"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Gennaio 2024 Pagina 13 di 17

Il Papa: fermare ogni guerra, “inutile strage”. Un crimine violare il diritto umanitario

Francesco riceve il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede ed elenca tutti i drammi che feriscono oggi il mondo: dalla guerra “incancrenita” in Ucraina alle violenze in Terra Santa, dalla crisi in Nicaragua alle tensioni nel Caucaso e in Africa. Il Pontefice stigmatizza maternità surrogata, gender, antisemitismo e persecuzioni anti-cristiane, esorta a un serio impegno per il fenomeno migratorio e chiede di costruire la pace attraverso il dialogo politico-sociale e l’educazione

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – Vatican news

È denso di appelli, esortazioni, suppliche e citazioni (a cominciare dalla “guerra inutile strage” di Benedetto XV), il discorso di Francesco ai 184 ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, quanto dense sono le nubi che oscurano lo scenario geopolitico mondiale. Con i diplomatici, riuniti oggi, 8 gennaio, nell’Aula delle Benedizioni per i tradizionali auguri di inizio anno, Francesco condivide il dolore per l’Ucraina, dove la guerra va “incancrenendosi”, l’inquietudine per i drammi nel Caucaso Meridionale e in varie regioni dell’Africa, la preoccupazione per la crisi in Nicaragua che investe in particolare la Chiesa cattolica. E condivide lo shock per il conflitto deflagrato in Medio Oriente, dopo le brutalità di Hamas in Israele e la risposta militare nella Striscia di Gaza.

Tutti siamo rimasti scioccati dall’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro la popolazione in Israele, dove sono stati feriti, torturati e uccisi in maniera atroce tanti innocenti e molti sono stati presi in ostaggio. In questo modo non si risolvono le questioni tra i popoli, anzi esse diventano più difficili, causando sofferenza per tutti. Infatti ciò ha provocato una forte risposta militare israeliana a Gaza che ha portato la morte di decine di migliaia di palestinesi, in maggioranza civili, tra cui tanti bambini, ragazzi e giovani, e ha causato una situazione umanitaria gravissima con sofferenze inimmaginabili

Un vero conflitto globale

È insomma un 2024, questo appena avviato, “che vorremmo di pace e che invece si apre all’insegna di conflitti e divisioni”, esordisce Francesco nel suo discorso – uno dei più lunghi e importanti dell’intero anno – in cui elenca uno ad uno i conflitti che sconvolgono il pianeta e piange i milioni di persone che ne fanno le spese: “Uomini, donne, padri, madri, bambini, i cui volti ci sono per lo più sconosciuti e che spesso dimentichiamo”.

Il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito “terza guerra mondiale a pezzi” in un vero e proprio conflitto globale

Violazioni del diritto umanitario sono crimini di guerra

Sempre con gli ambasciatori, il Papa guarda pure alle sfide dell’attualità come migrazioni, aumento dell’industria delle armi, crisi climatica, intelligenza artificiale, maternità surrogata, teoria del gender, antisemitismo, persecuzioni anti-cristiane. Quindi invoca la pace, “via” raggiungibile attraverso il dialogo politico-sociale e interreligioso, attraverso l’educazione e soprattutto il pieno rispetto del diritto umanitario, “unica via per la tutela della dignità umana in situazioni di scontro bellico”, per cui serve un maggiore impegno della Comunità internazionale.

Non dobbiamo dimenticare che le violazioni gravi del diritto internazionale umanitario sono crimini di guerra, e che non è sufficiente rilevarli, ma è necessario prevenirli

E “anche quando si tratta di esercitare il diritto alla legittima difesa”, afferma il Papa, “è indispensabile attenersi ad un uso proporzionato della forza”.

Cessate il fuoco e liberazione degli ostaggi, aiuti a Gaza

Le parole del Pontefice sono precedute dal saluto del decano del Corpo diplomatico, l’ambasciatore di Cipro George Poulides, e dall’elenco dei passi avanti compiuti dalla Santa Sede a livello diplomatico: l’allacciamento dei rapporti col Sultanato dell’Oman, la nomina di un Rappresentante pontificio residente in Vietnam, l’Accordo col Kazakhstan, gli anniversari delle relazioni con Panama, Iran, Corea, Australia.

Francesco passa poi al fulcro della sua riflessione, la pace, “in un momento storico in cui – rileva – è sempre più minacciata, indebolita e in parte perduta”. Il pensiero è in particolare per Israele e Palestina per cui il Papa, come in ogni intervento pubblico negli ultimi tre mesi, ribadisce la sua preoccupazione e la condanna di “ogni forma di terrorismo ed estremismo”.

Ribadisco il mio appello a tutte le parti coinvolte per un cessate-il-fuoco su tutti i fronti, incluso il Libano, e per l’immediata liberazione di tutti gli ostaggi a Gaza. Chiedo che la popolazione palestinese riceva gli aiuti umanitari e che gli ospedali, le scuole e i luoghi di culto abbiano tutta la protezione necessaria

Al contempo il Papa chiede che “la popolazione palestinese riceva gli aiuti umanitari e che gli ospedali, le scuole e i luoghi di culto abbiano tutta la protezione necessaria”. Si rivolge quindi alla comunità internazionale perché “percorra con determinazione la soluzione di due Stati, uno israeliano e uno palestinese”, come pure di “uno statuto speciale internazionalmente garantito per la Città di Gerusalemme, affinché israeliani e palestinesi possano finalmente vivere in pace e sicurezza”.

La Siria non soffra più per le sanzioni, il Libano abbia un presidente

Il conflitto a Gaza destabilizza una regione già fragile e carica di tensioni, evidenzia ancora il Papa, menzionando la Siria “che vive nell’instabilità economica e politica, aggravata dal terremoto del febbraio scorso”. Per la popolazione martoriata Francesco invoca “un dialogo costruttivo e serio” tra le parti e “soluzioni nuove” perché “non abbia più a soffrire a causa delle sanzioni internazionali”. Eguale sofferenza la esprime per il Libano, auspicando il superamento dello “stallo istituzionale” che lo mette ancora più in ginocchio: “Il Paese dei Cedri abbia presto un presidente”.

Con lo sguardo al continente asiatico, il Papa richiama l’attenzione sul Myanmar e incita a ogni sforzo “per dare speranza a quella terra e un futuro degno alle giovani generazioni”, senza dimenticare l’emergenza umanitaria dei Rohingya. In Asia non mancano tuttavia “segni di speranza” e il viaggio in Mongolia di settembre ne è stato la dimostrazione, afferma il Pontefice.

Porre fine alla guerra incancrenita in Ucraina

Lo è stato pure quello in Ungheria: un viaggio “nel cuore dell’Europa” dove si è avvertita “la vicinanza di un conflitto che non avremmo ritenuto possibile nell’Europa del XXI secolo”. È la guerra “su larga scala della Federazione Russa contro l’Ucraina”; dopo quasi due anni, “la tanto desiderata pace non è ancora riuscita a trovare posto nelle menti e nei cuori, nonostante le numerosissime vittime e l’enorme distruzione”, scandisce Papa Francesco.

