"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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G7 in Puglia, Papa Francesco sull’intelligenza artificiale: «All’essere umano deve sempre rimanere la decisione»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 14 Giugno 2024

Il pontefice sulle armi: «E’ urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso»

BORGO EGNAZIA «La macchina può compiere «scelte algoritmiche» mentre invece «l’essere umano non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere». La differenza è tutta qui, ed è decisiva. Papa Francesco si rivolge ai grandi della Terra e parla di intelligenza artificiale, «uno strumento affascinante e tremendo al tempo stesso», ne riconosce le possibilità positive e insieme ne denuncia i rischi, a cominciare dalle armi: «Permettetemi di insistere: in un dramma come quello dei conflitti armati è urgente ripensare lo sviluppo e l’utilizzo di dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” per bandirne l’uso, cominciando già da un impegno fattivo e concreto per introdurre un sempre maggiore e significativo controllo umano. Nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano». Ma la questione, al fondo, è radicale. Si rischia una «eclissi del senso dell’umano».

Papa Francesco: sull’Ai decisione all’essere umano

Non può essere che questioni vitali, dalle guerre all’informazione, il funzionamento delle democrazie e la libertà stessa delle persone, siano affidate alle valutazioni di una macchina che «può esaminare solo realtà formalizzate in termini numerici», una «scelta tecnica» fondata su inferenze statistiche o possibilità e criteri definiti da un programma: «Dobbiamo aver ben chiaro che all’essere umano deve sempre rimanere la decisione, anche con i toni drammatici e urgenti con cui a volte questa si presenta nella nostra vita. Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine. Abbiamo bisogno di garantire e tutelare uno spazio di controllo significativo dell’essere umano sul processo di scelta dei programmi di intelligenza artificiale: ne va della stessa dignità umana».

Papa Francesco e il richiamo alla saggezza di Aristotele

È un discorso assai lungo, che Francesco legge solo in parte ma «consegna» per intero alla fine della sessione, come fosse pronunciato. Sospinto sulla sedia a rotelle, accanto a sé la premier Giorgia Meloni, ha salutato uno ad uno i leader, stringendo loro la mano, il presidente argentino Javier Milei si è allargato fino ad abbracciarlo. Seduto al tavolo ellittico, è il primo Papa a prendere la parola in un G7. E lo fa richiamando la phrónesis della filosofia greca, da Platone ad Aristotele quella «saggezza» che dev’essere propria delle decisioni umane, soprattutto in coloro che hanno potere e responsabilità: «A volte, spesso nel difficile compito del governare, siamo chiamati a decidere, con conseguenze anche su molte persone». Ma «la politica è la forma più alta di carità», dice citando Paolo VI, ed è essenziale per arrivare a controllare le applicazioni della AI: «Spetta ad ognuno farne buon uso e spetta alla politica creare le condizioni perché un tale buon uso sia possibile e fruttuoso». 

Francesco: scienza prodotto straordinario

Le riflessioni di Francesco sono lontane da ogni luddismo o tentazione antiscientifica, anzi, «la scienza e la tecnologia sono prodotti straordinari del potenziale creativo di noi esseri umani», un potenziale che «Dio ci ha donato». E la «rivoluzione cognitivo-industriale» in corso potrà avere effetti benefici: «Ad esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe permettere una democratizzazione dell’accesso al sapere, il progresso esponenziale della ricerca scientifica, la possibilità di delegare alle macchine i lavori usuranti; ma, al tempo stesso, essa potrebbe portare con sé una più grande ingiustizia fra nazioni avanzate e nazioni in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti sociali oppressi, mettendo così in pericolo la possibilità di una “cultura dell’incontro” a vantaggio di una “cultura dello scarto”». 

