Questo è il giorno che ci ha dato il Signore all’inizio e al termine della settimana, a indicare che la nostra vita viene da Dio e a Lui ritorna.
E’ il giorno nel quale Cristo è risorto glorioso, vincitore del male e della morte, e ci invita a partecipare all’Eucaristia per illuminarci con la sua Parola e nutrirci col pane di vita eterna.
La partecipazione alla Santa Messa domenicale è un segno distintivo e insostituibile di vita cristiana, ovunque ci si trovi nel mondo, ed è una fonte inestimabile di grazia e di gioia.
Nel brano di Vangelo di oggi noi vediamo Gesù che, dopo aver scelto Dodici apostoli, fra i suoi numerosi discepoli, li invia due a due ad annunciare la presenza di Dio Regno di Dio e chiamare alla conversione, investendoli del potere di cacciare i demoni.
Questo è l’essenziale dell’apostolo, che non deve caricarsi di inutili zavorre, ma di tutti quei mezzi spirituali con i quali strappare le anime dal potere del maligno.
Ciò che colpisce nella Sacra Scrittura e che rappresenta qualcosa di eccezionale, è quanto le pagine dei Vangeli e del Nuovo Testamento in generale siano popolate da demoni, che prima di Gesù erano misteriosamente silenziosi.
Ciò è dovuto al fatto che, con l’inizio della vita pubblica di Gesù, tutto l’inferno entra in allarme e Satana in persona affronta Gesù nel deserto risultandone sconfitto.
I demoni sono i primi ad avvertire che il Figlio di Dio è venuto sulla terra per instaurare il suo Regno celeste e per sottrarre l’umanità al loro regno di menzogna e di morte.
La vittoria di Cristo si compie con la sua morte in croce e la sua gloriosa resurrezione e, mendiate il potere dato alla Chiesa, si prolunga fino alla fine del mondo.
Oggi viviamo una delle fasi più drammatiche di questa battaglia, nella quale satana cerca di prevalere, seminando la menzogna, l’iniquità e la morte, al fine impadronirsi del maggior numero possibile di anime.
E’ in questo momento che le schiere degli Apostoli devono prendere consapevolezza del “nemico”, che tenta il colpo decisivo, ma che va fermato col coraggio della fede e la santità della vita.
Come potremo combattere satana se ci tiene al guinzaglio con i lacci della mondanità, dell’incredulità e del peccato, con i quali ci trascina dove vuole?
Vostro Padre Livio
Vangelo
Prese a mandarli.
Dal Vangelo secondo Marco Mc 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
BENEDETTO XVI
ANGELUS
Castel Gandolfo Domenica, 15 luglio 201
Cari fratelli e sorelle!
Oggi, 15 luglio, nel calendario liturgico è la memoria di San Bovanentura da Bagnoregio, francescano, Dottore della Chiesa, successore di San Francesco d’Assisi alla guida dell’Ordine dei Frati Minori. Egli scrisse la prima biografia ufficiale del Poverello, e alla fine della vita fu anche Vescovo di questa Diocesi di Albano. In una sua lettera, Bonaventura scrive: «Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa» (Epistula de tribus quaestionibus, in Opere di San Bonaventura. Introduzione generale, Roma 1990, p. 29). Queste parole ci rimandano direttamente al Vangelo di questa domenica, che presenta il primo invio in missione dei Dodici Apostoli da parte di Gesù. «Gesù chiamò a sé i Dodici – narra san Marco – e prese a mandarli a due a due … E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche» (Mc 6,7-9). Francesco d’Assisi, dopo la sua conversione, praticò alla lettera questo Vangelo, diventando un testimone fedelissimo di Gesù; e associato in modo singolare al mistero della Croce, fu trasformato in un «altro Cristo», come proprio san Bonaventura lo presenta.
