Mese: Settembre 2024 Pagina 12 di 22

Su Medjugorje che cosa dobbiamo aspettarci?
Carissimo Padre Livio,
sono rimasta piacevolmente sorpresa come, dopo la pubblicazione del Documento della Congregazione della Dottrina della fede sui fenomeni soprannaturali, sia stato dato il Nulla Osta a due apparizioni che lo attendevano da tempo, quella di Montichiari (Brescia) e quella di Pellvoisin (Francia).
Lei non crede che una simile riconoscimento potrebbe arrivare anche per Medjugorje? O dobbiamo aspettare qualche ulteriore frenata?
Grazie, caro Padre, per il suo zelo infaticabile al servizio della Vergine Maria nostra Madre
Chiara da Bergamo
Cara Chiara,
al riguardo io ho già espresso il mio convincimento che, implicitamente ma chiaramente, il Nulla Osta ecclesiale è già stato dato quando Papa Francesco ha autorizzato i pellegrinaggi ufficiali della Chiesa a Medjugorje.
Non so se sia necessario un ulteriore e più esplicito pronunciamento. In ogni caso sarebbe il benvenuto.
Sono anche convinto che, a suo tempo, in occasione del segno sulla collina delle apparizioni (terzo segreto), arriverà anche il riconoscimento della soprannaturalità.
Infatti è allora che toccherà il momento culminante la battaglia con la quale la Madonna trionferà e il mondo avrà un tempo di pace.
Attendiamo con fiducia, prepariamoci spiritualmente, teniamo alti i cuori!
Ave Maria
Padre Livio
PS : Ecco qui i sei livelli di giudizio da parte della Chiesa riguardo alle apparizioni, tenendo conto che “la dichiarazione di soprannaturalità” è riservata al Papa in casi eccezionali.
In questa scaletta a mio avviso Medjugorje avrebbe tutti i requisiti per apparire al primo posto.
16. Il discernimento dei presunti fenomeni soprannaturali potrà giungere a delle conclusioni che si esprimeranno di norma in uno dei termini qui di seguito indicati.
17. Nihil obstat — Anche se non si esprime alcuna certezza sull’autenticità soprannaturale del fenomeno, si riconoscono molti segni di un’azione dello Spirito Santo “in mezzo”[18] a una data esperienza spirituale, e non sono stati rilevati, almeno fino a quel momento, aspetti particolarmente critici o rischiosi. Per questa ragione si incoraggia il Vescovo diocesano ad apprezzare il valore pastorale e a promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale, anche mediante eventuali pellegrinaggi a un luogo sacro.
18. Prae oculis habeatur — Sebbene si riconoscano importanti segni positivi, si avvertono altresì alcuni elementi di confusione o possibili rischi che richiedono un attento discernimento e dialogo con i destinatari di una data esperienza spirituale da parte del Vescovo diocesano. Se ci fossero degli scritti o dei messaggi, potrebbe essere necessaria una chiarificazione dottrinale.
19. Curatur — Si rilevano diversi o significativi elementi critici, ma allo stesso tempo c’è già un’ampia diffusione del fenomeno e una presenza di frutti spirituali ad esso collegati e verificabili. Si sconsiglia al riguardo un divieto che potrebbe turbare il Popolo di Dio. Ad ogni modo, il Vescovo diocesano è sollecitato a non incoraggiare questo fenomeno, a cercare espressioni alternative di devozione ed eventualmente a riorientarne il profilo spirituale e pastorale.
20. Sub mandato — Le criticità rilevate non sono legate al fenomeno in sé, ricco di elementi positivi, ma a una persona, a una famiglia o a un gruppo di persone che ne fanno un uso improprio. Si utilizza un’esperienza spirituale per un particolare ed indebito vantaggio economico, commettendo atti immorali o svolgendo un’attività pastorale parallela a quella già presente nel territorio ecclesiastico, senza accettare le indicazioni del Vescovo diocesano. In questo caso, la guida pastorale del luogo specifico in cui si verifica il fenomeno è affidata o al Vescovo diocesano o a un’altra persona delegata dalla Santa Sede, la quale, quando non sia in grado di intervenire direttamente, cercherà di raggiungere un accordo ragionevole.
21. Prohibetur et obstruatur — Pur in presenza di legittime istanze e di alcuni elementi positivi, le criticità e i rischi appaiono gravi. Perciò, per evitare ulteriori confusioni o addirittura scandali che potrebbero intaccare la fede dei semplici, il Dicastero chiede al Vescovo diocesano di dichiarare pubblicamente che l’adesione a questo fenomeno non è consentita e di offrire contemporaneamente una catechesi che possa aiutare a comprendere le ragioni della decisione e a riorientare le legittime preoccupazioni spirituali di quella parte del Popolo di Dio.
22. Declaratio de non supernaturalitate — In questo caso il Vescovo diocesano è autorizzato dal Dicastero a dichiarare che il fenomeno è riconosciuto come non soprannaturale. Questa decisione si deve basare su fatti ed evidenze concreti e provati. Ad esempio, quando un presunto veggente dichiara di aver mentito, o quando testimoni credibili forniscono elementi di giudizio che permettono di scoprire la falsificazione del fenomeno, l’intenzione errata o la mitomania.
23. Alla luce di quanto sopra esposto, si ribadisce che né il Vescovo diocesano, né le Conferenze episcopali, né il Dicastero, di norma, dichiareranno che questi fenomeni sono di origine soprannaturale, nemmeno nel caso in cui si conceda un Nihil obstat (cfr. n. 11). Fermo restando che il Santo Padre può autorizzare ad intraprendere una procedura al riguardo.