Non si può lasciare protrarre un conflitto che va incancrenendosi sempre di più, a detrimento di milioni di persone, ma occorre che si ponga fine alla tragedia in atto attraverso il negoziato, nel rispetto del diritto internazionale

Preoccupazione per il Caucaso e per l’Africa

Ancora, il Papa si dice preoccupato per “la tesa situazione” tra Armenia e Azerbaigian, per cui esorta alla firma di un Trattato di pace, e per la “sofferenza di milioni di persone per le molteplici crisi umanitarie in cui versano vari Paesi sub-sahariani”, a causa di terrorismo, problemi socio-politici, cambiamenti climatici. A questo si sommano “le conseguenze dei colpi di stato militari” in alcuni Paesi (8 in 3 anni, tra cui Mali, Niger e Burkina Faso) e “processi elettorali caratterizzati da corruzione, intimidazioni e violenza”. Il Papa rinnova l’appello per la fine dei combattimenti nel Tigray, delle violenze che assillano l’Etiopia e per la stabilità nel Corno d’Africa. Cita poi il Sudan, dove dopo mesi di guerra civile “non si vede ancora una via di uscita”, e le situazioni degli sfollati in Camerun, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan. Paesi, questi ultimi due, visitati a inizio 2022.

Appello per il Nicaragua

Lo sguardo del Successore di Pietro si amplia alle Americhe e in particolare alla situazione in Nicaragua che desta grande “preoccupazione”. È una crisi “che si protrae nel tempo con dolorose conseguenze per tutta la società nicaraguense, in particolare per la Chiesa Cattolica”, afferma Francesco.

La Santa Sede non cessa di invitare ad un dialogo diplomatico rispettoso per il bene dei cattolici e dell’intera popolazione

I civili non sono “danni collaterali”

Con gli occhi fissi ai tanti, troppi, moderni conflitti, Jorge Mario Bergoglio deplora gli attacchi indiscriminati alla popolazione civile: “Sembra non essere osservato più il discernimento tra obiettivi militari e civili” dice, citando come “prova evidente” quanto accade in Ucraina e a Gaza. “Forse non ci rendiamo conto che le vittime civili non sono ‘danni collaterali’. Sono uomini e donne con nomi e cognomi che perdono la vita. Sono bambini che rimangono orfani e privati del futuro. Sono persone che soffrono la fame, la sete e il freddo o che rimangono mutilate a causa della potenza degli ordigni moderni”.

Se riuscissimo a guardare ciascuno di loro negli occhi, a chiamarli per nome e ad evocarne la storia personale, guarderemmo alla guerra per quello che è: nient’altro che un’immane tragedia e ‘un’inutile strage’, che colpisce la dignità di ogni persona su questa terra

Salvare vite con le risorse investite per le armi

Ma se queste guerre continuano è anche grazie all’enorme disponibilità di armi, evidenzia il Papa. “Occorre perseguire una politica di disarmo poiché è illusorio pensare che gli armamenti abbiano un valore deterrente”. La disponibilità di armi ne incentiva, anzi, uso e produzione. E le armi “creano sfiducia e distolgono risorse”.

Quante vite si potrebbero salvare con le risorse oggi destinate agli armamenti? Non sarebbe meglio investirle in favore di una vera sicurezza globale?

Il Papa rilancia la proposta di “un Fondo mondiale per eliminare finalmente la fame e promuovere uno sviluppo sostenibile dell’intero pianeta”. Torna poi a puntare il dito contro arsenali nucleari e ordigni sempre più sofisticati e distruttivi, ribadendo per l’ennesima volta “l’immoralità di fabbricare e detenere armi nucleari”. Infine auspica che si giunga presto alla ripresa dei negoziati per il riavvio del cosiddetto Accordo sul nucleare iraniano.

Fame e sfruttamento delle risorse, causa di conflitti

Tutto questo non sarebbe comunque sufficiente per il perseguimento della pace, perché, annota il Papa, “occorre estirpare alla radice le cause delle guerre”. Prima fra tutte la fame, “piaga che colpisce tuttora intere regioni della Terra”. Poi lo sfruttamento delle risorse naturali, “che arricchisce pochi, lasciando nella miseria e nella povertà intere popolazioni”. È vero che ci sono “disastri che la mano dell’uomo non può controllare”, osserva Francesco, come i terremoti in Marocco, Cina, Turchia, Siria o l’alluvione in Libia. “Vi sono però i disastri che sono imputabili anche all’azione o all’incuria dell’uomo e che contribuiscono gravemente alla crisi climatica in atto”.

La Cop28 e il multilateralismo attraverso la questione climatica

Il pensiero, in tal senso, va alla Cop28 di Dubai, alla quale il Papa non ha potuto partecipare a causa di una bronchite acuta. Per Francesco è stato “un passo incoraggiante” l’adozione del documento finale perché “rivela che, di fronte alle tante crisi che stiamo vivendo, vi è la possibilità di rivitalizzare il multilateralismo attraverso la gestione della questione climatica globale”.

I migranti, immane tragedia

I temi di guerre, povertà, abuso della casa comune, introducono quello del fenomeno migratorio: sono queste infatti le principali cause che costringono migliaia di persone “ad abbandonare la propria terra alla ricerca di un futuro di pace e sicurezza”. Il Papa passa in rassegna le frontiere mondiali dei flussi migratori: dal Sahara alla foresta del Darién fino al Mediterraneo, divenuto nell’ultimo decennio “un grande cimitero” con il susseguirsi di tragedie causate anche da “trafficanti di esseri umani senza scrupoli”. Come a Marsiglia, Francesco chiede che il Mare Nostrum diventi “un laboratorio di pace” e che, dinanzi a questa “immane tragedia”, nessuno si trinceri “dietro la paura di una ‘invasione’”.

Dimentichiamo facilmente che abbiamo davanti persone con volti e nomi e tralasciamo la vocazione propria del Mare Nostrum, che non è quella di essere una tomba, ma un luogo di incontro e di arricchimento reciproco fra persone, popoli e culture

Nessun Paese sia solo nella sfida delle migrazioni

Ciò non toglie, chiarisce il Papa, che “la migrazione debba essere regolamentata” nel rispetto della cultura, della sensibilità e della sicurezza dei Paesi che si fanno carico di accoglienza e integrazione. D’altra parte, occorre pure richiamare “il diritto di poter rimanere nella propria Patria”. L’importante, aggiunge il Pontefice, è che dinanzi a questa sfida nessun Paese venga “lasciato solo”

Né alcuno può pensare di affrontare isolatamente la questione attraverso legislazioni più restrittive e repressive, approvate talvolta sotto la pressione della paura o per accrescere il consenso elettorale

In tal senso, il Papa dice di accogliere “con soddisfazione” l’adozione dell’UE del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, del quale comunque rileva “alcuni limiti” specialmente per ciò che concerne “il riconoscimento del diritto d’asilo” e “il pericolo di detenzioni arbitrarie”.

