gestiti dalla Chiesa, anche se Mirjana avrà il compito di indicare al sacerdote incaricato la tematica di ogni segreto, esattamente come è scritto sul rotolo di pergamena.

Già col primo segreto dovremmo sapere quello che la Chiesa disporrà: se vietare che il segreto sia reso pubblico, oppure dare il permesso al sacerdote di rivelare la profezia tre giorni prima. Non sarà una scelta facile e credo che interpelli direttamente il Papa.

Se darà il permesso e l’evento si realizzerà il piano della Madonna acquisterà credibilità e va avanti.

Se non dà il permesso e l’evento si realizzerà la Chiesa sarà incolpata di non aver creduto e di aver permesso che la gente venisse ingannata. Per la Chiesa sarebbe un bel guaio.

Non prendo in considerazione l’ipotesi che l’evento preannunciato non si realizzi, perché il piano di salvezza della Madonna sarebbe vanificato. Cosa impossibile data la situazione di estremo pericolo in cui il mondo si trova.

Penso quindi che la Chiesa fin dall’inizio permetterà al Sacerdote incaricato di rivelare la profezia dei tre giorni, che si realizzerà e che susciterà nel mondo una riflessione salutare.

Già a patire dal primi tre segreti si formeranno nel mondo due chiari schieramenti: quello dei “mariani” che seguono la Regina della pace e quello dei “mondani”, che seguono lo schieramento dell’ angelo ribelle.

La battaglia fra la Donna vestita di sole e incoronata di Dodici stelle da un parte e l’enorme drago rosso dall’altra, continuerà per tutto il tempo dei segreti, fino alla disfatta delle orde degli orchi, mentre le schiere di Maria con i Pastori della Chiesa entreranno trionfanti nel mondo della pace.

La Chiesa però dovrà schierarsi decisamente con la Madonna già fin dal primo segreto. Preghiamo perché ciò si realizzi come il Cielo desidera.

Ave Maria

Padre Livio

🔴LIVE🔴DALLA CAPPELLA DI RADIO MARIA P.LIVIO COMMENTA IL VANGELO FESTIVO

La guerra ibrida delle elezioni, un ritorno al passato

di Stefano Caprio Asia News – 3 Novembre 2024

C’è nostalgia della semplificazione sovietica del mondo, che era ben gradita anche nel campo avversario. E “fare di nuovo grande l’America” risuona come un richiamo al mondo infantile del Massachusetts tanto quanto a quello del Caucaso o della Siberia.

Dopo le elezioni in Georgia, Moldavia e Uzbekistan dei giorni scorsi, si attende l’esito del gran finale americano del processo elettorale, che quest’anno ha toccato quasi tutte le regioni e le grandi nazioni, in un contesto di tensioni belliche che rendono le scelte dei cittadini dei contributi in un senso o nell’altro alla grande “guerra mondiale elettorale”, affiancandosi in modalità ibrida ai soldati sul campo o alle vittime sotto le macerie, insieme ai droni e ai missili che dal cielo piombano sulle città e devastano anche le case, le scuole e gli ospedali.

La scelta del presidente degli Stati Uniti è particolarmente significativa per le possibili prospettive di guerra o di pace in Europa orientale, in Caucaso, in Asia centrale, in Medio Oriente e in tante altre regioni del mondo. Rimane da comprendere come reagiranno i Paesi interessati, soprattutto quelli del mondo russo drammaticamente spaccato tra Oriente e Occidente. Nei giorni scorsi si è tenuto il dibattito tra i due candidati al ballottaggio per la presidenza della Moldavia, che hanno risposto a dieci domande concordate senza un moderatore, non trovandone uno che si potesse ritenere accettabile e neutrale per tutti e due i contendenti, la presidente uscente Maia Sandu e il filorusso Aleksandr Stoianoglo, quest’ultimo proveniente dalla Gagauzia che vorrebbe riunirsi a Mosca prima ancora che a Chişinău, o tantomeno a Bucarest e a Bruxelles.