Il corpo incorrotto del cardinale Gregorio Pietro XV Agagianese (1895-1971)
Fu cardinale cattolico e patriarca della Chiesa cattolica armena dal 1937 al 1962.
Il 12/09/24, il corpo incorrotto del cardinale Agagianese è stato trasportato da Roma a Beirut in Libano.
ll corpo di un uomo di 76 anni ne dimostra molti meno.
E’ morto nel 1971 e fino a pochi giorni fa è stato sepolto nella Chiesa Romana di S. Nicola da Tolentino.
Nel 2022 è stata avviata la causa di beatificazione.
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IL CORPO INCORROTTO DEL CARD. AGAGIANIAN
30 Ottobre 2024
Lo scorso 12 settembre 2024, al termine del Sinodo della Chiesa Armena Cattolica, è avvenuta la traslazione da Roma a Beirut, in Libano, delle spoglie mortali del Servo di Dio, cardinale Gregorio Pietro (in armeno Krikor Bedros) Agagianian, quindicesimo patriarca di quella Chiesa, morto a Roma nel 1971. Il feretro è stato accolto nella capitale libanese dal Patriarca Minassian, dal Primo ministro Najīb Mīqātī e dalle massime personalità religiose e politiche. Ciò che ha reso straordinaria questa traslazione è che il corpo del cardinale Agagianian, oltre mezzo secolo dopo la sua morte, malgrado non sia stato imbalsamato, è incorrotto, perfettamente integro. Il suo volto è tranquillo e sorridente. Sul blog di Padre Livio troverete alcune immagini veramente sorprendenti https://blogdipadrelivio.it/il-corpo-incorrotto-del-servo-di-dio-il-card-agagianian/
Il corpo del cardinale Agagianian, ha attraversato la città di Beirut, in un’urna trasparente, applaudito dalla folla che lanciava petali di rose come al passaggio di un santo, fino alla cattedrale armena dei Santi Elia e Gregorio Illuminatore, dove è stato sepolto.
Ma chi era il cardinale Agagianian? Nato in Georgia nel 1895, Gregorio Pietro Agagianian studiò a Roma fin da giovanissimo presso il Pontificio Collegio Armeno, di cui fu in seguito sia vice-rettore che Rettore e venne ordinato sacerdote nel 1917. Nominato Vescovo l’11 luglio 1935 da Papa Pio XI, il 30 novembre 1937 fu eletto Patriarca di Cilicia degli Armeni cattolici.
Il 18 febbraio 1946 Papa Pio XII lo creò cardinale assegnandogli il titolo di San Bartolomeo all’Isola. Alla morte di Pio XII, Silvio Negro, vaticanista del “Corriere della Sera”, lo indicava come favorito dai pronostici in conclave, per la sua conoscenza della curia, la sua competenza di giurista e la sua pietà esemplare. Fu eletto invece Giovanni XXIII. Il cardinale Agagianian, sostenuto dai conservatori, fu un papabile anche nel conclave del 1963 che elesse Paolo VI. Guidò in veste di prefetto, la Congregazione di Propaganda Fide dal 1958 al 1970 e partecipò al Concilio Vaticano II. Morì a Roma il 16 maggio 1971, in fama di santità. Nel 2022 è stata avviata la sua causa di beatificazione e ha quindi il titolo di Servo di Dio.
Nei processi di beatificazione e canonizzazione è prevista la ricognizione canonica dei resti dei candidati alla santità e quando, al momento della riesumazione, il corpo appare non decomposto, senza che vi sia stata un’imbalsamazione, la Chiesa considera il corpo incorrotto come un segno soprannaturale. Il corpo incorrotto non è in sé stesso una prova di santità, ma ne costituisce una conferma, tanto che la Chiesa lo dichiara al momento della canonizzazione.
I santi con i corpi incorrotti sono comunque rari. Infatti i santi canonizzati dalla Chiesa negli ultimi cinque secoli sono stati circa 1700 e di essi poco più di un centinaio sono stati trovati incorrotti. Tra questi santa Cecilia, il cui corpo fu scoperto intatto oltre 1500 anni dopo la morte, santa Chiara da Montefalco e santa Caterina da Bologna, santa Caterina Labouré e santa Bernadette Soubirous, san Giovanni Bosco e san Luigi Orione. Nel bel libro di don Charles Murr L’anima segreta del Vaticano (Fede e Cultura, Verona 2024), tra i numerosi episodi che Suor Pascalina racconta al giovane sacerdote americano suo amico vi è anche questo. Quando nel 1956 Pio XII volle aprire la causa di beatificazione di Pio IX e fu riesumato il suo corpo, mandò la sua collaboratrice a rivestire il corpo del Papa, dopo che monsignor Enrico Dante e la commissione ne ebbero esaminato lo stato. «Quando la bara fu aperta – ricorda suor Pascalina – non riuscivo a credere ai miei occhi. Sembrava non morto, ma addormentato! Il corpo era perfettamente intatto! Non solo, ma le dita, i polsi, le braccia erano morbidi, flessibili». Suor Pascalina dovette tagliare i capelli, radere la barba e spuntare le unghie di Pio IX, prima di rivestirlo con gli abiti pontifici.