Tutta la vita di san Bonaventura, come pure la sua teologia hanno quale centro ispiratore Gesù Cristo. Questa centralità di Cristo la ritroviamo nella seconda Lettura della Messa odierna (Ef 1,3-14), il celebre inno della Lettera di san Paolo agli Efesini, che inizia così: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». L’Apostolo mostra quindi come si è realizzato questo disegno di benedizione, in quattro passaggi che cominciano tutti con la stessa espressione «in Lui», riferita a Gesù Cristo. «In Lui» il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo; «in Lui» abbiamo la redenzione mediante il suo sangue; «in Lui» siamo diventati eredi, predestinati ad essere «lode della sua gloria»; «in Lui» quanti credono nel Vangelo ricevono il sigillo dello Spirito Santo. Questo inno paolino contiene la visione della storia che san Bonaventura ha contribuito a diffondere nella Chiesa: tutta la storia ha come centro Cristo, il quale garantisce anche novità e rinnovamento ad ogni epoca. In Gesù Dio ha detto e dato tutto, ma poiché Egli è un tesoro inesauribile, lo Spirito Santo non finisce mai di rivelare e di attualizzare il suo mistero. Perciò l’opera di Cristo e della Chiesa non regredisce mai, ma sempre progredisce.
Cari amici, invochiamo Maria Santissima, che domani celebreremo quale Vergine del Monte Carmelo, affinché ci aiuti, come san Francesco e san Bonaventura, a rispondere generosamente alla chiamata del Signore, per annunciare il suo Vangelo di salvezza con le parole e prima di tutto con la vita.
di Paolo Mieli – Corriere della sera – 13 Luglio 2024
Ratzinger difronte al testo attribuito a san Malachia: il destino della Chiesa in un’Europa non più cristiana. Un saggio di Giovanni Maria Vian, pubblicato da Marcianum Press, propone un profilo intellettuale di Benedetto XVI
Joseph Ratzinger (1927-2022) si affaccia sulla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro Innocenzo III, al secolo Lotario dei conti di Segni, fu eletto Papa nel 1198 e «regnò» fino al 1216, anno in cui morì, a Perugia dove all’epoca risiedeva la curia romana. Quando si spense aveva solo cinquantacinque anni. Nel 1891, papa Leone XIII, in segno di omaggio, fece trasportare i suoi resti dalla cattedrale di Perugia, dove era rimasto sepolto per quasi sette secoli, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Innocenzo III venne considerato già dai tempi successivi alla sua scomparsa ma forse anche in vita uno dei Pontefici più importanti della storia della Chiesa. A dispetto della «scandalosa» crociata, la quarta, ispirata da Venezia. Missione militare indirizzata non già alla riconquista di Gerusalemme bensì contro Costantinopoli (1204) e che si concluse con il sacco della capitale dell’Impero d’oriente. Sul conto di Innocenzo III grava anche la crociata contro gli «albigesi» (o «catari»), ivi incluso il massacro di Béziers del 22 luglio 1209 in cui vennero uccisi, approssimativamente, ventimila «eretici».
Lo storico che più ha approfondito l’opera di quel Pontefice, Michele Maccarrone, in Studi su Innocenzo III (Editrice Antenore), ha messo in evidenza l’influenza che su di lui avevano avuto il canonista Uguccione di Bologna e il teologo parigino Pietro di Corbeil. Riuscì, papa Innocenzo, a stabilire il primato della Chiesa sull’Impero, quello dei chierici sui laici, nonché la supremazia papale rispetto alle altre sedi vescovili e metropolitane. «Lavoratore indefesso e tenace», scrive di lui Josef Gelmi nel libro I papi (Bur), «si rivelò dotato di un’intelligenza straordinaria, superiore a quella dei suoi contemporanei». Per di più — come gran parte degli «esseri superiori» — aveva anche, secondo Gelmi, «uno spiccato senso dell’umorismo».
Sicuramente Giovanni Maria Vian — autore dell’interessantissimo L’ultimo papa, in libreria per Marcianum Press — rimase colpito nel 2010 quando lo storico Anthony Grafton scrisse sulla «New York Review of Books» che Benedetto XVI, papa Ratzinger, come pensatore era paragonabile, per importanza, proprio a Innocenzo III. E, forse, addirittura ad un altro gigante della storia della Chiesa: Leone Magno, che era stato Papa dal 440 al 461.
