"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Agosto 2024 Pagina 11 di 21

🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 76 – LA CATECHESI SULLA CREAZIONE

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LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Lunedì 19 Agosto 2024

H 9 : Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivo.it – Facebook – YouTube in differita

GESU’ E’ LA VIA

E’ la via nel senso che è l’unica via che porta al Padre

E’ una via stretta e in salita che porta alla meta

E’ una via lungo l quale bisogna rialzarsi con umiltà

E’ una via lungo la quale perseverare fino alla fine

E’ una via che porta al compimento della vita: la gioia del Cielo

LA GUERRA NON SI PLACA

Medio Oriente fra tregua (Gaza) e nuovo fronte (Libano)

La Russia costretta a difendersi sul suo territorio (Kurks)

IL PIANO DI SATANA PER DISTRUGGERE IL MONDO

La Madonna lo ha rivelato nel 25 Gennaio 1991 e poi ripetuto due volte recentemente (25 marzo 2020 e 2022)

La Deterrenza nucleare funziona ancora?

La possibilità di distruggere il mondo è entrata nelle menti attraverso il fanatismo religioso (Vedi articolo di Michail Epstejn sul Blog)

Anche l’ultima guerra è arrivato sul filo della distruzione atomica.

La Madonna è qui per salvare le nostre vite e il pianeta sul quale viviamo (Messaggio 25 marzo 2022)

BLOG:

°Il Sacerdozio nel tempo dei segreti (Commento a un testo di Maria Valtorta)

°La Chiesa sa che i segreti sono una cosa tremendamente seria


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La battaglia di Kursk, la nuova Ucraina

di Stefano Caprio-Asia News 18 Agosto 2024

Rileggendo la sua lunga storia la conquista dei “mille chilometri quadrati” della regione di Kursk da parte dell’esercito ucraino ha anche un significato simbolico, prima ancora dei vantaggi militari o diplomatici che ne potrebbero conseguire. È un modo per riaffermare la storica superiorità di Kiev su Mosca. Proprio mentre i russi inaugurano un nuovo grandioso complesso a Sebastopoli in Crimea.

Come è noto, il termine “ucraina” significa “confine”, e la sorprendente avanzata delle truppe di Kiev nella regione di Kursk sposta questo limite verso Oriente, ridefinendo ancora una volta i rapporti tra le due anime dell’antica Rus’, la Russia e l’Ucraina contemporanea. Non esiste infatti un vero confine geografico tra queste due parti del mondo russo, se non il fiume Dnepr che da Kiev a Kherson esprime quel passaggio che ha generato la stessa natura storica dei russi, che attraverso i fiumi cercavano di connettersi con i regni europei e staccarsi dalle radici asiatiche, rimbalzando storicamente da entrambe le sponde dell’Eurasia.

Kursk era un principato più antico di Mosca, risalente alla fine dell’XI secolo, quando nel 1095 fu concesso a Izjaslav, il figlio del granduca di Kiev Vladimir “il Monomaco”, che si riteneva erede degli imperatori bizantini avendo sposato una delle loro figlie, e fu l’ultimo monarca della Rus’ di Kiev a tenere in qualche modo uniti tutti i territori contesi da figli e nipoti. Del “secondo Vladimir”, a cui fu dedicata la città che divenne capitale per qualche decennio, usurpando il potere della stessa Kiev, si ricorda un testo chiamato Poučenie, “Ammonizione”, che all’inizio del XII secolo supplicava, con dovizia di citazioni bibliche, tutti gli altri principi di far cessare le lotte intestine, in russo antico i meždousobnja brani, che caratterizzavano la vita dell’antico Stato russo e che ancora oggi si ricordano nelle invocazioni della liturgia slava-ecclesiastica, come uno dei mali principali per cui chiedere a Dio la misericordia e il perdono.

