"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Gennaio 2024 Pagina 9 di 17

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Una lettera molto speciale

“Pian piano sei riuscito a convincermi che stavo sbagliando”

Carissimo Padre Livio,

non ho mai saputo scrivere. Ti dico con molta semplicità che c’è stato un tempo in cui ce l’avevo con PAPA FRANCESCO e con buona parte dei Pastori.

Tu, piano piano, sei riuscito a convincermi che stavo sbagliando e sono tornato sui miei passi.

Mi sono anche reso conto che i media strumentalizzano molto il Santo Padre, e che GIUDICARE è sbagliato, ma anche MORMORARE.

Bisogna pregare. Punto.

Veramente Benedetto XVI me lo aveva insegnato come fare, offrendo da subito obbedienza al suo successore.

Io non ho voluto imparare la lezione  umile del PAPA teologo – critico della modernità relativista –

Senza rendermi conto che anch’io stavo agendo di testa mia….

Infine, desidero dirti di sentire che sei nel VERO anche quando ci parli della Russia, dei segreti, dei pericoli che corriamo, e via enumerando!….

Secondo me l’’apice lo Aggiungi  quando ci offri i tuoi EDITORIALI.

Grazie P. Livio !!!

E grazie anche a Roberta ! che in questi anni si è migliorata tantissimo.

Lorenzo –FANO – Marche

INERVISTA A IVAN

( sito: Mistic Post-Tratto dal Blog di Padre Livio)

FATHER LIVIO: Our Lady said that satan wants hatred, wants war and that there is a plan of satan to destroy the planet we live on …

IVAN: I must say that Satan is present today, as never before in the world! What we must particularly highlight today is that Satan wants to destroy families, he wants to destroy young people: young people and families are the foundation of the new world … I would also like to say another thing:Satan wants to destroy the Church itself. There is its presence also in Priests who are not doing well; and also wants to destroy the Priestly Vocations that are emerging. But Our Lady always warns us before Satan acts: she warns us of his presence. For this we must pray. We must particularly highlight these very important components: 1 ° families and young people, 2 ° the Church and vocations.

FATHER LIVIO: Our Lady made the visionaries see the afterlife, that is the outlet of our life, to remind us that here we are on the land of pilgrims. You Ivan, you were brought to Heaven: can you tell us about this experience?

IVAN: First of all it must be said that it is difficult to describe in words what Heaven is like. In 1984 and also in 1988 are the two times in which the Madonna showed me Heaven. She told me the day before. That day, I remember, Our Lady comes, takes me by the hand and I arrived in Heaven in a moment: a space without borders in the valley of Medjugorje, without borders, where songs are heard, there are Angels and people walk and sing ; all wear long dresses. From where I saw it, I noticed that people looked the same age … It is difficult to find words. This also confirms the Gospel: “Eye has not seen, ear has not heard …”. It really is difficult to describe Heaven! Our Lady guides us all to Heaven and when she comes every day she brings us a piece of Heaven. Behind her shoulders you can see this Paradise …

FATHER LIVIO: Saint Paul says he was brought to Heaven, but he doesn’t know whether with body or without body … I didn’t understand if you saw Heaven or you were brought with your body …

IVAN: I can only say that Our Lady took me by the hand and from that position I saw Heaven, Heaven opened, but I cannot say whether with the body or not. Everything happened during the apparition. It was an immense joy! More or less this experience lasted 5 minutes. In one of these two times of the experience, Our Lady asked me: “Do you want to stay here?”. I remember, it was 1984 and I was still a kid and I replied: “No, I want to go back, because I didn’t say anything to my mom!”.

FATHER LIVIO: Is it fair to say, as Vicka also said, that after 31 years “we are still at the beginning of the apparitions”?

IVAN: This question about the length of the apparitions is also present to the Bishops, the Priests and the faithful. Many times the priests ask me: “Why do they last so long? Why does Our Lady come for so long? Some say:” Our Lady comes and tells us the same things many times, nothing new … “. Some Priests say : “We have the Bible, the Church, the Sacraments … What is the meaning of this long coming of Our Lady?” Yes, we have the Church, the Sacraments, Sacred Scripture … But Our Lady asks us a question: ” But all these things that you have listed before, do you live them? Do you practice them? “. This is the question each of us must answer. Do we really live what we have? Our Lady is with us for this. We know that we have to pray in the family and we don’t do it, we know we have to forgive and not we forgive, we also know the commandment of love and we do not love, we know that we must do works of charity and we do not do them, we know that there is the commandment to go to Mass on Sunday and we do not go there, we know that Confession is required of us , but we do not go, we know that we married must live the sacrament of our marriage, we do not live it, we also know that we must respect and appreciate life from the moment of conception until death, but we do not respect this life … The reason for Our Lady is so long among us is because we are stubborn! We do not live what we know! In these 31 years, Our Lady has not really given us a special message: everything she tells us we know from the teaching and tradition of the Church, but we do not live it: this is the point.

INTERVISTE A VICKA

INTERVISTE A VICKA (4,3)

Vicka di Medjugorje ha tenuto in diretta su Radio Maria cinque interviste, che sono un importante documento storico sulle apparizioni di Medjugorje e una testimonianza di profonda spiritualità mariana. Le pubblichiamo suddividendole in puntate.

(Quarta  intervista- Medjugorje 17 Agosto 2005)

“Qui a Međugorje la Madonna è viva, aspetta, copre con il suo manto e dà aiuto, forza e coraggio a tutti.”

PL: Senti Vicka queste domande non te le ho mai fatte però, per il pubblico italiano, meritano una risposta.

 V: fammele pure! 

PL: C’è appunto qualche d’uno che in televisione ha detto che i messaggi sono creati dai frati, i quali poi li passano ai veggenti. Cosa rispondi

V: Ho già sentito questa cosa attraverso la tv italiana. Una persona che è proprio tanto lontana da tutto, da Dio, dalla preghiera, una persona vuota può dire queste cose. Ma io dico: come può una persona che non è mai stata qui a Medjugorje dire queste cose ? Dopo essere stati qui, dopo aver visto, sentito…dopo si può esprimere il proprio pensiero. Ad una persona che afferma questo io dico chiaro che con quei messaggi i sacerdoti non c’entrano nulla. Grazie anche attraverso Radio Maria tutti poi ne vengono a conoscenza ma questi messaggi sono della Madonna. Solo dopo arrivano nelle mani dei sacerdoti, per essere divulgati al mondo. Ma loro non c’entrano nulla.

PL: E’ poi stato detto – e per ciò che viene detto in pubblico credo ci si debba assumere la responsabilità morale e civile – che ci sono state delle ricerche scientifiche, che avrebbero affermato che i veggenti non sono a posto con la testa…cosa rispondi tu?