Strumenti rivolti al bene

Resta il fatto che si tratta di uno strumento e «l’uso dei nostri utensili non sempre è univocamente rivolto al bene», considera Francesco, e cita la Genesi: «Solo se sarà garantita la loro vocazione al servizio dell’umano, gli strumenti tecnologici riveleranno non solo la grandezza e la dignità unica dell’essere umano, ma anche il mandato che quest’ultimo ha ricevuto di “coltivare e custodire”». Del resto, «quando i nostri antenati affilarono delle pietre di selce per costruire dei coltelli, li usarono sia per tagliare il pellame per i vestiti sia per uccidersi gli uni gli altri», spiega il Papa: «Lo stesso si potrebbe dire di altre tecnologie molto più avanzate, quali l’energia prodotta dalla fusione degli atomi come avviene sul Sole, che potrebbe essere utilizzata certamente per produrre energia pulita e rinnovabile ma anche per ridurre il nostro pianeta in un cumulo di cenere». 

Approccio etico

L’intelligenza artificiale, tuttavia, è «uno strumento sui generis» perché «può adattarsi autonomamente al compito che le viene assegnato e, se progettata con questa modalità, operare scelte indipendenti dall’essere umano per raggiungere l’obiettivo prefissato». Qui sta il senso dell’impegno della Santa Sede per un «approccio etico» all’intelligenza artificiale: «La decisione etica, infatti, è quella che tiene conto non solo degli esiti di un’azione, ma anche dei valori in gioco e dei doveri che da questi valori derivano. Per questo ho salutato con favore la firma a Roma, nel 2020, della “Rome Call for AI Ethics” e il suo sostegno a quella forma di moderazione etica degli algoritmi e dei programmi di intelligenza artificiale che ho chiamato “algoretica”». Si tratta di evitare il «rischio concreto» che l’intelligenza artificiale «limiti la visione del mondo a realtà esprimibili in numeri e racchiuse in categorie preconfezionate, estromettendo l’apporto di altre forme di verità e imponendo modelli antropologici, socio-economici e culturali uniformi». Perché i programmi di intelligenza artificiale «siano strumenti per la costruzione del bene e di un domani migliore, debbono essere sempre ordinati al bene di ogni essere umano» è necessario che abbiano «un’ispirazione etica». 

Papa: «C’è bisogno di politica più che mai»

Insomma, «dobbiamo fare dell’intelligenza artificiale un baluardo proprio contro la sua espansione». E qui entra in gioco l’azione politica. «Certamente per molti la politica oggi è una brutta parola, e non si può ignorare che dietro questo fatto ci sono spesso gli errori, la corruzione, l’inefficienza di alcuni politici. Non di tutti, eh?, di alcuni!», aggiunge sorridendo il Papa. Ci sono poi «le strategie che mirano a indebolirla, a sostituirla con l’economia o a dominarla con qualche ideologia». E tuttavia, insiste Francesco, c’è bisogno di politica, più che mai: «Può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica? La nostra risposta a queste ultime domande è: no! La politica serve!».

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 11 – LE VIE CHE PORTANO A DIO – LA CONOSCENZA DI DIO PER LA CHIESA – COME PARLARE DI DIO

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UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero spirituale sullo sguardo di Dio sulla nostra vita

Cari amici, la tradizione spirituale ci invita a trascorrere la nostra giornata sotto lo sguardo di Dio. Un tempo si usava molto l’espressione “Dio ti vede”, ma era presentata in un modo non sempre adeguato. Dio veniva visto come fosse l’occhio di una telecamera che scruta e segue tutte le nostre mosse, come si seguono quelle di un fuggitivo. Questa espressione e questo clima è proprio quello presente dopo il peccato originale nel Paradiso terrestre, quando progenitori si nascondono. Dio quando chiama Adamo non ha una voce terrificante, anzi, lo vuole fare uscire dalla penombra nella speranza che si penta. Questo clima di paura di Dio è rimasto e non dipende da Lui ma da noi che siamo nel peccato. Ci nascondiamo da Lui e dai Suoi occhi, fino a rimuoverlo, per rivendicare la nostra libertà di fare ciò che vogliamo.