L’esito del confronto sembra aver assegnato una minima preferenza alla Sandu, che ha cercato di illustrare i risultati degli sforzi fatti nel quinquennio passato per migliorare la vita dei cittadini moldavi. Stoianoglo ha comunque replicato in modo piuttosto generico che la Moldavia ha bisogno di ben altro, ed entrambi hanno evitato di indicare esplicitamente i loro riferimenti internazionali, per mostrarsi preoccupati soltanto del bene dei propri cittadini. Un elemento rivelatore ha però chiaramente indicato la sostanziale differenza tra i due: la lingua romena con cui hanno discusso, quella ufficiale del Paese, che Sandu padroneggia alla perfezione, mentre Stoianoglo si esprime con una chiara pronuncia russa di sottofondo.

Questo particolare ha immediatamente suscitato una reazione in tutti i cittadini moldavi che assistevano al dibattito, ricordando i tempi passati. Stoianoglo, politico 57enne, magistrato ed ex-procuratore generale della Moldavia dal 2019 al 2021, in realtà è un personaggio che riemerge dal secolo scorso, un tipico sovok, come si definisce il cosiddetto homo sovieticus, secondo l’abbreviazione del termine russo sovetskij. E questa è la realtà che oggi si sta configurando, effetto delle guerre e delle elezioni: il ritorno ai tempi sovietici e alla guerra fredda universale, al di là delle vittorie o delle sconfitte sul campo o nelle urne.

Secondo una definizione della rivista londinese New Statesman del 1993, il sovok è “un uomo che ama la betulle, e ritiene che esse crescano soltanto in Russia, ama proibire qualunque cosa, dire di no a tutto e lavorare in uffici dalle porte rivestite in similpelle”. Sembra proprio una descrizione di quello che sta avvenendo tra Mosca, Tbilisi, Chişinău e Taškent, al di là delle singole personalità dei protagonisti delle contese politiche. Si pensava che dopo trent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica non esistessero più questi atteggiamenti di chiusura e straniamento dal resto del mondo, e invece siamo ancora legati a quei tempi, in cui non esistevano gli smartphone e neanche i computer, per non parlare dei collegamenti internet, e il mondo era fissato nei “valori tradizionali” delle popolazioni schierate l’una contro l’altra. Da Putin a Stoianoglo, passando per il georgiano Ivanišvili, l’uzbeko Mirziyoyev e tanti altri, oggi predominano coloro che preferiscono concepire il mondo come un confronto tra “noi e loro”, e questo vale in gran parte anche per i civilissimi Paesi occidentali dall’Europa all’America.

In Russia il sovok indica in realtà la paletta per raccogliere la sabbia o la spazzatura, ed è quindi un termine dispregiativo in uso fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso dopo la morte di Stalin, quando si contrapponevano i sovki (plurale di sovok) agli stiljagi, quelli che assumevano lo “stile” occidentale, vestivano i jeans e amavano la musica rock e il jazz, a differenza dei sovietici inquadrati nei tetri modi di vivere imposti dal totalitarismo staliniano. Non a caso alcuni politici russi affermano oggi che il crollo dell’Unione Sovietica è iniziato con la moda dei jeans, che “stringono le gambe e rendono gli uomini poco attraenti per le donne”, come afferma il presidente della Duma Vjačeslav Volodin. Da qui proviene presso i sociologi la definizione di homo sovieticus, che corrisponde in negativo al boomer occidentale.

Il tipo antropologico sovietico era in effetti un progetto esplicito fin dai tempi della rivoluzione bolscevica, quando il commissario del popolo per la “illuminazione” (prosveščenie, in realtà ministro della cultura) Anatolij Lunačarskij proponeva di “plasmare” i bambini piccoli, “piegare” gli adolescenti e “fare a pezzi” i giovani per ottenere nuove generazioni affidabili, come oggi sembra essere una delle principali preoccupazioni della politica educativa russa, che riveste i bambini dell’asilo con le uniformi militari, complete di finte granate alla cintura. L’ideologo sovietico Nikolaj Bukharin proponeva di “trasformare le persone in macchine viventi”, e l’idea della “ingegneria sociale” veniva propagandata attraverso la letteratura, il cinema e le manifestazioni di massa, come quelle dei prossimi giorni in Russia per la grande festività del 4 novembre, Giorno dell’Unità Popolare che ricorda la vittoria sui polacchi e sull’Occidente all’inizio del Seicento, rimembrando anche la festa della rivoluzione d’ottobre del 7 novembre, inizio del periodo invernale.