In un libro intervista con Peter Seewald, pubblicato tre anni dopo la rinuncia di Benedetto XVI — Ultime conversazioni (Garzanti) — Ratzinger accettò di rispondere a una strana domanda sulla «profezia di san Malachia». Profezia attribuita a Malachia O’Morgair, vescovo irlandese di Armagh, (1094-1148). Di cui però non è rimasta traccia nella biografia di Malachia ad opera di Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) vissuto all’epoca di O’Morgair del quale fu estimatore e amico, al punto di definirlo «gioiello d’Irlanda». In realtà questo testo era stato scritto quasi sicuramente nel 1590 per favorire in conclave un cardinale (che peraltro non divenne Papa). La «profezia di san Malachia» — una serie di 112 motti in latino riferiti ad un centinaio di Papi ma anche antipapi che si conclude con la descrizione della fine del mondo ai tempi di un «ultimo Papa» — è dunque un falso. Su questo concordano tutti coloro che l’hanno studiata come, tra gli altri, Jean-Luc Maxence — I segreti della profezia di san Malachia. Misteri e destini dei papi (Rusconi) — e Gerardo Mastrullo, in Le profezie di Malachia. I papi e la fine del mondo (edizioni La Vita Felice). Un falso che iniziò a diffondersi all’epoca in cui venne stampato per la prima volta: a Venezia nel 1595.
In Ultime conversazioni papa Benedetto XVI confermava la previsione che, da teologo, aveva avanzato già negli anni Cinquanta del secolo scorso. La società occidentale e di conseguenza l’intera Europa, secondo il giovanissimo Ratzinger, «non sarà una società cristiana e, a maggior ragione, i credenti dovranno sforzarsi di continuare a plasmare e sostenere la coscienza dei valori e della vita». Qui, a sorpresa, Seewald gli chiedeva, un po’ sfrontatamente, se, in qualche modo, si considerava lui stesso come l’ultimo Papa di cui aveva parlato san Malachia (o chi per lui). E Ratzinger, anziché respingere sdegnosamente la domanda (o cercare di eluderla), aveva risposto con l’ironia di Innocenzo III. «Tutto può essere», aveva detto. Ma poi, da buon conoscitore dell’argomento, aveva aggiunto che «probabilmente» questa profezia era nata nei circoli intorno a Filippo Neri (1515-1595), una figura importantissima nella storia della seconda metà del Cinquecento. Grande amico di Carlo e Federico Borromeo, Filippo Neri aveva guidato papa Clemente VIII alla riconciliazione con Enrico IV di Francia. Il Papa avrebbe voluto compensare Filippo Neri con la nomina a cardinale, ma lui rifiutò. In compenso fu beatificato nel 1615, ad appena vent’anni dalla morte, e proclamato santo dopo soli altri sette anni (1622). Da Gregorio XV.
All’epoca di san Filippo Neri, aveva aggiunto Ratzinger, «i protestanti sostenevano che il papato fosse finito e lui voleva solo dimostrare, con una lista lunghissima di Papi, che invece non era così». Non per questo, però, aggiungeva Ratzinger, «si deve dedurre che finirà davvero» in quel modo. Piuttosto che «la sua lista non era ancora abbastanza lunga!».
Curiosamente nella monumentale biografia, di oltre mille pagine, che successivamente lo stesso Seewald ha dedicato a Ratzinger — Benedetto XVI. Una vita (Garzanti) — l’autore ha tralasciato l’episodio. Probabilmente perché ne aveva già parlato nel libro precedente. Però Seewald, nella corposa biografia di Ratzinger, torna sulla figura del già citato san Carlo Borromeo che per papa Benedetto era «l’espressione classica di una vera riforma». Vera riforma che consiste in «un rinnovamento che conduce in avanti proprio perché insegna a vivere in modo nuovo i valori permanenti, tenendo presente la totalità del fatto cristiano e la totalità dell’uomo». Borromeo, secondo Ratzinger aveva «ricostruito — restaurato — la Chiesa cattolica, la quale anche dalle parti di Milano era ormai pressoché distrutta». Senza «per questo essere tornato al Medioevo». Al contrario san Carlo creò «una forma moderna di Chiesa». Il carattere dell’azione riformatrice di Borromeo, secondo Ratzinger, si era manifestato per esempio nel fatto che «soppresse un ordine religioso ormai al tramonto ed assegnò i suoi beni a nuove comunità vive». Facendo riferimento ai residui del passato che lui stesso aveva tante volte criticato nella Chiesa, il cardinale chiese provocatoriamente: «Chi oggi possiede un coraggio simile, da dichiarare definitivamente appartenente al passato ciò che è interiormente morto dentro (e continua a vivere solo esteriormente) e da affidarlo con chiarezza alle energie del tempo nuovo?». Quel che accade ai nostri giorni, proseguiva Ratzinger, è che «nuovi fenomeni di risveglio cristiano vengono osteggiati proprio da parte dei sedicenti riformatori». Ed è questo il punto su cui Vian incentra la propria attenzione.