Maternità surrogata, pratica deprecabile

“La via della pace esige il rispetto della vita”, afferma poi Francesco nel discorso, “di ogni vita umana, a partire da quella del nascituro nel grembo della madre, che non può essere soppressa, né diventare oggetto di mercimonio”. Al riguardo, il Papa definisce “deprecabile” la cosiddetta maternità surrogata, “fondata sullo sfruttamento di una situazione di necessità materiale della madre”.

Un bambino è sempre un dono e mai l’oggetto di un contratto

Tale pratica andrebbe proibita “a livello universale”, secondo il Papa. Che esprime rammarico pure per il fatto che, specie in Occidente, si sta persistentemente diffondendo “una cultura della morte, che, in nome di una finta pietà, scarta bambini, anziani e malati”. La vita umana va rispettata sempre, insiste, perché essa è via di pace.

La teoria del gender “pericolosissima”

Via di pace è anche “il rispetto dei diritti umani”, così come chiaramente formulati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani di cui ricorre il 75° anniversario. “Purtroppo – osserva Papa Bergoglio – i tentativi compiuti negli ultimi decenni di introdurre nuovi diritti, non pienamente consistenti rispetto a quelli originalmente definiti e non sempre accettabili, hanno dato adito a colonizzazioni ideologiche”. Tra queste si annovera la teoria del gender, “pericolosissima perché cancella le differenze nella pretesa di rendere tutti uguali”.

Tali colonizzazioni ideologiche provocano ferite e divisioni tra gli Stati, anziché favorire l’edificazione della pace

Rinvigorire le strutture di diplomazia multilaterale oggi indebolite

Il dialogo, invece, dev’essere l’anima della Comunità internazionale. Il Papa lamenta in tal senso l’“indebolimento” delle strutture di diplomazia multilaterale create dopo il secondo conflitto mondiale per favorire sicurezza e cooperazione e che invece oggi “non riescono più a unire tutti i loro membri intorno a un tavolo”.

C’è il rischio di una “monadologia” e della frammentazione in “club” che lasciano entrare solo Stati ritenuti ideologicamente affini. Anche quegli organismi finora efficienti, concentrati sul bene comune e su questioni tecniche, rischiano una paralisi a causa di polarizzazioni ideologiche, venendo strumentalizzati da singoli Stati

Per rilanciare un comune impegno a servizio della pace occorre “recuperare le radici, lo spirito e i valori che hanno originato quegli organismi”, tenendo conto del mutato contesto.

Importante che i giovani vadano alle urne

In tema di politica, Papa Francesco rammenta che il 2024 vedrà molti Stati sotto elezioni: “Un momento fondamentale della vita di un Paese, poiché consentono a tutti i cittadini di scegliere responsabilmente i propri governanti”. È perciò importante – rimarca – che i cittadini, specialmente i giovani chiamati alle urne per la prima volta, “avvertano come loro precipua responsabilità quella di contribuire all’edificazione del bene comune, attraverso una partecipazione libera e consapevole alle votazioni”.

Libertà religiosa e rispetto delle minoranze:

Spazio anche al tema del dialogo interreligioso, quindi della tutela della libertà religiosa e del rispetto delle minoranze: “Duole, ad esempio, constatare come cresca il numero di Paesi che adottano modelli di controllo centralizzato sulla libertà di religione, con l’uso massiccio di tecnologia”, dice Francesco. Peggio in altri luoghi dove le comunità religiose minoritarie sono “a rischio di estinzione”, a causa di “una combinazione di azioni terroristiche, attacchi al patrimonio culturale e misure più subdole come la proliferazione delle leggi anti-conversione, la manipolazione delle regole elettorali e le restrizioni finanziarie”.

No all’antisemitismo

Situazioni preoccupanti come è “preoccupante” l’aumento degli atti di antisemitismo verificatisi negli ultimi mesi.

Ancora una volta sono a ribadire che questa piaga va sradicata dalla società, soprattutto con l’educazione alla fraternità e all’accoglienza dell’altro

Oltre 360 milioni di cristiani vittime di persecuzioni

Parimenti il Pontefice denuncia la crescita di persecuzione e discriminazione nei confronti dei cristiani, soprattutto negli ultimi dieci anni. Essa riguarda non di rado “fenomeni di lenta marginalizzazione ed esclusione dalla vita politica e sociale e dall’esercizio di certe professioni che avvengono anche in terre tradizionalmente cristiane”. In generale sono oltre 360 milioni i cristiani vittime a causa della propria fede e sempre di più quelli “costretti a fuggire dalle proprie terre d’origine”.

Un uso etico delle nuove tecnologie

Per sanare queste ferite, il Papa chiama in causa l’educazione quale “principale investimento sul futuro e sulle giovani generazioni” e, insieme, l’“uso etico delle nuove tecnologie” che possono facilmente diventare strumenti di divisione o fake news, ma anche “mezzo di incontro” e “scambi reciproci”. Il Papa esorta a “una riflessione attenta” a livello nazionale e internazionale, politico e sociale, perché “lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si mantenga al servizio dell’uomo”. In tale prospettiva sono di particolare rilevanza le due Conferenze Diplomatiche dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale che avranno luogo nel 2024 e alle quali la Santa Sede parteciperà come Stato membro.

Speciale attenzione va prestata alla tutela del patrimonio genetico umano, impedendo che si realizzino pratiche contrarie alla dignità dell’uomo, quali la brevettabilità del materiale biologico umano e la clonazione di esseri umani

Sguardo al Giubileo

A concludere il discorso uno sguardo al Giubileo che inizierà nel Natale 2024. “Forse oggi più che mai abbiamo bisogno dell’anno giubilare”, chiosa il Papa. Di fronte a sofferenze e disperazione, “di fronte ai nostri giovani, che invece di sognare un futuro migliore si sentono spesso impotenti e frustrati”, di fronte alla “oscurità di questo mondo”, il Giubileo “è l’annuncio che Dio non abbandona mai il suo popolo e tiene sempre aperte le porte del suo Regno”. Magari, conclude il Papa, potrà essere per cristiani e non solo “il tempo in cui una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, né si imparerà più l’arte della guerra”.

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

 “Non vi pentirete né voi né i vostri figli né i figli dei vostri figli”: a quale dono allude la Madonna in concreto?

Carissimo Padre Livio,

la promessa della Madonna nel messaggio del 1.mo Gennaio, a conclusione di tre ore di preghiera sul Podbrdo,  ha sollevato un grande entusiasmo, perché ha gettato uno squarcio di luce sul futuro, sul quale tuttavia continuano a incombere gli eventi dei segreti.