La lotta per Kursk è ricordata nell’antica Cronaca di Nestor come la guerra tra i Monomakhovy e i Mstislavoviči, gli eredi di due rami della famiglia antica dei sovrani kieviani, e si trasformò tra il 1183 e il 1185 nella campagna contro i nemici provenienti da oltre il fiume Volga, i polovtsy poi riassorbiti dai tataro-mongoli. Il principe Vsevolod di Kursk si unì a quello di Novgorod, Igor Svjatoslavič, in una battaglia che avrebbe potuto riunire tutte le famiglie in lotta contro il nemico esterno, ma che si concluse con una tragica sconfitta. Questo evento fu esaltato dal poema del Canto della schiera di Igor, il più grande capolavoro della letteratura della Rus’ di Kiev, in cui la sconfitta si trasforma in promessa di rinascita, chiamando la natura, gli antichi dèi pagani e l’intero popolo russo a unirsi per riscoprire la propria anima, chiudendo infine con la consacrazione della Rus’ alla Madre di Dio, nella “doppia fede” pagana e cristiana che caratterizzava questi secoli leggendari a cui oggi la Russia cerca di rifarsi per ritrovare sé stessa, finendo per scontrarsi di nuovo con le proprie divisioni e contraddizioni.

Kursk fu uno degli ultimi baluardi di fronte all’avanzata dei tartari, ottenendo una parziale vittoria nella battaglia di Kalka del 1223, per poi essere travolta dalle armate del khan Batyj nel 1239, subito prima della distruzione della stessa Kiev. Il suo territorio continuò a essere chiamato “principato di Kursk”, anche se non c’era più alcun principe, rimanendo a disposizione di tutti gli avventurieri dell’occidente polacco-lituano e dell’oriente della nuova capitale che si stava formando in quei frangenti sfruttando l’amicizia con i tartari, quella Mosca fondata nel 1147 e distante 500 chilometri da Kursk, che fino al 1300 era rimasta una semplice stazione di posta dei commerci più settentrionali, sul fiume Moskva. La riscossa avvenne agli inizi del XIV secolo, con singolare analogia storica grazie alla dinastia detta di Putivl, il titolo di una roccaforte simile al nome dell’attuale presidente della Russia, per cui Putin significa “Colui che è sulla strada”. Per tre secoli il principato di Kursk rimase parte del regno di Lituania, per essere poi riassorbito nella Russia seicentesca degli zar insieme a Kiev.

La conquista dei “mille chilometri quadrati” della regione di Kursk da parte dell’esercito ucraino assume quindi un significato simbolico evidente, prima ancora dei vantaggi militari o diplomatici che ne potrebbero conseguire, riaffermando la storica superiorità di Kiev su Mosca, ribadita nei giorni scorsi in occasione dei festeggiamenti per il Battesimo dell’antica Rus’. È una “vittoria morale” che trascina la coperta corta della comune loggia dei territori verso l’Ucraina, oggi supportata da Europa e America, come un tempo da Lituania e Polonia, e tra l’altro si ricollega, sempre in modo simbolico, alla tragedia del sottomarino K-141 Kursk, affondato nel mare di Barents il 12 agosto del 2000 con 107 vittime dell’intero equipaggio, proprio all’inizio del regno dello zar Putin. Come ha commentato sarcasticamente il presidente ucraino Zelenskyj, “per Putin tutto inizia e tutto finisce con Kursk”. Come peraltro fanno notare diversi osservatori, come il polit-tecnologo Abbas Galljamov, ex-consigliere di Putin oggi in esilio, non è soltanto una mossa ad effetto nella “guerra informativa e psicologica”, ma ha anche un grande significato pratico, mostrando al mondo intero “stanco della guerra” che la Russia sterminata è in fondo un Paese senza vera difesa, oggi come ai tempi dei polovtsy, dei tartari e delle lotte intestine.