V: Per me sono tutti fratelli! Ci hanno portato in diversi posti. Ci hanno controllato la salute, con tanti strumenti, con tutto quello che avevano a disposizione.  L’ho vissuto in prima persona. Stavo bene, andava tutto bene. Ma uno di quei medici non può dire che non sono a posto con la testa. Ma dove siamo arrivati? Loro guardano a loro modo le apparizioni e loro hanno comunque affermato che tutto è a posto e che stavo bene!

PL: Mi pare poi che comunque ci sono verità molto semplici. Siete sei ragazzi, vi siete sposati tutti e avete sei famiglie bellissime, ottimi bambini che crescono bene e famiglie felici. Non c’è una dimostrazione più evidente!

V: Ma questo è l’importante! Ognuno nel mondo ha il suo pensiero ma l’importante è farlo con la propria coscienza, farlo con il cuore e ascoltare la Madonna. Altro a me non interessa. Io non mi interesso di una persona che dice queste cose. Sono tutte parole. L’importante è vivere quello che la Madonna vuole. Non esiste nient’altro. Rimane la verità.

PL: Brava! Ho aperto solo una parentesi. Ora voglio guardare a qualcosa di molto bello…Ricordo che nel 1988 tu dicevi che la Madonna qui a Međugorje, su questi scalini, voleva fosse l’anno dei giovani. Bisognava pregare per i giovani perché le nostre chiese sono vuote. Se noi guardiamo… poi, da allora, il Santo Padre ha istituito la GMG. Ho sentito, qualche giorno, fa il Card. Ruini (presidente della Conferenza Episcopale Italiana) che diceva che grazie a Dio c’è un risveglio della fede nei giovani. Cioè, in tutti questi 20 anni abbiamo visto un fiorire della fede nei giovani. Abbiamo visto migliaia di giovani qui a Medjugorje. Mi pare che l’opera della Madonna in mezzo alla gioventù stia producendo dei frutti meravigliosi che vediamo annunciati anche alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia.

V: Certo ! Anche la Madonna vede che i giovani sono il futuro. Per questo Lei chiede di pregare tanto per i giovani. I giovani vivono un momento molto difficile. L’unico modo in cui possiamo essere utili è  con la nostra preghiera e con il nostro amore. Con la preghiera dal cuore. La Madonna chiede che cosa offre il mondo… Tutto è passeggero. Si vede che oggi satana aspetta il nostro momento “libero”. Lui si vuole attaccare ai nostri giovani, dividendo le nostre famiglie. Satana vede che i giovani cambiano se si avvicinano alla Chiesa e allora lui si mette nei posti in cui siamo più fragili. Noi oggi preghiamo per i giovani, per la nostra Chiesa, ma i giovani sono “la Chiesa viva” ognuno di noi è “Chiesa”. Tante volte noi pensiamo che abbiamo una chiesa bella, un edificio costruito bene, ma dentro non c’è nessuno. Non si guarda alla bellezza così. Guarda chi entra in quella chiesa, chi cambia, chi si trasforma, chi segue quello che il Signore vuole. Chi segue il messaggio della Madonna. Anche quest’anno più di 30.000 giovani sono arrivati a Medjugorje. Non credo esista un luogo al mondo in cui sia accaduta una cosa simile. Proprio qui è arrivata una ragazza cinese e mi ha detto: “siamo un piccolo gruppo e vi presentiamo la nostra terra”. 

PL: Dalla Cina comunista …

V: Sì! Proprio dalla Cina comunista…e anche lei mi ha scritto un biglietto: “Vicka ti salutiamo. Prega per la Cina. Ti abbiamo portato un regalo per te. Un Rosario”. Loro hanno portato un Rosario dalla Cina da presentare alla Madonna, per pregare per la loro terra.

PL: questi sono miracoli!

V: Vero! Molti altri giovani da altri paesi: Romania, Lituania, dalle terre più povere, da tutto il mondo. Giovani con una gioia , una felicità, una emozione che non si può spiegare.

PL: Io sottolineerei un fatto: che rispetto a tanti altri santuari mariani che ho visitato,  in nessuna parte ho trovato così tanti sacerdoti come qui a Medjugorje, cioè sono centinaia di migliaia che ogni anno vengono qui. Come spieghi questo fatto?

V: Sono sicura che anche i sacerdoti hanno bisogno di aiuto e l’unico modo in cui possono trovare quell’aiuto è Medjugorje perché la Madonna qui è viva, aspetta, copre con il suo manto e dà aiuto, forza e coraggio a tutti. Così loro vengono qui, in un luogo in cui vi è “acqua”, così che questa “acqua” possono poi portarla ad altri. 

(Continua)

Papa Francesco: “Il Signore benedice tutti, tutti, tutti”

Francesco intervistato da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” sul canale televisivo Nove parla del recente documento “Fiducia supplicans”: “Le persone devono entrare in colloquio con la benedizione e vedere la strada che il Signore propone”. Sulla guerra in corso: “Mi fa paura l’escalation bellica”. Torna sul tema della rinuncia: “Per il momento non è al centro dei miei pensieri”. E annuncia un viaggio in Polinesia ad agosto e in Argentina entro fine anno

Vatican News – 14 Gennaio 2024

Dio è buono e benedice tutti. Papa Francesco interviene a Che tempo che fa e dialogando con Fabio Fazio parla per la prima volta in pubblico di Fiducia supplicans, la Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede sulle benedizioni alle coppie irregolari, un testo che ha suscitato molte discussioni nelle scorse settimane. Francesco ha risposto a una domanda sulle polemiche e ha detto: «All’ora di prendere una decisione, c’è un prezzo di solitudine che tu devi pagare e delle volte le decisioni non sono accettate ma la maggior parte, quando non si accettano le decisioni, è perché non si conosce. Io dico quando a te non piace questa decisione vai a parlare e dì i tuoi dubbi e porta avanti una discussione fraterna e così va avanti una cosa. Il pericolo è che non mi piace e me lo metto nel cuore e così divengo con una resistenza e faccio delle conclusioni brutte. Questo è successo con queste ultime decisioni sulla benedizione a tutti».