Esiste una versione opposta sullo sguardo di Dio che ci offre la divina Rivelazione. È uno sguardo di Colui che ha creato il mondo e le sue creature. Per Dio tutte le cose sono buone e l’uomo è molto buono. Lo sguardo di Dio manifesta la sua paternità universale e la sua Provvidenza. La Creazione non è quell’istante per cui le cose vengono dal nulla all’essere, ma è un accompagnamento di Dio a tutte le cose che ha creato. Le conserva e le dirige – come dice il Catechismo della Chiesa cattolica – al loro fine, che sono Cieli nuovi e Terra nuova.

Dobbiamo acquisire questo sguardo paterno di Dio non solo su tutta la Creazione. In molti passi biblici si nota la paternità di Dio, come nel Libro del profeta Giona. Egli voleva che Ninive fosse distrutta perché secondo lui non si era convertita, Dio rispose: “Io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?”. Quindi, tutta la Creazione viene inclusa in questo sguardo paterno di Dio.

La Bibbia è ricchissima di queste espressioni di bontà infinita che si riversano su tutta la Creazione da parte del Creatore. Nel Nuovo Testamento Gesù ci invita a chiamare Dio con il nome di Padre. Sappiamo che questa espressione “Abbà” è quell’appellativo con cui il bambino chiama il papà, quindi affettivo, intimo, cordiale.

Quando ci alziamo al mattino dobbiamo aprire gli occhi e presentarci allo sguardo paterno di Dio, fissare i nostri sguardi sul Suo occhio paterno, guardare al Suo sguardo pieno di bontà e di tenerezza. Dio ci guarda perché siamo suoi figli, quindi dobbiamo acquisire questo rapporto interiore con Dio, che è l’essenza del Cristianesimo. Se volessimo paragonare il Cristianesimo ad altre religioni, potremmo dare questa definizione: il Cristianesimo è una religione filiale, nella quale i figli si rivolgono al Padre, lo pregano con il nome di Padre. Gesù ha insegnato ai suoi discepoli il Padre Nostro, una preghiera che anche Egli stesso recitava, seppur in maniera diversa da noi. Attraverso di Lui partecipiamo alla sua figliolanza; quindi, anche noi possiamo chiamare Dio con il nome di Padre. Questa è una conquista interiore perché avendo in noi il retaggio del peccato e la paura di Adamo nei confronti di Dio, facciamo fatica a superarla. Se abbiamo aggiunto i nostri peccati personali, le nostre trasgressioni, il timore di Dio aumenta, quindi ci porta a deformare l’immagine di Dio.

Di qui l’importanza di acquisire questo sguardo di Dio che perdona quando si pecca, che ci accoglie come fa il protagonista della parabola del figliol prodigo. I protagonisti sono il figlio e il padre e possiamo vedere come il padre accoglie il figlio dopo che è tornato alla casa paterna. Anche chi è nel peccato deve superare la paura, la tentazione di indurire il cuore e rimuovere Dio dalla sua vita come se non esistesse. Deve accogliere la presenza che invita il peccatore al pentimento, a ritornare sulla retta via.

Alcuni hanno deformato la parabola del figliol prodigo dicendo che il Padre avrebbe comunque perdonato il figlio anche se non si fosse pentito. Non è così, la parabola è molto chiara, solo il fatto che torna a casa, indica un cambiamento della vita. Il figlio dice infatti: “Padre mio ho peccato contro Dio e contro di te, non merito di essere chiamato tuo figlio”. Nella misura in cui c’è l’umiltà, con la quale professiamo la nostra mancanza d’amore verso il Padre celeste, si apre il cuore e si versano su di noi i fiumi della Sua misericordia.

Fondamentale nella fede cristiana e la rivelazione della paternità di Dio. Lui ci guarda attraverso la mediazione di Suo Figlio che ha espiato i peccati al nostro posto per amore. Il fatto che il Verbo si è fatto carne, è venuto in mezzo a noi, ci ha uniti a sé, ci ha fatto partecipi della Sua figliolanza, è il cuore della fede cristiana. Questa rivelazione ci aiuta tanto nella vita, specialmente nei passaggi più difficili della vita, come quello della morte. Nel passaggio da tempo all’eternità abbiamo molti timori perciò non dobbiamo mai perdere questa prospettiva della parabola del figliol prodigo, del Padre celeste che ci attende per un abbraccio purché l nostro cuore sia aperto alle esigenze della figliolanza e della richiesta del perdono.