Concentrandosi sul Donbass, i russi hanno lasciato scoperti i confini di Kursk, Belgorod, Brjansk e altre zone meridionali, cambiando il quadro dipinto dalla propaganda putiniana che predica la guerra perenne e universale, senza tener conto della propria fragilità endemica, quella di un territorio troppo vasto per un popolo pur aggressivo e orgoglioso, ma di fatto non così dominante come vorrebbe essere nelle sue aspirazioni imperiali. I russi sono poco più di 140 milioni (di cui almeno 30 di altra etnia) su un’estensione vasta come un sesto delle terre emerse, quattro volte più grande della Cina e dell’India, dove vivono popolazioni dieci volte più numerose, e a Occidente deve fronteggiare mezzo miliardo di europei, schierati a difesa dei 40 milioni di ucraini, forse non abbastanza per sovrastare l’esercito di Mosca, ma più che sufficienti per riportare il conflitto agli antichi meždousobnja brani.

Galljamov risale addirittura a prima della storia della Rus’, ricordando “le guerre degli Sciti”, le mitiche popolazioni che per gli antichi romani riassumevano tutte le minacce provenienti da Oriente. Allora i barbari asiatici si scagliavano contro una parte o l’altra dell’impero, per poi doversi ritirare e attestare su zone limitate, senza mai riuscire a prendere il controllo del Caucaso o del mar Nero, dove avvenivano le battaglie di quei tempi, e dove oggi si ripetono quelle contraddizioni. Gli ucraini combattono non tanto per conquistare territori, ma per tagliare la strada ai russi nelle zone cruciali, magari prendendo il controllo di centrali elettriche o nucleari, ponti e snodi stradali, considerando lo stesso Donbass soltanto un “corridoio per la Crimea e il mar Nero”, da dove Putin vorrebbe poter affermare il suo potere verso l’Europa, il Mediterraneo, il mondo intero.

L’attacco ucraino ha quindi colpito al cuore l’intero sistema bellico della Russia, lasciando esterrefatto lo stesso zar per l’incompetenza mostrata dai suoi generali, che non si erano neppure accorti delle migliaia di soldati pronti a irrompere sul suo territorio. La propaganda cerca in tutti i modi di denigrare e ridurre al minimo le conseguenze della “contro-invasione”, addirittura diffondendo una nuova variante dell’inno bellico del cantante Šaman, che invece di proclamare Ja russkij!, oggi grida Ja kurskij!, “Sono di Kursk!”, finendo per scivolare totalmente nel ridicolo, sottolineando ulteriormente l’efficacia della strategia di Kiev. Il ministero russo della difesa, terremotato nei mesi scorsi da Putin per renderlo il vero centro del potere militare-spirituale della Russia, continua a ripetere che l’esercito ha fermato l’avanzata ucraina, quasi pensassero che potessero giungere fino a Mosca come le colonne della compagnia Wagner di Evgenij Prigožin, senza rendersi conto del vero effetto della mossa a sorpresa, che fa il paio simbolicamente con la riconquista di Kherson, alla foce del Dnepr a novembre 2022, bloccando la guerra russa sulle due sponde, le “due ucraine” della storia.

Il valore simbolico della “campagna di Kursk” è ulteriormente sottolineato dal legame temporale con l’apertura solenne a Sebastopoli, la capitale della Crimea, del grandioso complesso ecclesiastico-museale del “Nuovo Chersoneso”, già ribattezzato la “Mecca russa”, voluto fortemente dallo stesso Putin e realizzato sotto la regia del suo “padre spirituale”, il metropolita ortodosso della Crimea Tikhon (Ševkunov). Gli ucraini sanno cogliere i momenti in cui ferire in modo particolarmente sanguinoso l’orgoglio dei russi, fin dalla rivolta popolare dell’Euromaidan, che ebbe inizio nell’inverno 2013-2014, proprio durante le Olimpiadi invernali di Soči che volevano mostrare il trionfo del putinismo, che nei giorni scorsi ha invece trangugiato l’amarezza dell’esclusione dalle Olimpiadi di Parigi.