“Prendere per mano e aiutare”

Quindi il Papa ha aggiunto: «Il Signore benedice tutti, tutti, tutti, che vengono. Il Signore benedice tutti coloro che sono capaci di essere battezzati, cioè ogni persona. Ma poi le persone devono entrare in colloquio con la benedizione del Signore e vedere cosa è la strada che il Signore gli propone. Ma noi dobbiamo prendere per mano e aiutarli ad andare in quella strada non condannarli dall’inizio. E questo è il lavoro pastorale della Chiesa. Questo è un lavoro molto importante per i confessori. Io sempre dico ai confessori: voi perdonate tutto e trattate la gente con molta bontà come il Signore ci tratta a noi e poi se tu vuoi aiutare la gente, poi puoi parlare portarli sempre avanti e aiutarli ad andare avanti, ma perdonare tutti. In 54 anni di prete che io ho – questa è una confessione – 54 anni che sono prete, io sono vecchio! In questi 54 anni ho soltanto negato una sola volta il perdono, per la ipocrisia della persona. Una volta. Sempre ho perdonato tutto ma anche dirò con la consapevolezza che quella persona forse ricadrà ma il Signore ci perdona, aiutare a non ricadere, o a ricadere meno, ma perdonare sempre. Un grande confessore, che l’ho fatto cardinale nell’ultimo Concistoro, è un uomo di 94 anni, un frate cappuccino dell’Argentina. E lui è un grande perdonatore, come diciamo noi, “manica larga”, perdona tutto. E una volta è venuto all’episcopio quando io ero arcivescovo lì e mi ha detto: “Senti Giorgio, io ho questo problema, io perdono troppo e delle volte mi viene la sensazione che non sta bene” – E cosa fai Luigi? – Vado in cappella e chiedo perdono al Signore: Signore scusami, ho perdonato troppo – Ma sei stato tu a darmi il cattivo esempio!”. Questo è vero noi dobbiamo perdonare tutto perché Lui ci ha perdonato. Lui ci ha dato questo “cattivo esempio”».

 “Tutti dentro, tutti a casa”

La Chiesa, ha detto ancora Francesco nell’intervista, «ha questa dimensione cordiale: che viene dal cuore, tutti, tutti a casa, tutti dentro. Lo dice il Signore, quella parabola del Signore mi piace tanto, quando gli invitati alle nozze del Figlio non sono venuti perché ognuno aveva i propri interessi, cosa dice il Signore ai suoi aiutanti: “Andate agli incroci delle strade e portate tutti, buoni e cattivi, sani e ammalati, giovani e vecchi…”. Tutti, tutti, tutti. Tutti dentro. Questo è l’invito del Signore. E ognuno con il proprio fardello, perché ognuno ha il proprio e il Signore dice: “Tutti”. Questo lo dice il Signore, non lo dico io. Il problema è quando noi facciamo delle selezioni: questo sì, questo no… Faccia Lui. Noi, tutti. Poi dentro vediamo.

Dio non si stanca di perdonare

«Il perdono è per tutti – ha detto ancora Francesco nell’intervista con Fabio Fazio –  Una cosa che mi piace, e che una volta mi ha detto una persona molto saggia, semplice: “Dio non si stanca di perdonare, mai. Dio perdona sempre perché è da Lui il perdono, ma siamo noi a stancarci di chiedere perdono. E questo è il problema. Il cuore aperto al perdono viene subito preso dal cuore di Gesù che perdona tutto, perdona tutto, ma il cuore indurito nostro diviene incapace di chiedere perdono e questa è una cosa molto brutta, la incapacità di chiedere perdono. E da lì viene una certa incapacità ad essere perdonato ma non perché il Signore non perdona, no, perdona tutto. In questo è un “pazzo di amore”, diciamo così. Ma noi, siamo noi a stancarci di chiedere perdono e delle volte il Signore aspetta, bussa alla porta di tanti cuori perché abbiano questa capacità di riconoscere il male che stanno facendo. Pensa a questi fabbricanti di armi, che sono fabbricanti di morte. Il Signore è vicino a loro, tocca il cuore per portarli a un cambio di vita e il Signore non si stanca di perdonare. Ricordiamo questo. Dio mai si stanca di perdonare. Siamo noi a stancarci di chiedere perdono. Questo non dimenticarlo mai.

Il Signore corregge con amore

Francesco nell’intervista con Che tempo che fa ha quindi parlato delle due direzioni, quella «di avvicinarci al Signore» e quella di «lasciare che il Signore si avvicini». «Delle volte, per le circostanze, per la guerra per esempio, abbiamo rabbia nel cuore e ce la pigliamo con il Signore: “Ma perché tu permetti queste cose, perché tu lasci che noi ci distruggiamo così?”. Ma il Signore è vicino. E noi, la strada vera, anche gridando così il nostro dolore, è lasciare che il Signore si avvicini.  E non dimentichiamo questo: delle volte ci presentano il Signore come il giudice implacabile… È vero è giudice, è vero. Ma Lui è vicino, compassionevole e misericordioso, questo è il Signore. Non è il Dio che freme per castigare, così lo presenta la Bibbia, sempre. Il problema è che noi abbiamo paura di chiedere perdono».

A proposito dei castighi, il Papa ha spiegato che quella di Dio «è la punizione di papà e mamma con il bambino, quando gli danno qualche castigo, qualche penitenza per correggerlo. Il Signore, diciamo così, castiga per correggere, castiga con amore. È una mamma o un papà quando danno qualcosa a un bambino “bum bum” (mima con la voce un gesto) se è un bel papà o una bella mamma, gli duole più la mano, ha più dolore nelle mani che il dolore nel sedere, è così. Guai al papà e alla mamma che non sentono dolore quando bacchettano un po’ il bambino, qualcosa non va lì».

Francesco ha quindi osservato a proposito della frase dell’Atto di Dolore che recita «perché peccando ho meritato i tuoi castighi»: «Se una persona fa una cosa brutta il giudice lo mette in carcere. Le cose brutte vanno castigate. Ma è un’espressione troppo dura dell’amore di Dio. A me piace più dire: “perché peccando ho rattristato il tuo cuore”. A me piace più questo. Perché il cuore di Dio è anche un cuore umano, Lui si è fatto uomo e Lui si rattrista quando vede la nostra durezza di cuore, il nostro piano di andare avanti con i nostri egoismi… Ma una cosa bella che a me piace pensare, che Dio ci castiga carezzando, perché Lui ci mette in difficoltà della vita perché noi pensiamo le cose brutte che abbiamo fatto e cambiamo vita. A Lui interessa cambiare vita, Lui è il grande perdonatore, non si stanca di perdonare. “E quante volte devo perdonare?” – 80 volte? – Sempre – 8? 80? 800 volte? Sempre”. Perché dice il Signore che noi dobbiamo perdonare così perché Lui è così, Lui perdona sempre, non si stanca di perdonare».

“Non penso alla rinuncia”

Alla domanda di Fazio sulla sua salute e sulle possibili dimissioni, Papa Francesco ha risposto così: «Non è né un pensiero né una preoccupazione e neppure un desiderio. È una possibilità, aperta, a tutti i Papi, ma per il momento non è al centro dei miei pensieri e delle mie inquietudini, dei miei sentimenti. Nel tempo che io mi sento con capacità di servire vado avanti. Quando non ce la farò più sarà il momento di pensarci».

Mi fa paura l’escalation bellica

«Questa escalation bellica mi fa paura, perché questo portare avanti passi bellici nel mondo, uno si domanda come finiremo. Con le armi atomiche adesso, che distruggono tutto. Come finiremo. Come l’Arca di Noè? Questo mi fa paura. La capacità di autodistruzione che oggi ha l’umanità».

