Pensiero spirituale sullo sguardo di Dio sulla nostra vita

Cari amici, la tradizione spirituale ci invita a trascorrere la nostra giornata sotto lo sguardo di Dio. Un tempo si usava molto l’espressione “Dio ti vede”, ma era presentata in un modo non sempre adeguato. Dio veniva visto come fosse l’occhio di una telecamera che scruta e segue tutte le nostre mosse, come si seguono quelle di un fuggitivo. Questa espressione e questo clima è proprio quello presente dopo il peccato originale nel Paradiso terrestre, quando progenitori si nascondono. Dio quando chiama Adamo non ha una voce terrificante, anzi, lo vuole fare uscire dalla penombra nella speranza che si penta. Questo clima di paura di Dio è rimasto e non dipende da Lui ma da noi che siamo nel peccato. Ci nascondiamo da Lui e dai Suoi occhi, fino a rimuoverlo, per rivendicare la nostra libertà di fare ciò che vogliamo.

Esiste una versione opposta sullo sguardo di Dio che ci offre la divina Rivelazione. È uno sguardo di Colui che ha creato il mondo e le sue creature. Per Dio tutte le cose sono buone e l’uomo è molto buono. Lo sguardo di Dio manifesta la sua paternità universale e la sua Provvidenza. La Creazione non è quell’istante per cui le cose vengono dal nulla all’essere, ma è un accompagnamento di Dio a tutte le cose che ha creato. Le conserva e le dirige – come dice il Catechismo della Chiesa cattolica – al loro fine, che sono Cieli nuovi e Terra nuova.

Dobbiamo acquisire questo sguardo paterno di Dio non solo su tutta la Creazione. In molti passi biblici si nota la paternità di Dio, come nel Libro del profeta Giona. Egli voleva che Ninive fosse distrutta perché secondo lui non si era convertita, Dio rispose: “Io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?”. Quindi, tutta la Creazione viene inclusa in questo sguardo paterno di Dio.

La Bibbia è ricchissima di queste espressioni di bontà infinita che si riversano su tutta la Creazione da parte del Creatore. Nel Nuovo Testamento Gesù ci invita a chiamare Dio con il nome di Padre. Sappiamo che questa espressione “Abbà” è quell’appellativo con cui il bambino chiama il papà, quindi affettivo, intimo, cordiale.

Quando ci alziamo al mattino dobbiamo aprire gli occhi e presentarci allo sguardo paterno di Dio, fissare i nostri sguardi sul Suo occhio paterno, guardare al Suo sguardo pieno di bontà e di tenerezza. Dio ci guarda perché siamo suoi figli, quindi dobbiamo acquisire questo rapporto interiore con Dio, che è l’essenza del Cristianesimo. Se volessimo paragonare il Cristianesimo ad altre religioni, potremmo dare questa definizione: il Cristianesimo è una religione filiale, nella quale i figli si rivolgono al Padre, lo pregano con il nome di Padre. Gesù ha insegnato ai suoi discepoli il Padre Nostro, una preghiera che anche Egli stesso recitava, seppur in maniera diversa da noi. Attraverso di Lui partecipiamo alla sua figliolanza; quindi, anche noi possiamo chiamare Dio con il nome di Padre. Questa è una conquista interiore perché avendo in noi il retaggio del peccato e la paura di Adamo nei confronti di Dio, facciamo fatica a superarla. Se abbiamo aggiunto i nostri peccati personali, le nostre trasgressioni, il timore di Dio aumenta, quindi ci porta a deformare l’immagine di Dio.

Di qui l’importanza di acquisire questo sguardo di Dio che perdona quando si pecca, che ci accoglie come fa il protagonista della parabola del figliol prodigo. I protagonisti sono il figlio e il padre e possiamo vedere come il padre accoglie il figlio dopo che è tornato alla casa paterna. Anche chi è nel peccato deve superare la paura, la tentazione di indurire il cuore e rimuovere Dio dalla sua vita come se non esistesse. Deve accogliere la presenza che invita il peccatore al pentimento, a ritornare sulla retta via.