Ho sentito in questi giorni  un reportage da Medjugorje, nel qual veniva detto che gli abitanti del posto hanno una grande croce da portare. Non so esattamente  a che cosa si riferisse, ma il discorso era quello dei segreti e probabilmente l’accenno era rivolto ai   primi due che, pur non essendo “cose terribili” come quelli dal quarto al decimo,  tuttavia sono  “gravi”. Ora io mi sono chiesta: “Possibile che la promessa della Madonna non abbia un effetto sui segreti, ma sia rivolta oltre, quando al termine delle prove ci sarà un tempo di pace?”.

Lei si è fatta una opinione al riguardo?

Ci terrei molto a saperla perché  le sue parole sono sempre molto ponderate.

Ave Maria

Cinzia di Potenza


Cara Cinzia,

la tua domanda è pertinente, ma la risposta a mio avviso ha bisogno di tempo per maturare. Bisogna partire dalla affermazione della Madonna a Mirjana, secondo la quale gli eventi dei segreti non si possono modificare, , perché sono necessari per cambiare il mondo. Ovviamente si tratta di un cambiamento spirituale, che implichi un ritorno a Cristo e alla Chiesa cattolica.

Rimane però aperto il problema su quanti sopravviveranno  al tempo dei segreti. Intendo alludere al numero di persone che entreranno vive nel tempo della pace. A questo riguardo non esistono  indizi nei messaggi della Regina della pace. Può darsi però che la Madonna abbia rivelato qualcosa ai veggenti.

S. Giovanni Paolo II, che ha letto il testo integrale del messaggio di Fatima, ha fatto una rivelazione velata,  alludendo allo straripamento di oceani con un numero pesante di vittime. Invece  le rivelazioni dei mistici a noi contemporanei parlano di moltitudini colpite dalla “guerra distruttrice”.

Personalmente al riguardo preferisco tenere presenti le parole della Regina della Pace: “Dio vi ama e ha mandato me per salvare voi e la terra sulla quale vivete”.

In sostanza come dunque interpretare le Parole di speranza della Madonna il 1 Gennaio  2024?

 A mio avviso sono una promessa di salvezza per tutti quelli che hanno riposto  e che risponderanno alla chiamata nello svolgimento del tempo dei segreti. Si tratta della salvezza della propria vita, di quella dei proprio figli e dei propri nipoti. A tutte queste persone è promesso l’ingresso nel tempo della pace.

Ovviamente non si può escludere che ci saranno quelli che lo vedranno dal Paradiso….che è ancora meglio. E gli altri? Preghiamo perché rispondano alla chiamata della Madre di Dio.

Ave Maria

Padre Livio

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

“Rispondere alla Sua chiamata”, ma cosa significa realmente?

Caro Padre, sto rendendomi conto di quanto io e tanti, che pur seguendo i messaggi della Madonna da molti anni, non abbiamo ben chiaro che il ringraziamento per aver ascoltato la Sua chiamata alla fine dei messaggi è in realtà una vera e propria richiesta di aiuto. Dio ha bisogno di noi, ci sta chiedendo aiuto, vi è una urgenza!  E’ una richiesta di aiuto! Ora, non chissà quando. Ora!

Contrariamente alla nostra idea della Sua onnipotenza, Dio non può salvarci, né come singoli né come umanità intera se noi non facciamo la nostra parte..

In modo egoistico facciamo quanto necessario per prenderci cura un minimo della nostra anima, ma fatichiamo a vedere la grande urgenza di questo momento (primo grande combattimento escatologico).

Senza il sacrificio e la preghiera, amore e perdono sincero ai fratelli, non possiamo salvarci. Nella Sua  eterna misericordia chiede aiuto a tutti noi attraverso Sua e nostra Madre. Ci Ama e ci vuole salvare, ma noi dobbiamo volerlo, lo vogliamo davvero?

Siamo storditi dal modernismo, dal nostro piccolo orticello, dalla ricerca incessante di soddisfazione ai vizi capitali, ormai chiamati “diritti” e di quel minimo di sicurezza materiale che se prioritario, insidia la nostra debole fede nel Padre, che nulla fa mancare agli uccelli del cielo come ai gigli del campo. 

Ci ammonisca sempre caro padre Livio, la prego non si stanchi, perché siam popolo di dura cervice!  

Il Signore la benedica e le dia tanta forza per pascere queste pecorelle tanto smarrite che siamo! 

Antonio


Caro Antonio,

grazie per questa tua esortazione che nasce dal profondo del cuore. Questi momenti di grazia sono importanti, ma poi dobbiamo collocarli in uno stile di vita concreto, dove la preghiera e le opere buone siano il tessuto della giornata.

Infatti, ciò che fa del cammino di santità un progetto di vita  che si realizza, è la virtù delle perseveranza, con la quale collochiamo un mattone dopo l’altro, ogni giorno che passa.

E’ in questo modo, ricominciando da capo ogni mattina, che la nostra volontà si rafforza e che le velleità diventano decisioni costruttive.

La chiamata è come un seme che Dio getta nel terreno del nostro cuore, se noi non lo afferriamo, se non dissodiamo il terreno, se non lo bagnamo e lo concimiamo, il seme non diventerà mai un albero rigoglioso.

Ciò ci cui la Madonna ha bisogno sono apostoli che si siano rafforzati nel tempo, nei quali i suoi messaggi evangelici abbiano affondato le radici, che siano stati provati come oro nel fuoco, che abbiamo percorso tutte le stazioni del Calvario.

E’ per questa ragione che è rimasta qui con noi per così tanto tempo, in modo tale da essere forti, coraggiosi, affidabili, inespugnabili, come è necessario che siano i suoi apostoli.

Questo tempo di preparazione ai segreti è un dono di inestimabile valore, che dobbiamo valorizzare senza perdere un istante.

Ave Maria

Padre Livio

⭐️🕯️IN DIRETTA DALLA NOSTRA CAPPELLA 🕯️P.LIVIO COMMENTA IL VANGELO FESTIVO: BATTESIMO DI GESÙ 🕯️🙏


La seconda nascita della Russia ortodossa

di Stefano Caprio- Asia news – 7 Gennaio 2024

In Russia l’osservanza del 7 gennaio come data del Natale del calendario giuliano esalta in maniera particolare quest’anno la proclamazione del patriarcato di Mosca come “unica vera Chiesa”. Ma rinascita della fede patriottica non è l’unica definizione dell’Ortodossia russa attuale. C’è anche il percorso di chi come il protoierej in esilio Andrej Kordočkin prega con le parole: “Restituiscimi mia madre”.