Gli storici e gli archeologi del mondo intero sono esterrefatti per lo scempio prodotto dai russi, con la distruzione a Sebastopoli del sito archeologico dell’antica Tauride, patrimonio universale dell’Unesco, oggi ricoperto da edifici grotteschi per turisti e ammiratori, che diffondono musiche di ogni genere e invitano ai concerti della Russia vincitrice. Era una colonia greca, la più antica su tutte le coste del mar Nero, e il 30 luglio all’inaugurazione le sue strade ricoperte dalle fastose decorazioni sono state calpestate da 250 mila persone. Neanche i sovietici avevano osato toccare le rovine di Chersoneso, oggi sacrificate all’estasi ortodosso-patriottica, ma il trionfo della riscrittura della storia viene ormai oscurato dalla revisione di un’altra storia, quella che apre di nuovo le voragini della Russia di Kursk.

🔴LIVE🔴🙏🚗⛪️🔔LIVE  PELLEGRINO A QUATTRORUOTE – itinerari con Padre Livio – puntata 31: PONTMAIN

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🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 75 – LA CATECHESI SULLA CREAZIONE

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BUONA DOMENICA

DOMENICA VENTESIMA DEL TEMPO ODINARIO (B)

Cari amici di Radio Maria Buona domenica a tutti!

Non cediamo alla tentazione di considerare la Domenica un giorno come tutti gli altri, perché ci priveremmo del giorno più importane della settimana, che Dio ci ha donato per la salvezza di noi stessi dal peccato e dalla morte, che corrodono e distruggono la nostra vita.

Infatti la Domenica è il giorno del Signore, il giorno della sua Resurrezione, nel quale ha vinto i nemici del genere umano, che nessun altro ha mai potuto o potrebbe eliminare.

La Domenica è per eccellenza il giorno dell’Eucaristia, che rende presente  il sacrificio redentore di Cristo, al quale siamo invitati a partecipare per avere in dono la vita eterna.

Oggi il vangelo ci presenta le parole straordinarie che Gesù ha pronunciato nella Sinagoga di Cafarnao che riguardano la istituzione dell’Eucaristia, il Pane vivo disceso dal Cielo, che il Padre ci dona per saziare la nostra fame di immortalità.

Questo pane è Gesù stesso, nella sua santa umanità unita alla divinità, che ci rende partecipi di ciò che Lui è, il Verbo eternamente generato dal Padre che, unendoci alla sua umanità, ci rende partecipi della stessa vita di Dio.

Noi non siamo creature terrene che si nutrono delle cose della terra per essere sazie, perché abbiamo un’anima spirituale e immortale, che viene direttamente da Dio e al quale anela per nutrire se stessa.

Ebbene, per saziare la nostra fame di Dio, che cosa poteva fare l’Onnipotente se non donarci nella santa Eucaristia se stesso,  con la sua santa umanità glorificata e indissolubilmente congiunta alla sua divinità?

Se noi comprendessimo che cosa è l’Eucaristia e come questo mistero di amore divino sia il cuore della fede,  metteremmo la partecipazione alla Santa Messa al primo posto della Domenica e lasceremmo qualsiasi cosa pur di non mancare all’invito che il Signore  ci fa attraverso la Chiesa.

Imprimiamoci nella mente e nel cuore queste parole di Gesù: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Nutrendoci di Cristo diveniamo una sola cosa con Lui e con il Padre, già ora nel nostro cammino verso il Cielo.

Per ricevere il Signore della Santa Comunione non solo dobbiamo avere una fede viva, ma anche un cuore puro. Per questo dobbiamo prepararci col pentimento dei nostri peccati e, nel caso di colpe gravi, anche col Sacramento della Confessione.

