"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Febbraio 2024 Pagina 6 di 16

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Caro Padre Livio, vorrei condividere con Lei alcune mie riflessioni che potrà, se vuole, pubblicare.

Mi riferisco al Messaggio della Madonna del 25-03-1999 che Lei ci ha sollecitato a leggere e all’articolo di Fiamma Nirestein apparso sul Foglio e da Lei pubblicato sul blog il 19-02-2024.

Cito un brano dello stupendo Messaggio del 25-03-1999: “[…] Preghiamo, figlioli, per coloro che non vogliono conoscere l’amore di Dio, pur essendo nella Chiesa. Preghiamo che si convertano. Che la Chiesa risusciti nell’amore.[…]

Quando la Madonna parla della Chiesa, intende parlare di tutta la Chiesa, Pastori e gregge. Siamo tutti chiamati alla conversione per amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi, quindi alla santificazione di tutti i minimi rapporti interpersonali, e a pregare in particolare per coloro che non vogliono conoscere l’amore di Dio, pur essendo nella Chiesa: pensiamo all’incoerenza di tanti Cristiani che hanno votato per l’aborto, per il divorzio, che sono a favore dell’eutanasia, del suicidio assistito, ecc. Questi Cristiani voltano tranquillamente le spalle al Magistero della Chiesa, Chiesa in questo caso intesa come Chiesa docente, nella gerarchia dei Pastori, fino al Papa, Magistero “garantito” dallo Spirito Santo.

La Madonna a Medjugorje ha distinto, in almeno due occasioni, il Sommo Pontefice dal resto della Chiesa, in quanto ne è il Capo visibile a cui Cristo ha dato le “chiavi del Regno dei Cieli” ed è il segno di quell’unità dei Cristiani che Gesù ha chiesto con ardore al Padre prima di affrontare la Sua Passione.

Riguardo all’articolo di Fiamma Nirestein, premetto che sono solidale con il suo vibrante dolore, che provo interamente anche nel mio cuore, per le atrocità di quel tremendo 7 ottobre e per tutto l’odio che nei secoli si è riversato sul popolo ebreo.

Riconosco pienamente la grandezza della Religione Ebraica, patrimonio anticotestamentario del Cristianesimo del quale ne costituisce le “radici”.

Mi piace la definizione che Fiamma Nirestein, ebrea, ha dato di Gesù come di “un bravo ebreo”.

La Nirestein denuncia al contempo la dolorosa persecuzione subita dagli Ebrei da parte della Chiesa nel passato e che si ripercuoterebbe nel presente, ma vorrei ricordare a tutti i Cristiani, in particolare, questa verità fondamentale: la Chiesa, Pastori e gregge, ha tutta la fragilità e peccabilità di tutti gli uomini, ma ha un Tesoro inestimabile, in vasi di argilla, appunto.  Questo Tesoro ha fatto i Santi, una moltitudine immensa, e fa della Chiesa un sacramento di salvezza per tutta l’Umanità.  Il cammino è lungo e faticoso e richiede un continuo combattimento spirituale in noi stessi.

Ricordo anche le centinaia di ebrei salvati dai campi di sterminio da Pio XII, ingiustamente accusato di connivenza con il nazismo per il suo silenzio.

Non dimentichiamo che la Chiesa, attraverso gli ultimi tre Pontefici, ha chiesto perdono, e ancora lo chiederà, per gli errori commessi nel passato: quale altra organizzazione, o stato, ha mai fatto questo?

Si avverte, inoltre, nella Nirestein, una polemica nei confronti di chi chiede con forza la cessazione della guerra. Cito le sue parole: “Quando si continua ad augurarsi che presto tacciano le armi, o si augura che la pace torni a regnare in Medio Oriente, non è un buon augurio, né un desiderio che si realizzerà. […] Auguriamoci dunque una vittoria sul male, una vittoria di ciò che amiamo e in cui crediamo, la democrazia, il buon senso, non un cessate il fuoco prima del tempo, ma quando il male sarà debellato. La pace sarà raggiunta solo con la pazienza e il coraggio dei soldati oggi sul campo di battaglia.”

La pace, la vera pace, è un dono di Dio, e a Lui deve essere chiesta.

A questo proposito, ricordo il Messaggio della Madonna a Ivan di Medjugorje dato a Vicenza il 17 agosto 2014: “Cari figli, oggi, in modo particolare, vi invito a pregare per la pace. Apritevi allo Spirito Santo, cari figli, che lo Spirito Santo vi guidi: in modo particolare, cari figli, in questo tempo pregate per il mio amatissimo Santo Padre, pregate per la sua missione, la missione della pace.  La Madre prega insieme a voi e intercede presso Suo Figlio per ciascuno di voi. Grazie, cari figli, perché anche oggi avete risposto alla mia chiamata.”

Tutto il pontificato di Papa Francesco è annuncio di pace: la Regina della Pace, già dal 2014, ce lo ha ricordato.

Un caro saluto, caro Padre Livio, con affetto e grande stima.

Ave Maria

Tiziana

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Il silenzio dei veggenti è una scelta o è un problema?

Caro Padre Livio, ho ascoltato il vostro piccolo editoriale sul silenzio dei veggenti di Medjugorje. Lei si è chiesto perché non parlano e non testimoniano più in pubblico, e li ha esortati a ritornare al farlo. Ma non pensa che sia stata proprio la Madonna a chiedere loro di isolarsi e di stare in silenzio e in preghiera ? Questo “isolamento” sembra essere iniziato dopo la fine delle apparizioni del 2 del mese di Mirjana, cioè il 2 marzo 2020. Prima Mirjana, poi progressivamente anche gli altri veggenti  non hanno parlato più in pubblico. D’altra parte hanno già detto e fatto tanto in tutti questi anni, oggi si limitano a riferire i messaggi e non sono autorizzati dalla Madonna a parlare degli eventi dei segreti. A mio avviso ritorneranno a testimoniare in pubblico in prossimità dell’annuncio del primo segreto. Lei cosa ne pensa? Non potrebbe essere così?

Un caro saluto

Dio la benedica

Antonio  


Caro Antonio,

non è il primo email inviatomi che ipotizza che il silenzio e l’isolamento (per modo di dire)  dei veggenti sia indicativo di una vicinanza dei segreti.

Potrebbe anche essere, ma personalmente non lo credo perché la Madonna li ha sempre esortati fin dall’inizio a testimoniare con coraggio. Come esorta noi, così esorta anche loro. Il mandato risulta evidente nella parte finale dei messaggi del 25 del mese rivolti alla Parrocchia.

Oggi la testimonianza dei sei veggenti è ancora più importante che nei tempi passati, perché  la situazione, come la descrive la Madonna, è quella di una catastrofe mondiale, sia sul piano spirituale che  materiale.

Gli eventi dei segreti si fanno visibili di giorno in giorno. Satana sta  mostrando  apertamente il suo volto infame con la guerra, il dilagare dell’iniquità, l’apostasia e la persecuzione alla Chiesa.

E’ adesso che la gente deve essere illuminata, rincuorata e rassicurata dalla presenza straordinaria della Madonna come Aiuto dei cristiani e Regina della pace.

Questo ovviamente è un compito di tutti noi, ma in particolare di Medjugorje, che ha una responsabilità della quale dovrà rispondere personalmente alla Gospa. Purtroppo sono in troppi che non ricordano più le Sue parole al riguardo.

La Madonna il primo Gennaio ha fatto squillare la tromba, ma non saprei se la farà squillare di nuovo o se procederà con iniziative ancora  più coinvolgenti.

Ave Maria

Padre Livio

Gli smemorati che non capiscono cosa vuol dire essere uccisi in quanto ebrei 

FIAMMA NIRENSTEIN  19 FEB 2024-IL FOGLO

Veri genocidi. La furia di Hamas è odio antisemita e in occidente si nasconde dietro lo slogan “From the river to the sea”. Falsificazione della storia di Israele, estremismo su cui siamo diventati ciechi e resistenze eroiche

La mattina del 7 di ottobre il sole era bellissimo sulla sabbia gialla, sull’erba dei kibbutz, le poltrone a dondolo sotto la loggia, le sculture sbilenche, le biciclette da bambini, le auto elettriche per i nonni, le conchiglie infilate su spaghi che dondolano al vento tintinnando di fronte alle case. Il mare non è lontano. Tutti dormono, sono le sei di mattina di Shabbat. Poco lontano, una folla di migliaia di giovani balla nella musica battente del rave, a una festa chiamata “Nova”, ci si stordisce di gioventù e di pace fino a crollare di sonno.


Nei kibbutz del Sud, nelle famiglie d’Israele, si preparava una giornata di festa, senza sapere che la realtà ruggiva sui pick-up bianchi e tagliava le reti e le mura per entrare. Gli abitanti di Be’eri o di Kfar Aza avevano voluto rappresentare al Sud un disegno della patria del popolo ebraico fra i più sognanti, alla maniera del primo XXI secolo, un po’ socialista, molto amorosa, ecologica, pacifica, anche tecnologica, persino disegnando con gli abitanti di Gaza, vicini di casa al di là dello spazio giallo, un dialogo quotidiano, con regali ai bambini, biscotti, cure mediche condivise.


Alle 6:30 dorme la miriade di bambini, circa tre per famiglia, principi e principesse padroni di tutto, verso un nuovo risveglio regale di baci e biscotti; i nonni hanno lasciato la tavola del venerdì sera mezza apparecchiata, con le tracce delle grandi famiglie che hanno mangiato i cibi del passato polacco o marocchino; dormiranno ancora un po’ anche i ragazzi post-esercito coi capelli lunghi, la chitarra appoggiata nell’angolo, il telefonino che già ronza di molti TikTok che cercano invano di avvertire: “Svegliatevi, succede qualcosa”. Ma è già troppo tardi. Nelle case i molti libri, i molti fiori, i molti ideali di pace saranno
bruciati con le granate termobar speciali, grossi fusi neri, quelli inesplosi li abbiamo visti lasciati a decine dopo la strage che sviluppano 2000 gradi e carbonizzano qualsiasi cosa, rendendo irriconoscibili le vittime e privi di identità case, oggetti e persone. Così è stato. Ho visto le vittime carbonizzate in fotografia, sembrano quelle di Pompei.