Dio è talmente Padre che ci guarda e ci accompagna con il suo sguardo tutto il giorno. Non facciamo nulla senza che Dio lo sappia o ci veda. Anche quando percorriamo la via del male Lui ci accompagna, ci vede, ci chiama con la voce della coscienza, perché torniamo sui nostri passi. Dio cammina con noi sulle vie del bene, con apprensione lungo la via de male, non spingendoci verso la rovina, ma chiamandoci alla conversione e a cambiare vita. Dio ci vede anche quando noi non lo vediamo, quando l’abbiamo rimosso, quando abbiamo deciso che lui non c’è, quando crediamo che il Cielo sia vuoto. Non manca mai il suo sguardo, sa tutto di noi, conosce ogni nostro pensiero, ci vede più di quanto noi non vediamo noi stessi. Molte volte non conosciamo i pensieri profondi del nostro cuore ma Lui li conosce. Questa Onnipresenza di Dio nella vita delle persone bisogna vederla come una grazia straordinaria, una luce che illumina, una mano che ti stringe e ti accompagna, un amore che ti avvolge. Anche quando non preghiamo Dio, Lui ci aiuta, ci dona le grazie.

Ci sono persone lontane da Dio che non credono in Lui e che si rendono conto che nella vita ci sono stati molti momenti in cui qualcuno è intervenuto ad aiutarli e a salvarli. Momenti che ognuno ha nella memoria e attraverso i quali si incomincia a pensare che qualcuno c’è, qualcuno ci guarda, qualcuno a cura di noi e ci ha protetto, ci ha salvato. Dio ci aiuta anche quando non chiediamo aiuto e non preghiamo.

Quando però induriamo il cuore e non lo amiamo, Dio pazientemente aspetta che incominciamo ad amarlo e ci manda le grazie di conversione, bussa alla porta, risveglia la coscienza, ci chiama. Questa consapevolezza – che la nostra vita è sotto lo sguardo di Dio, che è avvolta dal Suo amore – è una grazia inestimabile che dobbiamo rinverdire ogni giorno quando incominciamo la giornata. C’è una diversità radicale fra una giornata vissuta accompagnati da Dio e dal suo sguardo, incoraggiati dalla sua voce, sostenuti dalla sua grazia e una giornata vissuta nella solitudine della nostra caverna nella quale ci siamo rinchiusi e dove non splende il sole. In quella solitudine la vita diventa triste.

Questo è quello che succede al mondo d’oggi, che è agitato, nervoso, si incattivisce, non perdona, minaccia, prevarica. È uno spettacolo che abbiamo sotto gli occhi continuamente. La vita personale diventa un guscio vuoto senza la luce di Dio e la sua paterna Provvidenza. Il suo amore ci rafforza e ci consola nelle nostre sofferenze, ma anche la vita dell’umanità senza Dio è una fossa di serpenti. Possiamo fermare tutto questo diventando dei figli di Dio su questa Terra che testimoniano il suo amore, la sua luce e la sua pace.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”

🔴LIVE🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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🔴LIVE🔴Cercate il volto di mio figlio – Catechesi a cura di Padre Livio – puntata 3

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☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Venerdì 14 Giugno 2024 – Radio – blogdipdrelivio.it – Facebook- YouTube (in differita)

LO SGUARDO DI DIO SULLA NOSTRA VITA

Dio ci vede anche quando noi non lo vediamo

Dio ci aiuta anche quando non lo preghiamo

Dio ci ama e aspetta che noi lo amiamo

UN APOSTOLO DEL SACRO CUORE: SAN CLAUDIO DE LA COLOMBIERE (Un articolo del prof Roberto de Mattei)