Il Papa ha poi detto: «È difficile fare la pace, non so perché c’è qualcosa di autodistruttivo dentro. Quando nel 2014 sono andato a Redipuglia ho visto il risultato di quella strage, e ho pianto. Ho pianto. Ogni primo novembre vado in un cimitero a celebrare. Quando sono andato ad Anzio, erano i ragazzi che sono entrati (il Papa si riferisce ai giovani soldati morti durante lo sbarcondr), di poca età, tutti morti. L’ultima volta sono andato al cimitero inglese, guardavo le età. E pensavo alle mamme, che ricevono quella lettera: “Signora, ho l’onore di dire che lei ha un figlio eroe…” E la mamma sente, e: “No, io voglio il figlio non l’eroe”. Perdono i figli… E pensiamo cosa significa una guerra. Pensiamo allo sbarco in Normandia… Sulla spiaggia sono rimasti 20 mila ragazzi! Questa è la guerra. Questa è la guerra. Dobbiamo pensarci».

“Dobbiamo aggrapparci alla speranza”

Francesco ha quindi osservato: «La speranza è come la forza che ci porta avanti. La speranza non delude. C’era la Turandot che diceva che deludeva. No: adesso la speranza non delude, mai delude. E dobbiamo aggrapparci alla speranza. La speranza – l’immagine, la cosa bella della speranza – è l’ancora, che tu la butti e vai avanti, aggrappato alla corda per arrivare alla spiaggia. Quest’ancora, che è l’immagine di speranza, mai delude. Ma siamo noi a fabbricare delle delusioni – tante – che sono criminali. Tutti i giorni io comunico telefonicamente con la parrocchia di Gaza, e mi dicono le cose che succedono… Terribile quello… Quanti arabi morti lì, e quanti israeliani morti. Due popoli chiamati ad essere fratelli, autodistruggendosi l’un l’altro. Questa è la guerra: distruggere. Dobbiamo pensarci a questo».

Guerra e commercio delle armi

«La guerra – ha detto il Pontefice nell’intervista con Fabio Fazio – è incominciata all’inizio del racconto biblico della Creazione. Caino e Abele. È incominciata l’inimicizia, il crimine di guerra… Poi, nella storia, sempre ci sono state le guerre. Ma la guerra è una opzione egoistica, che ha questo gesto: prendere per me. Invece la pace ha il gesto contrario: dare e dare la mano. È vero che è rischioso fare la pace, ma è più rischiosa la guerra, più rischiosa. Vediamo le due guerre che sono vicine adesso. Ma pensa che, da quando è finita la Seconda Guerra Mondiale ad adesso – l’ho detto – non sono finite le guerre. Adesso, due guerre che, siccome sono vicine a noi, le sentiamo di più: quelle di Ucraina-Russia, e quella Palestina-Israele. Come mai non si può fare la pace. Dietro alle guerre – diciamolo con un po’ di vergogna, ma diciamolo – c’è il commercio delle armi. Mi diceva un economista che, in questo momento, gli investimenti che danno più interessi, più soldi, sono le fabbriche delle armi. Investire per uccidere. Questa è una realtà… questa è una realtà».

Ciò che muove i potenti alla guerra

Parlando delle motivazioni dei potenti che decidono di iniziare i conflitti, Francesco ha detto: «Credo che sia difficile esprimere una motivazione generale. Alcuni un senso di patriottismo, in altri un interesse economico, in altri fare un impero e andare avanti: il potere del dominio. Ognuno ha le motivazioni proprie, ma le guerre sono per distruggere, sempre. Guarda le immagini delle guerre adesso, guarda l’immagine della Striscia di Gaza, guarda l’immagine della Crimea o dell’Ucraina, guarda l’immagine. Distrugge. Un’esperienza che ho avuto poco tempo fa – un paio di anni – sono andato in visita ad un Paese europeo e dovevo fare da una città a un’altra con l’elicottero ma quel giorno c’era la nebbia e ho dovuto farla in macchina, due ore di macchina. La gente, nei villaggi, sapeva grazie alla radio e aspettava che io passassi. Curioso: c’erano bambini e bambine, coppie giovani, coppie di mezza età, ma di una certa età c’erano nonne, signore anziane, raramente qualche anziano… Cosa significa questo? La guerra. Questi uomini non sono arrivati alla vecchiaia. La guerra è così: distrugge, uccide».

I bambini, grandi scartati

Dialogando con l’intervistatore dei bambini, il Papa ha raccontato: «Mercoledì scorso è venuta una delegazione di bambini dell’Ucraina, hanno visto qualcosa della guerra e, dico una cosa Fabio, nessuno di loro sorrideva. I bambini spontaneamente sorridono, io gli davo delle cioccolate e loro non sorridevano. Avevano dimenticato il sorriso e che un bambino dimentichi il sorriso è criminale. Questo fa la guerra: impedisce di sognare».

I bambini, ha aggiunto Francesco, «sono i grandi sfruttati, i grandi scartati. E dimentichiamo che loro sono il futuro. Ma noi togliamo il futuro al bambino. Poi quando arriva, a 20, 22, 23 anni e finisce in carcere, noi diciamo: “Ma, questa generazione sporca, guarda le cose che fa…”. Siamo stati noi! È stata la società a educarli così, no perché gli ha detto: “Tu devi uccidere, tu devi rubare…”. No. Ma li ha messi in condizione, al margine della società e loro si sentono scarto e vivono come scarto e fanno delle cose che li scartano. È terribile, questa è una condanna a morte dei bambini. Nel mese di giugno, si farà il primo incontro mondiale dei bambini, qui a Roma. Un po’ per questo, per attirare l’attenzione. Quando abbiamo fatto l’incontro con i bambini ce n’erano 7.500 da tutto il mondo, Paesi di pace e di guerra. Adesso se ne farà un altro. Ma questo, un primo incontro mondiale, per aiutare ad attirare l’attenzione che i bambini sono il futuro ma sono il futuro con le cose che noi daremo loro. O li faremo crescere bene o li faremo crescere male».

Il male dal cuore

«Il male arriva – ha spiegato il Papa nel corso dell’intervista – dal proprio cuore, sempre, noi abbiamo la possibilità di scegliere: o il bene o il male. Il cuore ha capacità di fare il male, dall’inizio. Pensa alla lite dei fratelli, Caino e Abele. Noi abbiamo quella possibilità. E poi tutte le guerre che si sono susseguite. Dal cuore. Il cuore ha la capacità di fare il bene e il male e qui radica il fatto della propria libertà. L’uomo è libero. E’ vero che tante volte è condizionato da questioni politiche sociali – abbiamo parlato dei bambini condizionati – ma il cuore dell’uomo è libero e quando un capo di Stato decide di fare una guerra, lo fa – generalmente una guerra offensiva non difensiva – lo fa con libertà. E poi, non dimentichiamo, ripeto, che il commercio forse che oggi forse dà di più è il commercio delle armi, il commercio delle armi. E tante volte le guerre si continuano, si fanno più larghe per vendere le armi o provare le armi nuove e la gente che muore è un po’ il prezzo che si paga per provare armi nuove o scambiare lo staff delle armi che io ho».