Mentre cominciano a piovere i missili ovunque, molto oltre la solita routine delle città del Sud, sempre come bombardate da Hamas, mi telefona la mia amica Ruthie, stupita: “Sai per caso come mai ci sparano tanto e dappertutto?”. Non lo so, nessuno lo sa, nessuno se l’aspettava, Israele – come nel 1973, quando la Guerra del Kippur fece 11.656 vittime – ha creduto che la sua superiorità morale, tecnologica, la sua mitica forza di sopravvivenza contro tutto e tutti cancelli ogni avvertimento, ogni pronostico: e invece tutto sarà in breve cenere e sangue.


Negli anni Venti e Trenta, in Europa, Gershom Scholem, Franz Rosenzweig, Walter Benjamin e tanti altri dormivano sulla raffinatezza dei pensieri tedeschi più sofisticati, col sentore che qualcosa si stesse preparando. Si permettevano, su questo, contrasti e tristezza. Ma non sapevano, proprio a causa della loro sofisticata superiorità, della loro speranza nella vita unita a prosopopea, che lavorava nell’ombra un mostro che pianificava come uccidere tutti gli Ebrei, a uno a uno, e seppellirli sotto le rovine d’Europa.


Così Be’eri riposa fino alle 6:30 fra i sogni israeliani più ambiziosi; è uno dei kibbutz di confine noti per il suo pacifismo, vuole curare il mondo, cerca laicamente il “tikkun olam”, la riparazione del mondo con cui l’uomo aiuta Dio a perfezionare la creazione. Ma poi la verità si è tinta di un solo colore, quello del sangue degli Ebrei, e il pogrom è arrivato sui pick-up. Batia Olik, che aveva fatto con cinque fotografi di Gaza in incognito una mostra di grande successo, ne ha visti eclissarsi quattro mentre si preparava l’eccidio, e il quinto, durante la strage, ha cominciato a chiamarla sul telefonino per chiederle, da dentro il confine dove evidentemente si era introdotto con i mostri, dove fosse, se intorno a lei c’erano soldati, se era con tutta la famiglia. “Solo allora, mentre ci cercavano per ammazzarci nel nostro nascondiglio, ho capito che era un terrorista”.


Per credere che quello che è accaduto è realtà, ho dovuto guardare diverse volte il footage raccolto dagli uomini stessi di Hamas con le loro telecamere, ho dovuto ascoltare e riascoltare cento storie di orrore, visitare le rovine, incontrare i sopravvissuti… e ancora è difficile credere ai propri occhi e alle proprie orecchie. All’ombra delle gallerie sotto le case di Gaza, o su e giù per la “no man land” fra Gaza e Israele, gli uomini di Hamas avevano ricevuto per mesi un allenamento preciso e istruzioni dettagliate. La loro preparazione, come quella siriana e egiziana per la Guerra a sorpresa del ‘73, non era ignota: si erano tenute riunioni, erano stati distribuiti foglietti con istruzioni e piante.


Gli ordini erano: “Mentre da qui partono i missili e tutti si rifugiano in casa, irrompete, uccidete, violentate, fatte a pezzi, bruciate, tagliate le teste e gli arti”. Di chi? Di tutti. Compresi neonati, mamme, bambini, vecchi, ragazze e ragazzi. E una parte, sempre con la più svariata campionatura di Ebrei perché il gioco del ricatto sia perfetto, portatela in ceppi dentro Gaza. 


Sinwar ha esercitato bene la sua fantasia strategica, ordinando di uccidere e fare a pezzi i figli in braccio alle madri e le madri di fronte ai figli, inventando ogni possibile modo per dettagliare la cannibalica decisione di terrorizzare più dell’ISIS, di sterminare nel modo più crudele possibile; la tecnica per cui ha comandato di mettere i neonati vivi nel forno acceso, di violentare le donne di qualsiasi età, anche le bambine, sia da vive che da morte, e in modo tale da spezzare il bacino e le gambe, di evirare gli uomini e i bambini, di decapitare, di bruciare vive intere famiglie insieme al rogo dei loro oggetti, di tutti i simboli della loro vita, doveva per sempre rappresentare la legittima ira del suo movimento e renderlo il leader assoluto dell’odio contemporaneo. Sinwar ha messo Hamas alla testa di un movimento mondiale di destrutturazione della storia che legittima la rabbia come bandiera di vita, l’unica che ritiene possibile contro la civiltà. È un movimento che ha deciso che il frutto della storia e della religione del nostro tempo, compresa la civiltà ebraico-cristiana ma anche la cultura dei diritti umani, è un vantaggio solo per chi l’ha inventata e uno strumento di oppressione da fare a pezzi per chiunque altro: così la scelta demoniaca di radere al suolo la civiltà può usare qualsiasi mezzo per distruggere i “colonialisti”, gli “imperialisti”, i “razzisti”, i ricchi, i bianchi, e soprattutto, certo, gli Ebrei.


Questo concetto, e così è di fatto accaduto, trova consenso molto lontano da Gaza, prima di tutto nel mondo musulmano che fra gli oppressori mette gli “islamofobi”, e fra gli studenti i movimenti LGTBQ, i movimenti ecologisti che pensano che la terra sia stata rovinata dagli interessi capitalisti e anche dagli Ebrei. Le atrocità di Sinwar non sono ancora state condannate dall’ONU, così come non lo sono state dall’Autonomia Palestinese, e neanche dalle Università dell’IVY League americane. È “il contesto” che conta, e nessuno si aspettava che fosse così marcato da approvare dopo una strage come quella del 7 di ottobre la distruzione della civiltà contemporanea in nome dell’atrocità antisemita.


Il piano, a differenza di quello dei nazisti a suo tempo, era di distruggere gli Ebrei pubblicizzando il più possibile la determinazione a farli soffrire a uno a uno. Quindi, una minaccia di sterminio generale, un ordine di sgomberare, sparire, diventare fumo, una promessa che infatti poi è stata ripetuta a parole: “L’abbiamo fatto e lo rifaremo ancora e ancora”. (…) Ciò che è accaduto il 7 di ottobre sfida la questione stessa di che cosa sia un essere umano, e forse proprio per questo un evento di chiarezza accecante viene poi addirittura rovesciato fino a colpevolizzare le vittime; si disegna il destino masochistico cui si consegna volontariamente la nostra civiltà rinunciando a condannare, a capire, a combattere con Israele.


Quando ero piccola, mia nonna mi giurava che ciò che aveva passato la mia famiglia con le leggi razziali e la Shoah non sarebbe mai più accaduto. Mi prometteva una vita dolce, il suo cibo accurato e gentile sulla tavola, la luce azzurrina di Firenze la mattina presto, la cupola verde della sinagoga fatta per giocare su e giù per le scale. Ebrei liberi, eguali. Mio padre mi rafforzava con la sua sfacciata, dura scapigliatura di soldato d’Israele: così era venuto a combattere a Firenze con la Brigata Ebraica in tempo di guerra. Mia madre era la garanzia vivente della vita nuova, la bella partigiana e giornalista. “Never again” era nelle cose, era la mia vita quotidiana. Era dentro di me. Già sapevo che gli Ebrei avevano una Terra, e che viverne lontani era solo questione di tempo. Adesso, un soldato appena uscito da dentro Gaza mi ha detto: “Certo è difficile, rischiamo la vita, ma mio nonno è sopravvissuto ad Auschwitz, mio padre ha combattuto nella guerra del Kippur, adesso tocca a me. Never again sono io”. Ma con la nonna ballavamo la hora nel corridoio davanti all’arazzo della Regina Esther che salva gli Ebrei con la sua bellezza, la festa della vittoria sul nazismo era quella della nascita dello Stato d’Israele. Per noi, era chiaro che un patto con Dio, ovvero con la nostra passione per la vita, ci aveva salvato dalla Shoah, e che adesso, oltre l’Europa che ci aveva tradito, la nostra base nazionale era costituita dalla nostra invincibile identità, il Popolo del Libro e della Terra di Israele.


La mia casa di via Marconi 16 era il nostro nido in un curioso sentimento di temporaneità, i coinquilini borghesi e certo antisemiti forse si chiedevano come mai i nonni fossero tornati a viverci, gli occhi delle compagne di scuola chiedevano come mai ero là, e io ero fiera di guardarle in faccia, sfidandole; temporanea era stata la sofferenza, anche se parte della mia famiglia era stata massacrata nei campi di sterminio. Eppure ero felice, già da bambina sentivo che la nostra vita era un segnale in sé di trascendenza della civiltà, che per gli Ebrei vivere è una missione. Gli Ebrei vivono, hanno vissuto sempre, ovunque sia possibile, e sempre hanno portato con sé la civiltà, la resistenza contro il buio dell’aggressione e della prepotenza antidemocratica, da quando il concetto di democrazia è esistito. Israele è la somma di questo destino. Il contrario filosofico e politico del woke, la difesa della vita di tutti coloro che credono nella civiltà e nel rispetto umano. Nei diritti umani.


Questo ho fatto. Vivere in Italia con orgoglio e tornare poi a casa a Gerusalemme, ma mentre cercavo di descrivere nei miei libri come l’antisemitismo si stesse trasformando in “israelofobia”, confidavo nell’idea che la memoria l’avrebbe contenuto. Non è così. L’Europa che ha annaspato verso la sistemazione della Shoah negli anfratti del “Never again”, compiacendosi di un pentimento mai completato, non ce l’ha fatta di fronte alla verità di Israele, un Paese negato dagli stati arabi, e con un successo miracoloso. Due caratteristiche imperdonabili. Oggi, ci siamo di nuovo. Il castello che doveva sconfiggere l’antisemitismo avrebbe avuto a disposizione istituzioni formidabili come l’ONU e l’Unione europea: tutte si sono pregiate di disegnare la loro imbattibile fedeltà alla memoria ebraica e al suo rappresentante collettivo, Israele, fino a sfasciarsi gorgogliando sulla ripresa della strada ben conosciuta dell’antisemitismo.