In fondo Ratzinger, scriveva Seewald, «manifestava più radicalità e disponibilità alla riforma della maggior parte dei suoi critici». I quali, come lui stesso notava, «difendono spasmodicamente delle istituzioni che continuano ad esistere ormai solo in contraddizione con sé stesse». Nell’azione riformatrice di Carlo Borromeo, Ratzinger intravedeva invece «qual è il presupposto essenziale per un simile rinnovamento». San Carlo «poté convincere gli altri perché lui stesso era un uomo convinto». Poté «resistere con la sua certezza in mezzo alle contraddizioni del suo tempo perché egli stesso le viveva». E le poteva vivere perché era «cristiano nel più profondo senso della parola», cioè era «totalmente centrato su Cristo». Ristabilire «questa integrale relazione a Cristo è quel che veramente conta». Quasi un autoritratto.
Poi Ratzinger aggiungeva l’impressione che «tacitamente» si stesse «perdendo il senso autenticamente cattolico della realtà “Chiesa”» senza che nessuno abbia il coraggio di respingerlo «espressamente». Molti, sosteneva Benedetto XVI, tre anni dopo aver lasciato il «trono», non credono più che la Chiesa sia «una realtà voluta dal Signore stesso». Anche presso alcuni teologi «la Chiesa appare come una costruzione umana, uno strumento creato da noi e che quindi noi stessi possiamo riorganizzare liberamente a seconda delle esigenze del momento». Ma in verità «dietro la facciata umana sta il mistero di una realtà sovrumana sulla quale il riformatore, il sociologo, l’organizzatore non hanno alcuna autorità per intervenire». Se la Chiesa fosse solo «un nostro artifizio», anche i contenuti della fede finirebbero per «diventare arbitrari». In questo modo, il Vangelo finisce per diventare una sorta di «progetto di liberazione-sociale», o di «altri progetti storici, immanenti, che in apparenza possono sembrare anche religiosi, ma nella sostanza sono ateistici». Considerazioni che andavano ben oltre l’iniziale riflessione su san Carlo Borromeo.
Vian adesso torna su questi temi con un dotto excursus non privo di notazioni assai originali. E dense di implicazioni. Particolare attenzione è dedicata dall’autore a Escatologia. Morte e vita eterna (Editore Cittadella), il libro che raccoglieva le iniziali lezioni di Ratzinger a Friburgo nel 1957. Libro che Benedetto XVI ripubblicò molte volte, ognuna con delle aggiunte e degli approfondimenti. L’ultima delle quali, nel 2007, due anni dopo essere stato eletto Papa. Con una nuova prefazione. La sua interpretazione parte da Platone, Aristotele, Tommaso d’Aquino, ma tiene conto anche di alcuni tra i maggiori biblisti e teologi suoi contemporanei come Karl Barth autore dell’Introduzione alla teoria evangelica (Edizioni San Paolo). E poi Rudolf Bultmann che con Karl Jaspers scrisse Il problema della demitizzazione (Morcelliana), Oscar Cullmann con il suo Cristo e il tempo. La concezione del tempo e della storia nel cristianesimo primitivo (Edb), Charles Harold Dodd, autore dell’Interpretazione del quarto vangelo (Paideia). Ma anche quelle che Vian definisce «singole pepite d’oro» nelle «varie teologie della liberazione e della rivoluzione». Con un particolare «metodo impegnativo», Ratzinger, scrive Vian, «ridimensiona l’imminenza della fine del mondo che secondo molte interpretazioni moderne sarebbe stata centrale nella predicazione di Gesù». E nella profezia di san Malachia. Il suo annuncio del «regno di Dio» è infatti «improntato a un senso di continua attualità e non è legato né a luoghi né a tempi». Dal momento che si realizza in Gesù che è lui stesso il Regno, secondo una bella espressione di Origene (185-253 d.C.), uno dei maggiori pensatori cristiani dell’antichità.