Fu inviato da Gesù come suo “servo fedele e amico perfetto” ad assistere S. Margherita Maria Alacoque

UCRAINA. “NOI SCHIAVI SOTTO I RUSSI”  (10)

Le voci degli Ucraini dai territori occupati dai russi (Articolo di Avvenire)

 “Il primo boccone è l’Ucraina – Il secondo boccone è l’Europa”  (A. Dugin)

BLOG:

Non servono miracoli eclatanti per credere a Medjugorje

La pace del cuore è il dono più grande

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

La pace del cuore è il dono più grande

Caro Padre Livio, volevo darti una mia piccola testimonianza. Per me tutto il chiasso e le vicende del mondo non hanno più interesse perché le ritengo cose futili e superflue, ovviamente tengo invece molto in considerazione gli accadimenti visti con occhio escatologico perché è l’unica cosa che conta.

Le tue catechesi e i tuoi approfondimenti la mattina da questo punto di vista sono veramente un faro nella nebbia che ci circonda. Da diversi mesi prendo in considerazione le esortazioni della Madonna, pregare e pregare, solo questo basta, al resto pensa Lei come disse San Giovanni Paolo secondo a Fulda, e lo faccio per me stesso ma anche e me ne prendo carico per la mia famiglia per le mie figlie e i figli che loro avranno perché sono certo della promessa della Madonna il primo dell’anno scorso.

Questo perché sia mia moglie che le mie figlie hanno perso la strada maestra, sono diventate mondane, ma non perdo la speranza perché hanno dentro loro il buon seme e sono certo che i miei rosari e preghiere nel tempo dei segreti saranno serviti a convertire loro insieme a me. Io non sono depresso da tutti questi accadimenti e quelli che verranno ancora più spaventevoli, nemmeno dal fatto che i miei siano lontani dalla Chiesa e dai sacramenti, invece mi stupisco del fatto che più prego il rosario più mi invade la pace del cuore e con essa la gioia di vivere la quotidianità.

E quando mi accorgo che questa pace sta scemando a causa delle mie cadute o stanchezze, mi affretto di andarmi a confessare per ritrovare la gioia interiore e riprendere il cammino per una continua conversione. Questa pace del cuore che proprio il mio confessore mi concede nel cancellare le mie colpe con la frase “Dio ti conceda la pace del cuore” e questo mi ha sorpreso molto perché è quanto tu sostieni esortandoci nelle tue catechesi.

Lo prendo come un segno ed è proprio così, il mondo può cambiare solo attraverso la pace del cuore e questa la si raggiunge solo attraverso la preghiera quotidiana soprattutto il rosario e attraverso questo si testimonia agli altri senza parole ma attraverso la serenità degli sguardi e le braccia tese come prolungamento di quelle di Maria.

Fino a qualche tempo fa recitavo il rosario con le dita delle mani per segnare le Ave Maria, poi ho sentito la necessità di comprarli a un rosario vero, ma nel frattempo mi son ricordato che nella Chiesa della mia parrocchia su un altare laterale dedicato a San Rocco con tanto di affresco molto bello che raffigura il santo e il suo cane, stava abbandonato da anni e anni un vecchio rosario pure rotto. L’ho preso in prestito “chiedendolo” a San Rocco, l’ho aggiustato e adesso me ne servo quotidianamente e lo porto sempre con me e durante le passeggiate con il mio cane lo uso al meglio. È proprio vero che il rosario se recitato con costanza può cambiare i cuori ed il mondo.

Ave Maria

Padre Livio.

Andrea 


Caro Andrea,

Hai dato una bella testimonianza di come la pace del cuore sia possibile anche nel nostro mondo agitato. Hai compreso che prima di tutto bisogna essere in pace con Dio e alimentarla con la preghiera quotidiana.

Ogni giorno bisogna ricominciare da capo per ricostruirla. Questa applicazione costante vale la pena perché non c’è nulla di più prezioso e desiderabile nella vita.

Un cuore in pace la diffonde ovunque si trovi, anche nelle situazioni più difficili. Beata quella famiglia nella quale vi è una persona che irradia pace.