Le verità della fede, cari amici, non cambiano e attendono che noi, dopo aver deragliato a nostro danno, ritorniamo sui nostri passi. Per salvare la nostra vita da un fallimento irrecuperabile, non ci resta che ricominciare dalla Preghiera, dai Comandamenti e dai Sacramenti il cui cuore è proprio  l’Eucaristia.

Vostro Padre Livio

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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,51-58
 
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
 
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
 
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
 
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore

🙏🕯️UN’AVE PER VOI DA QUESTO BEL SANTUARIO 🕯️〽️NOSTRA SIGNORA DI LOURDES- MONGUZZO (COMO)

La rischiosa Ostpolitik di Viktor Orbán

14 Agosto 2024 di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1860

Il riferimento di Orbán alla tradizione cristiana è certamente giusto. Ma come può un cristiano, sia pure calvinista come lui, pensare che il futuro del mondo appartenga all’Asia comunista, islamica, confuciana, induista e buddista, e non a Gesù Cristo, Re della storia. al quale tutto è possibile, anche una luminosa rinascita dell’Occidente oggi immerso nel buio della confusione?

Centodieci anni fa, tra il 14 e il 24 agosto 1914, fu combattuta tra l’esercito tedesco e le armate francese e britannica la “battaglia delle frontiere”, la prima battaglia della Grande Guerra, ai confini tra Francia, Belgio e Germania. Le vittime furono decine di migliaia, da ambo le parti. I francesi erano convinti di sbaragliare il nemico grazie a una presunta superiorità morale delle loro truppe; i tedeschi, confidavano nella loro supremazia militare e organizzativa. Entrambi erano convinti che la guerra non si sarebbe prolungata più di sei mesi. Il conflitto sarebbe durato invece oltre quattro anni provocando quasi dieci milioni di morti e l’inizio della decadenza dell’Occidente. Allora la guerra scoppiò nel cuore dell’Europa, oggi sta divampando ai confini di un continente accerchiato. 

Di fronte alla minaccia della guerra mondiale, due scuole di pensiero si sono confrontate nell’ultimo secolo: gli “universalisti” e i “realisti”. I primi sono convinti che la pace del mondo sarebbe assicurata dal tramonto degli Stati nazionali, sostituiti da una costituzione giuridica universale. Per i secondi, invece, gli interessi degli Stati nazionali dovrebbero essere la norma regolatrice dell’ordine internazionale.  Entrambe le scuole di pensiero, prive di una profonda teologia della storia, hanno mostrato la loro inadeguatezza, cadendo nell’utopismo o nel machiavellismo.   

Oggi la scuola “realista” sembra aver trovato un suo punto di riferimento nel premier ungherese Viktor Orbán che oppone una “realpolitik”, fondata sugli interessi nazionali del suo paese, all’universalismo della sinistra internazionale. Ma questo “nazionalismo pragmatista” rappresenta una soluzione adeguata alla grave crisi che attraversiamo? L’ultimo discorso di Orbán, tenuto il 30 luglio al campo universitario estivo di  Bálványos, in Romania, ci offre qualche spunto di riflessione a questo proposito.

 Per Orbán la guerra russo-ucraina ha portato alla luce il fatto che il problema più grande che il mondo oggi deve affrontare è la disintegrazione dell’Occidente. Secondo il Primo ministro dell’Ungheria, l’Occidente attraversa oggi una crisi profonda, soprattutto a causa della negazione del ruolo degli Stati nazionali. «Se leggiamo attentamente i documenti europei, è chiaro che l’obiettivo è quello di trasferire poteri e sovranità dagli stati nazionali a BruxellesLa conseguenza è che Bruxelles rimane sotto l’occupazione di un’oligarchia liberale». 