Le festività natalizie ortodosse di quest’anno rimarcano ulteriormente la contrapposizione tra le Chiese e i popoli della Russia e dell’Ucraina. Dopo che a Kiev è stata presa la decisione di dichiarare il 25 dicembre come giorno ufficiale della festa statale, celebrata dalle giurisdizioni ecclesiastiche della Chiesa ortodossa autocefala e della Chiesa greco-cattolica, l’osservanza del 7 gennaio come data del calendario giuliano esalta la proclamazione del patriarcato di Mosca come “unica vera Chiesa”, in contrapposizione a tutte le depravazioni non solo morali, ma perfino liturgiche, dell’Occidente eretico e scismatico.

In realtà non sono solo i russi a rimanere fedeli al vecchio calendario, una scelta che risale al tempo della stessa creazione del patriarcato di Mosca. Il nuovo calendario fu introdotto dal papa Gregorio XIII nel 1582, e sette anni dopo venne istituito a Mosca il patriarcato, una nuova realtà ecclesiastica che doveva rifulgere come la “Terza Roma” chiamata a salvare il mondo anche con le date “tradizionali”, oltre che con i dogmi antichi e i valori morali e sociali. Oggi celebrano al 7 gennaio (pur sempre il 25 dicembre secondo il calendario giuliano) molte Chiese ortodosse in ordine sparso, secondo il grado di fedeltà alle abitudini locali e di affermazione di una propria identità specifica, magari proprio per distinguersi da altre espressioni della stessa Ortodossia, come è capitato storicamente alle varie giurisdizioni di lingua greca, romena, slava o siriaca, e come oggi ripropone il dramma della rottura tra russi e ucraini.

Per i russi quest’anno è dunque una replica della nascita stessa del patriarcato di Mosca, prima storica identificazione di Chiesa e Popolo, dopo che per un millennio e mezzo le strutture ecclesiastiche avevano sempre cercato di evitare la sovrapposizione etnico-nazionale, sia in Oriente che in Occidente. Paradossalmente, l’analogia con la scelta imposta dallo zar Boris Godunov porterà allo scisma protestante di Martin Lutero e al principio anti-papalino del cujus regio, ejus religio, definito dalla pace di Augusta del 1555 dall’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V d’Asburgo – anch’egli come i russi alla ricerca di una efficace translatio imperii – per determinare la religione imperiale nella coesistenza tra luteranesimo e cattolicesimo. Le popolazioni di confessione diversa da quella dei principi a cui erano sottomesse dovevano adattarsi, oppure emigrare.

La definizione più esplicita di questa riscoperta del patriarcato imperiale l’ha offerta in questi giorni l’arcivescovo di Zelenograd, Savva (Tutunov), fedelissimo del patriarca di Mosca Kirill e suo vicario episcopale. Sul suo canale Telegram Cogito ergo sum egli parla di questo Natale 2024 come “la rinascita della Rus’ Ortodossa e del popolo russo, sotto l’aquila bicipite si rifonde la grande famiglia degli slavi”. Facendo un bilancio dell’anno passato, Savva ricorda anzitutto le perdite, “i nostri militi e le nostre persone pacifiche, anche in questi ultimi giorni”, ma questo non deve gettare nello sconforto, perché “la loro perdita ci rafforza, essi sono testimoni della nostra gloria, della nostra forza e della nostra unità”.

Tutunov non è soltanto l’ennesimo satellite del vulcanico patriarca, abituato a innalzare e disfarsi dei più stretti collaboratori con ritmi frenetici. 46 anni, nato in periferia di Parigi da una famiglia di emigrati russi di origine aristocratica di primo livello (discendenti del principe Golitsyn), Sergej (il suo nome di nascita) cominciò a frequentare la cattedrale russa di S. Aleksandr Nevskij a Parigi, centro della giurisdizione costantinopolitana creata per i russi emigrati dopo la rivoluzione, e soppressa nel 2018 dal patriarca Bartolomeo poco prima di approvare l’autocefalia ucraina, in modo da non avere più legami diretti con la Russia. Dopo aver ottenuto la laurea in matematica superiore all’università di Parigi, Sergej entrò nel seminario ortodosso di Mosca, prendendo nel 2001 i voti monastici con il nome di Savva in onore dell’omonimo “difensore di Mosca” Savva Storoževskij, un monaco che a inizio Quattrocento ispirò le armate del principe Dmitrij Donskoj contro i tatari accampati a Zvenigorod, vicino alla capitale. Tornò a Parigi al servizio dei russi costantinopolitani, ma poco dopo fu richiamato a Mosca entrando nella squadra dell’allora metropolita Kirill (Gundjaev), al dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato, diventando archimandrita a soli 30 anni.

Dopo la rottura con Costantinopoli, Savva fu uno dei più decisi nel convincere sacerdoti e vescovi in Europa a confluire nel patriarcato russo, e fu premiato da Kirill nel 2019 con il titolo di vescovo di Zelenograd, creato apposta per lui, e vicario del patriarca di tutte le Russie. Egli quindi rappresenta il modello più evidente di affermazione ecclesiastica del russkij mir, che raduna tutti i propri figli da qualunque parte del mondo: un russo-francese, che non accetta la deriva occidentale degli altri ortodossi e riafferma la sua vera identità. È la variante dogmatico-canonica dell’inno Ja russkij! – Io sono russo! del cantante Šaman, diventato ormai anche il jingle della nuova campagna elettorale dello zar.

Savva scrive nel suo messaggio che “finalmente abbiamo trovato la giusta formulazione della idea russa”, che svela al mondo “chi sono i russi: un etnos formato da coloro che si considerano russi, che lo siano per nascita o per sincera adesione, coloro che amano la cultura russa e la sua storia, adottano i costumi dei russi, conoscono o perlomeno apprezzano la lingua russa, condividono gli ideali spirituali russi, sono ortodossi o hanno rispetto per l’Ortodossia, come nostra fede formativa del popolo”. I russi etnici sono solo l’avanguardia del “popolo multicomposito della Russia”, usando il neologismo mnogosostavnyj, e quindi secondo il giovane arcivescovo “chiunque si riconosce in questi requisiti può dire di sé stesso: Io sono russo!, e un combattente per la causa della Russia può gridare: Noi siamo russi, e Dio è con noi!”.

Per ribadire la sua consonanza con il canto patriottico, Savva allega una composizione profetica rispetto al rock di Šaman, una poesia del 1908 di Jakob Arakin, scritta al tempo dell’occupazione russa di Harbin in Cina, dove il poeta è vissuto ed è morto. In essa si canta proprio l’identità del russo al di fuori di ogni confine: Io sono russo, e pur se nato al settentrione / mi sono care anche le terre del mezzogiorno, / io credo nella mia amata regione / nel regno vittorioso degli slavi! / Io credo che giungerà il tempo / quando sotto l’aquila bicipite / si fonderà la grande famiglia degli slavi (l’augurio di Savva per questo Natale), concludendo con il ritornello Io sono russo, e prego per i giorni senza timore / per la patria da Dio amata / la Rus’ che io amo più della vita / che io amo con tutto il mio cuore!