La pace nel mondo non può esserci se i cuori non sono in pace. E’ necessario un miracolo della grazia e della buona volontà. E’ necessario che i cuori ritornino al Dio della pace e dell’amore.

E’ necessario che nell’umiltà i popoli incominciano a guardare a quella fonte inesauribile di pace e di amore che è il Cuore trafitto di Gesù.

Ave Maria

Padre Livio

🔴LIVE🔴 INCONTRO CON VICKA VEGGENTE DI MEDJUGORJE – a cura di P.LIVIO – Agosto 2001

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Un apostolo del Sacro Cuore: san Claudio de la Colombière

ROBERTO DE MATTEI – JUN 10, 2024- C. R

La devozione al Sacro Cuore che caratterizza il mese di giugno è legata soprattutto alla figura di santa Margherita Maria Alacoque, (1647-1690), suora dell’ordine della Visitazione, fondato da san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal. Fu a questa umile suora che la Provvidenza affidò un grande rimedio soprannaturale contro una nuova eresia che nasceva nel XVII secolo.  

Questa nuova eresia era il giansenismo, una corrente religiosa che sul piano dogmatico stravolgeva la dottrina cattolica della grazia, spingendola verso il calvinismo, e sul piano morale rinchiudeva la vita cristiana in un tetro e insopportabile rigorismo. I giansenisti ignoravano il ruolo della misericordia, appellandosi solo alla implacabile giustizia divina. Ma al di là degli errori teologici e morali, la peggiore insidia giansenista stava nel suo tentativo di voler riformare la Chiesa dall’interno e non più dall’esterno, come aveva cercato di fare il protestantesimo. Il giansenismo intendeva rimanere dentro la Chiesa, senza essere condannato, ma cercando anzi la condanna dei suoi avversari che, in quel momento, erano soprattutto i gesuiti, i più fedeli difensori dell’ortodossia romana.  

I disegni della Divina Provvidenza sconvolsero questo programma di distruzione della Chiesa. Margherita Maria Alacoque, lo strumento di questo straordinario intervento  della grazia, nacque in Borgogna nel 1647, e dovette vincere la resistenza dei genitori per entrare, a ventiquattro anni, nelle visitandine del convento di Paray-le-Monial, dove fu incompresa dalle consorelle e malgiudicata dai superiori, finché, nel 1675 fu nominato Rettore del Collegio gesuita di Paray-le-Monial il padre Claudio de La Colombière, che aveva allora 34 anni, ma si era già distinto per la sua pietà e la sua dottrina. D’accordo con il suo Superiore, oltre al voto di obbedienza al Papa, il padre de La Colombière aveva pronunciato quello, eroico, di osservare sotto pena di peccato tutte le regole del suo Ordine 

I superiori gli affidarono un incarico apparentemente secondario, perché sapevano che nel Monastero della Visitazione, si trovava una religiosa favorita da rivelazioni del Cielo. Margherita Maria, da parte sua, aspettava che il Signore adempisse la promessa di inviarle un suo “servo fedele e amico perfetto“, per realizzare la missione alla quale la destinava: manifestare al mondo le ricchezze imperscrutabili del suo amore.

Giunto nella sua nuova destinazione il padre de La Colombière, incontrò suor Margherita Maria e ne divenne direttore spirituale, orientandola nella sua vita spirituale e suggerendogli di mettere per iscritto tutto ciò che passava nella sua anima. Durante l’ottava del Corpus Domini 1675, Gesù, mostrando il suo Cuore a Margherita, le disse: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e in contraccambio non riceve che ingratitudini, disprezzo, irriverenze, sacrilegi e freddezza in questo Sacramento d’amore“. 