L’uomo nuovo sovietico è apparso veramente nel Novecento, e pare che non sia mai scomparso, non soltanto nelle personalità degli ultrasettantenni come il presidente Putin e il patriarca Kirill, ma anche nelle generazioni successive e nei Paesi limitrofi, nonostante i cambiamenti radicali della società negli ultimi decenni a tutte le latitudini. C’è nostalgia della semplificazione sovietica del mondo, che era ben gradita anche nel campo avversario, e “fare di nuovo grande l’America” risuona come un richiamo al mondo infantile del Massachusetts tanto quanto a quello del Caucaso o della Siberia. L’uomo novecentesco, riproposto all’infinito negli algoritmi digitali, non è un intrepido lottatore per la felicità di tutto il genere umano come viene descritto, ma un opportunista ipocrita e menzognero, che non è capace di vivere autonomamente e si trincera dietro stantii proclami ideologici e pseudo-religiosi, che ha paura delle responsabilità e della contaminazione con i diversi; questo è il sovok.

In Russia questo regresso ai tempi staliniani è accentuato dalla crisi dei servizi sociali e della distribuzione dei beni di prima necessità, sempre più deficitari e sempre più cari, fino alla quasi totale scomparsa del burro dai negozi e dai supermercati, dove viene tenuto sotto chiave per evitare i furti. Nella Russia sovietica il burro e l’olio d’oliva erano sostituiti dagli scadenti e maleodoranti oli d’arachidi o di semi, che davano alla cucina un carattere inconfondibile e assimilabile solo con abbondanti flussi di vodka, anch’essa di scarsa qualità. La rozzezza delle forme di comunicazione di allora è riprodotta oggi in modo piuttosto palese dallo stile del presidente Vladimir Putin, il classico gopnik (“ragazzo di strada”) sovietico che risolve i problemi mondiali coprendo di insulti tutti gli avversari, e usando le mani invece di aprire qualunque tipo di dialogo, che del resto è la tipica forma di comunicazione dei moderni social network.

Uno dei sociologi più importanti dell’Urss e della Russia post-sovietica, Jurij Levada, sosteneva la permanenza dell’antropologia sociale di tipo sovietico anche dopo la fine del regime totalitario e nel 2004, poco prima di morire, ha fondato il Levada-Centr, il più importante centro analitico e di sondaggio della popolazione in Russia. Nel 2016 i suoi membri avevano pubblicato una ricerca secondo cui i giovani che avevano vissuto negli ultimi periodi del regime sovietico, i cinquantenni di oggi, non si distinguono molto dalle generazioni precedenti dei genitori e dei nonni. L’Unione Sovietica è scomparsa, ma è rimasto l’uomo sovietico, che oggi si prende le sue rivincite in Oriente e in Occidente, nella guerra universale degli imperi vecchi e nuovi, guardando al passato più che al futuro

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 149 – FIGLIO UNIGENITO DI DIO – SIGNORE

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BUONA DOMENICA

DOMENICA 31.MA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Cari amici di Radio Maria Buona Domenica,

In questi giorni la Liturgia ci ha spalancato  l’immensità del Cielo perché potessimo prendere coscienza della realtà della Chiesa che è nella Gloria e anche di quella che si sta purificando, ma che è già nell’ambito della salvezza.

Questo sguardo fa bene all’anima, perché la purifica dalle vanità del mondo che passa. Nell’Aldilà non c’è nulla di quello che abbiamo costruito sulla terra  se non le anime salvate.

 Le anime che giungono nella gloria del Cielo  sono ciò che più prezioso esiste e noi dobbiamo fare tutto i possibile per essere fra quelle.

Il vangelo di oggi è di una bellezza ineguagliabile, perché ci ricorda qual’ è il primo di tutti i comandamenti, quelli che li riassume tutti e li porta alla vetta della perfezione.

Gesù risponde allo Scriba che lo interpella citando la Scrittura: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”.

 Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Cari amici, se noi esaminiamo la condizione in cui si trova il mondo, dobbiamo concludere che è in balia di un deragliamento totale.

Infatti non era mai accaduto nella storia umana che Dio fosse messo da parte, come lo è oggi: rimosso, rinnegato, irriso strumentalizzato.

Stiamo parlando dell’unico Dio vivo e vero, il Dio dell’amore e della pace, che ha nulla da spartire con gli idoli che gli uomini si costruiscono a loro immagine.