La rinascita della fede patriottica, peraltro, non è l’unica definizione dell’Ortodossia russa attuale. Molti altri sacerdoti russi sono stati rigettati e anatemizzati per la loro negazione dell’interpretazione bellica della religione, e anch’essi hanno inviato i loro auguri su siti alternativi, per lo più dall’estero, dove continuano a svolgere il loro servizio ecclesiale nelle Chiese che non si allineano al patriarcato di Mosca, non solo in Ucraina, ma in tutto il mondo ortodosso, seguendo l’itinerario diametralmente opposto a quello del vescovo Savva.

Uno di questi è il protoierej Andrej Kordočkin, che racconta sul canale YouTube di Meduza come “un anno fa camminavo per le vie di Belgrado, e ho visto su un muro un graffito con una caricatura malevola del volto di Vladimir Putin, con a fianco una scritta: Restituisci mia madre! È quello che provano molte persone in tutto il mondo, giovani e meno giovani, credenti e non credenti: molti chiedono il ritorno delle persone travolte dalla guerra, ma forse quella scritta chiedeva la restituzione della vera Madre Russia, tradita da chi ora l’ha resa un mostro irriconoscibile”. Padre Andrej riconosce che “la Chiesa, perlomeno io personalmente, non ha una risposta a queste richieste, ma possiamo cercare di avvicinarci, alla luce del vangelo”.

Il sacerdote, ex-segretario dell’esarcato ispano-portoghese del patriarcato di Mosca, da cui è stato cacciato, ricorda l’episodio del cieco nato nel vangelo di Giovanni, a cui i farisei e i sacerdoti fanno l’interrogatorio come se fossero membri dei servizi dell’Fsb, incutendo timore negli stessi genitori del miracolato: “sanno che chiunque manifesterà la sua fede in Cristo verrà espulso dalla sinagoga”. Anche il cieco viene mandato via, perché “quando uno dei ciechi comincia a vedere, egli diventa uno di troppo, diventa pericoloso”. Secondo padre Andrej, è quello che oggi si applica alla “difesa dei valori tradizionali, che non sono sbandierati dal vangelo, perché per il cristianesimo questi valori non vanno difesi e inculcati: essi sono evidenti, e devono semplicemente essere vissuti”.

Questa è la differenza tra la fede “patriottica” e quella “ecumenica”, o semplicemente cristiana, conclude Kordočkin: “non imporre delle risposte, ma ascoltare le domande, e rendersi disponibili al miracolo della guarigione, recuperando la vista”. Il cieco nato è simbolo del battesimo pasquale, il vero contenuto del Natale e la vera rinascita della Russia, la rinascita dell’uomo.

Europa: il valore dell’aiuto a Kiev

di Maurizio Ferrera| 6 gennaio 2024 – Corriere della Sera

Settant’anni e più di pace, democrazia e welfare hanno fatto perdere ai cittadini Ue la consapevolezza che alla base della politica c’è sempre la minaccia della violenza

  • Nell’ultimo mese la guerra in Ucraina si è seriamente inasprita. Gli scontri di terra sono raddoppiati, fra il 29 dicembre e il 2 gennaio Putin ha lanciato una quantità di missili e bombe pari a due mesi di produzione. Le forze armate di Kiev si trovano sotto crescente pressione, dati anche i ritardi degli aiuti occidentali. Intanto le opinioni pubbliche europee sono sempre più tiepide nei confronti dell’ Ucraina. I sondaggi segnalano un calo di attenzione e preoccupazione per la guerra.

In Italia un terzo degli elettori preferirebbe interrompere le forniture belliche. I favorevoli sono ancora in maggioranza (il 47%, quattro punti in meno dello scorso aprile, secondo Swg), ma gran parte di loro ritiene che Kiev dovrebbe negoziare con Putin, anche al prezzo di cedere in tutto o in parte i territori occupati. Crescono anche coloro che si dichiarano equidistanti fra Russia e Ucraina, e circa il 10% si schiera apertamente dalla parte di Putin.

Sappiamo che in democrazia l’attenzione politica segue cicli brevi, il protrarsi di un problema tende a generare fastidio, soprattutto se causa costi per la collettività. Oggi l’unica cosa che sembra contare è la fine delle ostilità, quale che sia l’esito per le parti in gioco. L’impazienza genera un circolo vizioso: la gente si informa meno e così perde sia la memoria sulle responsabilità della guerra sia la percezione della minaccia. Nei primi mesi dopo l’invasione, tutti seguivano giornalmente gli avvenimenti. Ora gli italiani informati sulla guerra sono meno del 40%. La minaccia è però tutt’altro che passata. Il leader del Cremlino continua a lanciare messaggi ostili alla Ue, in particolare alla Finlandia e ai Paesi Baltici. Il ministro della Difesa tedesco ha dichiarato lo scorso 18 dicembre che non si può escludere uno scontro diretto fra Ue e Russia entro la fine del decennio.

Per capire perché, esattamente, Putin rappresenta un pericolo occorre tenere bene a mente qual è la natura del regime da lui instaurato. L’ultimo rapporto di Freedom House (una delle dieci più affidabili istituzioni di valutazione politica occidentali, secondo l’Università di Oxford) fornisce a questo proposito indicazioni inquietanti. Nei territori occupati continua la sequenza di uccisioni di civili, violenze sessuali, saccheggi da parte dei militari russi. I prigionieri sono trattati in modo disumano, in violazione di tutte le convenzioni internazionali. Un numero impressionante di residenti sono sottoposti a umilianti procedure di «filtraggio» per valutare la loro «affinità» con il regime russo. I non affini sono deportati, molti spariscono, le famiglie vengono separate. Il tutto, ricordiamo, per «denazificare» l’Ucraina.

Dopo l’invasione, Putin ha introdotto una vera e propria ondata di leggi repressive che hanno definitivamente soffocato i pochi barlumi di libertà e democrazia rimasti in Russia. In tutto il Paese vige di fatto la legge marziale. I media e le ong non «organiche» sono state chiuse, migliaia di dissidenti (o persone comuni accusate di esserlo) imprigionati, ogni manifestazione di critica è diventata reato. «La violenza di Stato priva di ogni limite è oggi la caratteristica distintiva del regime russo», sostiene Freedom House. Ricordiamo peraltro che, quando parliamo di Russia, possiamo riferirci soltanto a Putin e a una ristretta cerchia di politici e militari che assistono il presidente nel prendere ogni decisione. Il popolo ucraino sta in realtà combattendo contro un manipolo di despoti, che hanno un seguito solo nella misura in cui fanno valere le loro smisurate risorse di coercizione.