La riforma più urgente

Rispondendo alla domanda di Fazio su quale sia la riforma più urgente per la Chiesa, il Papa ha detto: «La riforma dei cuori, per tutti i cristiani. Le strutture vanno conservate, cambiare, riformate secondo la finalità. E questo io – oso dire – che anche può essere una cosa meccanica – nel buon senso della parola – ma le strutture vanno sempre aggiornate, usiamo questa parola positiva: cambiare per aggiornare. Ma il cuore va riformato tutti i giorni: cambiare il cuore. E questo è un lavoro di tutti i giorni. Quando noi sentiamo nel cuore qualche cattiveria, l’invidia per esempio, l’invidia che è quel vizio “giallo” – a me piace chiamarlo – è un vizio “giallo” che rovina tutti i rapporti. E dobbiamo pentirci e cambiare il cuore continuamente. E stare attenti: cosa succede nel mio cuore per cambiare. Cambiare il cuore e poi cambiare le strutture. Le strutture vanno cambiate perché la storia va avanti. Le cose che andavano bene nel secolo scorso adesso non vanno bene. Ma la vera libertà è cambiarle, perché non sono cose assolute in sé stesse, sono cose relative al momento storico».

Le crudeltà subite dai migranti

Francesco è poi tornato sul tema dei migranti. «C’è tanta crudeltà nel trattare questi migranti – ha detto – nel momento in cui escono da casa loro fino ad arrivare qui in Europa. C’è un libro molto bello – molto bello – è piccolino, si legge in poche ore – si chiama “Fratellino”. L’originale spagnolo è “Hermanito”. “Fratellino”. Lo scrisse un migrante, che ha speso tre anni per venire dalla Guinea in Spagna. E ha scritto di questi tre anni di schiavitù, le sofferenze, le torture. Questo fa la gente presa da questa mafia, che li sfrutta. È venuto a vedermi l’altro giorno – perché adesso lavora in Spagna – per ringraziarmi del fatto che io avessi parlato del suo libro. Ma tutta una vita come quella di Pato, che ha perso la moglie e la figlia, e tanti altri… L’altro giorno, c’era un caso di una persona torturata, ma i delinquenti avevano chiesto una bella somma per lasciarlo libero. Così succede nelle coste libiche. E grazie a Dio abbiamo trovato il benefattore che ha pagato, e lui è arrivato. I migranti sono trattati tante volte come cose. Penso alla tragedia di Cutro, lì, davanti, annegati per respingere. È vero che ognuno ha il diritto di rimanere nella propria casa e di migrare. È vero che in questo momento in Europa sono cinque i Paesi che ricevono più migranti: Cipro, Grecia, Malta, Italia e Spagna. Non chiudere le porte per favore. E anche alcuni di questi Paesi non fanno figli, e hanno bisogno di manodopera. In alcuni di questi Paesi ci sono villaggi vuoti. Una bella politica della migrazione, bella, ben pensata, aiuta anche i Paesi sviluppati come l’Italia, la Spagna ecc. Dobbiamo prendere il problema dei migranti in mano, togliere tutte queste mafie che sfruttano i migranti, e andare avanti nel risolvere il problema sia della necessità di persone nei paesi, sia dell’emigrazione. Migrare è un diritto e rimanere in patria è un altro diritto. Rispettare ambedue. Una politica, capo di Governo, molto importante dell’Europa una volta ha detto: “Il problema della migrazione africana si risolve in Africa”. Aiutare a sviluppare l’Africa perché non abbiano la necessità di venire. Il problema dei migranti è molto importante. Se avete un po’ di tempo leggete questo libro – “Fratellino” – è la storia dura della migrazione».

Perché chiedo preghiere

Alla domanda di Fabio Fazio sul perché chieda sempre preghiere per lui, il Papa ha risposto: «Perché io sono peccatore, e ho bisogno dell’aiuto di Dio per rimanere fedele alla vocazione che Lui mi ha dato. Ognuno ha la propria vocazione, tu hai la tua – fai tanto bene con la tua professione, che nasce da una vocazione del cuore! – ognuno ha la propria, la propria vocazione, che deve portare avanti. Il Signore mi ha chiamato a fare il prete, a fare il vescovo, e, come vescovo, ho una responsabilità molto grande nei confronti della Chiesa. E conosco le mie debolezze. E per questo io devo chiedere preghiere a tutti, che preghino per me perché io sia rimasto fedele nel servizio del Signore. Che non finisca in un atteggiamento di pastore mediocre che non si prende cura dell’ovile, ma un pastore in mezzo al gregge, per sentire l’odore del gregge e per conoscere. Il Papa deve conoscere come è il gregge. Pastore dietro il gregge, per aiutare, andare avanti, e delle volte per lasciare che il gregge, con il fiuto, cerchi i nuovi pasti. E pastore davanti al gregge per guidare. E per questo ho bisogno di preghiera. E per questo chiedo preghiera, perché io non manchi di essere pastore. Il Signore ci ha chiamato, ha chiamato i pastori ad essere pastori di popolo, e – mi piace dire – non “chierico di Stato”, non un monsieur l’Abbé de l’Ecole française».

A Dio si può chiedere tutto

Al Signore, ha detto Francesco, «si può chiedere tutto e in questo io penso che noi siamo delle volte proprio timidi, non abbiamo il coraggio di chiedere tutto al Signore. Il Signore cosa dice nel Vangelo: “Chiedete e avrete”. Chiedete. Chiedete. Quella saggezza cristiana di imparare a bussare la porta del cuore di Dio».

L’immagine del volto di Dio

Il Pontefice ha detto che nelle sue preghiere usa «immagini del Vangelo. A me piace immaginarlo come il papà generoso, che riceve il figlio che se ne è andato e ha speso una fortuna, e torna ferito… lo riceve. E, dice il Vangelo, che il figlio “aveva preparato il discorso”: “Papa ho peccato contro il Cielo, contro di te…” Ma il papà, con un abbraccio, quasi non lo ha lasciato parlare. A me piace pensare il Signore con questo abbraccio. Quando io vado a dire: “Ma, ho fallito in questo…” mi piace pensarlo, con la mano mi fa così, e mi dice: “Ma vai avanti, vai avanti, continua ad andare avanti”. Il Signore che ci spinge ad andare avanti, che non si scandalizza dei nostri peccati, perché Lui è padre, e ci accompagna. Lui da per scontato che siamo peccatori. Il problema è di Lui: se accompagno il peccatore o lo mando all’inferno subito. E Lui sceglie di accompagnarci. E per questo ha inviato il Suo Figlio, per accompagnarci. Il Signore ha inviato il Figlio al mondo non per condannare il mondo, ma per salvarlo. Così dice la Liturgia». E a proposito dell’inferno, Francesco ha aggiunto: «Questo non è dogma di fede – quello che dirò – è una cosa mia personale, che a me piace: a me piace pensare all’Inferno vuoto. È un piacere: spero che sia realtà. Ma è un piacere».