Si è parlato di incorruttibilità del corpo anche per Giovanni XXIII, ma il corpo di papa Roncalli, a differenza di quello di Pio IX fu imbalsamato e quando i corpi dei Papi subiscono questo trattamento il fenomeno non può essere definito di origine soprannaturale e l’ipotesi dell’incorruttibilità viene esclusa.
Perché il numero dei santi che sono sfuggiti al processo di decomposizione è così esiguo? La risposta sta nel dogma centrale della Chiesa cattolica, che è quello della Risurrezione dei morti. I corpi degli uomini sono destinati a decomporsi dopo la morte per poi ricongiungersi con le loro anime alla fine del mondo. La morte è la separazione dell’anima dal corpo e quando il corpo degli uomini è privato dell’anima, che è il suo principio unitario e vivificatore, si decompone e torna in cenere. Però, il giorno del Giudizio universale, tutte le anime si riuniranno con i loro corpi che verranno resi incorruttibili, sia quelle degli eletti che quelle dei dannati. In Paradiso e all’Inferno si andrà con anima e corpo per l’eternità. Tuttavia, solo i corpi di coloro che saranno in Paradiso riceveranno un corpo glorioso, spirituale, conforme a quello di Cristo risorto. Per questo san Paolo dice «E i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità» (1 Cor 15, 52-53).
Dio, che destina gli uomini alla corruzione dei corpi, per renderli incorruttibili quando risorgeranno, ha disposto tuttavia che alcuni di essi, eccezionalmente, sfuggano al processo di decomposizione. I loro corpi possono essere accompagnati anche da altri fenomeni soprannaturali, quali il profumo che emanano, il ringiovanimento e talora il movimento. Nel caso del cardinale Agagianian colpisce, ad esempio il ringiovanimento. Basta paragonare le immagini del suo volto riesumato e quelle delle sue ultime fotografie per rendersi conto che il corpo del cardinale dimostra molto meno dei 76 anni che aveva quando è morto. Ciò che è inspiegabile deve rimandarci all’esistenza di Dio Creatore, che nella sua infinita Sapienza ha la capacità di modificare le leggi della natura per il bene delle anime. Per questo non dobbiamo trascurare i segni che la Divina Provvidenza mette spesso davanti ai nostri occhi. Nel caso del Servo di Dio Gregorio Pietro Agagianian fa riflettere anche il suo arrivo nella Terra dei Cedri, il Libano, proprio nel momento in cui il Medio Oriente è in fiamme, come a significare che solo la santità può spegnere quelle fiamme che rischiano di incendiare il mondo.

Cristo si è fermato a Timor est
Si è proprio certi che ai popoli di Singapore, della Mongolia o di Bangui interessino le elucubrazioni sul diaconato femminile, sul celibato sacerdotale, sulle attese del Cammino sinodale tedesco?
Matteo Matzuzzi 14 set 2024 – IL FOGLIO
Quasi un’intera isola a messa dal Papa, “per vedere Gesù”. Una lezione di fede profonda e genuina alla declinante Chiesa d’occidente
Una distesa infinita di ombrelli bianchi e gialli a riparare una spianata di seicentomila fedeli giunti a Taci Tolu per assistere alla messa celebrata dal Papa. Poco meno di un terzo della popolazione di Timor est, che in tutto ne conta un milione e mezzo. Erano tutti lì, a salutare Francesco e a pregare con lui. Lembo estremo d’Asia, il più cattolico e il solo – con le Filippine – ad avere una maggioranza di cattolici. I preti sono 347, tre i vescovi, sessantasei le parrocchie. Più un migliaio fra religiose e religiosi. Su quella spianata hanno trovato ossa umane, resti della guerra civile che ha devastato l’ex colonia portoghese che ha saputo, a fatica, riconciliarsi. “Qui il Vangelo è fonte di concordia sociale”, ha detto il Pontefice prima di ammonire sui rischi ancora presenti: povertà, alcol, abusi. E pure i coccodrilli, che fra i laghi salati che circondano la capitale Dili potrebbero avere la tentazione di farsi una passeggiata sulla terraferma e mordere. Non era un semplice avvertimento per così dire faunistico, quello di Francesco: “State attenti! Perché mi hanno detto che in alcune spiagge vengono i coccodrilli; i coccodrilli vengono nuotando e hanno il morso più forte di quanto possiamo tenere a bada. State attenti! State attenti a quei coccodrilli che vogliono cambiarvi la cultura, che vogliono cambiarvi la storia. Restate fedeli. E non avvicinatevi a quei coccodrilli perché mordono, e mordono molto. Vi auguro la pace. Vi auguro di continuare ad avere molti figli: che il sorriso di questo popolo siano i suoi bambini! Prendetevi cura dei vostri bambini; ma prendetevi cura anche dei vostri anziani, che sono la memoria di questa terra”. Chiaro riferimento a quelle colonizzazioni ideologiche contro cui Bergoglio si scaglia fin dal primo giorno che siede sul trono di Pietro.
Non c’è cronaca dell’infinito tour papale in estremo oriente che non abbia rimarcato la straordinarietà delle folle di Timor est. Eppure qui un Papa l’hanno già visto, Giovanni Paolo II nel 1989. Ma era tutt’altra faccenda, c’era la guerra, le divisioni evidenti, anche se quella visita segnò un passo fondamentale nel processo di autodeterminazione. Migliaia di persone di tutte le età assiepate lungo le strade attendendo il vescovo di Roma: festose ma ordinate, composte. Devote. Più interessate a sentire Francesco e a celebrare con lui l’eucarestia che a immortalarsi in selfie con croci, vescovi e parvenu per suggellare l’evento. “Timor è un piccolo paese, un’isola lontana, però la sua gente semplice vive l’originalità della fede in Gesù Cristo”, ha detto nel suo messaggio di ringraziamento l’arcivescovo di Dili, il cardinale Virgílio do Carmo da Silva.