Da questa giusta osservazione segue un meno condivisibile auspicio ad un mondo “post-liberale”, aperto ad Oriente. Non a caso – osserva Orbán – sistemi estranei alle democrazie occidentali, come quelli di Singapore, Cina, India, Turchia, Russia «non sono liberali e forse neppure democratici, ma ciononostante contribuiscono al successo delle rispettive nazioni». L’Asia è divenuta per questo il centro della geopolitica del futuro. «L’Asia avrà – o forse ha già – più soldi, i più grandi fondi finanziari, le più grandi aziende del mondo, le migliori università, i migliori istituti di ricerca e le più grandi borse valori. Avrà – o ha già – la ricerca spaziale più avanzata e la scienza medica più avanzata». E’ all’Asia dunque, più che all’Occidente, che l’Ungheria deve guardare per garantire i suoi interessi nazionali.

L’Europa, per Orbán, è destinata ad avere un ruolo di «museo a cielo aperto»; «un continente oggetto di meraviglia, ma privo al suo interno di un dinamismo di sviluppo». A meno che non si punti sull’«autonomia strategica europea» evocata dal presidente francese Macron. In questa prospettiva sarebbe possibile realizzare sviluppi infrastrutturali, soprattutto nell’Europa centrale, promuovere un’alleanza militare europea con una forte industria della difesa, puntare all’autosufficienza energetica, che non sarebbe possibile senza l’energia nucleare. In ogni caso «dobbiamo essere preparati al fatto che l’Ucraina non sarà membro della NATO o dell’Unione europea, perché noi europei non abbiamo abbastanza soldi per questo. L’Ucraina tornerà alla posizione di stato cuscinetto». 

Secondo Orbán l’attuale cambiamento del sistema globale, che vedrà al suo centro l’Asia e non più l’Occidente, «non è una minaccia, ma piuttosto un’opportunità per l’Ungheria». Il premier ungherese ha citato come esempio l’offerta del presidente cinese Xi Jinping all’Ungheria di partecipare alla modernizzazione reciproca, annunciata durante la sua visita a Budapest nel maggio 2024: un’occasione significativa per attrarre risorse e fondi della Cina. Per questo, afferma Orbán: «Non ci lasceremo coinvolgere nella guerra contro l’Oriente. Non ci uniremo alla formazione di un blocco tecnologico che si oppone all’Oriente, e non ci uniremo alla formazione di un blocco commerciale che si oppone all’Oriente. Stiamo radunando amici e partner, non nemici economici o ideologici. Non stiamo prendendo la strada intellettualmente molto più facile di agganciarci a qualcuno, ma stiamo andando per la nostra strada».

Nel giugno 2024, dopo le elezioni europee, Orbán ha fondato a Strasburgo il gruppo sovranista dei Patrioti per l’Europadi cui fanno parte il Rassemblement national di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini. Il nuovo gruppo si propone di costituire un blocco alternativo a quello dei Conservatori e riformisti europei (ECR) di cui sono copresidentiNicola Procaccini di Fratelli d’Italia e il polacco Joachim Brudziński del partito Diritto e Giustizia (PiS). La linea “filo-orientale” di Orbán si contrappone a quella “filo-occidentale” polacca, che, oltre Varsavia, comprende Londra, Kiev, i Paesi baltici e scandinavi, ma anche l’Italia di Giorgia Meloni.

Però, alcune domande ed obiezioni possono essere sollevate nei confronti della posizione di Orbán esposta il 30 luglio a Bálványos.

Una concezione autenticamente realista della politica internazionale deve mettere in bilancio la possibilità, a breve termine, di una più ampia deflagrazione bellica. Quale posizione prenderà Orbán in questo caso? Si richiamerà all’esempio di Giovanni Hunyadi, l’eroe ungherese vittorioso contro l’Islam a Belgrado (1456), o sceglierà la via del “collaborazionismo” con quei nemici dell’Occidente contro i quali l’Europa ha definito la sua identità nel corso della storia? 