Viaggi in Argentina e Polinesia

A proposito della situazione dell’Argentina, il Papa ha detto: «Mi preoccupa, perché la gente sta soffrendo tanto lì. È un momento difficile per il Paese. È in piano la possibilità di fare un viaggio nella seconda parte dell’anno, perché adesso c’è un cambio di governo, ci sono cose nuove, e anche io ho qualche impegno. Per esempio, ad agosto devo fare il viaggio in Polinesia, lì lontano, e dopo questo si farebbe quello in Argentina se si può fare. Io voglio andarci. Dopo dieci anni sta bene, va bene, posso andare».

Ricordi di bambino

Parlando della prima cosa che gli viene in mente pensando a casa sua, Francesco ha spiegato: «La prima cosa sono i nonni. Siamo cinque noi. Mamma ha avuto mio fratello, secondo, quando io avevo 13 mesi, ancora ero un bambino da accudire, e i nonni abitavano a 40 metri. E la nonna veniva al mattino, mi portava a casa loro, io passavo tutto il mattino, pranzavo con loro, e poi, dopo pranzo, mi riportava a casa. Questo è un bel ricordo che io ho. E questo spiega perché la prima lingua che ho parlato non è stato lo spagnolo, ma il piemontese, perché loro parlavano piemontese. È stata proprio la mia prima lingua. Ma questo è il primo ricordo, i nonni: ossia il nonno e la nonna che, per mano, mi portavano a casa dopo nel pomeriggio. È un bel ricordo».

Il pubblico in studio

“Ciò che mi fa sorridere”

«La tenerezza dei bambini – ha detto Francesco – questo mi fa sorridere. E poi i nonni, sono i miei coetanei ma a me piace parlare con i nonni, avere questo rapporto con i nonni, hanno saggezza i nonni, hanno saggezza. Non dimenticare queste due capacità che noi dobbiamo avere di parlare con i bambini, ascoltarli, farli ridere, parlare con loro e con i nonni, ascoltare le storie. Qualcuno dice: “Ma sono noiosi, sempre raccontano lo stesso…”, ma sono storie di vita, e questo aiuta pure».

La cosa più importante della vita

«Si può riassumere il cammino della vita con imparare ad amare e sempre si può imparare ad amare di più. E c’è tanta gente che ti ha dato l’esempio di amore eroico, che li ha portati alla morte, a dare la vita per gli altri». Francesco ha concluso l’intervista con il consueto invito: «Vi chiedo di pregare per me: pregare, pregare perché io vada sempre avanti, perché io non fallisca nel mio dovere, ma per favore pregare a favore, non contro! Grazie».

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla perseveranza finale

Cari amici, la perseveranza finale è una tematica tipica della teologia spirituale e del cammino di perfezione perché, come dice San Paolo, solamente chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvo. La virtù della perseveranza è importantissima perché ci permette di arrivare al traguardo della vita che è, appunto, il Paradiso.

Questa esortazione biblica a chiedere la grazia della perseveranza finale deve essere compresa e ben inquadrata. La corrispondenza a questa grazia deve durare per tutta la vita, fino all’ultimo istante. C’è anche chi si converte all’ultimo istante, com’è accaduto a uno dei ladroni crocifissi accanto a Gesù. Da una parte, allora, c’è la possibilità di convertirsi nell’ultimo istante della vita anche perché Dio vuole che tutti gli uomini si salvino; dall’altra si può rispondere a questa grazia perseverando nella fede per tutta la vita. Dio concede a tutti la grazia della salvezza, ovviamente si salva chi la accoglie. Dio non costringe nessuno ad andare in Paradiso.

C’è un bel racconto di Clive Staples Lewis, intitolato Il grande divorzio che si apre con il viaggio che l’autore compie dall’inferno al Paradiso insieme ad altre anime. Il racconto è ambientato su un autobus che porta le anime dall’inferno al Paradiso e ben descrive la volontà necessaria alle anime per salvarsi e la possibilità incondizionata che Dio dà a tutti.

È importante, allora, essere consapevoli della possibilità di convertirsi anche all’ultimo istante della propria vita ma bisogna comprendere l’importanza della perseveranza nella fede, nella fiducia in Dio e nell’abbandono in Dio per tutto il corso della vita. Dobbiamo tenere conto anche di un fatto di cui non si parla: il diavolo può sferrare un attacco finale confidando nella disperazione di quell’anima e la assalta proprio nel momento finale per farla propria.

Per salvarsi bisogna perseverare fino alla fine, essere saldi nella fede fino alla fine della vita, bisogna chiedere questa grazia!

La grazia della perseveranza finale deve essere collocata in una visione della vita che è tipica cristiana: la vita qui sulla Terra è un tempo di prova. Siamo in uno stato esistenziale che è il derivato della prova subita dai progenitori che hanno peccato e ci hanno trasmesso il peccato originale, dall’altra siamo in una situazione esistenziale di salvezza perché Cristo è morto per noi e ci ha redenti. La grazia della salvezza va oltre i confini della Chiesa stessa visibile e arriva a toccare i cuori di tutte quelle persone che, senza avere colpa alcuna, non conoscono la grazia della fede.

La vita su questa Terra è un tempo di prova che consiste nel fatto che nasciamo in un mondo in cui c’è la lotta fra il bene e il male, dove c’è la grazia di Dio che ci protegge e ci guida, dove la potenza del male ci insidia e ci fa deviare; siamo nel quadro di un grande combattimento escatologico che ha inizio proprio dal momento in cui i progenitori sono stati elevati in grazia e il serpente infernale li ha tentati. Fin dal momento in cui è caduto sulla Terra, l’angelo ribelle ha iniziato a tendere le sue insidie per far deviare l’umanità. Da allora, e fino al termine della Storia, c’è questa lotta spirituale fra la grazia e la tentazione e noi siamo gli attori primi di questa lotta per cui da una parte abbiamo bisogno della grazia e dall’altra dobbiamo stare molto in guardia dai nemici che ci insidiano.