Quanto stridono queste immagini, questa profonda devozione, con il deserto d’occidente, abitato dai “popoli dell’opulenza”, come li definì Paolo VI nella Populorum progressio. Oggi, a più di mezzo secolo di distanza da quel documento, si può dire senza pericolo di fraintendimento che quell’opulenza non è solo la ricchezza materiale, ma è molto di più. Drammaticamente, di più. E’ l’assuefazione a un modo di vivere in cui le domande ultime sono infilate a forza in un cantuccio, dove non ci si domanda più nemmeno se Dio esiste: semplicemente, il tema non interessa. Un mondo in cui ai dogmi di fede se ne sono sostituiti altri, estremizzando a tal punto concetti come laicità, uguaglianza e inclusività da non ricordarsi più neppure cosa volevano dire in origine. L’Europa che nei sogni di Robert Schuman era quelle delle cattedrali, oggi si arrovella su tecnicismi e regolamenti. Dei due polmoni di fede e cultura che tanto a cuore stavano a Giovanni Paolo II, non c’è più traccia. Di radici, di qualunque origine fossero, neanche a parlarne. “Dove sei finita, Europa?” si chiese (e chiese agli astanti) Francesco quando ebbe occasione di parlare del Vecchio continente. I suoi valori, i suoi ideali, la sua anima. La fede profonda che aveva permesso di costruire Notre-Dame – senza vetrate “contemporanee” – e decine di altre cattedrali con le guglie puntate verso le cose di lassù, oggi è retaggio di una storia perduta. Bisogna andare a Dili, nella piccola isola di Timor est per ritrovarla. Senza tanti orpelli, vero. Ma anche senza tanto interrogarsi su aggiornamenti, cambiamenti, sistemazioni, rivoluzioni, riforme. La fede semplice. Che poi è quella dei contadini che si fermavano in mezzo al campo mentre le campane del villaggio richiamavano alla preghiera dell’Angelus di mezzogiorno, delle beghine che non capivano niente di quel che bofonchiava il prete in latino, ma intanto sgranavano il Rosario. A Dili, tra i coccodrilli veri o metafora delle colonizzazioni ideologiche, bastava la croce e il Papa, rappresentante di Cristo. Nient’altro.
Non è questione di povertà materiale, non solo almeno: le stesse scene si sono viste in Corea del sud, terra di evangelizzazione giovane e di fede dinamica. Allora torna alla mente una delle più antiche interviste rilasciate da Francesco, quasi agli albori del pontificato. Il Papa conversava con una rivista pubblicata in Argentina, nelle ville miseria di Buenos Aires: “Quando parlo di periferie, parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso, scopriamo più cose e, quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa”. Aggiungeva, il Papa, che “una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato”. “L’Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all’Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un’altra cosa”.
Colpirà ancora di più, allora, l’inevitabile paragone che si farà a fine mese, quando Francesco per la prima volta metterà piede nel cuore di quell’Europa che fino ad ora ha toccato solo marginalmente, nelle sue periferie. E non inizierà un viaggio entrando dalla porta laterale, bensì da quella frontale: Bruxelles, dopo il Lussemburgo. La capitale dell’Unione che è al contempo l’emblema più evidente di come il cattolicesimo in Europa sia declinante e arranchi stanco verso qualcosa che lo ridesti, non sapendo però bene cosa. Nei mesi scorsi, al Foglio, l’arcivescovo emerito di Bruxelles, il cardinale Jozef De Kesel, ammise che “in una società secolarizzata la sensibilità religiosa non è più così grande come un tempo. La Chiesa e la sua fede non sono più onnipresenti. La fede cristiana non è più la convinzione dell’intera società. Ma questo non significa che Dio sia assente. Dio è all’opera in questo mondo, anche oltre i confini della Chiesa. Che le chiese siano vuote e scompaiano silenziosamente è semplicemente non vero. Naturalmente, in una società in cui tutti sono cristiani, le chiese sono necessarie ovunque. Non è così in una società secolare e pluralista. In questo senso, le chiese sono occasionalmente ritirate dal culto. E si presta molta attenzione alla destinazione che viene loro assegnata. Ma la grande maggioranza delle chiese rimane un edificio di culto. Anche a Bruxelles ci sono chiese molto affollate”.
Alla radice della stanchezza, forse, c’è anche quello che De Kesel definiva “un malinteso sul termine ‘aggiornamento’ tanto usato riguardo al Concilio Vaticano II: Papa Giovanni voleva effettivamente avvicinare la Chiesa al mondo. Fare in modo che non sia un mondo a sé stante accanto al mondo reale. Aggiornamento significa apertura al mondo. Ma non significa adattamento al mondo. Nella Bibbia, la tentazione del popolo di Dio è sempre stata quella di essere come le altre nazioni. Ma se la Chiesa deve offrire solo ciò che si può ascoltare altrove, non avrà alcun fascino. Ecco perché alla fine del mio libro scrivo che la Chiesa del futuro dovrà essere una Chiesa più confessionale: testimoniare il Vangelo nel modo più autentico possibile attraverso le parole e le azioni”.