Questo Dio è stato cancellato proprio da quei popoli a cui si è rivelato e al suo posto hanno messo se stessi, come se fosse i padroni del mondo.

Questo è il motivo per cui questo mondo è sempre più vessato dal male che, dal cuore degli uomini, straripa nella società, rendendola invivibile.

“L’uomo moderno non vuole Dio e va verso la perdizione” ha ammonito la Regina della pace, ma tuttavia bisogna resistere alla potenza del male.

Lo dobbiamo fare con la fede in Dio, con la corrispondenza al suo amore, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze”.

Questo amore deve riempire il nostro cuore, in modo tale che possiamo donarlo al prossimo e in questo modo cambiare il mondo.

Questo è quanto Dio desidera da noi ed quanto ci chiede per aiutarlo a trasformare questo mondo e farne un’oasi di pace.


Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,28b-34
 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Il Papa in silenzio nel ricordo dei defunti e in preghiera davanti ai bimbi non nati

Francesco celebra la liturgia del 2 novembre per la commemorazione dei defunti nel Cimitero Laurentino. Prima della celebrazione la sosta al “Giardino degli Angeli”, area dedicata alla sepoltura di bimbi che non hanno visto la luce, dove prega dinanzi alle lapidi circondate da giochi e statuine e saluta un papà che ha perso la figlia. Nella Messa nessuna omelia, ma un momento di meditazione. Il saluto alle “Scintille di speranza”, gruppo di mamme accomunate dal dolore per la perdita di un figlio

Salvatore Cernuzio – Roma

Una mamma ricalca con il pennarello la scritta sulla lapide della figlia, morta a neppure un anno. Un’altra cambia l’acqua ai fiori posizionati tra peluche e sassolini disegnati. Un papà, Stefano, pulisce invece la stele con il nome di Sara la sua bambina, la cui gravidanza si è interrotta a undici settimane nel luglio 2021. Scene innaturali – perché tali sono quelle di un genitore che piange la morte del figlio, specie se così piccolo – accolgono l’arrivo del Papa al Cimitero Laurentino, in zona Castel di Decima, dove Francesco, per la seconda volta dopo il 2018, ha scelto quest’anno di celebrare la Messa del 2 novembre per la commemorazione dei defunti.

Sosta nel Giardino degli Angeli

Prima tappa, come già sei anni fa, è stata il “Giardino degli Angeli”, l’area di circa 600 mq dedicata alla sepoltura di quei bimbi mai venuti alla luce, per una interruzione di gravidanza o altri problemi durante la gestazione. Thomas, Mattia, Maria, Giuseppe, Andrea, Ariana: i loro nomi sono scolpiti nella pietra o su una colonnina di legno, incisi o scritti a mano in oro. Molti prima del loro nome hanno la parola “feto”; quasi tutta la prima fila è occupata da bambini del 2024. Intorno ci sono peluche di personaggi della Disney o di altri cartoni animati, palloncini, girandole, plaid e altri oggetti tutti consumati dal fango e dalla pioggia. Restituiscono il sorriso in un luogo di sole lacrime. Il Papa arriva intorno alle 9.45 in auto, percorrendo il lungo corridoio dove, da un lato, ci sono le mura di lapidi del cimitero comunale, il terzo più grande di Roma, dall’altro, il piazzale con un centinaio di persone radunate dalle prime ore del mattino sotto il piccolo palco bianco allestito per la Messa.

Davanti alle lapidi dei bambini

Al suo arrivo al “Giardino degli Angeli”, il Pontefice – in sedia a rotelle – percorre tutta la lingua di terra guardando una ad una le tombe. Si ferma al centro e rimane alcuni minuti da solo in preghiera e in silenzio. D’altronde quali parole esprimere? Lo ha detto lui stesso nel recente videomessaggio per le intenzioni di preghiera del mese di novembre, dedicato alle mamme e papà che attraversano la lancinante sofferenza della perdita di un figlio e una figlia. “Le parole di conforto, a volte, sono banali o sentimentali e non servono. Anche se vengono dette naturalmente con le migliori intenzioni, possono finire per amplificare la ferita”, diceva il Papa nel filmato.