Gli intellettuali, i campus universitari, l’ONU, anche l’Unione Europea, il 7 ottobre, hanno avuto di fronte un’occasione speciale di verifica: gli Ebrei erano stati uccisi senza pietà, l’antisemitismo urlava dai video e dalle testimonianze dei sopravvissuti. Ma subito è stato proposto da parte di Antonio Guterres segretario delle Nazioni Unite come spiegazione di tutto questo, il ghiotto proscenio dei diritti umani, l’occupazione, i palestinesi che soffrono da 75 anni, due stati per due popoli, “Ci sono delle ragioni per questo. Non avviene nel vuoto”, ha detto Guterres, il segretario dell’ONU, e più avanti il presidente francese ha graziosamente aggiunto, come se Israele non lo sapesse benissimo e non facesse di tutto per evitarlo, che non si uccidono donne e bambini. In realtà Israele è stato l’unico Paese che nel corso di una guerra giusta come questa si è preoccupato di avvertirli e di creare corridoi di salvezza, ma Hamas ne ha bloccato i movimenti per seguitare a usarli come scudi umani. Donne e bambini dovevano rimanere sul terreno a salvaguardare gli uomini di Hamas e gli enormi quantitativi di armi nascoste in case, moschee, ospedali, scuole, armi che l’esercito israeliano ha trovato lì e ovunque. Gaza è questo: una casamatta trivellata di gallerie la cui ratio urbanistica è la copertura di Hamas, incurante di qualsiasi vita umana e, al contrario, desiderosa di sacrificarne per suscitare il consenso delle folle.


Con la strage, è arrivata l’ondata di antisemitismo. Un autentico via libera al genocidio. Noi Ebrei siamo rimasti di nuovo impietriti. Sinceramente, io avevo da poco scritto Jewish lives matter, in cui si disegnava proprio il passaggio dai diritti umani all’antisemitismo, eppure non mi aspettavo le folle eccitate alla ricerca di Ebrei in tutto il mondo. La stessa prosopopea intellettuale che ci ha impedito di prevedere quello che si andava preparando a Gaza ci ha accecato di fronte allo tsunami di odio contro gli Ebrei che si è rovesciato sia su Israele che sulle comunità ebraiche in tutto il mondo e con cui abbiamo a che fare adesso. (…)


Il segno giallo dell’ignominia non l’ha inventata Hitler: fu papa Innocenzo III a imporre una fascia che poi divenne una stella, a sua volta copiata da Abu Yusef Al Mansur, un principe marocchino del XIII secolo. Già mentre i Crociati facevano a pezzi gli Ebrei in Terra Santa, l’Arcivescovo di Canterbury emanava un decreto che impediva agli Ebrei l’accesso al cibo. L’Inquisizione ha bruciato gli Ebrei con i loro figli dentro le case e sulle piazze, tutte le nazioni europee hanno gareggiato in persecuzioni dove le tecniche che ho visto usare da Hamas erano già disegnate. Bruciare vivi gli Ebrei è una replica.


Ai tempi nostri, insieme con la Shoah sistematica, curata, molto ben riuscita, impresa collettiva del popolo più colto d’Europa, si è verificata la disordinata ma massiccia persecuzione sovietica degli Ebrei, e Vasilij Grossman ne fu testimone meraviglioso e disperato, proprio perché non poteva e non voleva crederci. La decimazione, le torture, le prigioni, le fucilazioni, le deportazioni, la censura delle sue parole lo spinsero a capire per forza.

  
La Shoah è stata la conseguenza della passione ideologica e quasi fisica di Hitler, della sua dedizione estatica all’uccisione degli Ebrei, tale che persino quando ormai tutto era perduto seguitava a usare i treni dalla Grecia, invece che per spostare l’esercito, per portare gli Ebrei a morire nelle camere a gas. La sua scelta era anche segretamente condivisa da una folla in cui, come un bubbone inesploso, la febbre aspettava solo la situazione ottimale per mostrarsi. La Germania era un Paese quasi per intero nazificato, e così è Gaza: le sue organizzazioni militari ed elettive, le scuole, gli ospedali, le strutture di controllo, l’uso della società civile, la repressione di ogni libertà e l’uso della violenza sono alcune delle similitudini di quei mondi in cui il diktat primario è uccidere gli Ebrei. I giornalisti di Gaza sono in parte agenti di Hamas, vengono arruolati a volte dalla Reuter e dalla CNN. Li si è visti nel ruolo di “groupie” dei nazisti sulle motociclette mentre venivano aggrediti i kibbutz.


Tuttavia, Hamas batte i nazisti di Hitler e le SS, la cui propaganda della decisione dello sterminio era meno esplicita; vi si accennava solo in Germania e in Italia, senza esposizione di trofei, senza un tentativo palese di mostrare nel mondo la propria esaltazione. Qui invece una delle novità è l’esplicitazione assoluta e senza veli dell’odio più razzista che c’è, dell’antisemitismo radicale. Non solo si deve mostrare, ma si deve esserne fieri. I nazisti, mentre insegnavano al popolo le ragioni per odiare gli Ebrei, non ostentavano la violenza inaudita che si stava compiendo, non si pavesavano con fotografie di camere a gas, di madri con i bambini in braccio sull’orlo della fossa comune da loro stesse scavata in cui cadranno, abbattuti le une e gli altri dalle armi naziste. I nazisti la sera si ubriacavano, racconta Douglas Murray, perché i comandanti li consolavano con l’alcool per ciò che avevano fatto. Qui invece i giovani terroristi ridevano contenti gli uni con gli altri, in piena forma, a bordo delle moto, marciando coi pick-up, sventrando le donne con la violenza carnale e poi sparando loro in testa.


Anche il comunismo scelse la strada di un antisemitismo in parte travestito. Le deportazioni e le fucilazioni degli Ebrei sotto Stalin non hanno preso una svolta genocida solo perché il dittatore è morto mentre con “la congiura dei medici Ebrei” stava ancora mettendo a punto un progetto per la loro distruzione, ma li vedeva come un pericolo essenziale al suo potere. Tuttavia, i comunisti non hanno mai teorizzato che fosse indispensabile per il mondo deportare o uccidere tutti gli Ebrei. Erano traditori, spie, cosmopoliti, capitalisti e per questo, non in quanto Ebrei, dovevano essere destinati allo sterminio.


Invece per Hamas il fine dello sterminio degli Ebrei è lo sterminio degli Ebrei. Allah ne sarà contento e si avvicinerà il giorno in cui l’Islam dominerà il mondo. Il giubilo del 7 di ottobre è stato formidabile, la gioia dell’esecuzione quanto più efferata possibile, e primitiva quanto l’ordine dello stupro di massa come arma,  un’esperienza che ai nostri giorni non era mai stato dato di vedere. L’ordine è stato terrorizzare: un ordine che era anche quello dell’ISIS e di Al Qaeda. Un ordine islamista, che appartiene a un’interpretazione estatica di una religione di cui esistono svariate versioni, e occorre dire con decisione che non tutte sono così. Ma nessuno può spiegare come si possa decidere di tagliare le braccia di una bambina di otto anni e di lasciarla tremare per ore immersa nel suo sangue finché muoia se non spinti da un folle ambizione trascendentale. Nessuno può spiegare come si possa uccidere la madre e il padre di fronte a una bambina di tre anni e poi caricarla su un’auto per rapirla, da sola. Eppure tutto questo è successo. Né si può spiegare come si possa fare una strage di un gruppo di ragazzine sedute tutte insieme in un nascondiglio mentre si tengono le mani l’una con l’altra per farsi coraggio. Eppure anche questo è accaduto. Noi siamo qui a cercare di farne per sempre testimonianza, perché il negazionismo, come quello della Shoah, è la forma più classica di riabilitazione dei mostri e lo sfondo, anche odierno, al più agguerrito antisemitismo.


Eppure l’onda dell’antisemitismo è arrivata inaspettata, sugli Ebrei morti e sui vivi. Non è più vero nemmeno che a molti piacciono gli Ebrei morti e non quelli vivi. Non piacciono, e basta. 1400 morti in modo atroce non sono bastati. Il negazionismo è caduto a pioggia subito sulla strage più comprovata del mondo e Guterres a nome dell’ONU ha detto e insiste che lo sfondo era costituito dalle colpe degli Ebrei, un elenco su cui il mondo si è infinitamente esercitato, e che si è molto arricchito da quando gli Ebrei hanno una nazione, un Paese e un esercito. Perché esiste una necessità che a tutti viene riconosciuta ma non agli Ebrei: sopravvivere.


La storia degli Ebrei e di Israele resta sconosciuta alla grande maggioranza, non riesce a emergere, è un insieme di date e notizie da obliterare e sostituire con miti di crudeltà. Su questo c’è stato un lavoro scientifico e ben costruito dall’URSS fino a Arafat, dagli Ayatollah ai campus americani. Come diceva Lenin? “Le parole devono essere calcolate non per convincere ma per distruggere, non per correggere gli errori dell’avversario, ma per annichilirlo”. E devono essere tali da “provocare odio, disgusto, disprezzo”.


Parole urlate nelle piazze come quella di Bari, il 14 ottobre (settimo giorno dalla strage) quando la studentessa Marina Caldarulo ha detto: “Siamo in piazza perché siamo con il popolo palestinese, vogliamo portare loro tutto il supporto possibile. Se consideriamo Israele uno stato terrorista? Quello che accade in quelle terre va avanti da 75 anni, tutti possono vedere cosa succede e farsi un’opinione”, spiegano benissimo l’antisemitismo dei nostri tempi: ignoranza e pura menzogna. Israele, lo stato degli Ebrei, ha, sì, la colpa di esistere da 75 anni, ma non ha niente a che fare con la storia che l’Unione Sovietica ha tessuto insieme ad Arafat nella coscienza antiamericana e occidentale, definendolo un Paese colonialista, imperialista, capitalista, e oggi, nel postcomunismo, di apartheid. Anche dopo lo sgombero totale di Israele, nel 2005, non è mai mancato il ritornello su Gaza “prigione a cielo aperto”: ma l’occupazione non esiste ormai da 16 anni e, persino a suo tempo, nel ‘67, fu forzatamente applicata a Israele dopo un’occupazione egiziana che durava dal ‘48 e su cui nessuno aveva avuto nulla da ridire. Gaza cadde nelle mani di Israele dopo una guerra di difesa, e certo non per la decisione di prendersi quel maledetto pezzo di terra che Il Cairo a sua volta non ha mai voluto.


Anche gli antisemiti dei campus, se pure sanno qualcosa, sanno solo cose sbagliate. Falsa l’idea che sia da 75 anni, ovvero dalla sua fondazione, che Israele occupa lo “Stato Palestinese”, in realtà mai esistito. Falsa l’idea che gli Ebrei non abbiano niente a che fare, originariamente, con Israele: chiunque abbia letto un po’ di storia sa innanzitutto che Israele è la terra del popolo ebraico, che Gerusalemme è la sua vita, per tradizione storica, poiché questo è il Paese di origine dove gli Ebrei hanno la loro radice, una comprovata geografia Biblica, le loro fondamentali rovine archeologiche che i palestinesi seguitano a picconare, e un grande amore vivo come non mai, Gerusalemme, su cui poggia l’intera morale del mondo monoteista e civilizzato, specie di quello giudaico-cristiano, sempre che non si sia disposti a dimenticare che Gesù fosse un bravo ebreo.