Ecco che tornano le parole dell’arcivescovo di Dili: qui si vive l’originalità della fede in Gesù Cristo. Ed è la stessa cosa che accade in tante parti d’Africa, dove decine di famiglie ogni domenica camminano per chilometri pur di partecipare alla messa. Mentre qui, da noi, si mandano lettere al vescovo se qualche parroco osa alternare le celebrazioni festive fra due chiese distanti due chilometri. La messa espressa, sotto casa, comoda come sosta fra la colazione al bar e il pranzo al ristorante. Il sud del pianeta parla al nord e chissà che da laggiù non arrivi prima o poi una nuova onda evangelizzatrice, che non è certo l’uso di preti e suore africane o asiatiche per sopperire alla carenza di vocazioni occidentali. Diceva a tal proposito Adrien Candiard che se “l’idea è quella di riempire la crisi della Chiesa occidentale con manovalanza africana o asiatica”, è meglio lasciar perdere: “Le suore del Madagascar hanno tanto da fare in Madagascar, anche sul terreno della missione, non portiamole qui ad assistere le suore anziane nella vecchia Europa”.
Il discorso è più profondo. Si è proprio sicuri che la fede genuina e semplice sia quella dei Sinodi infiniti che producono documenti, tabelle, schemi, strumenti di lavoro. Sinodi che vorrebbero combattere l’autoreferenzialità e poi finiscono per chiudersi in Vaticano per settimane a discutere di questioni che il mondo, fuori, conoscerà solamente attraverso sintesi e mediazioni? Si è proprio certi che ai popoli di Timor est, di Singapore, ma anche al piccolo gruppo di fedeli della Mongolia o a quelli di Bangui interessino le elucubrazioni sul diaconato femminile, sul celibato sacerdotale, sulle attese del Cammino sinodale tedesco che tra un cenacolo sulla collegialità e l’istituzione di un Comitato ad hoc punta a rovesciare la struttura gerarchica della Chiesa? S’è mai domandato, qualcuno, perché i seicentomila cattolici riuniti per accogliere il Papa e pregare con lui siano tutti a Timor est e non nelle spianate bavaresi o nella Grand Place di Bruxelles?
Certo, i programmi di riforma e le lettere pastorali di vescovi e arcivescovi infarcite dell’aggettivo “sinodale” (ovunque presente e declinato a seconda dell’argomento specifico, usato per giustificare l’accorpamento di parrocchie o per invocare nuovi catechisti… si fa tutto in nome della sinodalità, tanto per rimanere tranquilli) puntano a un ritorno alle origini, alla fede semplice e pura, quella senza troppe inutili sovrastrutture, senza gli orpelli e tutto ciò che sa di barocco o di eccessivo. Ma il risultato qual è? Che a forza di parlare di semplificazione e purificazione, sono aumentati i convegni e i gruppi di lavoro, le assise sinodali e le assemblee più o meno deliberanti, i rapporti e i documenti. Spesso accompagnati dai moniti vaticani seguiti dalle controrisposte di qualche episcopato baricadero. La fede genuina e delle origini è quella dei quindici secondi di benedizione suggeriti in Fiducia supplicans? A sentire quel che dicono i pastori delle Chiese dove la messa non è ancora ridotta a routinario appuntamento domenicale e nulla più, la risposta è negativa.
Una delle tappe più significative dell’ultimo viaggio papale è stata a Vanimo, in Papua Nuova Guinea. Città poverissima, tre supermercati per 150 mila abitanti, infrastrutture inesistenti: per gli indigeni dei villaggi vicini accorsi per vedere Francesco sono state allestite tende (gli alberghi sono solo due e riservati a chi ha ragguardevoli disponibilità economiche). Eppure, questa “scomodità” è un dettaglio in confronto alla possibilità di guardare in faccia il Pontefice: “Chi desidera vedere il Papa dice che è Gesù che viene, vuole ascoltarlo e ricevere la benedizione”, diceva alla vigilia del viaggio intervistato da Vatican News padre Alejandro Diaz, di origini argentine, monaco dell’Istituto del Verbo Incarnato, missionario da un anno nel villaggio di Wutung. E’ colui che propose tempo fa a Francesco di recarsi lì. Racconta di quando ci si inoltra nella giungla per raggiungere i villaggi sparsi e lontani da tutto: “E’ una Chiesa che sta nascendo, ha ottant’anni di vita, stiamo seminando e già ne vediamo i frutti: si fanno tanti battesimi, la partecipazione alle liturgie eucaristiche è affollata, soprattutto di giovani e bambini. Abbiamo addirittura dovuto dire ai chierichetti di non venire tutti insieme perché sono troppi, alla messa del mattino ce ne sono venticinque! Nessuno li obbliga ovviamente, lo fanno perché lo desiderano”. Nei villaggi si va nel fine settimana, percorrendo strade fangose con ostacoli d’ogni tipo: “Arriviamo alle volte la sera tardi ma la gente ci aspetta. Confessiamo, celebriamo la messa. La gente esce dal villaggio, acclamando vedendoci arrivare, questo ti spacca il cuore, non puoi fare altro che piangere. E’ così assetata di Dio che ci edifica l’anima”.

Furono i serviti a diffondere il culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli. Oggi la celebrazione ha il nome di «Beata Vergine Maria Addolorata», che meglio esprime la sua totale partecipazione all’opera salvifica del Figlio.