L’incontro con Stefano

Il momento di raccoglimento viene interrotto dal breve scambio con Stefano che ha atteso tutto il tempo il Papa al lato del giardino. Si inginocchia al suo arrivo e gli stringe la mano, gli racconta brevemente la sua storia e gli indica la tomba della figlia. Francesco annuisce con la testa e gli stringe il braccio, poi prende la lettera che l’uomo gli porge. Subito dopo il Papa si sposta nell’aera antistante, anche quella dedicata alla sepoltura di bambini scomparsi troppo presto. Alcuni parenti sono dietro le transenne, salutano con discrezione, tengono in mano vasetti e mazzi di fiori. Un grande mazzo di rose bianche il Papa lo depone sotto la lapide che reca la scritta “Giardino degli Angeli”, circondata da altri peluche, statuette in gesso di angeli, appunto, un volto di Cristo, un cuscino di Cenerentola.

Un momento di meditazione durante la Messa

Il via vai di familiari che vanno a trovare e salutare i loro cari defunti prosegue ancora per un po’. Tutto si ferma con l’inizio della celebrazione. Al momento dell’omelia il Papa rimane in silenzio, a capo chino, in meditazione e preghiera. Recita le preghiere della liturgia di oggi: “Signore, solo un soffio è la nostra esistenza terrena, insegnaci a contare i nostri giorni, donaci la sapienza del cuore che riconosce nel momento della morte non la fine ma il passaggio della vita”. Poi benedice tutti i presenti ed eleva la preghiera di “suffragio e benedizione per coloro che hanno lasciato questo mondo” e chiede a Dio “il conforto per chi vive la sofferenza del distacco”. La recita dell’Eterno Riposo e un applauso della folla concludono la celebrazione.

Il saluto alle “Scintille di Speranza”

Sul piazzale intanto si stringono tra di loro, commosse, le “Scintille di Speranza”, gruppo di mamme accomunate tutte dalla perdita di un figlio o una figlia molto giovani per motivi diversi. Si sono riunite dopo il Giubileo della Misericordia grazie al rettore del Gesù risorto, la parrocchia del cimitero, don Giuseppe Iuculano, il quale – raccontano – “ci ha dato una speranza di resurrezione e accoglienza, l’unica cosa che serve, insieme alla condivisione del dolore quotidiano. Viviamo il nostro dolore insieme”. Ci sono gli orfani, le vedove, ma per i genitori come noi, sottolineano le donne, “non c’è una parola che ci identifica”. Si presentano accostando al loro nome quello del proprio figlio: Francesca, l’organizzatrice, mamma di Giorgia scomparsa a 15 anni, Caterina mamma di Marina, Maria Teresa di Daniele, Shanti di Marco, e poi Roberta che ha perso il suo Claudio, un’altra Roberta mamma di Chiara, Nazarena mamma di Chiara e Angela di Cinzia. Tutte hanno regalato al Papa una sciarpa bianca: “È il nostro caldo abbraccio per lui, un abbraccio simbolico anche da parte dei nostri ragazzi”, spiegano, ringraziando il Pontefice per il suo silenzio “serio e rispettoso” durante la Messa e per la sua presenza al Cimitero Laurentino: “Una testimonianza di affetto. Un tramite più grande per stare vicino ai nostri figli”.

FRAMMENTI D’AUTUNNO

QUI RADIO MARIA: UN PETTIROSSO VUOLE ANDARE IN DIRETTA

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Il mistero e il senso della morte, alla luce di Cristo

La commemorazione di tutti i fedeli defunti ci spinge non solo a onorare i nostri cari ma anche a riflettere sul senso della morte. Cristo ci insegna che il dolore, le prove e in definitiva la morte, vissuta in unione con Lui, ci renderanno partecipi della sua resurrezione.

Antonio Tarallo – La Nuova Bussola – 02_11_2024

Non si può dire il contrario: la morte rimane un mistero. Come la nascita. Umanamente difficile da comprendere, la morte entra nelle case di ognuno e con sé lascia sempre quell’amarezza legata alla perdita: uno stato d’animo che ci lascia vuoti, disorientati e senza parole. Uno stato da superare: gli psicologi chiamano questo periodo “elaborazione del lutto”. Quel momento in cui l’uomo cerca, appunto, di elaborare la perdita del caro estinto. Oggi, giorno della commemorazione di tutti i fedeli defunti, in fondo, ci spinge ancor di più sì a onorare i nostri cari, ma anche a riflettere sul senso della morte. Sembra quasi che ci sia sempre una certa difficoltà ad entrare in questo tema: tutto naturale. Eppure dovremmo essere proprio noi cristiani a essere, in un certo senso, “facilitati” nel riflettere su ciò.