Nel caso invece si sia pronti a spendere cinque minuti per studiare, è  facile capire che Israele fa parte del processo di decolonizzazione del Medio Oriente, che in quell’area era occupato dalla Turchia con l’Impero Ottomano, e poi dall’Inghilterra, con un mandato temporaneo, il Mandate for Palestine, che aveva lo specifico compito, certificato da promesse e conferenze internazionali, di porre fine al colonialismo, affidando la sua area e anche di più di quella, oltre il fiume Giordano, a Israele. Gli Ebrei peraltro avevano sempre mantenuto una presenza che nell’Ottocento già dava loro la maggioranza a Gerusalemme e in altre città della Palestina. Lo stesso nome Palestina è una invenzione dei romani che non ha niente a che fare con la parola “palestinesi” nel senso musulmano del termine, ma fu escogitata dopo la cacciata degli Ebrei a opera di Tito, nel 70 d.C., una volta conquistato il Tempio e la capitale stessa, utilizzando la definizione greca del territorio fra l’Egitto e la Siria. Dal 1948, quando il riconoscimento dell’ONU ha sancito il ritorno del popolo ebraico a casa e disegnato una partizione con gli arabi, si assiste a una continua offerta di condivisione da parte israeliana e a una infinita insistenza nel ripetere l’opzione pacifica del sionismo: essa comincia con l’accettazione della partizione fissata dall’ONU, rifiutata dagli arabi, e si è ripetuta da Oslo in poi con l’offerta ai palestinesi di accettare l’esistenza del popolo ebraico come legittimo abitante dello Stato d’Israele in cambio di metà della terra. Offerta ribadita altre tre volte, e sempre rifiutata mentre già di fatto Israele sgomberava da tutti i centri abitati dai Palestinesi, da Betlemme a Hevron a Jenin… ovunque.


L’occupazione della West Bank nel 1967, di terre giordane e comunque tutte disegnate nella storia biblica, è stata dovuta alla guerra su più fronti, l’ennesima sferrata da Egitto, Giordania, Siria per cancellare lo Stato degli Ebrei. La vera storia è quella del rifiuto reiterato di offerte clamorose, che includono anche metà di Gerusalemme e di cui l’esempio più noto è quello opposto a Ehud Barak da Yasser Arafat a Camp David. Nelle piazze, nei campus, per le strade delle capitali europee e delle grandi città americane, la folla che scandisce From the river to the sea Palestine will be free grida uno slogan genocida che glorifica il pogrom del 7 ottobre e ne conferma l’obiettivo. Quella folla sta con Hamas. In Gran Bretagna, dopo la strage di Hamas, solo l’11 per cento dei giovani pensa che Israele abbia ragione e in America il 50 per cento dei giovani fra i 18 e i 25 anni pensa che la Shoah sia un mito. Più del 70 per cento dai ragazzi fino a 24 anni vuole dare tutto a Hamas cancellando Israele. Non sanno quanto questo possa costare in termini di violenza, di legittimazione dell’odio antioccidentale rivolto a loro stessi, del disprezzo della libertà a fronte di ideologie che, quando gridano in piazza l’odio per Israele, distruggono la propria appartenenza al mondo della democrazia e dei diritti umani. Hamas e l’Islam radicale perseguitano le donne, gli omosessuali, la democrazia, insegnano ai bambini a odiare e a uccidere, disprezzano e cancellano, ormai senza pudore, la nostra cultura, la musica, l’arte (non dimenticherò mai come Roma abbia coperto le sue statue in onore, o forse per soggezione, di una visita iraniana), la bellezza.

La recente grande ondata di immigrazione ha portato con sé anche un grande disprezzo del nostro mondo, ed esso suggerisce che la destrutturazione postmoderna dei nostri valori, del nostro modo di vivere, può mettere la società in ginocchio, cambiarla, convertirla. Chi ha immaginato che un bianco sia senza scampo di per sé razzista, e un maschio uno stupratore, può associare a questo l’idea che un ebreo sia un colonialista seviziatore di palestinesi. E questa idea metterà insieme tutte le parti, oppressi contro oppressori. L’antisemitismo ha già distrutto il mondo, può distruggerlo di nuovo.


Un soffice manto socialdemocratico europeo, e l’Unione Europea, sulle tracce dell’ONU, hanno costruito un credo devoto alla falsa versione della società dei diritti che di fatto li violenta e li cancella minacciandoli uno per uno, rendendo accettabili tutte le istanze illiberali del Terzo mondo già sponsorizzato dall’URSS, un potentissimo blocco, una minaccia strategica ed economica per tutto il mondo che nel tempo diviene teoria del “popolo oppresso” di cui si è servito Arafat. Basta pensare alla legittimazione della subalternità femminile e della violenza contro le donne nel mondo islamico, trasferita nelle grandi città europee, intimidite. A Colonia, nel 2016, nessuno osò denunciare la violenza di massa subita dalle ragazze che la notte di capodanno, durante i festeggiamenti in piazza, furono aggredite sessualmente da gruppi di giovani immigrati. Si temeva l’accusa di “islamofobia” più delle violenze sessuali. Non ho mai sentito una condanna dei matrimoni di massa delle bambine di Gaza con degli uomini di età matura, vera pedofilia sotto il sole.


Oggi è interessante notare che gli assassini di Hamas godono in modo particolare del sostegno dei luoghi della cultura, che sono anche quelli in cui più si è delineata e definita la religione dei nostri tempi, quella dei diritti umani. E, tuttavia, questa religione rischia adesso di frantumarsi sulla demenza del doppio standard che non sa vedere la conclamata violazione di quei diritti umani da parte della Russia, della Cina e dell’Iran, diventato, per la vergogna del mondo intero, presidente della Commissione per i diritti umani dell’ONU. Un appello come quello firmato in Italia da 4000 docenti universitari, che dopo la strage del 7 ottobre chiedono di interrompere qualsiasi collaborazione con gli atenei israeliani, brillerà per sempre nella storia dell’ignoranza e dell’ignominia. Il rifiuto delle organizzazioni femministe di riconoscere il dolore senza rimedio degli stupri multipli accompagnate da sfregi, fratture, ferite, omicidi, usati in serie come armi di terrorismo collettivo e dominio, resterà sulla coscienza delle Nazioni Unite per sempre, anche se una debole condanna è stata nel tempo registrata.
La reazione della piazza woke e delle istituzioni culturali come l’accademia e le sue varie associazioni ha dimostrato come sia profondo e radicato, e quindi pericoloso per i giovani e per la civiltà stessa in cui viviamo, l’abbraccio acritico e ignorante col terzomondismo. Lo sfondo culturale del nuovo antisemitismo, condiviso anche da Ebrei, è disegnato su una nuova sofisticata bugia, quella che ha trasformato il popolo ebraico in una massa di “oppressori”, decisi a “dominare”, “occupare”, “sfruttare”: in un popolo “genocida”. Sulla base di questo nulla osta (subdolamente avallato dall’Unione Europea, che ha costruito negli anni su ogni voto antisraeliano una sua inesistente unità di fondo, sbagliando con intenzione l’interpretazione delle risoluzioni del 1967 che prevedono la soluzione su accordi che i palestinesi hanno sempre rifiutato) Hamas ha sterminato il maggior numero di Ebrei in un solo giorno dal tempo della Shoah e ne ha rapiti 240, fra cui neonati e vecchietti.


In una Palestina immaginaria, che non essendo mai esistita può essere immaginata a piacimento – ovvero come quella entità “from the river to the sea” – finalmente, secondo il più perfetto sogno antisemita, vengono cancellati tutti gli Ebrei. 1400 morti corrispondono, rispetto ai numeri di un piccolo Paese come Israele, a 50.000 cittadini negli Stati Uniti, e gli ostaggi, sempre comparati a quei numeri, a circa 5000 persone. Nessuno potrebbe mai pensare che gli Stati Uniti o persino qualche pusillanime stato europeo accetterebbe di essere “umanitario” come Israele, che invece di uccidere bombardando in una giornata tutti gli assassini, ha intrapreso un’operazione che consenta ai civili (quelli che non sono trattenuti per il collo e sotto la minaccia delle armi da Hamas come scudi umani) di sgomberare la zona belligerante. Nessuno, sapendo che sotto una struttura ospedaliera può nascondersi la testa del ragno Yahiya Sinwar, entrerebbe in punta di piedi invece di bombardare la struttura. Israele invece ha cercato di portare medicine, incubatrici, cibo dopo aver favorito i malati, i medici e, in tutti i modi, lo sgombero.


Le odierne accuse antisemite a Israele sono né più né meno che le antiche accuse di deicidio, il blood libel, l’accusa del sangue che ha consentito il lasciapassare ideologico dell’antisemitismo al tempo della Shoah. Non ha nessuna importanza che le persone gay vengano soppresse da Hamas e che a Gaza le bambine vengano date in moglie a infami adulti pedofili, o che l’oppressione delle donne sia fatta di botte, di poligamia, di segregazione. Negli anni, ho visto vignette in cui Sharon mangia bambini palestinesi col petto coperto del loro sangue, e ho sentito un ambasciatore francese chiamare Israele “that sheetty little country”, quel piccolo squallido Paese, quando i terroristi suicidi facevano saltare per aria gli autobus carichi di bambini che andavano a scuola e di vecchi in pantofole. L’ho già guardata tante volte la conseguenza del chiamare, rovesciando la storia vera, gli Ebrei colonizzatori e i palestinesi colonizzati, gli Ebrei aggressori e i palestinesi aggrediti, gli Ebrei guerrafondai e i palestinesi pacifisti… ho visto la negazione di ogni semplice verità storica e non mi è mancato neppure lo spettacolo delle folle occidentali che a ogni crescere della crudeltà verso i pacifici cittadini di Israele e a ogni modesto tentativo di reazione degli Ebrei di nuovo aggrediti dal terrorismo e dai missili, facevano registrare ai giornali la condanna di Israele, perché la Moschea di Al Aqsa era in pericolo! Questa è la chiamata preferita di Hamas, il suo grido di guerra. Eppure, quando Hamas ha bombardato Gerusalemme durante questa ultima guerra, mi è parso che di Al Aqsa gli importasse assai meno di quanto gli valga cercare di colpire le case degli Ebrei.