Questa visione cristiana della vita è fondamentale e non può essere cambiata. L’uomo è stato creato libero, capace di Dio, orientato a Dio, è chiamato da Dio alla vita soprannaturale, alla divina figliolanza, all’amore per Dio sopra ogni cosa. Questo è il motivo per cui Dio ha creato l’uomo. La potenza del male, che addirittura precede l’esistenza dell’uomo sulla Terra, ci insidia, ci attrae a sé, ci vuole fare deviare. Questa battaglia dura continuamente e la letteratura spirituale insegna che, man mano che una persona acquisisce stabilità e forza nella vita di grazia, il diavolo assale con maggiore rabbia e determinazione. Satana brama le anime sante per farle deviare.

Questa lotta è ovviamente un pericolo, ma se viene affrontata con la fede e con la preghiera, fortifica. Man mano che si va avanti e si superano le prove si diventa sempre più forti. Questa battaglia è molto insidiosa perché i nemici sono dentro e fuori di noi: la carne è debole e il mondo è un covo di vipere.

Ogni giorno, allora, dobbiamo elevare lo sguardo al Cielo e guardare la meta alla quale dobbiamo tendere. Il Paradiso sia il nostro traguardo, solamente in Dio c’è salvezza.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia” 

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L’assurda accusa di genocidio a Israele

Il triplice paradosso che ha portato il Sudafrica a intentare una causa alla Corte di Giustizia dell’Aia. Ci vorranno settimane per la sentenza e un’eventuale condanna darà fiato alle trombe dell’asse antisraeliano

Giancarlo Giojelli -TEMPI 13/01/2024 – 6:00

Un triplice paradosso si consuma nel cuore dell’Europa. All’Aia si riunisce la Corte internazionale di giustizia. Imputato: Israele. Accusa: genocidio (cioè di voler sterminare tutti i palestinesi). Accusatore: il Sudafrica.

Primo paradosso: il paese accusato di genocidio è nato proprio dopo un genocidio, l’Olocausto, ed ha nella sua stessa ragione di esistenza la protezione degli ebrei dallo sterminio. Questo è chiaro alla coscienza di ogni cittadino israeliano, al di là delle convinzioni pro o contro il governo. È un’accusa che delegittima l’esistenza stessa di Israele.

Secondo paradosso: la convenzione internazionale sul genocidio, che è alla base dell’accusa, è nata dall’intensa battaglia di Raphael Lemkin, un giurista e magistrato ebreo polacco che non solo sintetizzò la fattispecie del reato, ma coniò nel 1944 il termine genocidio per le sterminio nazista degli ebrei, che Winston Churchill aveva definito un «crimine senza nome».

Terzo paradosso: il paese che accusa Israele è stato a sua volta più volte accusato di aver calpestato i diritti umani. Lo ha denunciato due anni fa, durante le celebrazioni per la fine dell’apartheid, padre Russell Pollitt, SJ, direttore dell’Istituto dei gesuiti in Sudafrica. «L’apartheid – ha detto a Vatican News– è stato sostituito da un sistema che sta anche penalizzando i più poveri dei poveri, un sistema di corruzione su larga scala, di saccheggi e di mancanza di fiducia nel governo». Ed elencava una serie di massacri e violazioni dei diritti umani, rimaste inascoltate dalla comunità internazionale, condannando anche il silenzio del paese africano sulla tragedia dell’Ucraina.

L’asse antisraeliano

Le Nazioni Unite, per effetto della rotazione nelle cariche e nei consigli dei vari organismi, non sono nuove a simili paradossi. Il 2 e il 3 novembre del 2023 a presiedere il Forum delle Nazioni Unite sui diritti umani fu l’Iran, scatenando le proteste del mondo democratico. Lo stesso meccanismo di rotazione che ha portato anche l’Arabia Saudita a fare parte del consiglio Onu per i diritti umani. Ma il triplice paradosso non elimina l’accusa e i fatti su cui ha la pretesa di basarsi: la corte di Giustizia su questi si pronuncerà, anche se ci vorranno settimane, e la sentenza, qualunque sia, non potrà avere effetti concreti. Eventuali sanzioni dovrebbero essere approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e gli Stati Uniti certamente useranno il diritto di veto.

Ma certo una condanna darà fiato all’asse antisraeliano, che ha il suo vertice nell’Iran, indebolendo Israele sul piano diplomatico, minando ancor di più la già praticamente inesistente fiducia che lo stato ebraico ripone nelle istituzioni internazionali, rafforzando la sua convinzione di potersi fidare solo di se stesso e al massimo degli Stati Uniti. Insomma, rendendo sempre più difficili i tentativi di mediazione per risolvere il conflitto e allontanando ogni prospettiva di pace.

di legali del Sudafrica. Da sinistra, John Dugard, Tembeka Ngcukaitobi e Adila Hassim, Aia, Paesi Bassi, il 12 gennaio 2024.

«È Hamas che vuole l’eliminazione di Israele»

Nello specifico, Israele risponde alle accuse accusando a sua volta: «Il Sudafrica – dice uno degli avvocati di Israele, Malcom Shaw – presenta un quadro fattuale e giuridico profondamente distorto. Non c’è alcun intento di distruggere il popolo di Gaza». Le operazioni militari, è la linea di Israele, hanno lo scopo di eliminare i terroristi di Hamas, non i palestinesi, e vengono condotte cercando di prevenire e ridurre le perdite. Ma è Hamas che si fa scudo dei civili e gli stessi missili lanciati dalla Striscia hanno provocato morti tra i palestinesi, come nel caso dell’ospedale anglicano, colpito proprio da un razzo ricaduto all’interno di Gaza.

Un altro avvocato del team di difesa israeliano, Tal Becker, ha descritto il «massacro, le mutilazioni, gli stupri e rapimenti su vasta scala» compiuti da Hamas il 7 ottobre e ha detto che, «se ci sono stati atti di genocidio, sono stati perpetrati contro Israele». Il ministro degli esteri israeliano, Yisrael Katz, ha accusato la comunità internazionale di «un doppio standard» nel momento in cui «processa Israele e viola la Convenzione internazionale sostenendo Hamas che chiede l’eliminazione di Israele».

È questo l’argomento più forte presentato dagli avvocati Israeliani: «Se accoglie la richiesta dell’accusa – dice l’avvocato di Israele Gilad Noam – la Corte cessa di essere uno strumento di prevenzione degli orrori del genocidio e la sentenza diventerà un’arma nelle mani di gruppi terroristi che non hanno riguardo per l’umanità e le leggi». 

Un messaggio a tutto il mondo viene da un altro legale, Christopher Staker: «La guerra dei fondamentalisti non si fermerebbe a Gaza. Misure giudiziarie contro Israele significherebbero che un riconosciuto gruppo terrorista può attaccare uno Stato e una terza parte può impedirgli di difendersi». Intanto la guerra prosegue

Il processo alla Corte dell’Aia e l’antisemitismo eterno

di Goffredo Buccini| 14 gennaio 2024 – Corriere della sera

L’accusa a Israele per «genocidio» mentre l’Osservatorio del Cdec documenta una nuova ondata di rancore contro gli ebrei.