Nel Ratzinger di Vian spicca soprattutto il non comune contributo teologico che colloca quel pontefice «in una categoria quasi per nulla rappresentata nella storia del papato». E «in una posizione di assoluto rilievo», come mostrano le sue riflessioni sulle «realtà ultime» e sull’ebraismo. Importantissime queste ultime. A dispetto degli «stereotipi a lui ostili tenacemente applicati soprattutto in Germania sin dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso». E che proseguirono anche dopo la pubblicazione nel 2019 di un suo «denso e innovativo studio sull’ebraismo», accompagnato da un successivo scambio di lettere con il rabbino capo di Vienna, Arie Folger. Il tutto è racchiuso nel libro Ebrei e cristiani (San Paolo Edizioni). Il pensiero di Ratzinger, prosegue Vian, «è fondato rigorosamente sulla Bibbia, che è ebraica e cristiana», e «sulla tradizione cristiana costituitasi nel confronto con il pensiero greco». Ma, secondo il teologo bavarese divenuto Papa, questa tradizione è viva «proprio perché è nutrita dalla storia, con essa si è sempre confrontata e vuole confrontarsi». Perciò «ha la pretesa e la possibilità di proporre la sua ragione e le sue ragioni a una contemporaneità che nei confronti delle religioni si mostra intollerante». In qualche modo «rinnovando lo scontro tra le pretese idolatriche dell’intolleranza ellenistica e la resistenza della fede monoteista giudaica al tempo dei Maccabei».
«Lucida», secondo Vian, è stata anche «la diagnosi del Papa a proposito dell’estinguersi della fede nei deserti di questo mondo e dello scandalo intollerabile degli abusi». «Debole e per nulla sostenuto» è stato invece il suo governo. Se non «addirittura contrastato da collaboratori che si sono rivelati non all’altezza del pontefice». O anche «infedeli». Quanto all’interrogativo sull’ultimo Papa, secondo Vian, «resta per il momento senza risposta». Il che ci costringe a lasciare in sospeso il giudizio — per quel che riguarda lo storico Vian impossibile da dare in senso compiuto, se non per qualche cenno, a proposito di un Papa che è in vita e assai attivo — sul pontificato di papa Bergoglio.
Caro Padre Livio, torno a scriverLe in merito alle rivelazioni a Suor Faustina Kowaska. Rileggendo il suo diario trovo che Suor Faustina riceve dalla Madonna queste parole :
“Oh quanto è cara a Dio l’ anima che segue fedelmente l’ispirazione della Sua grazia! Io ho dato al mondo il Salvatore e tu devi parlare al mondo della Sua grande Misericordia e preparare il mondo alla Sua seconda venuta. Egli verrà non come Salvatore misericordioso, ma come Giudice Giusto. Oh ,quel giorno sarà tremendo! È stato stabilito il giorno dell’ ira di Dio davanti al quale tremano gli angeli.
Parla alle anime di questa grande Misericordia, fino a quando dura il tempo della pietà. Se tu ora taci, in quel giorno dovrai rispondere di un gran numero di anime .Non aver paura di nulla; sii fedele fino alla fine. Io ti accompagno con la mia tenerezza”
Caro Padre Livio, in un altro passaggio
Gesù rivela a Suor Faustina
il segno che darà prima del giorno della giustizia…..
Riporto le parole di Gesù:
“Scrivi questo: prima di venire come Giudice giusto, vengo come Re di Misericordia. Prima che giunga il giorno della giustizia, sarà dato agli uomini questo segno in Cielo: si spegnerà ogni luce in cielo e ci sarà una grande oscurità su tutta la terra. Allora apparirà in Cielo il segno della Croce e dai fori, dove furono inchiodati i piedi e le mani del Salvatore, usciranno grandi luci che per qualche tempo illumineranno la terra. Ciò avverrà poco tempo prima dell’ ultimo giorno”.