Onestamente, non avevo mai capito l’hybris, l’ubriacatura felice, il contenuto di negazione di ogni grano di conoscenza e di coscienza che è contenuto nel nocciolo dell’antisemitismo. Vi si trova una negazione generale dell’obiettivo condiviso che ha condotto l’uomo dov’è, o dove crede di essere: a convivere civilmente, a costruire case e scuole, a mettere in piedi relazioni, a badare ai bambini con amore, a leggere e a scrivere. Questo sembrava essere concluso quando mia nonna mi prendeva per le mani nel corridoio della casa di via Marconi e ballava con me la hora, felice e stupefatta che il massacro fosse quasi passato accanto alla sua famiglia.


Adesso, Israele sa di essere molto solo, la sua illusione che la grande famiglia postmoderna occidentale o quella dei Patti d’Abramo, degli arabi sunniti filoccidentali, volessero fare scudo contro l’Iran insieme, non esiste più. L’ostilità e la paura vanno spesso insieme, e dietro Hamas un oscuro schieramento i cui confini arrivano in Turchia, in Siria, in Russia, in Libano, in Yemen, in Cina, ormai suscita una nuova consapevolezza, un allarme che non è destinato a finire neppure con la guerra di Gaza.


Ma per chi è in Israele, c’è una grande consolazione che la illumina: nel giorno della strage, da ogni angolo, ragazzi e ragazze quasi del tutto disarmati sono accorsi ad aiutare in numero e con generosità sconcertanti. Un cittadino di Be’eri, uno dei kibbutz rasi al suolo dalla crudeltà di Hamas, era sulla spiaggia di Tel Aviv a prendere il sole, ma arrivò comunque, affannato, sulle strade vicino alla sua casa due ore e mezzo più tardi, quando oramai era vietato attraversarle: erano infestate da terroristi che stavano compiendo le loro stragi. Quell’uomo si mise alla testa di un drappello di eroi che si unirono a caso e si avventurarono nelle vie ormai incenerite di Be’eri, dove, cercando di liberare le persone asserragliate nella sala da pranzo, hanno trovato la morte. Ho parlato con decine di ragazzi che hanno afferrato quello che hanno trovato, un coltello, un bastone a fronte dei mitra degli invasori e sono usciti fuori delle case assediate per difendere madri e bambini dai terroristi; un padre che da una distanza di centinaia di chilometri si è precipitato al kibbutz dove viveva la figlia e l’ha strappata alla morte come un pazzo, riuscendo a farla fuggire dalla finestra posteriore della casa dove era assediata; una madre che, mentre i terroristi sparavano e torturavano, ha seguito ovunque il figlio che nel kibbutz si avventurava cercando di salvare chi poteva, e dietro di lui c’era lei a raccogliere i feriti; e quando il figlio è stato colpito lui stesso, l’ha trasportato a casa ed è uscita di nuovo a salvare altri ragazzi; una donna anziana che in casa ha tenuto a bada, dandogli da mangiare, una banda di terroristi, salvando con la sua calma tutta la famiglia finché sono arrivati gli aiuti; ho intervistato un uomo che, con una gamba ormai staccata dal corpo, ha resistito per una decina di ore facendo da scudo alla sua famiglia fino a che non ha visto morire il figlio e la moglie crivellati di colpi; quasi del tutto dissanguato, ha resistito, determinato a salvare almeno la figlia. Dal giorno stesso dell’aggressione, a centinaia fra poliziotti e soldati sono entrati a Gaza per combattere, e vi hanno dato la vita. In guerra gli episodi di eroismo si sono moltiplicati: nella stessa famiglia dell’ex capo di stato maggiore e ora membro del Gabinetto di guerra Gadi Eisenkot sono stati uccisi in battaglia il figlio Gal di 25 anni e il nipote Mahor Cohen di 19. Gadi ha ringraziato distrutto dal dolore ma testimoniando l’onore di essere stato il padre e lo zio dei due giovani combattenti, e il giorno dopo era già sul campo di nuovo. Il presidente della Repubblica Isaac Herzog aspetta come tutti segni di vita, rari perché è in genere proibito l’uso del telefono, da parte del figlio che è in guerra dentro Gaza. Tutta Israele ha i figli, i nipoti, il marito, il padre, costretti a una guerra di difesa contro i terroristi che hanno tagliato la testa ai neonati. Il 7 di ottobre 300.000 ragazzi e uomini delle riserve sono tutti corsi a salvare il Paese, e da allora combattono fino all’ultimo respiro e fino alla vittoria che sanno indispensabile perché Israele sia salvo.


Israele è un Paese di eroi. Alla festa “Nova” i ragazzi che ballavano hanno cercato di difendersi a vicenda a prezzo della vita, ragazze disperate hanno cercato di proteggere le loro amiche dalla violenza sessuale accompagnata dalla tortura e dall’assassinio, e ne sono cadute esse stesse vittime. A centinaia si sono sacrificati i soldati che, saltando ancora svestiti fuori dalle caserme assediate, hanno lottato contro la furia inaspettata a mani nude, o i poliziotti che senza sapere cosa avrebbero trovato si lanciavano nella battaglia e spesso venivano sopraffatti da numeri impensabili di terroristi. Hanno dato la vita le ragazze che nei luoghi di osservazione hanno visto e avvertito della marea nera che si avventava su Israele, e hanno seguitato a servire al loro posto mentre si rendevano conto che non si voleva accettare la loro verità e le si lasciava sole.


Adesso, se si va a trovare i soldati che dormono nel fango e mangiano scatolette di tonno dal 7 di ottobre, chiamati come riserve, laici e religiosi, ashkenaziti e sefarditi, si scopre, dopo gli scontri politici passati, lo specchio di un’unità e di una dedizione assoluta che in Europa e in USA è sormontata dall’interesse e dalla comodità personale. Israele è l’esperimento non riconosciuto di quello che uno stato democratico (e persino di immigrazione!) può essere quando si è di fronte a una sfida, a un pericolo effettivo; quello che i giovani possono diventare quando si hanno una fede e uno scopo comune, quando si conoscono i doveri oltre ai diritti, e occorre persino accettare l’idea terribile che anche coloro che sono stati cresciuti come principi possono morire in battaglia, e che va messa questa possibilità nel conto, a venti così come a trent’anni.


E, intanto, non è solo l’antisemitismo ma anche l’ignoranza ad aver posto Israele in vetta alla piramide del male mentre combatte per il bene di tutti. La costruzione postmoderna delle idee radicali sul colonialismo, la cornice woke per capire il mondo, la trasformazione dei terroristi e dei violenti in combattenti per la libertà, l’abbraccio accademico all’orientalismo di Edward Said, la cui folle ridefinizione del rapporto fra Occidente e mondo islamico è di fatto un invito alla sottomissione dell’Occidente all’Islam, ancora una volta hanno scelto come nemico supremo gli Ebrei. E non ci si può illudere: si tratta di una minaccia non solo per il sionismo ma contro l’intero progetto occidentale dello Stato di diritto e di società democratica.


Ma Israele non lascerà che si ripresenti traccia dell’appeasement, fra cui tipico quello del premier inglese Neville Chamberlain, il quale lasciò che la passione antisemita di Hitler diventasse Seconda Guerra Mondiale. Da quando esiste Israele, è naturale e seguiterà a esserlo ricordarsi che è bello essere ebreo, si è fortunati per questo, si deve combattere per affermarlo, mai piegarsi all’odio e alla paura. Dopo il 7 di ottobre Israele lo sa ancora, lo senti in tutti gli orgogliosi splendenti discorsi di ricordo dei soldati caduti a Gaza, nelle incredibili parole di gloria che senza piangere i genitori sanno ancora dire: parole semplici, in cui si parla di bambini che ridono sempre, di sportivi meravigliosi, di amore immortale, della pace che la società israeliana desidera sopra ogni cosa. Come dice Tocqueville, nessuna democrazia vuole la guerra, ma quando la deve combattere è una scelta condivisa, sa come fare, e ce la mette tutta.


Io, nel guardare senza distogliere lo sguardo quello che era accaduto proprio quel giorno, proprio in quelle 24 ore che iniziarono alle 6:20 di mattina, quando la mia amica Ruthie Blum mi telefonò per dirmi “Ci bombardano all’impazzata”, voglio mettere questa pietra della memoria sulla mia terra d’origine, l’Italia, proprio per concludere con le parole che sento ripetere tanto spesso dagli israeliani, che cercano, uniti, di sconfiggere il mostro che mette in pericolo il mondo: Am Israel Hai. Siate contenti per questo, voi che amate la democrazia, è il vostro scudo di difesa, di cui il mondo intero ha bisogno più di quanto Israele abbia bisogno di un Occidente traditore.


E tuttavia voglio finire con una nota personale: il capitolo dell’attacco agli Ebrei è in pieno svolgimento, e noi ne siamo l’oggetto fisico immediato, oltre agli Ebrei della diaspora. Non leggete questo volume come una collezione di scritti che riguarda il passato. Tutta la macchina di preparazione all’odio e alla guerra che per anni ha costruito a Gaza nei particolari l’attacco del 7 di ottobre è in moto in maniera quasi identica nell’Autonomia Palestinese. Sin dai primi momenti in cui un bambino ambisce a conoscere e ad agire, quello che gli viene insufflato, insegnato, imposto senza un attimo di sosta è l’odio per gli Ebrei e per l’Occidente, l’aspirazione suprema di un ragazzo è divenire uno shahid. Non gli importa di trovare benessere, pace, conoscenza, e tantomeno di costruire uno Stato Palestinese. Men che mai se dovesse essere creato secondo la formula “Due Stati per Due Popoli”. Israele è solo un’entità sionista senza nome né patria, un’accozzaglia di apartheid e di colonialismo. E gli Ebrei sono tutti destinati alla morte, compresi i bambini. Fatah è oggi quasi identica a Hamas, tanto che le percentuali di chi approva e rifarebbe l’impresa dell’orrore sono intorno all’80 per cento certificato: il suo aspetto laico è declinato, ormai “Allah hu Akbar” è il motto di ogni shahid. Anche nelle metropoli occidentali le periferie islamiche indottrinano i loro figli nello stesso segno, il loro obiettivo primo è sempre l’Yehud che il giovane di Hamas a Be’eri si vantava con la madre al telefono di stare sgozzando. Gli esempi di attacchi antisemiti in Europa e in America, attacchi fisici, ormai si contano a migliaia.