Quella del giansenismo era una concezione di Dio oppressiva ed angosciante. Il Sacro Cuore appare a santa Margherita Maria Alacoque affermando, invece, che bisogna abbandonarsi al suo Amore, e formulando la grande promessa dei primi Nove Venerdì del mese: “Io ti prometto nell’eccesso della misericordia del mio Cuore che il mio Amore onnipotente concederà a tutti quelli che si comunicheranno al primo venerdì del mese, per nove mesi consecutivi, la grazia della perseveranza finale; essi non morranno nella mia disgrazia, né senza ricevere i Sacramenti, servendo loro il mio cuore di asilo sicuro in quell’ora estrema”. Il Signore disse poi alla religiosa visitandina: “Rivolgiti al mio servo, il Padre de La Colombière, e digli da parte mia di fare il possibile per propagare questa devozione e di fare questo piacere al mio Cuore divino … Sappia che è onnipotente colui che diffida interamente di se stesso per confidare solo in me“.

Margherita comunicò il suo messaggio al Padre e tutti e due, il 21 giugno, si consacrarono al Cuore di Gesù e moltiplicarono i loro sforzi per diffondere questa devozione. La loro fu un’inscindibile amicizia spirituale dai frutti straordinari.

Dopo un anno e mezzo di permanenza a Paray-le-Monial, nel 1676 il padre de La  Colombière fu destinato a Londra, come cappellano della giovane duchessa di York, Maria Beatrice d’Este, nota in Inghilterra come Mary of Modena, perché era figlia del duca di Modena Alfonso d’Este. Maria di Modena aveva sposato Giacomo Stuart, duca di York, che, alla morte del fratello Carlo II, nel 1685, avrebbe regnato con il nome di Giacomo II, fino alla Rivoluzione del 1688, che stroncò la possibilità di una restaurazione cattolica dell’Inghilterra. Giacomo si era segretamente convertito al cattolicesimo, mentre la moglie Maria subiva una dura opposizione a causa della sua fede cattolica.

Nella Londra ferocemente protestante, esisteva però un’enclave cattolica, che aveva il suo centro nella chiesa di St. James nella Spanish Place dove, dal 1676 al 1679 il padre de La Colombière, predicò, dedicandosi all’istruzione nella vera fede di cattolici o ex-cattolici inglesi.  In questa Chiesa sarebbe stato battezzato, due secoli dopo, l’11 ottobre 1865, Rafael Merry del Val, futuro cardinale di Santa Romana Chiesa.

Improvvisamente, alla fine del 1678, il padre de La Colombière fu arrestato sotto l’accusa calunniosa di essere coinvolto in uno pseudo “complotto papale”. Fu imprigionato nel carcere di King’s Bench, dove restò durante tre settimane, sottoposto a gravi privazioni, ma in virtù della sua posizione a corte e della sua cittadinanza francese, sfuggì alla condanna a morte e fu espulso dall’Inghilterra. Tornò a Paray-le-Monial dove morì, a soli 41 anni, il 15 febbraio 1682. Da quel giorno, nella sua preghiera personale, alle litanie dei santi santa Margherita Maria aggiungeva: “San Claudio, prega per noi!”

 Nel 1929, Claudio de La Colombière fu beatificato da papa Pio XI e nel 1992 canonizzato da Giovanni Paolo II. La casa editrice AdP ha ripubblicato nel 2023 il suo Diario spirituale, che merita di essere letto da chiunque voglia approfondire la devozione al Sacro Cuore, ma anche a chiunque voglia capire come vivere in spirito di completo abbandono alla Divina Provvidenza. Nel Diario, san Claudio traccia questo programma: “Vivere giorno per giorno. Sperare di morire nell’occupazione che svolgiamo”. Cercare, in una parola, la perfezione nel momento presente, non preoccupandoci del nostro domani e affidandoci ciecamente a Dio. “Mio Dio, – scrive – sono intimamente persuaso che non sarà mai troppa la fiducia che ho in Te e che, ciò che otterrò da Te, sarà sempre al di sopra di ciò che avrò sperato”.

Lo spirito di abbandono alla Provvidenza e la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, sono più che mai necessari per infondere vita e calore soprannaturale in un’epoca, come la nostra, in cui le anime sembrano così spesso raggelate e prive del fuoco dell’Amore divino.

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