L’atto d’accusa portato all’Aia contro Israele apre, accanto al tentativo di tutelare la popolazione palestinese di Gaza, questioni di coscienza e contraddizioni. È impossibile, certo, non porre in discussione la proporzionalità della risposta israeliana all’aggressione patita per mano di Hamas: il protrarsi e le dimensioni della reazione militare, le sofferenze e i lutti per due milioni di civili. Lo fanno persino gli americani, alleati storici di Gerusalemme.

Ma l’idea stessa di promuovere davanti alla Corte internazionale una causa nei confronti della nazione vittima del pogrom del 7 ottobre (oltre 1.200 ebrei assassinati e 6.000 feriti nel deserto del Negev e nei kibbutzim di confine, 253 rapiti, tra cui numerosi bambini, decine di donne stuprate e mutilate), rovesciandole addosso una parola — genocidio — coniata nel 1944 per la Shoah, ha un effetto straniante e ha indotto il premier Netanyahu a parlare di «mondo alla rovescia» (l’Iran, dante causa dei terroristi islamici giunto infine a rivendicare il massacro del «Sabato nero», è, ad esempio, tra i grandi sostenitori del dossier promosso dal Sudafrica).

Il processo, come inevitabile, tende a radicalizzare le posizioni. Talché, chi crede nel buon diritto di Israele a difendere la propria sopravvivenza si troverà in sgradita compagna della destra ultrareligiosa di Ben-Gvir e Smotrich; e chi è più sensibile ai patimenti dei gazawi può finire per accostarsi alla propaganda di assassini come Yahya Sinwar e Mohammed Deif, capi dei carnefici del 7 ottobre. Inoltre, il giudizio dell’Aia non ha forza cogente ma solo impatto reputazionale: non potrà sortire effetti concreti sul campo. Avrà invece, come sicuro risultato, una nuova ondata di rancore verso gli ebrei: non solo contro i soldati di Tsahal nella Striscia ma contro tutti gli appartenenti alla religione ebraica e in tutto il mondo. Ed è questa, per noi che guardiamo da lontano il conflitto, l’insidia maggiore: un sentimento che scorre da sempre nelle nostre società e si manifesta con andamento carsico, come un veleno sottile, in occasione di ogni grande crisi mediorientale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 alla strage di Sabra e Chatila del 1982.

La geopolitica fa da detonatore a una sottocultura che affonda le radici nei luoghi comuni di secoli (per dire: il «Dio cattivo degli ebrei» contrapposto al Dio misericordioso dei Vangeli). Una preziosa finestra per capirlo si trova a Milano, vicino alla Stazione Centrale, proprio accanto a quel Binario 21 celebrato da una commossa Liliana Segre, dal quale i nazisti caricavano le loro vittime sui vagoni piombati diretti ai lager. È l’Osservatorio Antisemitismo, settore del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) che dal 1975 monitora quotidianamente sull’Italia il fenomeno e le sue manifestazioni: aggressioni fisiche o verbali, graffiti, insulti web, discorsi pubblici di odio.

Negli uffici di piazza Safra hanno appena concluso il rapporto 2023 con circa 460 episodi segnalati durante l’anno (erano 241 nel 2022) e con trend triplicato dopo il 7 ottobre: i casi erano 67 tra ottobre e dicembre del 2022, sono stati 221 negli ultimi tre mesi di quest’anno (avvertenza: la categoria presa in esame è ovviamente più ampia dei soli crimini d’odio di cui ha dato conto di recente il ministro Piantedosi su dati Oscad, l’osservatorio del Viminale sulle discriminazioni).

Sono frammenti di vita che rendono un clima. Dai temi di educazione civica «sull’apartheid contro i palestinesi» all’interrogazione subita in un liceo scientifico romano da uno studente ebreo chiamato a «esporre le ragioni di Israele» davanti alla classe, fino alla bambina di una media fiorentina bullizzata dalle compagne («ti buttiamo dalla finestra, speriamo muoiano tutti gli ebrei»); dal rabbino minacciato in strada a Genova al membro della comunità attaccato a Catania per la Stella di Davide al collo da un distinto cinquantenne che gli ha aizzato contro il cane gridando «eccone un altro! Ma quanti ca… siete?». Betti Guetta, responsabile dell’Osservatorio, si domanda dolente «in quale millennio smetteremo di essere un… voi», e parla della solitudine come sentimento prevalente di questi mesi: «Più che spaventata sono depressa», dice, pensando agli amici spariti e anche alle vittime palestinesi di questo orrore. Il livello di violenza è ben lontano dalla Francia, dove gli ebrei hanno intrapreso dagli anni degli attacchi jihadisti un esodo di paura, o dalla Germania dei gruppi neonazisti; ma dopo il 7 ottobre gli episodi si sono «trasferiti dal web al mondo reale» anche qui.

Così reali che nelle università i ragazzi ebrei hanno cominciato a nascondersi. Un report riservato rivela che tre quarti degli studenti israeliani celano in ateneo la propria identità o evitano di parlare in ebraico, uno su tre ha eliminato kippah e Stelle di Davide. Due terzi dei 243 giovani sondati dall’Ugei pensa che essere ebreo possa causare discriminazione sul luogo di lavoro o di studio, la quasi totalità denuncia un aumento di episodi di antisemitismo. Secondo un sondaggio condotto tra 2.579 universitari non ebrei in tre atenei del Nord Italia dal sociologo Asher Colombo, il 38% degli studenti di destra pensa che «gli ebrei non sono italiani fino in fondo» e il 59% di quelli di sinistra che «il governo israeliano si comporta coi palestinesi come i nazisti si comportarono con gli ebrei». La Rete resta il volano più truculento, come sempre. Hitler il criminale più gettonato, talvolta mascherato dietro l’hashtag «pittore austriaco» (300 milioni di visualizzazioni) per evitare restrizioni. Ma basta sfogliare il bel libro di Alessandra Tarquini «La sinistra e gli ebrei» (Il Mulino, 2019) per constatare come il morbo dell’antisemitismo non sia certo esclusiva della destra più cupa.

«Palestina dal fiume al mare», slogan che presuppone la scomparsa di Israele, è stato gridato molte volte in questi mesi da antagonisti e collettivi studenteschi. E il vecchio Proudhon, già a metà del Diciannovesimo secolo, considerava gli ebrei «una razza da sterminare col fuoco o col ferro, con l’espulsione o con qualsiasi mezzo». Che più di centosettanta anni dopo tanti lo prendano alla lettera deve farsi ragione di sollecitudine e solidarietà verso chi diventa un bersaglio: anche di fronte a un processo da cui il mondo uscirà solo più diviso e intossicato.

DALLA NOSTRA CAPPELLA PADRE LIVIO COMMENTA IL VANGELO FESTIVO

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