Accanto a questo, l’ignoranza nega che la violenza è appannaggio specifico di chi odia l’Occidente, non dell’Occidente stesso: un esempio evidente è proprio nel West Bank, dove le tanto vituperate violenze dei “coloni” ammontano al 10 per cento lo scorso anno, e quelle dei terroristi al 90. Del resto come un vulcano attivo e pronto a scoppiare, ogni giorno qui l’odio ci mostra il suo florilegio di spari, accoltellamenti, agguati con pietre contro le auto. E anche in Europa e in America agisce ovunque.


Quello che è cambiato dal 7 di ottobre è che adesso sappiamo che il terrorismo può trasformarsi in un agguato con un valore strategico mondiale, prima uccidendo masse ignare di cittadini, di poliziotti, di militari, mentre chiama a raccolta potenze mondiali, in primis l’Iran e la Russia, interessate a fiancheggiare, non importa con quale vessillo, chi corrobori le loro conquiste del Medio Oriente e dell’Occidente.


Io, dalla mia finestra, guardo la strada nella notte e temo, per la prima volta nella mia vita, in cui ho visto tanti attacchi terroristici, di vedere spuntare dei pick-up bianchi provenienti da Ramallah, o da Bethlehem. So che adesso le forze dell’ordine sono pronte, ma anche loro lo sanno. Fido immensamente nel valore dei soldati, che vinceranno, ne parlo nelle pagine del libro. Ma penso che la battaglia è lunga, che impegna tutti, che non consente distrazioni o sciocchezze, e tantomeno interpretazioni pacifiste del significato della parola “tregua”, bellissima quando non vuol dire “tempo in cui chi vuole ucciderti si organizza”. Penso anche che nelle città italiane l’eccitazione dimostrata nelle manifestazioni quando gridano “Hamas uccidi tutti gli Ebrei”, arriverà a bruciare ogni bandiera che non rispecchi le loro ambizioni di dominio, e che se una azione di deterrenza psicologica e pratica non si definirà presto in tutto il mondo, un autentico disastro globale, come quello di 75 anni fa, può cadere su tutte le democrazie.

 
Dunque, questo libro è un diario perché la memoria sia subito appuntata prima di essere esorcizzata, ma anche un invito a difenderci, a difendervi. Torno chiudendo queste pagine su ciò che appare come il concetto più difficile da accettare, come si capisce dall’insistenza con cui le istituzioni, i colleghi, gli amici che si incontrano al lavoro e a cena, seguitano a chiedere un “cessate il fuoco” con mozioni, articoli, discorsi. Quando si continua ad augurarsi che presto tacciano le armi, o si augura che la pace torni a regnare in Medio Oriente, non è un buon augurio, né un desiderio che si realizzerà.

 
L’augurio di pace è solo quello che comprende la pazienza, cioè un lungo e difficile sostegno nella dolorosa ma necessaria guerra contro Hamas. Così fu con Al Qaeda e con l’Isis. Dovrebbe peraltro essere facile capire che, come per raggiungere la pace si dovette combattere, fino a cancellarlo, il potere nazista eliminando Hitler e i suoi ufficiali, così oggi deve accadere per chi ha dimostrato di nuovo che la crudeltà può superare i limiti della più viziosa fantasia.
Auguriamoci dunque una vittoria sul male, una vittoria di ciò che amiamo e in cui crediamo, la democrazia, il buon senso, non un cessate il fuoco prima del tempo, ma quando il male sarà debellato. La pace sarà raggiunta solo con la pazienza e il coraggio dei soldati oggi sul campo di battaglia.

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UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sul principe di questo mondo

Cari amici, il demonio è uno dei protagonisti della Quaresima; il Vangelo della prima domenica, infatti, racconta dell’affronto che ha fatto a Gesù nel deserto. Il demonio è all’inizio della Sacra Scrittura nell’Antico Testamento, è all’inizio del Nuovo Testamento ed è al termine della Storia della Salvezza. C’è un protagonismo che ha un rilievo enorme e non si comprende la Storia della Salvezza, che ha come punto focale l’Incarnazione del Verbo e la Venuta di Cristo nella gloria, se non ci fosse questa battaglia contro il demonio il cui vero autore è il Verbo Incarnato.

La guerra dell’angelo ribelle è stata rivolta proprio a Dio che ha risposto inviando Suo Figlio, senza il quale noi povere creature non avremmo avuto alcuna possibilità di uscire vittoriosi contro il demonio. Il demonio è il protagonista negativo della Storia umana, la sua potenza ci sfugge, è così grande che non riusciamo a comprenderla. Certamente è ancora più grande la potenza di Dio.

Il demonio ha sedotto l’umanità attraverso Eva, ma Dio gli ha messo contro un’altra Donna, la Vergine Maria Immacolata che è Lei stessa protagonista della Storia e condivide con Cristo la regalità sul mondo. La Madonna, in modo particolare, ha detto che questa è l’ultima battaglia del demonio con gli aiuti che vengono dagli uomini. Il potere umano assoluto e la falsa religione verranno sconfitti. Satana stesso sobillerà il mondo e sarà sconfitto direttamente da Cristo. È un panorama biblico.

Negando il demonio si nega uno dei pilastri della Storia della Salvezza. Cristo viene a salvarci proprio dal demonio.

Joseph Ratzinger è stato un teologo come pochi. A proposito del diavolo, in un’intervista molto significativa ha scritto:
“Checché ne dicano certi teologi superficiali, il diavolo è, per la fede cristiana, una presenza misteriosa ma reale, personale, non simbolica. Ed è una realtà potente (“il Principe di questo mondo”, come lo chiama il Nuovo Testamento, che più e più volte ne ricorda l’esistenza), una malefica libertà sovrumana opposta a quella di Dio: come mostra una lettura realistica della storia, con il suo abisso di atrocità sempre rinnovate e non spiegabili soltanto con l’uomo. Il quale da solo non ha la forza di opporsi a satana, ma questo non è un altro dio, uniti a Gesù abbiamo la certezza di vincerlo. E Cristo il “Dio vicino” che ha forza e volontà di liberarci: per questo il Vangelo è davvero “buona notizia”. E per questo dobbiamo continuare ad annunciarlo a quei regimi di terrore che sono spesso le religioni non cristiane. Dirò di più: la cultura atea dell’Occidente moderno vive ancora grazie alla libertà dalla paura dei demoni portata dal cristianesimo. Ma se questa luce redentrice del Cristo dovesse spegnersi, pur con tutta la sua sapienza e con tutta la sua tecnologia il mondo ricadrebbe nel terrore e nella disperazione. Ci sono già segni di questo ritorno di forze oscure, mentre crescono nel mondo secolarizzato i culti satanici”.
(Joseph Ratzinger/Benedetto XVI – da “Rapporto sulla fede”, Vittorio Messori a colloquio con Joseph Ratzinger)

Ratzinger aveva una cultura storica ampissima e sapeva leggerla alla luce della fede. La Storia umana, alla luce della fede è spaventosa. I primi sei capitoli della Genesi narrano la perversità del genere umano fino a quando Dio decide di sterminarlo salvandone una minima parte, quella di Noè; da lì ha inizio l’opera della salvezza e Dio salva sempre gli umili e i semplici che sono luce e lievito per gli altri.

La Storia umana è una carneficina spaventosa, al di là di ogni immaginazione. Anche oggi in occidente, sotto la patina dorata, ci sono abissi di male indescrivibili tanto sono terribili. C’è una potenza di male che tocca abissi inconcepibili e che non comprendiamo. L’uomo da solo non ha la forza di opporsi a satana.

Satana è potente, non è onnipotente e la sua è una falsa forza. Satana è un perdente che fa pagare amare le sue perdite. Solamente uniti a Gesù abbiamo la certezza di vincere su satana. Il mondo senza Dio sta soccombendo sotto il dominio di satana, c’è una corsa all’autodistruzione, gli uomini sono accecati dall’odio e dal delirio di onnipotenza.

Il Vangelo è la buona novella della nostra liberazione da satana ed è compiuta da Cristo stesso. Come Cristo ha annunciato la buona novella della sua presenza cacciando i demoni e cioè esercitando la sua onnipotenza verso lo spirito del male, della menzogna e della seduzione, allo stesso modo noi come Chiesa dobbiamo annunciare la potenza di Dio che è presente, per liberare il mondo dall’accecamento che viene dallo spirito del male. Molte volte satana imbelletta l’esteriorità camuffando il male sotto forma di bene. Basti pensare a certi personaggi storici che hanno commesso delitti orribili ma che passano per i “grandi della Storia”.

Il Cristianesimo si è diffuso perché annunciava la vittoria di Cristo sul demonio avvenuta mediante la Croce. In occidente la luce di Cristo si sta spegnendo perché si è accesa la falsa luce della ragione umana, dell’autosufficienza e dell’orgoglio.

Gran parte dell’occidente è un oceano di disperazione e di morte. Il mondo moderno non vuole Dio e sta andando verso la perdizione, lo ha detto la Madonna. L’umanità ha scelto per la morte.

Stiamo entrando nel terrore e della disperazione delle potenze del male che hanno in mano il mondo. L’inferno sulla Terra è quello che sta crescendo nel mondo, anche in occidente dove i residui di civiltà cristiana che possono essere travolti da un momento all’altro dalle forze più oscure che hanno in mano i mezzi di comunicazione e di repressione della società.

Ratzinger ha fatto questo ritratto della società oramai una trentina di anni fa, ha fatto storia ed è quello che stiamo vivendo. Nel nostro tempo i protagonisti sono la Donna vestita di Sole e il dragone infernale. San Giovanni Paolo II ha fatto una lettura teologica dei tempi moderni e ha detto che la battaglia apocalittica è in atto e ha un protagonista terribile che è il demonio, che seduce per distruggere e ha raggiunto livelli impensabili di cattiveria, di odio, di violenza.

Satana miete le anime. La potenza di satana si sta manifestando oggi e la Madonna ci ha detto che un numero grande di anime va all’inferno.

Mai come oggi, inoltre, satana è stato negato ma è una potenza che sta dominando il mondo e che domina anche quelli che lo negano. Solamente con la luce della fede si possono vedere le cose come stanno. Per avere la luce della fede bisogna essere umili, devoti, prendere sul serio la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa a riguardo.