Ermes Dovico – La Nuova Bussola
Riassunta mirabilmente nello Stabat Mater del beato Jacopone da Todi, la devozione all’Addolorata ebbe un particolare impulso nel Basso Medioevo anche grazie alla costituzione nel 1233 dell’ordine dei Servi di Maria. Nel 1667 i serviti ottennero l’approvazione ufficiale del culto dei «Sette dolori della Vergine», un numero che si basa su altrettanti episodi narrati nei Vangeli: la profezia di Simeone («e anche a te una spada trafiggerà l’anima»), la fuga in Egitto, i tre giorni di angoscia che precedono il ritrovamento di Gesù tra i dottori nel tempio, l’incontro sulla via del Calvario, i patimenti ai piedi della croce, la deposizione e la sepoltura del Figlio.
Ma tutta la vita di Maria è stata segnata dal dolore, dalla cui libera accettazione è sgorgato il suo infinito amore. Già sant’Ildefonso da Toledo (607-667) spiegava che le sofferenze della Vergine furono maggiori di quelle dell’insieme di tutti i martiri. E san Bonaventura († 1274), Dottore della Chiesa, scriveva che «non vi è dolore simile al dolore di Lei eccettuato quello del Figlio, cui è simile il dolore della Madre». Dopo varie tappe, fu san Pio X a fissare la data della festa al 15 settembre (significativamente dopo l’Esaltazione della Santa Croce). Un altro cambiamento è occorso con la riforma liturgica del 1969. Nel nuovo calendario, seppur ridotta a semplice memoria, la celebrazione ha il nome di “Beata Vergine Maria Addolorata”, che meglio esprime la sua partecipazione all’opera salvifica del Figlio, «servendo al mistero della Redenzione in dipendenza da Lui e con Lui» (Lumen Gentium, 56).
In questa luce di speciale cooperazione alla Redenzione – al servizio totale dell’unico Redentore, Nostro Signore Gesù Cristo – si spiega il titolo di Corredentrice, usato da pontefici quali san Pio X, Pio XI e san Giovanni Paolo II, da una serva di Dio come la mistica Luisa Piccarreta e da una schiera formidabile di altri santi come per esempio Gabriele dell’Addolorata, Veronica Giuliani, Padre Pio, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Massimiliano Maria Kolbe, Francesca Saverio Cabrini, Leopoldo Mandic e Madre Teresa di Calcutta. Diceva quest’ultima: «La definizione papale di Maria Corredentrice, Mediatrice di tutte le grazie e Avvocata, porterà grandi grazie alla Chiesa».

di Stefano Caprio- Asia News- 15 Settembre 2024
Cercando di non limitarsi a ripetere le affermazioni della solita propaganda di Stato nel contesto del conflitto universale tra la Russia e l’Occidente, il patriarca di Mosca qualche giorno fa a San Pietroburgo ha voluto approfondire con argomenti filosofici e letterari le motivazioni per cui la Russia si sente oggi chiamata a diffondere i “grandi valori” a cui la società universale avrebbe deciso di rinunciare.
Il patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill (Gundjaev) è intervenuto al X Forum delle “culture unitarie” di San Pietroburgo, nella solenne sala del palazzo Marinskij del parlamento locale, sul tema della “Cultura nel XXI secolo: sovranità o globalismo?”, per ribadire le tesi fondamentali della missione del “mondo russo” nella realtà contemporanea. Cercando di non limitarsi a ripetere le affermazioni della solita propaganda di Stato nel contesto del conflitto universale tra la Russia e l’Occidente, il patriarca ha voluto approfondire con argomenti filosofici e letterari le motivazioni per cui la Russia si sente oggi chiamata a diffondere i “grandi valori” a cui la società universale avrebbe deciso di rinunciare.
Si tratta in qualche modo di ritrovare il ruolo di orientamento fondamentale della Chiesa ortodossa nella Russia militarista, ruolo che Kirill ha dovuto cedere a Putin nella fase dei conflitti dell’ultimo ventennio, a partire dal conflitto con la Georgia, dall’annessione della Crimea e poi con l’invasione dell’Ucraina. Il patriarca inizialmente non aveva appoggiato la radicalizzazione del confronto voluta dal presidente, ma negli ultimi due anni e mezzo di guerra non ha potuto (o voluto) fare altro che sostenere le giustificazioni del conflitto per la difesa dei valori tradizionali, che l’Occidente degradato vorrebbe cancellare dalla coscienza degli ucraini, dei russi e di tutti i popoli legati storicamente al “faro spirituale” della Mosca super-ortodossa. Il patriarcato ha ispirato questa linea ideologica fin dalla fine degli anni Novanta, e ora forse si rende conto di essere andato fin troppo oltre nelle pretese di definizione globale della “verità religiosa e culturale”.
Non a caso Kirill ha iniziato il suo intervento sottolineando la comune identità pietroburghese, per la quale “la piccola patria rimane sempre la città sulla Neva”, che rappresenta nell’identità russa la parte più occidentale, dal punto di vista culturale più ancora che geografica. Gli abitanti di San Pietroburgo, secondo il patriarca, “non hanno mai perduto il legame interiore spirituale, culturale e intellettuale con la città”, da cui del resto proviene lo stesso presidente Vladimir Putin, che a differenza di Kirill rappresenta piuttosto la fascia meno evoluta ed erudita della capitale settentrionale, come lo stesso Putin rivendica spesso, definendosi “uomo del popolo” e non certo un intellettuale delle élite aristocratiche.