Lo insegna, prima di tutto, Gesù Cristo e la sua vicenda umana e divina: dopo la Passione, muore in croce e resuscita il terzo giorno. Anche in questo evento, il Vangelo è davvero chiaro nell’illustrare il senso della morte. Ma non solo, riesce anche a presentarci il passaggio (del tutto umano) dell’elaborazione del lutto delle persone a lui care: prima fra tutte la Madre, la Vergine Maria; poi, il disorientamento degli apostoli stessi davanti a un evento che li fa rimanere senza parole. Ma sappiamo anche che tutto questo dolore e vuoto vengono spazzati in un solo istante quando la notizia, il messaggio della Resurrezione, comincia a diffondersi tra i cristiani. «L’annuncio cristiano sulla morte nasce dalla Pasqua. Con Gesù Cristo abbiamo la rivelazione piena della vita, in tutta la sua ampiezza: anche quella eterna; e nella sua sensatezza: una vita spesa nell’amore, fino al dono di sé – e per questo anche della morte. È una testimonianza che avviene nella sua stessa morte, centro della stessa rivelazione. Qui si apre lo spazio per la vita cristiana: la sua dimensione salvifica. Ciò che è un dramma può essere vissuto con senso. Ora, per il cristiano, il morire con Cristo significa vivere la medesima esperienza pasquale», la stessa vittoria sul male e sulla morte. Così scrive padre Francesco Scanziani nel suo Così è la vita. Il senso del limite, della perdita, della morte (Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007). Nella sintesi estrema lo aveva scritto già san Paolo: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,55).

E sul tema della morte non sono pochi i santi che hanno voluto lasciarci il loro pensiero. Primi fra tutti, i Padri della Chiesa. Interessante è la meditazione, ad esempio, di sant’Antonio abate: «Se vivremo (…) come se ogni giorno dovessimo morire, non peccheremo. Questo significa che ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo pensare che non arriveremo fino a sera, e di nuovo, al momento di coricarci, dobbiamo pensare che non ci sveglieremo più. La nostra vita è incerta per natura ed è misurata giorno per giorno dalla Provvidenza. Se ci comporteremo così e se così vivremo giorno per giorno, non peccheremo, non proveremo desiderio di nulla, non ci adireremo con nessuno né accumuleremo tesori sulla terra, ma, aspettandoci di morire ogni giorno, non possederemo nulla e perdoneremo tutto a tutti; non saremo dominati dalla concupiscenza per la donna o da altro piacere impuro, ma ce ne allontaneremo come da cose destinate a passare, lottando sempre e tenendo davanti agli occhi il giorno del giudizio». Citazione lunga, ma doverosa: le parole di sant’Antonio abate infatti leggono la morte sotto diversi aspetti, tutti essenziali per condurre la nostra esistenza.

Meditare sulla morte è stato un punto-chiave delle riflessioni di sant’Agostino, altro Padre della Chiesa. Agostino, l’uomo che non credeva e che dal cristianesimo rimase folgorato. Figura centrale della sua conversione, la madre Monica. E di questa morte, Agostino scrive nelle sue Confessioni: «A noi che le chiedevamo se non temesse di lasciare il suo corpo così lontano dalla sua città, disse: “Niente è lontano da Dio e non c’è da temere che Lui non conosca alla fine del mondo donde risuscitarmi”. Pertanto, il nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua età, nel trentatreesimo della mia età, quell’anima religiosa e pia, fu sciolta dal corpo». Agostino usa un verbo, sciogliere, che riesce a donarci lo spunto su ciò che significa per lo stesso santo il mistero della morte. Nelle Confessioni, Agostino ci mostra che la vera preparazione alla morte è una vita vissuta nell’amore di Dio; una vita che, pur attraverso le tante fatiche e le prove, si apre alla speranza di una comunione-unione eterna con il Creatore. Davanti alla morte, quindi, non c’è da temere: bisognerebbe accogliere questa come il passaggio finale verso l’abbraccio amoroso del Padre.