Il realismo di Orbán ricorda la Ostpolitik di Nixon e Kissinger verso la Cina e quella di Paolo VI e del cardinale Casaroli verso l’Unione Sovietica. I primi non previdero che grazie alla loro politica di distensione la Cina sarebbe diventata il principale avversario politico ed economico degli Stati Uniti. I secondi non previdero il crollo del comunismo e sacrificarono al dialogo con Mosca la testa del primate di Ungheria Josef Mindszenty. La strategia di Orbán ricorda l’Ostpolitik vaticana e americana non solo per la “mano tesa” all’Oriente russo e cinese, ma anche per l’errata convinzione di una irreversibilità del corso storico, al quale non si può fare altro che uniformarsi.  

La dimensione ideologica, senza la quale non si può spiegare il neo-comunismo di Putin e di Xi Jinping, sembra del tutto assente dalla visione strategica di Orbán, concentrata nella difesa pragmatica dello Stato nazionale. Ciò comporta, a suo parere, la lotta al declino demografico, la conservazione della lingua e il rifiuto della “religione zero” in Ungheria. «La religione zero è uno stato in cui la fede è scomparsa da tempo, ma c’è stata anche la perdita della capacità della tradizione cristiana di fornirci regole culturali e morali di comportamento che governano il nostro rapporto con il lavoro, il denaro, la famiglia, le relazioni sessuali e l’ordine delle priorità nel modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri».   

 Il riferimento di Orbán alla tradizione cristiana è certamente giusto. Ma come può un cristiano, sia pure calvinista come lui, pensare che il futuro del mondo appartenga all’Asia comunista, islamica, confuciana, induista e buddista, e non a Gesù Cristo, Re della storia. al quale tutto è possibile, anche una luminosa rinascita dell’Occidente oggi immerso nel buio della confusione?

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Quando il tempo verrà, molte stelle saranno travolte dalle spire di Lucifero” (M. Valtorta Quaderni del 1943)

Caro Padre Livio,

in argomento Ultimi tempi, Anticristo, persecuzione alla Chiesa, seduzione e defezioni di molti, vi è anche questo breve testo della Valtorta, dai meravigliosi Quaderni del 1943 (23.7.1943).

Un caro saluto Luigi

Maria Valtorta – Quaderni – 23 luglio 1943:

Quando il tempo verrà, molte stelle saranno travolte dalle spire di Lucifero Dice Gesù:

«Quando il tempo verrà, molte stelle saranno travolte dalle spire di Lucifero, che per vincere ha bisogno di diminuire le luci delle anime. Ciò potrà avvenire perché non solo i laici, ma anche gli ecclesiastici hanno perso e perdono sempre più quella fermezza di fede, di carità, di forza, di purezza, di distacco dalle seduzioni del mondo, necessarie per rimanere nell’orbita della luce di Dio.

Comprendi chi sono le stelle di cui parlo? Sono quelli che Io ho definito sale della terra e luce del mondo: i miei ministri. Studio dell’acuta malizia di Satana è di spegnere, travolgendoli, questi luminari che sono luci riflettenti la mia Luce alle turbe. Se con tanta luce, che ancora la Chiesa sacerdotale emana, le anime stanno sempre più sprofondando nelle tenebre, è intuitivo quale tenebra schiaccerà le turbe quando molte stelle si spegneranno nel mio cielo.

Satana lo sa e semina i suoi semi per preparare la debolezza del sacerdozio, onde poterlo travolgere facilmente in peccati, non tanto di senso quanto di pensiero. Nel caos mentale sarà per lui facile provocare il caos spirituale. Nel caos spirituale i deboli, davanti alle fiumane delle persecuzioni, commetteranno peccato di viltà, rinnegando la fede.

Non morrà la Chiesa, perché Io sarò con essa. Ma conoscerà ore di tenebre e orrore simili a quelle della mia Passione, moltiplicate nel tempo perché così deve essere. Deve essere che la Chiesa soffra quanto sofferse il suo Creatore, avanti di morire per risuscitare in forma eterna. Deve essere che la Chiesa soffra molto più a lungo perché la Chiesa non è, nei suoi membri, perfetta come il suo Creatore e, se Io soffersi delle ore, essa deve soffrire delle settimane e settimane di ore.