Come possiamo assuefarci a tutto questo? Settant’anni e più di pace, democrazia e welfare hanno fatto perdere ai cittadini Ue la consapevolezza che alla base della politica c’è sempre la minaccia della violenza. Come diceva Norberto Bobbio, la pace tiene a bada il massimo dei mali (la morte violenta, appunto) ma non persegue il massimo dei beni. Innanzitutto perché i valori sono tanti e non tutti compatibili fra loro. In secondo luogo, perché quando qualcuno perpetra violenza gratuita (come in una guerra di aggressione) è lecito difendersi, e non lo si può fare solo con i «paternostri». Certo, occorre favorire il negoziato, cercare il compromesso, il quale implica sempre cessioni reciproche fra le parti. In situazioni di guerra, il realismo impone a volte di accettare anche cessioni asimmetriche (la giustizia del più forte) pur di minimizzare il massimo dei mali. Ma anche le scelte basate sul calcolo delle conseguenze, ispirate dall’etica della responsabilità, hanno le loro linee rosse: condizioni su cui non si può transigere. Questo è ben chiaro alla stragrande maggioranza degli ucraini, che non sono disposti a rinunciare all’autodeterminazione e alla propria sovranità. Due anni fa sembravano obiettivi condivisi anche in Europa. Oggi la posta in gioco è ancora più alta: riguarda il confronto a tutto campo tra regimi democratici e autoritari. L’asse fra Russia e Cina si sta infatti allargando alla Corea del Nord e all’Iran che riforniscono Putin di armamenti. Da che parte stanno i cittadini dell’Unione europea, che fra qualche mese avranno il privilegio di esprimere liberamente un voto per il proprio Parlamento democratico?

BATTESIMO DI GESU’

Il Battesimo nel Giordano è un’altra epifania perché Gesù si manifesta come il Messia atteso e Figlio di Dio, Uno e Trino, glorificato dallo Spirito Santo che scende come una colomba e «rimane» su di Lui (Gv 1, 32-33) e dal Padre che gli rende testimonianza.

Ermes Dovico la Nuova Bussola 07_01_2024 

«Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Perfino Giovanni Battista, chiamato a preparare la via al Signore predicando un battesimo di conversione, non riuscì a penetrare il mistero divino del Battesimo di Gesù nel fiume Giordano e cercò inizialmente di dissuaderlo, prima delle parole rivoltegli da Cristo, l’Innocente che si era messo in fila con i peccatori: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». La Chiesa, attraverso l’insegnamento dei Padri, ha visto in questo mistero la santificazione delle acque del Giordano e di ogni fonte battesimale, che segna l’inizio dell’attività pubblica di Gesù e la sua accettazione della missione di Servo sofferente come prefigurata nell’Antico Testamento e in particolare nel libro di Isaia: «Il giusto mio servo giustificherà molti […] perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli» (Is 53, 11-12).

Il Battesimo nel Giordano è un’altra epifania perché Gesù si manifesta come il Messia atteso e Figlio di Dio, Uno e Trino, glorificato dallo Spirito Santo che scende come una colomba e «rimane» su di Lui (Gv 1, 32-33) e dal Padre che gli rende testimonianza: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». È il Figlio obbediente in tutto alla volontà del Padre, dal battesimo nell’acqua – cui seguiranno il digiuno nel deserto e poi le tentazioni diaboliche – fino al battesimo di sangue (Mc 10, 38-39) che si compirà nella sua Passione e che era già implicito nel primo. È per mezzo della sua obbedienza che si compie la riconciliazione dell’uomo con Dio e «si aprirono i cieli» che il peccato dei progenitori aveva fatto chiudere, ed è perciò Cristo la via sicura per ogni uomo che con il Battesimo si unisce sacramentalmente a Lui, morendo al peccato, e potrà risorgere con Lui mantenendo fede alle sue promesse battesimali.

Quest’intima unione tra il Battesimo e il mistero pasquale spiega perché la Chiesa celebri il rinnovo delle promesse battesimali proprio nella veglia di Pasqua, richiamo per i battezzati a conservare la grazia della vita nuova, ricevuta nel primo sacramento, osservando i comandamenti e conformandosi costantemente a Cristo. Da qui l’invito a meditare sul Battesimo di Gesù, che Giovanni Paolo II ha indicato come primo dei cinque misteri della luce, introdotti con la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae per completare i tradizionali misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi del Rosario con i momenti cardine dell’attività pubblica del Signore prima della Passione: appunto il Battesimo nel Giordano, la rivelazione alle nozze di Cana, l’annuncio del Regno di Dio con l’invito alla conversione, la Trasfigurazione, l’istituzione dell’Eucaristia.

È dunque la stessa testimonianza di Cristo a far comprendere la necessità del Battesimo, che dopo la Risurrezione comanda agli apostoli di amministrare a tutte le genti: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato».

Ricordiamo qui infine che grazie all’effusione dello Spirito Santo nel Battesimo vengono rimessi il peccato originale, tutti i peccati personali e tutte le pene del peccato, per cui i battezzati divengono membra di Cristo, incorporati alla sua Chiesa e ricevono l’adozione a figli di Dio (Gal 4, 5-7). Permangono però nel battezzato alcune conseguenze temporali del peccato, come le sofferenze e la morte fisica, assieme a un’inclinazione al peccato che la Tradizione ha chiamato «concupiscenza» ma che non priva certo la creatura della libertà di scegliere il bene, come ricorda il Catechismo (sulla scorta del Concilio di Trento): «Essendo questa [la concupiscenza] lasciata per la prova, non può nuocere a quelli che non vi acconsentono» e che, come già scriveva san Paolo, si rivestono di Cristo.

BUONA DOMENICA

Battesimo del Signore

Cari amici, in occasione di questa solennità liturgica vi proponiamo l’Omelia che Benedetto 16.mo  ha pronunciato  nella Cappella Sistina, dove ha amministrato il Sacramento del Battesimo a un gruppo di Bambini.( Domenica, 13 Gennaio 2013)

“Gesù si è fatto penitente insieme a noi”

Cari fratelli e sorelle!

La letizia scaturita dalla celebrazione del Santo Natale trova oggi compimento nella festa del Battesimo del Signore. A questa gioia viene ad aggiungersi un ulteriore motivo per noi che siamo qui riuniti: nel sacramento del Battesimo che tra poco amministrerò a questi neonati si manifesta infatti la presenza viva e operante dello Spirito Santo che, arricchendo la Chiesa di nuovi figli, la vivifica e la fa crescere, e di questo non possiamo non gioire. Desidero rivolgere uno speciale saluto a voi, cari genitori, padrini e madrine, che oggi testimoniate la vostra fede chiedendo il Battesimo per questi bambini, perché siano generati alla vita nuova in Cristo ed entrino a far parte della comunità dei credenti.