Caro Padre Livio, dunque stando a questa rivelazione di Gesù a Santa Faustina si può pensare che questo sarà l’ inizio dei segreti di Medjugorje?
Ma perché in tutta la Chiesa non se ne sente parlare dopo che la Chiesa stessa ha confermato la Santità di Suor Faustina e dunque la veridicità di ciò che ha trasmesso?
Rosie di Varese
Cara Rosie,
San Giovanni Paolo II, unitamente a S. Faustina Kowalska sono due grandi profeti del nostro tempo, che hanno introdotto la Chiesa nella fase degli “ultimi tempi”.
Con questa espressione si intende quella parte finale della Storia della salvezza caratterizzata da due grandi “combattimenti escatologici”, inframezzati da un tempo di pace su tutta la terra.
Noi siamo entrati nel primo di questi combattimenti, che la Madonna ha lungamente preparato fin dal 1917 con la apparizioni di Fatima e che sta portando a compimento con le apparizioni di Medjugorje, come Lei stessa ha affermato.
La fase altamente drammatica dei dieci segreti è comunque un tempo di Misericordia, perché la Madonna salverà l’umanità e il nostro pianeta dalla distruzione che satana persegue mettendo in campo tutte le sue forze.
Alla fine ci sarà un tempo di pace, che vedrà anche la conversione della Russia, ma non sarà la fine del mondo che si colloca in una fase successiva.
Infatti ci sarà l’ultimo e più drammatico attacco del potere delle tenebre contro l’opera della creazione e della redenzione ed è in quel momento che Cristo verrà nella gloria come Giudice nel mondo.
Le profezie di S. Faustina riguardano soprattutto questa ultima fase e non il tempo dei dieci segreti, che invece troviamo descritto con chiarezza nelle profezie della Madonna a Fatima, a Medjugorje e anche in alcuni mistici, in particolare Maria Valtorta.
La Chiesa, dopo la seconda guerra mondiale, ha dato molto spazio al messaggio profetico di Fatima e lo stesso Papa benedetto XVI ha detto che si sbagliano quelli che pensano che si sia esaurito.
Ora l’Apocalisse che sconvolge il mondo la leggiamo sui giornali e la sentiamo nei notiziari ogni mattina, ed è in questo contesto che deve risuonare la profezia di speranza che la Madonna sta portando, scendendo ogni giorni dal Cielo sulla terra.
Il Pentagono rincorre il Cremlino: punta a produrre nel 2025 le armi ipersoniche già a disposizione di Mosca Ma così torna la “mutua distruzione assicurata”
12 LUGLIO 2024 ALLE 01:01
Ricomincia il grande duello missilistico. Una sfida di gittate che mira a tenere reciprocamente sotto tiro le capitali, riproponendo l’equilibrio del terrore che era stato cancellato alla fine della Guerra Fredda. Washington e Berlino rispondono alle minacce sempre più esplicite del Cremlino, cercando di recuperare il terreno nell’unico settore in cui i russi hanno dimostrato un vantaggio: i missili a medio raggio.
dal nostro inviato Paolo Mastrolilli12 Luglio 2024
Siamo davanti a una rincorsa agli armamenti. Mosca dal 1999 ha investito le migliori risorse tecnologiche per sviluppare una generazione di ordigni, concepiti per superare le difese della Nato. Sono stati così progettati nuovi modelli di missili balistici, di cruise e di ipersonici: oggi dispongono di due sistemi operativi, il Kinzhal e lo Zirkon, con velocità che sfiorano i 10mila chilometri l’ora. Nei sanguinosi raid contro Kiev è stato esibito tutto questo arsenale, prodotto in numeri sempre più alti.