Quindi il discorso di Kirill assume toni più profondi ed aulici, affermando che “un serio ragionamento sulla cultura deve essere sempre assiologico, cioè nella dimensione dei valori”, elevando la definizione che riguarda appunto i “valori tradizionali”, ribadito fino alla noia da Putin e da tutti i politici russi quasi senza un vero contenuto. Invece “la cultura è ciò che porta dentro di sé i valori”, spiega il patriarca, altrimenti “senza valori non si conserva alcuna cultura, che si dissolve nella polvere… noi conosciamo questi cataclismi che hanno distrutto intere civiltà”. Questa è la sfida che l’ortodossia russa vuole lanciare al mondo intero, la custodia della tradizione come garanzia della sopravvivenza della vera civilizzazione, il “meccanismo di trasmissione dei valori”.
Con una serie di dotte citazioni, Kirill commenta l’origine stessa del termine “cultura” a partire dal concetto di “culto”, che giustifica “l’approccio assiologico: ciò che ha valore è ciò che è santo per la società nel suo sviluppo storico”. La prevalenza della religione sulla stessa filosofia è un tema molto caro a Kirill, che nella relazione critica i principali teorici del razionalismo occidentale, da August Comte a Ludwig Feuerbach fino al “ben noto per noi russi” Karl Marx. Spesso il patriarca ha collegato questa “deriva positivista” con l’eredità della scolastica latina, un argomento classico delle polemiche teologiche tra cattolici e ortodossi, ma ora cerca di andare oltre, in quanto “nei nostri tempi questa pretesa di superiorità filosofica sulla religione è ormai riconosciuta come inconsistente, soprattutto dopo la conclusione del dramma dell’ateismo umanista del XX secolo”.
La sfida di oggi, secondo Kirill, è quella di trovare un nuovo senso della vita nelle società mondiali, disseccate dalle fonti della vera spiritualità. La filosofia marxista affermava che l’uomo “vive per le generazioni future, ma questo è un assurdo, allora la tua vita personale che valore può avere?”. Se l’uomo è soltanto una “cinghia di trasmissione”, anche chi verrà dopo di noi vivrà senza dare alcun senso all’esistenza, questa è “una relazione distruttiva con la personalità umana, con l’essere razionale che Dio ha destinato a scopi elevati”, afferma il patriarca. C’è bisogno di una nuova paideia, un processo di educazione e formazione dell’uomo, il termine greco che dà origine al significato stesso della “cultura”.
Il mondo di oggi non è più capace di formare, non trasmette neppure “la cultura fisica e il senso estetico”, e quindi oggi si rende necessario “fare ogni sforzo per difendere e proteggere le fondamenta stesse della cultura, come un coltivatore che non dimentica i semi nel terreno, che finirebbero soffocati dalla natura selvaggia”. Questa è proprio l’immagine che il patriarca vuole promuovere, comparando la cura russa dei valori con la “foresta incolta” dell’Occidente e in generale della società universale, in quella che egli chiama la raskulturivanie, la “de-culturizzazione” del mondo. Esempio di questa degradazione è stata la passata Olimpiade di Parigi, con i suoi simbolismi dissacranti e le sue polemiche di genere: “quando guardavo le immagini dei cortei inaugurali sulla Senna” – ricorda il patriarca – “mi dicevo: non si può offendere Dio in questo modo! Questo è un incredibile regresso della civiltà occidentale, che cerca di soffocare in sé tutte le altre culture”.
Gli uomini di oggi, secondo Kirill, “continuano a pronunciare parole comuni e a seguire le abitudini, senza chiedersi nulla sulla loro origine e sul loro significato”. I russi per dire grazie usano la parola Spasibo, che deriva da Spasi Bog, “Dio ti salvi”, e sono tanti gli esempi che il patriarca ricorda per indicare le radici del senso del vivere comune, che vanno ritrovate per evitare la raskulturivanie e non farla diventare una rasčelovečivanie, una “disumanizzazione” in cui “la cultura perde la propria anima”. Il patriarca ricorda che “il cristianesimo non è mai stato una proprietà di un’unica cultura, esso appartiene al mondo intero”, e va ben oltre il concetto di “mondo cristiano”, perché valorizza “ogni cultura nazionale come tesoro dell’intero mondo”. La cultura russa non fa eccezione, ma avendo attraversato prove particolarmente dure, “che ha saputo affrontare con coraggio”, oggi è la cultura in grado di “arricchire il mondo intero” e di contrastare “il globalismo che annulla e appiattisce le diverse culture, cercando di rendere tutti gli uomini uguali… questi uomini non saranno in grado di trasmettere i valori alle generazioni future, nella cancel culture, la cultura del clic in cui tutto è permesso”.
In conclusione, il patriarca Kirill pone dunque la domanda su cui il mondo intero oggi si divide: “la cultura del XXI secolo deve essere sovrana, oppure globale?”, e la riporta su un livello più profondo, “deve essere una cultura, oppure una anti-cultura?”. Si tratta di una questione su “che cosa deve essere oggi l’uomo”, ed egli propone la risposta del podvig, il termine monastico per indicare il sacrificio della persona per il bene comune. Citando infine il grande teologo russo Pavel Florenskij, martire del comunismo staliniano, egli ricorda le sue parole dal lager delle isole Solovki: “non fate niente che non abbia un vero gusto della vita, perché fare le cose in qualche modo può far perdere il senso di ogni cosa”.