Quante volte anche il Santo Padre Papa Francesco ha ribadito la presenza devastante dello spirito del male con il quale abbiamo a che fare perché vuole portare il mondo alla distruzione e la fede cattolica all’estinzione. Noi non possiamo fare nulla se non umilmente rivolgerci a Cristo, alla sua grazia, alla sua potenza, alla sua luce ed esserne rivestiti nell’umiltà e nella santità di vita. Solo così potremo scacciare i demoni senza bisogno dio parlare, solamente con la nostra presenza come tempio della Santissima Trinità e come testimonianza della fede che è la luce della Verità.

Mettiamo in pratica quello che ha detto la Madonna nel messaggio a Mirjana del 2 marzo 2020:

«Cari figli, il vostro amore puro e sincero attira il mio Cuore materno. La vostra fede e la confidenza nel Padre Celeste sono rose profumate che mi offrite: il bouquet di rose più bello, formato dalle vostre preghiere, da opere di misericordia e di carità. Apostoli del mio amore, voi che cercate di seguire mio Figlio sinceramente e con cuore puro, voi che sinceramente lo amate, siate voi ad aiutare: siate un esempio per coloro che non hanno ancora conosciuto l’amore di mio Figlio. Però, figli miei, non soltanto con le parole, ma anche con opere e sentimenti puri, mediante i quali glorificate il Padre Celeste. Apostoli del mio amore, è tempo di veglia ed a voi richiedo amore; di non giudicare nessuno, poiché il Padre Celeste giudicherà tutti. Chiedo che voi amiate, che diffondiate la verità, poiché la verità è antica: essa non è nuova, essa è eterna, essa è la verità! Essa dà testimonianza dell’eternità di Dio. Portate la luce di mio Figlio e squarciate la tenebra che sempre più vuole afferrarvi. Non abbiate paura: per la grazia e l’amore di mio Figlio, io sono con voi! Vi ringrazio!»

Che le tenebre non ci afferrino! Il nostro ingresso in Quaresima sia militante, come quello di Cristo nel deserto.


Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”

“LA CHIESA E’ INDISTRUTTIBILE” – Puntata 9″

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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Domande scomode su Israele

di Ernesto Galli della Loggia| 18 febbraio 2024- Correre della –Sera

La formula «due popoli due Stati» comporta una serie di garanzia a cominciare dall’assoluta sicurezza dello Stato ebraico

  • Nella discussione politica italiana una merce sempre assai rara è il realismo: cioè la conoscenza dei fatti e della loro storia, l’analisi obiettiva degli interessi in gioco, la valutazione delle soluzioni concretamente possibili fondata sui due fattori ora detti. Da noi, invece, specialmente quando si tratta di politica estera, al realismo si preferisce di gran lunga il tifo. Avviene così che quando a proposito della questione israelo-palestinese ci si trova tutti d’accordo nell’idea che la soluzione da perseguire dovrebbe essere quella dei «due popoli due Stati», pochissimi però si fermino a riflettere circa ciò che davvero implica tale formula, le reali condizioni che possono renderla praticabile. Che è innanzi tutto una: la garanzia assoluta della sicurezza di Israele. Senza di che è del tutto impensabile che lo Stato ebraico possa mai accettare l’esistenza di uno Stato palestinese.

Tanto più oggi, dopo quanto è accaduto il 7 ottobre quando Israele, cioè, ha dovuto rendersi conto della fragilità di quello che fino ad allora era un caposaldo assoluto della propria strategia politico-militare: vale a dire la convinzione della propria sostanziale invulnerabilità rispetto a un attacco convenzionale da parte araba. Il pogrom di quel sabato ha dimostrato, viceversa, che a determinate condizioni Israele può essere attaccata con successo da forze convenzionali. Proprio per ciò uno Stato arabo ai propri confini — quale per l’appunto era di fatto Gaza e sarebbe qualunque Stato palestinese — rappresenta comunque per essa una minaccia mortale e dunque inaccettabile.

Questo è il fatto nuovo e gravissimo accaduto quel giorno: ma quanti sono in Italia coloro che se ne sono accorti? Stando così le cose, oggi il solo modo per l’Occidente di essere dalla parte della formula «due popoli due Stati», di crederci realmente e non a chiacchiere, è quello: a) di informare solennemente i palestinesi per primi e il mondo arabo in generale che il riconoscimento senza se e senza ma dell’esistenza di Israele, cioè la rinuncia a cancellare quella che essi chiamano «l’entità sionista», costituisce una condizione sine qua non: sia per la nascita di uno Stato palestinese, sia per ogni accordo generale riguardante la regione. Tutto il resto può essere discusso ma questo no; e b) eventualmente di farsi esso per primo, l’Occidente, garante dell’esistenza di Israele nel solo modo che conta, cioè sul piano militare: ad esempio sottoscrivendo qualcosa di vincolante come l’art. 5 del Patto Atlantico, in forza del quale un attacco a Israele equivarrebbe a un attacco a noi tutti. Sarebbe interessante sapere quanti sono qui e in Europa, e anche negli Usa, coloro disposti a dirsi d’accordo. Anche perché in realtà in tutti questi anni l’Occidente, sia pure senza rendersene ben conto, ha indirettamente alimentato la minaccia anti israeliana. Lo ha fatto finanziando massicciamente l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, l’Unrwa.

Ora, i cosiddetti profughi palestinesi sono cresciuti da sei settecento mila al momento della nascita di Israele a oltre cinque milioni oggi. Ciò è accaduto perché è considerato tale — cito dai documenti dell’Unrwa — anche «chi discende dalle persone divenute profughe nel 1948 indipendentemente dalla loro residenza nei campi profughi». Cioè, se capisco bene, si è considerato «profugo palestinese» con relativo diritto all’assistenza da parte delle Nazioni unite anche se, mettiamo, si abita tranquillamente con la propria famiglia in un appartamento di Beirut o di Amman. Come si legge su Wikipedia, «si tratta di una grande eccezione alla normale definizione di rifugiato». Non c’è dubbio. Una grande eccezione e direi anche una vera bizzarria: è come se in Italia esistessero ancora i «profughi giuliani» e fossero considerati tali e assistiti dallo Stato i figli o i nipoti di quelli cacciati dall’Istria o dalla Dalmazia nel 1947-50. Tanto più la cosa appare bizzarra in quanto in grande maggioranza questi «profughi palestinesi» sono nati e oggi vivono in territori (come Gaza o la Cisgiordania) retti da un’amministrazione anch’essa palestinese e quindi territori sostanzialmente palestinesi.

È evidente però il fortissimo e insidioso significato politico che hanno avuto e continuano ad avere questi milioni di «profughi», una parte consistente dei quali ammassati in campi come quelli presenti a Gaza. La loro semplice esistenza serve, infatti, a tenere aperta, e ad alimentare la «questione palestinese». Serve esplicitamente a mantenere viva l’idea della possibilità/necessità di un ritorno di codesti «profughi» nei luoghi d’origine o presunti tali. E dunque a giustificare nei decenni la lotta per ottenere un tale ritorno delegittimando con ciò stesso l’esistenza di Israele, ponendo un’ipoteca continua su tale esistenza. Altro che «due popoli due Stati»! Come può mai essere compatibile la soluzione della quale da sempre si fa paladino l’Occidente con il fatto di continuare a finanziare in ogni modo l’attore della scena che con la sua sola esistenza contraddice tale soluzione, alimenta incessantemente ogni azione per renderla impossibile dal momento che dei due Stati in questione si prefigge la scomparsa di uno di essi? Un’altra domanda scomoda destinata ad attendere inutilmente una risposta.

Col segno sulla collina delle apparizioni di Medjugorje molti malati presenti guariranno

Dal libro di P. Janko Bubalo

MILLE INCONTRI CON LA MADONNA
Le apparizioni di Medjugorje raccontate dalla veggente Vicka

(…) Janko – Va bene. Speriamo che sia così. Però tu una volta mi hai raccontato, mi viene in mente adesso, che la Madonna ha detto che guarirà un giovane e non ha messo nessuna condizione.
Vicka – Di chi ti ho parlato allora? Adesso non me ne ricordo.
Janko – Mi hai parlato di un giovane che è senza la gamba sinistra.
Vicka – E che cosa ti ho detto?
Janko – Che la Madonna lo guarirà senza nessuna condizione, dopo il Segno promesso.
Vicka – Se ti ho detto questo ti ho detto la verità. La Madonna ha detto che in quel momento molti guariranno e con quel giovane si è comportata in un modo particolare.
Janko – Cosa vuoi dire con questo?
Vicka – Lui quasi tutti i giorni veniva alle apparizioni della Madonna e la Madonna ha dimostrato di amarlo particolarmente.
Janko – Come lo sai?
Vicka – Ecco come. In un’occasione, poco prima del Natale del primo anno, essa ci ha fatto vedere la sua gamba malata. Ha tolto via dalla gamba la parte artificiale, di plastica, e al suo posto ci ha fatto vedere la gamba sana.
Janko – Perché questo?
Vicka – Non lo so. Può darsi che la Madonna volesse dire che egli guarirà.
Janko – Ma lui, in quel momento, sentiva qualcosa?
Vicka – Dopo ci ha detto che gli sembrava che qualcuno lo toccasse sulla testa. Qualcosa del genere.
Janko – Va bene. Però la Madonna non ha detto che egli guarirà!
Vicka – Va’ piano; non ho ancora finito. Due o tre giorni dopo, sono venuti da noi dei giovani. Abbiamo suonato e cantato; in mezzo a loro c’era anche quel ragazzo.
Janko – E poi?
Vicka – Dopo un po’ ci è apparsa la Madonna, prima del solito. Accanto a lei ci stava quel ragazzo, tutto avvolto in una luce. Lui non lo sapeva, però ci ha detto, subito dopo, che durante l’apparizione sentiva qualcosa, come una corrente elettrica che gli passava attraverso la gamba.
Janko – Attraverso quale gamba?
Vicka – Quella malata.
Janko – E poi?
Vicka – Ti ho detto quello che sapevo.
Janko – Però non mi hai detto se la gamba guarirà o no!
Vicka – La Madonna ci ha detto di sì, ma più tardi.
Janko – Quando?
Vicka – Dopo che ci darà il suo Segno, allora egli guarirà completamente. Questo ce lo ha detto verso la metà del 1982.
Janko – A chi ha detto questo: a voi o a lui?
Vicka – A noi. E noi lo abbiamo riferito a lui.
Janko – E lui vi ha creduto?
Vicka – Come no! Egli lo aveva creduto anche prima, quando la Madonna ce lo aveva mostrato.
Janko – Ti puoi ricordare quando la Madonna ha promesso questo?
Vicka – No, ma si può chiederlo a lui; lo sa senz’altro.
Janko – D’accordo, Vicka; ma non lo cercherò adesso.
Vicka – Sarebbe facile trovarlo; assiste ogni sera alla messa e fa la comunione.
Janko – Va bene. Ma lui ci crede ancora in questo?
Vicka – Sicuro che ci crede! Lui adesso è uno dei nostri; tu sai anche questo. (…)

Ma che una gamba ricresca per intercessione della Madonna è già successo. Nel 1640 a Calanda, uno sperduto villaggio dell’Aragona, un giovane contadino a cui era stata amputata una gamba appena sotto il ginocchio chiede alla Virgen del Pilar di Saragozza il miracolo impossibile. La sua fede viene ricompensata: una mattina si risveglia con la gamba ricresciuta. Secondo Vittorio Messori, almeno una volta nella storia si è verificato il prodigio per eccellenza, quello sempre negato dai razionalisti, disposti a considerare i miracoli al massimo come fenomeni psicosomatici.