I riferimenti ai Padri della Chiesa erano doverosi. Ma anche molti altri santi, nei secoli successivi, hanno scritto sulla morte. Si pensi ai versi del Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi: «Laudato sii, mio Signore, per sorella nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare: guai a quelli che morranno nei peccati mortali; beati quelli che troverà nelle tue santissime volontà, ché la morte seconda non farà loro male». Anche san Francesco, davanti alla morte, non teme nulla: ringrazia il Signore, lo loda perché in essa non vede una nemica ma una sorella.

Veniamo al nostro recente passato: san Giovanni Paolo II. Il pontefice polacco, durante l’udienza generale del 2 novembre 1988, pone delle domande che, proprio oggi, per la commemorazione di tutti i fedeli defunti, ci interrogano molto sulla nostra esistenza e sul rapporto che abbiamo con questo profondo mistero: «Dovremmo forse chiederci, anche noi cristiani, se e come e quanto sappiamo pensare alla morte. E come sappiamo parlare della morte. Eppure, una delle verità fondamentali del nostro Credo non è forse una certa concezione della morte? Non offre forse la nostra fede una luce decisiva – ed estremamente consolante – circa il significato e – potremmo dire – il valore della morte? Infatti, è proprio così, cari fratelli e sorelle: per noi cristiani, la morte è un valore. È, sì, vero che la morte, per noi cristiani, è e resta un fatto negativo, al quale la nostra natura si ribella; eppure, come sappiamo, Cristo ha saputo fare della morte un atto di offerta, un atto di amore, un atto di riscatto e di liberazione dal peccato e dalla morte stessa. Accettando cristianamente la morte noi vinciamo – e per sempre – la morte».

LE INDULGENZE PER I DEFUNTI

Defunti, indulgenza plenaria per tutto novembre

La Penitenzieria apostolica ha esteso la possibilità, solitamente offerta solo per l’Ottava dei morti. Necessari una visita al cimitero con una preghiera per i defunti, il Credo, il Padre nostro e una preghiera per il Papa, oltre a confessarsi e comunicarsi

Anche quest’anno, come fu nel 2020, la Penitenzieria apostolica ha esteso la possibilità di lucrare l’indulgenza plenaria per tutto il mese di novembre. Solitamente questa possibilità era offerta solo per l’Ottava dei morti.

Il Catechismo della Chiesa cattolica così presenta l’indulgenza: «È la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi» (1471).

Ogni peccato, nel Sacramento della riconciliazione, è perdonato. È un ritorno pieno alla comunione con Dio perché ogni pena eterna è cancellata dalla Grazia del Sacramento. Rimangono tuttavia le pene temporali conseguenti al peccato. La Chiesa, in virtù del potere di legare e sciogliere ricevuto da Cristo, interviene a favore del cristiano mettendolo in comunione con il tesoro dei meriti di Cristo, della Beata Vergine e dei santi così che, sperimentando la ricchezza della misericordia, ottenga da Dio anche la remissione della pena temporale in maniera parziale o plenaria.

Nella comunione dei santi l’indulgenza può essere ottenuta anche per i nostri defunti, così che siano liberati dalle pene temporali dovute ai loro peccati.

Il decreto della Penitenzieria apostolica dice: «L’indulgenza plenaria per quanti visitino un cimitero e preghino per i defunti anche soltanto mentalmente, stabilita di norma solo nei singoli giorni dal 1° all’8 novembre, può essere trasferita ad altri giorni dello stesso mese fino al suo termine. Tali giorni, liberamente scelti dai singoli fedeli, potranno anche essere tra loro disgiunti».

Per ottenere l’indulgenza, oltre alla visita al cimitero con una preghiera per i defunti, siamo invitati a recitare il Credo, il Padre nostro e una preghiera per il Papa. Nei giorni precedenti o successivi è necessario accostarsi al Sacramento della riconciliazione e ricevere l’Eucaristia.

Nel decreto citato si afferma: «Dalla rinnovata generosità della Chiesa i fedeli attingeranno certamente pii propositi e vigore spirituale per indirizzare la propria vita secondo la legge evangelica, in filiale comunione e devozione verso il Sommo Pontefice, visibile fondamento e pastore della Chiesa cattolica».


🕯🪔LIVE MEDJUGORJE 🙏
Accendiamo una candela per tutti i cari defunti della Famiglia di Radio Maria e di tutti i nostri ascoltatori

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