Inoltre i russi hanno valorizzato l’ultimo rimasuglio dell’impero sovietico: la penisola baltica di Kaliningrad, incastonata all’interno della Polonia per volontà di Stalin. Putin l’ha trasformata in una fortezza, rendendola letteralmente una spina nel fianco della Nato. Da lì i missili balistici Iskander, che si sono rivelati particolarmente precisi, possono piombare sopra Berlino, Copenaghen, Varsavia, Vilnius e Riga. Spesso vi vengono trasferiti pure i caccia Mig31 con gli ipersonici Kinzhal che estendono l’ombra di morte pure a Stoccolma ed Helsinki, ultime entrate nell’Alleanza atlantica.
Il Baltico è un mare con fondali bassi e spazi ristretti, che offre margini di manovra limitati ai sottomarini e agli incrociatori statunitensi o britannici, i soli nella Nato a imbarcare ordigni a lungo raggio. Ed ecco che l’unico modo per introdurre un deterrente è portare i missili sul suolo tedesco, in modo probabilmente da esporre Mosca e San Pietroburgo a una rappresaglia. Il condizionale è d’obbligo, perché negli ultimi venticinque anni nessun Paese occidentale ha costruito armamenti di questo tipo: dopo la scomparsa dell’Urss, i cruise Tomahawk sono stati convertiti nello strumento per punire dittatori e jihadisti, da Saddam Hussein a Slobodan Milosevic, da Osama Bin Laden a Bashir Assad. Soltanto nel 2019, con gli occhi rivolti alla Cina, il Pentagono ha riaperto le ricerche.
Poiché tutti gli euromissili erano stati rottamati e l’Us Army ne era completamente priva, si è deciso di prendere un lanciatore delle navi e infilarlo in un mega-container, trainato da una motrice. Una soluzione chiamata Thypon: può scagliare l’ultima versione dei Tomahawk, che non superano i 900 chilometri orari e arrivano a 1800 chilometri di distanza. O in alternativa i recenti SM-6 Standard, nati come intercettori che volano a due volte e mezzo la velocità del suono. Di Thypon però ce ne sono pochissimi: una batteria è stata testata nelle Filippine lo scorso aprile, un’altra è in fase di completamento. Si tratta comunque di un “tappabuchi” – come sottolinea il comunicato congiunto di Biden e Scholz – in attesa che gli Usa riescano a mettere a punto il loro ipersonico: il Dark Eagle ha superato il primo test lo scorso 28 giugno e dovrebbe entrare in servizio nel 2025.
In questa competizione adesso vuole inserirsi pure l’Europa. Italia, Francia, Germania e Polonia hanno annunciato ieri il piano per realizzare un cruise con mille chilometri di portata, probabilmente partendo da quello costruito dal consorzio Mbda per la marina francese: i tempi non saranno brevi.
La febbre dei missili ha un lato oscuro. Quelli russi sono tutti predisposti per colpire con testate nucleari tattiche, esibite dal Cremlino nell’esercitazione di un mese fa e presenti pure a Kaliningrad. La Nato invece nel territorio europeo ha solo tradizionali bombe americane “a caduta libera”, dislocate pure ad Aviano e Ghedi. Per questo motivo all’interno dell’Alleanza da un anno si è aperto un dibattito tra esperti sulla necessità di rinforzare lo “scudo atomico”, con l’ipotesi di dotare Tomahawk e Dark Eagle di ogive tattiche. Sarebbe il ritorno all’incubo della “mutua distruzione assicurata”, in sigla inglese Mad, con una differenza sostanziale rispetto al passato: oggi la nuova Guerra Fredda si intreccia con un conflitto caldissimo combattuto nel cuore del continente.
Pensiero spirituale sulla caduta degli angeli (Catechismo 391-395)
Cari amici, chi contribuisce a migliorare il cuore dell’uomo è l’amore che Cristo ha manifestato sulla Croce perdonando i suoi nemici. Questa è la grande medicina che curerà l’umanità in questo momento in cui l’odio fa da padrone.
Per quanto riguarda l’antropologia cristiana, la caduta originaria degli angeli e degli uomini risale ai primordi della Creazione. Questa origine del male ci viene spiegata dalla Sacra Scrittura, elaborata dalla Chiesa e sintetizzata in vari documenti fino al Catechismo ultimo della Chiesa cattolica. Dio è buono e crea cose buone, il male deriva dalla libertà creata – e limitata – degli angeli e degli uomini.