INTERVISTE A VICKA (4,5)

Il digiuno di Medjugorje come Vicka lo pratica

Vicka di Medjugorje ha tenuto in diretta su Radio Maria cinque interviste, che sono un importante documento storico sulle apparizioni di Medjugorje e una testimonianza di profonda spiritualità mariana. Le pubblichiamo suddividendole in puntate.

(Quarta  intervista- Medjugorje 17 Agosto 2005)

PL: Adesso parliamo anche dell’altra grande preoccupazione della Madonna. Durante l’ultima apparizione che hai avuto sulla montagna, l’altra sera con Ivan, la Madonna ha detto di pregare per la pace nelle famiglie e nel mondo. La Madonna ci avvisa e ci richiama che la pace nel mondo è minacciata. Ecco…però di quale pace parla la Madonna?

V: Quando ha iniziato a parlare, Lei, ha parlato prima della pace del cuore.

PL: Che cos’è la pace del cuore Vicka?

V: Pace del cuore. La Madonna vuole che noi ci puliamo e ci liberiamo delle cose che sono dentro al nostro cuore e quando noi ripuliamo tutto, il cuore è pronto per accogliere la pace. Fino a quando non puliamo tutto dentro al nostro cuore la pace non può arrivare. Così la Madonna dice “prima pace nel cuore”. 

PL: Anche con la Confessione.

V: Ognuno di noi sa in che modo raggiungere questa pace. L’importante è volerlo. Quando io voglio che il Signore pulisca il mio cuore. Dopo lui ti spiega piano paino e tu senti nel cuore cosa devi fare. La Madonna ha detto: “pace nelle nostre famiglie”. Essere in pace,  parlare, comunicare. Pace anche verso gli altri per dare una mano, per essere pronti sempre ad aiutarci. Ci sono diversi modi. Non bisogna solo guardare ai bisticci. Bisogna mettere pace. Dobbiamo guardare in generale come può la famiglia andare avanti. Così quando io sono pronta dentro io posso portare la pace in famiglia.  Dopo, ognuno di noi, deve essere testimone per l’altro. La Madonna ha già detto che quando abbiamo la pace nelle nostre famiglie dobbiamo poi pregare per la pace nel mondo. Ma il mondo siamo noi! Perché tante volte le persone pensano che il mondo è lontano ma ognuno di noi è il mondo. Fino a quando noi pensiamo che il mondo muore, la pace non arriverà mai. Il mondo siamo noi. Dipende come ci muoviamo e come ci vogliamo bene. Quando preghiamo per il messaggio della Madonna preghiamo per la pace nel mondo. Dipende tutto da questo. Quando noi siamo pronti, il mondo cambia.

PL: Quindi dobbiamo proprio vincere l’odio del mondo, l’egoismo del mondo, con l’amore e la generosità.

V:  Certo ma noi abbiamo questa grazia perché la Madonna è già qui, come Regina della Pace, a portare la pace e dà l’esempio. Abbiamo tutti i motivi per metterci la buona volontà.

PL: senti, in questi giorni che sono qui a Međugorje, ho voluto rileggermi tutti i messaggi della Madonna dal primo giorno fino ad oggi. Non conto più quante volte, specialmente i primi anni, la Madonna per la pace ha detto: “per la pace pregate e digiunate”

V: sì! Quante volte la Madonna ha detto: “con il vostro digiuno e la vostra preghiera allontanate la guerra”

PL: …anche il pericolo del terrorismo

V: La Madonna parla per tutto il mondo. Iran, Iraq, Cuba e dove c’è sempre guerra. piano La Madonna ha ripetuto: “voi con la vostra preghiera e il vostro digiuno allontanate anche la guerra.” Quando è arrivata la guerra qui la Madonna ha parlato per noi ma senza trasmetterci paura. Ha parlato in un modo bello, tranquillo, con preoccupazione ma anche con speranza.

PL: comunque una cosa mi ha colpito. Tu hai detto, anche in altre trasmissioni e testimonianze, che quando la Madonna ha dato il messaggio per la pace, che con la preghiera e con il digiuno si possono fermare le guerre per quanto potenti siano, che non pensavate potesse la guerra arrivare qui. La medesima cosa possiamo dirla noi italiani. In questi mesi la società italiana è molto angosciata per i pericoli di attentati ma anche noi, fino a poco tempo, fa non pensavamo che la guerra arrivasse in Italia e invece è arrivata…

V: Non c’è bisogno che la Madonna dica tante parole io vedo che la presenza del Suo dolore si sente tanto. Il mio cuore comprende che Lei è in grande sofferenza, infatti ha ripetuto più volte parole di grande preoccupazione.

PL: Nell’ultimo messaggio del 25 luglio ci sono delle frasi che mi hanno molto colpito perché sono delle parole che la Madonna ha detto nell’agosto nel 1991 quando era appena scoppiata la guerra in Bosnia. Perché la guerra qui è scoppiata il 26 giugno 1991. Ha ripetuto le medesime cose che ha ripetuto in quel messaggio. La Madonna ha detto di pregare “come mai prima d’ora”. Allora aveva chiesto una novena di rinunce e ora ha chiesto alcune novene di rinunce. Questo mi fa pensare che siamo davanti a dei pericoli per la pace per cui c’è bisogno di una grande mobilitazione di chi ha accolto la chiamata per aprire il digiuno. Infatti la prima cosa che ha fatto Radio Maria è di offrire alla Madonna, per il suo compleanno, una novena di preghiere per i digiuni e ne faremo un’altra adesso per l’Addolorata e un’altra per l’Immacolata. Tre novene di preghiere e di digiuni per tanti motivi ma, soprattutto, per ottenere la grazia che la Madonna ci preservi dal terrorismo. 

V: La Madonna ha anche detto di pregare per la paura del futuro.

PL: Quindi questa mi pare la strada giusta.

V:  Dal male scaturisce sempre qualcosa d’altro come gli attentanti. Senza contare la preoccupazione che non ti lascia in pace mentre sei intento a pensarci. Una vita accosciata come vuole il maligno. La Madonna vuole invece che viviamo una vita in pace. Ma noi oggi pensiamo, siamo preoccupati e preghiamo poco. Dobbiamo cambiare posto, pregare di più e il pericolo non arriva.

PL:  Quindi, di fronte a questa angoscia della società si risponde con la preghiera e con la fiducia e con i sacrifici…

V: E’ normale! Senza fiducia non possiamo aspettarci altro. Dobbiamo avere una fiducia totale e dire “la Madonna è con me, io ti voglio bene e voglio vivere per te. Voglio seguirti con il cuore”. Dopo puoi dire “io prego perché devo essere felice e contenta perché gli unici mezzi che mi possono dare serenità sono la preghiera e la fiducia. Fiducia, preghiera e pace. Queste tre cose sono le uniche che possiamo andare permetterci di andare avanti. Dipende tutto da noi. Se sono pronta a vivere in pace, vivo in pace.

PL: senti Vicka so che tu reputi un grazie particolari il digiuno,  i sacrifici, le rinunce…Molti dicono che è una cosa troppo difficile fare ciò che la Madonna chiede. Tu cosa rispondi ?

V: La Madonna raccomanda il digiuno due volte a settimana, mercoledì e venerdì, solo pane e acqua.

PL: …da mezzanotte a mezzanotte.

V: Si, si! tutto il giorno, 24 ore così. Cosi faccio io.

PL: Non è una cosa troppo pesante.

V: No, no! Io sono contentissima di farlo, dalla mattina fino alla sera. In quei giorni di digiuno mi sento tranquilla, una cosa che non si può spiegare! Ma tutto dipende sempre da noi. Perché io sono pronta a seguire e ascoltare ciò che Lei vuole. Il sacrificio. La Madonna ha detto una volta: “quando il Signore dà a noi una croce, una sofferenza, un dolore, questo è un grande dono che Dio ci dà”. Tante volte noi pensiamo: come può essere un dono un sacrificio, una malattia o altro? E’ un grande dono. Solo dipende da noi come siamo pronti ad accettare. Un’altra volta la Madonna ha detto che, quando arriva questo dono, in tanti dicono: “perché a me Signore e non ad un altro?” e vogliamo subito allontanarci. La Madonna ha già detto che dobbiamo dire “Signore ti ringrazio per questo dono perché tu hai ancora qualcosa da darmi e io sono pronto a riceverlo. In questo momento chiedo solo la tua forza e il coraggio per poter andare avanti”. Anche la Madonna dice:  “voi non sapete quanto valore ha la nostra sofferenza davanti agli occhi di Dio” e dice anche che quando facciamo qualche sacrificio non dobbiamo necessariamente parlarne con tutti.

La Madonna vuole che quando noi facciamo un sacrificio che lo accettiamo e che siamo solo noi con Lei. Lo faccio tra me e Lei e non è necessario coinvolgere anche altre persone dicendo agli altri “io soffro, io offro, ecc…”. Quando si accetta una sofferenza senza parlarne agli altri c’è il doppio valore. Lei vuole proprio questo, che facciamo un sacrificio silenzioso. Così che non sentano gli altri.  Lo faccio per amore, per gioia, per ciò che Lei vuole.

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