Il racconto evangelico del battesimo di Gesù, che oggi abbiamo ascoltato secondo la redazione di san Luca, mostra la via di abbassamento e di umiltà, che il Figlio di Dio ha scelto liberamente per aderire al disegno del Padre, per essere obbediente alla sua volontà di amore verso l’uomo in tutto, fino al sacrificio sulla croce. Diventato ormai adulto, Gesù dà inizio al suo ministero pubblico recandosi al fiume Giordano per ricevere da Giovanni un battesimo di penitenza e di conversione. Avviene quello che ai nostri occhi potrebbe apparire paradossale. Gesù ha bisogno di penitenza e di conversione? Certamente no. Eppure proprio Colui che è senza peccato si pone tra i peccatori per farsi battezzare, per compiere questo gesto di penitenza; il Santo di Dio si unisce a quanti si riconoscono bisognosi di perdono e chiedono a Dio il dono della conversione, cioè la grazia di tornare a Lui con tutto il cuore, per essere totalmente suoi. Gesù vuole mettersi dalla parte dei peccatori, facendosi solidale con essi, esprimendo la vicinanza di Dio. Gesù si mostra solidale con noi, con la nostra fatica di convertirci, di lasciare i nostri egoismi, di staccarci dai nostri peccati, per dirci che se lo accettiamo nella nostra vita Egli è capace di risollevarci e condurci all’altezza di Dio Padre. E questa solidarietà di Gesù non è, per così dire, un semplice esercizio della mente e della volontà. Gesù si è immerso realmente nella nostra condizione umana, l’ha vissuta fino in fondo, fuorché nel peccato, ed è in grado di comprenderne la debolezza e la fragilità. Per questo Egli si muove a compassione, sceglie di “patire con” gli uomini, di farsi penitente assieme a noi. Questa è l’opera di Dio che Gesù vuole compiere: la missione divina di curare chi è ferito e medicare chi è ammalato, di prendere su di sé il peccato del mondo.

Che cosa avviene al momento in cui Gesù si fa battezzare da Giovanni? Di fronte a questo atto di amore umile da parte del Figlio di Dio, si aprono i cieli e si manifesta visibilmente lo Spirito Santo sotto forma di colomba, mentre una voce dall’alto esprime il compiacimento del Padre, che riconosce il Figlio unigenito, l’Amato. Si tratta di una vera manifestazione della Santissima Trinità, che dà testimonianza della divinità di Gesù, del suo essere il Messia promesso, Colui che Dio ha mandato a liberare il suo popolo, perché sia salvato (cfr Is 40,2). Si realizza così la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: il Signore Dio viene con potenza per distruggere le opere del peccato e il suo braccio esercita il dominio per disarmare il Maligno; ma teniamo presente che questo braccio è il braccio esteso sulla croce e che la potenza di Cristo è la potenza di Colui che soffre per noi: questo è il potere di Dio, diverso dal potere del mondo; così viene Dio con potenza per distruggere il peccato. Davvero Gesù agisce come il Pastore buono che pasce il gregge e lo raduna, perché non sia disperso (cfr Is 40,10-11), ed offre la sua stessa vita perché abbia vita. E’ per la sua morte redentrice che l’uomo è liberato dal dominio del peccato ed è riconciliato col Padre; è per la sua risurrezione che l’uomo è salvato dalla morte eterna ed è reso vittorioso sul Maligno.

Cari fratelli e sorelle, che cosa avviene nel Battesimo che tra poco amministrerò ai vostri bambini? Avviene proprio questo: verranno uniti in modo profondo e per sempre con Gesù, immersi nel mistero di questa sua potenza, di questo suo potere, cioè nel mistero della sua morte, che è fonte di vita, per partecipare alla sua risurrezione, per rinascere ad una vita nuova. Ecco il prodigio che oggi si ripete anche per i vostri bambini: ricevendo il Battesimo essi rinascono come figli di Dio, partecipi della relazione filiale che Gesù ha con il Padre, capaci di rivolgersi a Dio chiamandolo con piena confidenza e fiducia: “Abbà, Padre”. Anche sui vostri bambini il cielo è aperto, e Dio dice: questi sono i miei figli, figli del mio compiacimento. Inseriti in questa relazione e liberati dal peccato originale, essi diventano membra vive dell’unico corpo che è la Chiesa e sono messi in grado di vivere in pienezza la loro vocazione alla santità, così da poter ereditare la vita eterna, ottenutaci dalla risurrezione di Gesù.

Cari genitori, nel domandare il Battesimo per i vostri bambini, voi manifestate e testimoniate la vostra fede, la gioia di essere cristiani e di appartenere alla Chiesa. È la gioia che scaturisce dalla consapevolezza di avere ricevuto un grande dono da Dio, la fede appunto, un dono che nessuno di noi ha potuto meritare, ma che ci è stato dato gratuitamente e al quale abbiamo risposto con il nostro “sì”. È la gioia di riconoscerci figli di Dio, di scoprirci affidati alle sue mani, di sentirci accolti in un abbraccio d’amore, allo stesso modo in cui una mamma sostiene ed abbraccia il suo bambino. Questa gioia, che orienta il cammino di ogni cristiano, si fonda su un rapporto personale con Gesù, un rapporto che orienta l’intera esistenza umana. È Lui infatti il senso della nostra vita, Colui sul quale vale la pena di tenere fisso lo sguardo, per essere illuminati dalla sua Verità e poter vivere in pienezza. Il cammino della fede che oggi comincia per questi bambini si fonda perciò su una certezza, sull’esperienza che non vi è niente di più grande che conoscere Cristo e comunicare agli altri l’amicizia con Lui; solo in questa amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana e possiamo sperimentare ciò che è bello e ciò che libera (cfr Omelia nella S. Messa per l’inizio del pontificato, 24 aprile 2005). Chi ha fatto questa esperienza non è disposto a rinunciare alla propria fede per nulla al mondo.

A voi, cari padrini e madrine, l’importante compito di sostenere e aiutare l’opera educativa dei genitori, affiancandoli nella trasmissione delle verità della fede e nella testimonianza dei valori del Vangelo, nel far crescere questi bambini in un’amicizia sempre più profonda con il Signore. Sappiate sempre offrire loro il vostro buon esempio, attraverso l’esercizio delle virtù cristiane. Non è facile manifestare apertamente e senza compromessi ciò in cui si crede, specie nel contesto in cui viviamo, di fronte ad una società che considera spesso fuori moda e fuori tempo coloro che vivono della fede in Gesù. Sull’onda di questa mentalità, vi può essere anche tra i cristiani il rischio di intendere il rapporto con Gesù come limitante, come qualcosa che mortifica la propria realizzazione personale; «Dio viene visto come il limite della nostra libertà, un limite da eliminare affinché l’uomo possa essere totalmente se stesso» (L’infanzia di Gesù, 101). Ma non è così! Questa visione mostra di non avere capito nulla del rapporto con Dio, perché proprio a mano a mano che si procede nel cammino della fede, si comprende come Gesù eserciti su di noi l’azione liberante dell’amore di Dio, che ci fa uscire dal nostro egoismo, dall’essere ripiegati su noi stessi, per condurci ad una vita piena, in comunione con Dio e aperta agli altri. «“Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino» (Enc. Deus caritas est, 1).


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