Questa è la condizione nella quale nasciamo e che portiamo dentro di noi. È il veleno del serpente antico che ha provocato la ribellione dei nostri progenitori e quindi la caduta dell’umanità. Le conseguenze di tale caduta sono in parte rimaste, mentre il peccato stesso è stato perdonato, perché siamo stati redenti dal sangue di Cristo. È una ferita originaria che siamo chiamati a curare con la grazia e l’amore di Dio.
L’origine del male è nella creatura più elevata che Dio ha creato: lucifero o angelo ribelle. Era l’angelo più luminoso, una creatura libera e intelligente. Il male per sua natura non viene da Dio ma dalla creatura creata in grandissima dignità. Il male è stato un peccato di superbia. L’angelo ribelle nel primo istante in cui è stato creato, è stato elevato in grazia insieme a tutti gli angeli. Nel secondo istante ha distolto gli occhi da Dio, ha contemplato se stesso, ha preteso di mettersi al posto di Dio. Questo è stato il peccato originario in cui è nato il male. Lucifero si è trascinato con sé una schiera di angeli, di cui non sappiamo la quantità. Nella figura del drago – che viene scacciato dal Cielo dall’arcangelo Michele – abbiamo un’indicazione in quanto viene specificato che trascinò dietro di sé un terzo delle stelle del Cielo. I demoni sono numerosissimi – ed essendo spiriti purissimi – sono stati in grado di fare una scelta irreversibile e radicale in opposizione a Dio. I demoni e anche le anime dei dannati – che nel punto di morte si trovano in una situazione di rifiuto irreversibile nei confronti di Dio – non si convertiranno più.
Gli angeli scacciati dal Cielo sono caduti sulla Terra e hanno incominciato la loro azione. Lucifero sotto forma di serpente entra nel Paradiso terrestre e seduce Eva, la quale distoglie lo sguardo da Dio. La mela che il diavolo propone è quella di mettersi al posto di Dio, di usare la libertà come si vuole e non in obbedienza ai Comandamenti del Signore.
II. La caduta degli angeli
391Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c’è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. La Chiesa insegna che all’inizio era un angelo buono, creato da Dio. «Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali – Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi».
Attraverso un esame di coscienza dobbiamo chiederci se siamo mai precipitati nel male, nell’odio, nella vendetta o nella violenza. Nel caso in cui abbiamo sostato in quella condizione – come se potesse diventare uno stato perenne – ci ritroveremmo nella perdizione.
392La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. Tale «caduta» consiste nell’avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: «Diventerete come Dio» (Gn 3,5). «Il diavolo è peccatore fin dal principio» (1 Gv 3,8), «padre della menzogna» (Gv 8,44).
Eva apprezzò questa proposta e la fece sua, cadendo insieme a Adamo. Il diavolo è il padre della menzogna, è ingannatore e omicida.
393A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell’infinita misericordia divina. «Non c’è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c’è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte».
Su questo punto circolano diverse eresie, anche nei confessionali. Molti anni fa, mi è stato riferito che un confessore ha detto di pregare per il diavolo affinché si convertisse. Il Catechismo della Chiesa cattolica è chiarissimo al riguardo, non c’è possibilità di pentimento per i demoni dopo la caduta, come per gli uomini dopo la morte. Dio non perdona chi non è realmente pentito.
394La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio» (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l’uomo a disobbedire a Dio.
Questo numero del Catechismo parla dell’azione di satana in tutta la storia della salvezza fino alla fine: il Mistero dell’iniquità. È più pericolosa la seduzione del demonio rispetto alla persecuzione dei malvagi.
395La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).
Se Dio permette il male è per un bene maggiore.
Questi sono cinque punti formidabili di teologia della Storia, delle origini, della fine e attuale. Presentano una visione della Storia alla luce della fede che fa capire come va il mondo, chi agisce nel mondo e quali sono gli attori. L’attore principale è Dio e la sua provvidenza, l’antagonista è il demonio con la sua potenza e in mezzo vi è l’uomo che è corresponsabile delle anime che si perdono o si salvano. Alla fine, comunque, Dio vincerà sempre.
Da: “Lettura cristiana della cronaca e della storia”