Il patriarca russo riprende le riflessioni di molti ideologi ortodossi, cercando di evitare le sintesi troppo banali e radicali, appellandosi a pensatori come il teologo e politologo Aleksandr Ščipkov, che ha pubblicato nei giorni scorsi un saggio sulla “Crisi della teoria e della pratica delle azioni di difesa dei diritti umani” in cui commenta il “problema della concettualizzazione dei diritti liberali e della crisi degli istituti umanitari”. I russi insistono per dimostrare la debolezza della concezione occidentale della libertà, che si trasforma in una “dottrina dogmatica”, una “falsa metafisica” che rende impossibile la riconquista della vera libertà dei “valori” per cui oggi la Russia combatte. Esiste una guerra militare e una guerra di informazione, ma la guerra dei russi è anzitutto di principio, e chiede risposte alle domande più profonde del mondo contemporaneo.

VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)
MEMORIA DELLA BEATA VERGINE MARIA ADDOLORATA
Cari amici di Radio Maria buona Domenica,
Il 15 Settembre, giorno successivo alla Esaltazione della Santa Croce, la Chiesa celebra la memoria della Beata Vergine Maria addolorata, una delle celebrazioni mariane più sentite dai fedeli, che vedono nel dolore della Madre una partecipazione alle sofferenze che affliggono l’esistenza umana dalla nascita alla morte.
Della conoscenza che abbiamo dal Vangelo la vita della Madonna è stata un cammino fra prove di ogni genere, nella quali è progredita nella fede e nell’amore, fino a toccare vette sconosciute a qualsiasi altra creatura.
Come non commuoverci davanti alle traversie che la Vergine di Nazareth ha dovuto affrontare fin dal momento dell’Annunciazione, cui è succeduto il faticosa viaggio a Betlemme, la nascita di Gesù in una grotta per animali, la minaccia del sanguinario Erode, la fuga in Egitto, lo status di profughi in un paese straniero e infine il ritorno a Nazareth?
Noi non conosciamo con quale ansia la Sacra famiglia, ben consapevole del tesoro che era stato loro affidato, ha affrontato minacce e pericoli, che potevano compromettere la vita del Bambino e che possiamo intravedere in quei tre giorni, in cui cercavano Gesù a Gerusalemme, trovandolo con i sapienti del Tempio.
Eppure tutto questo era ben poco a confronto di ciò che la Madre avrebbe dovuto affrontare, come le era stato profetizzata da Simeone: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima».
In quel momento Maria comprende che la sua vita è intimamente unita a quella del Figlio, della quale dovrà condividere ogni passaggio, in modo particolare partecipando alla sua missione di Salvatore, fino alla salita del Calvario e alla sua morte in Croce.
Maria comprende che la sua missione è quella di Cooperatrice della Redenzione, facendo propria l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre. Accetta col cuore straziato tutto ciò che il Figlio ha accettato per nostro amore. Lei stessa, ai piedi della Croce dice “si”! col Figlio al sacrificio della vita per la salvezza del mondo.
Col medesimo amore Maria accoglie la volontà del Figlio di essere nostra Madre e da quel momento si preoccupa della salvezza eterna di ognuno di noi, versando lacrime di sangue per ogni suo figlio che si perde stoltamente nel peccato.
Accogliamo Maria come madre, partecipiamo al suo amore e al suo dolore e cooperiamo con Lei, in questi tempi di tradimenti della Fede e della Croce, alla grande opera della salvezza delle anime
Vostro Padre Livio
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STABAT MATER
La Madre addolorata stava
in lacrime presso la Croce
mentre pendeva il Figlio.
E la Sua anima gemente,
contristata e dolente
fu trafitta da una spada.
Oh, quanto triste e afflitta
fu la benedetta
Madre dell’Unigenito!
Come si rattristava, si doleva
la Pia Madre vedendo
le pene del celebre Figlio!
Chi non piangerebbe
al vedere la Madre di Cristo
in tanto supplizio?
Chi non si rattristerebbe
al contemplare la pia Madre
dolente accanto al Figlio?
A causa dei peccati del suo popolo
Ella vide Gesù nei tormenti,
sottoposto ai flagelli.
Vide il suo dolce Nato
che moriva desolato
mentre esalava lo spirito.
Oh, Madre, fonte d’amore,
fammi provare lo stesso dolore
perché possa piangere con Te.
Fa’ che il mio cuore arda
nell’amare Cristo Dio
per fare cosa a Lui gradita.
Santa Madre, fai questo:
imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso
fortemente nel mio cuore.
Del Tuo Figlio ferito
che si è degnato di patire per me,
dividi con me le pene.
Fammi piangere intensamente con Te,
condividendo il dolore del Crocifisso,
finché io vivrò.
Accanto alla Croce desidero stare con Te,
in Tua compagnia,
nel compianto.
O Vergine gloriosa fra le vergini
non essere aspra con me,
fammi piangere con Te.
Fa’ che io porti la morte di Cristo,
fammi avere parte alla Sua passione
e fammi ricordare delle Sue piaghe.
Fa’ che sia ferito delle Sue ferite,
che mi inebri della Croce
e del sangue del Tuo Figlio.
Che io non sia bruciato dalle fiamme,
che io sia, o Vergine, da Te difeso
nel giorno del Giudizio.
Fa’ che io sia protetto dalla Croce,
che io sia fortificato dalla morte di Cristo,
consolato dalla grazia.
Quando il mio corpo morirà
fa’ che all’anima sia data
la gloria del Paradiso.
Amen

INCONTRARE I VEGGENTI E’ SEMPRE PIU’ DIFFICILE