Alcuni hanno deformato la parabola del figliol prodigo dicendo che il Padre avrebbe comunque perdonato il figlio anche se non si fosse pentito. Non è così, la parabola è molto chiara, solo il fatto che torna a casa, indica un cambiamento della vita. Il figlio dice infatti: “Padre mio ho peccato contro Dio e contro di te, non merito di essere chiamato tuo figlio”. Nella misura in cui c’è l’umiltà, con la quale professiamo la nostra mancanza d’amore verso il Padre celeste, si apre il cuore e si versano su di noi i fiumi della Sua misericordia.

Fondamentale nella fede cristiana e la rivelazione della paternità di Dio. Lui ci guarda attraverso la mediazione di Suo Figlio che ha espiato i peccati al nostro posto per amore. Il fatto che il Verbo si è fatto carne, è venuto in mezzo a noi, ci ha uniti a sé, ci ha fatto partecipi della Sua figliolanza, è il cuore della fede cristiana. Questa rivelazione ci aiuta tanto nella vita, specialmente nei passaggi più difficili della vita, come quello della morte. Nel passaggio da tempo all’eternità abbiamo molti timori perciò non dobbiamo mai perdere questa prospettiva della parabola del figliol prodigo, del Padre celeste che ci attende per un abbraccio purché l nostro cuore sia aperto alle esigenze della figliolanza e della richiesta del perdono.

Dio è talmente Padre che ci guarda e ci accompagna con il suo sguardo tutto il giorno. Non facciamo nulla senza che Dio lo sappia o ci veda. Anche quando percorriamo la via del male Lui ci accompagna, ci vede, ci chiama con la voce della coscienza, perché torniamo sui nostri passi. Dio cammina con noi sulle vie del bene, con apprensione lungo la via de male, non spingendoci verso la rovina, ma chiamandoci alla conversione e a cambiare vita. Dio ci vede anche quando noi non lo vediamo, quando l’abbiamo rimosso, quando abbiamo deciso che lui non c’è, quando crediamo che il Cielo sia vuoto. Non manca mai il suo sguardo, sa tutto di noi, conosce ogni nostro pensiero, ci vede più di quanto noi non vediamo noi stessi. Molte volte non conosciamo i pensieri profondi del nostro cuore ma Lui li conosce. Questa Onnipresenza di Dio nella vita delle persone bisogna vederla come una grazia straordinaria, una luce che illumina, una mano che ti stringe e ti accompagna, un amore che ti avvolge. Anche quando non preghiamo Dio, Lui ci aiuta, ci dona le grazie.

Ci sono persone lontane da Dio che non credono in Lui e che si rendono conto che nella vita ci sono stati molti momenti in cui qualcuno è intervenuto ad aiutarli e a salvarli. Momenti che ognuno ha nella memoria e attraverso i quali si incomincia a pensare che qualcuno c’è, qualcuno ci guarda, qualcuno a cura di noi e ci ha protetto, ci ha salvato. Dio ci aiuta anche quando non chiediamo aiuto e non preghiamo.

Quando però induriamo il cuore e non lo amiamo, Dio pazientemente aspetta che incominciamo ad amarlo e ci manda le grazie di conversione, bussa alla porta, risveglia la coscienza, ci chiama. Questa consapevolezza – che la nostra vita è sotto lo sguardo di Dio, che è avvolta dal Suo amore – è una grazia inestimabile che dobbiamo rinverdire ogni giorno quando incominciamo la giornata. C’è una diversità radicale fra una giornata vissuta accompagnati da Dio e dal suo sguardo, incoraggiati dalla sua voce, sostenuti dalla sua grazia e una giornata vissuta nella solitudine della nostra caverna nella quale ci siamo rinchiusi e dove non splende il sole. In quella solitudine la vita diventa triste.

Questo è quello che succede al mondo d’oggi, che è agitato, nervoso, si incattivisce, non perdona, minaccia, prevarica. È uno spettacolo che abbiamo sotto gli occhi continuamente. La vita personale diventa un guscio vuoto senza la luce di Dio e la sua paterna Provvidenza. Il suo amore ci rafforza e ci consola nelle nostre sofferenze, ma anche la vita dell’umanità senza Dio è una fossa di serpenti. Possiamo fermare tutto questo diventando dei figli di Dio su questa Terra che testimoniano il suo amore, la sua luce e la sua pace.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”