Come sorse perseguitata e alimentata da potere soprannaturale nei primi tempi e nei migliori suoi figli, così ugualmente sarà di lei quando verranno i tempi ultimi in cui esisterà, sussisterà, resisterà alla marea satanica e alle battaglie dell’Anticristo coi suoi figli migliori. Selezione dolorosa, ma giusta.

È logico che in un mondo in cui tante luci spirituali saranno morte si instauri, palesemente, il regno breve ma tremendo dell’Anticristo, generato da Satana così come il Cristo fu generato dal Padre. Cristo figlio del Padre, generato dall’Amore con la Purezza. Anticristo figlio di Satana, generato dall’Odio con l’Impurità triplice. Come ulive fra le mole del frantoio, i figli del Cristo saranno perseguitati, spremuti, stritolati dalla Bestia vorace. Ma non inghiottiti, poiché il Sangue non permetterà che siano corrotti nello spirito.

Come i primi, gli ultimi saranno falciati come manipoli di spighe nella persecuzione estrema e la terra beverà il loro sangue. Ma beati in eterno per la loro perseveranza coloro che muoiono fedeli al Signore.

_______________

Caro Luigi,

 i Quaderni di Maria Valtorta descrivono in modo insuperabile il tempo dell’Apocalisse nei suoi due combattimenti spirituali che spesso si sovrappongono nel loro svolgimento, dato per certo che l’ultimo sarà il più crudele e che provocherà la venuta   di Cristo nella gloria come giudice del mondo.

In questo testo straordinario per sapienza e chiarezza viene messo  in luce l’importanza fondamentale che hanno i Pastori della Chiesa nelle battaglie degli ultimi tempi, nei quali si manifesterà in modo evidente il Regno tremendo dell’Anticristo, figlio primogenito di Satana.

La potenza dell’impero delle tenebre, che toccherà il suo picco nell’ultimo assalto prima della venuta di Cristo, la sperimenteremo già ora, nel tempo dei dieci segreti e possiamo ben dire che ne vediamo  i segni già presenti nel mondo di oggi.

Per ottenere più facilmente la vittoria Satana punta a indebolire il Sacerdozio perché le pecore, private dei loro Pastori più fedeli, si disperdano e diventino preda dei lupi rapaci, che spesso si presentano sotto le sembianze più ingannevoli.

Tuttavia non dobbiamo dimenticare che la Madonna ci ha dato un criterio per  identificare i Pastori fedeli a Cristo e sono  quelli che sono profondamente e sinceramente mariani.

L’importanza del Sacerdozio nelle battaglie degli ultimi tempi è stata messa in Luce in modo particolare dalla Regina della pace, nella lunga serie di messaggi sui Pastori che ci ha donato dal 2009 al 2015, il due di ogni mese attraverso Mirjana.

La Madonna con le sue parole piene di luce e di amore ci ha fatto capire come sia essenziale il compito dei Pastori, quanto eccelsa sia  la loro soprannaturale dignità, quanto gravi siano i loro compiti e come sia necessaria la nostra preghiera per loro.

Pregare e amare i nostri Pastori è una della raccomandazioni più insistenti della Regina della pace, che dobbiamo prendere seriamente a cuore, perché è in questo modo che possiamo aiutarli, senza cadere nell’inganno satanico della loro delegittimazione .

Hanno bisogno della nostra preghiera e del nostro amore perché, come La Madonna ci ha mostrato nel drammatico scenario del terzo segreto di Fatima, molti di loro saranno chiamati ad affrontare coraggiosamente il martirio lungo la via del Calvario, che la Chiesa deve percorrere per la sua purificazione.

Che non accada, a causa della nostra negligenza, che ci siano quelli che tradiscono per mancanza di fede e di coraggio.

Ave Maria

Padre Livio

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