"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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ESORTAZIONE PER UN NATALE DI GIOIA E DI PACE

Cari amici,

Samo ormai arrivati a Natale. Abbiamo preparato il nostro cuore perché viva la grazia di questo evento che ogni anno si ripete?

Ogni Natale, anche questo che ci apprestiamo a celebrare, rinnova l’evento della nascita del Verbo, non più nella desolazione di un anfratto, rifugio per animali, ma nel cuore umano, che è stato creato per diventare l’abitazione di Dio.

Ogni cuore viene visitato dalla grazia, perché si apra a questo evento decisivo della storia umana e faccia spazio a Dio che lo cerca e lo ama.

A Natale Dio bussa alla porta del nostro cuore nella sembianza di un mendicante che cerca rifugio, che chiede amore. Il suo tratto distintivo  è l’umiltà di un Bambino, che sorride, che tende le mani, che vuole essere abbracciato.

Cadano le squame dai nostri occhi, si abbassi la testa, si pieghino le ginocchia, cadano le barriere del pregiudizio e dell’ indifferenza.

Deponiamo le armi dell’arroganza, della presunzione, della prepotenza. Serriamo dietro le labbra  le lingue  biforcute della maldicenza, dell’inganno, dell’invidia.

Gettiamo nell’immondizia i simboli  della potenza, della vanagloria e della supponenza.  Rivestiamoci delle vesti della semplicità , dell’umiltà e della  penitenza.

Abbassiamo le mani che minacciano, che colpiscono e che uccidono  e allunghiamo  quelle che beneficano, che sorreggono e  che accompagnano.

I nostri volti depongano il cipiglio, la minaccia e il disprezzo e si rivestano della luce del perdono, della bontà e dell’umiltà

Il nostro cuore rigetti  i veleni che lo sporcano e lo induriscono e diventi una culla d’amore in cui La Vergine Maria possa deporre il Re della pace.

Spogliamoci dei vestimenti del fariseismo, del perbenismo e dell’ipocrisia e presentiamoci senza veli davanti alla capanna per rivestirsi della veste candida della divina figliolanza.

Così sia!

Buon Natale con Maria, Giuseppe e il Bambino Gesù

Vostro Padre Livio

Il Natale a Kyiv, dove “le bombe russe non fermano la nostra fede”

La guerra e la pace, l’Europa e il Cremlino. Intervista a Sviatoslav Shevchuk, capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina. “Putin? Un criminale di guerra”

MATTEO MATZUZZI  23 DIC 2023 – IL FOGLIO

“O ci si chiede: quale pace? C’è chi ipotizza il congelamento della guerra o l’accettazione di compromessi territoriali per fermare il conflitto. Ma io rispondo come pastore di questo popolo sofferente. E’ possibile sacrificare per una presunta pace milioni di ucraini che subiscono atrocità dagli occupanti russi?”

Roma. In Ucraina tra pochi giorni sarà l’ennesimo Natale di guerra. La celebrazione della speranza fra le bombe, i droni, la contraerea e il nemico alle porte o già dentro la porta di casa. Paradosso della Storia, ma fotografia della realtà. Eppure, dice in questa lunga conversazione con il Foglio Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, nonché arcivescovo maggiore di Kyiv, “proprio l’evento del Natale è la speranza del popolo ucraino. In questo periodo ‘dell’ora buia’, come l’ha definito Papa Francesco, abbiamo bisogno della speranza data dal sapere che Dio è con noi. Il fatto di festeggiare l’ennesimo Natale in una Ucraina libera e indipendente è per noi un segno tangibile che Dio è con noi. Il popolo ucraino guarda oggi il presepe con gli occhi diversi e in ogni dettaglio della nascita del Signore vede la Sua presenza in mezzo a noi. Il Signore viene per nascere nel corpo sofferente del popolo ucraino, per consolarci nella nostra sofferenza. Certo – aggiunge – festeggiare il Natale in Ucraina non è lo stesso che festeggiarlo in Italia, ma le bombe russe non fermano la nostra fede e la speranza nel Signore della pace. Natale per noi oggi non rappresenta solo l’invito a stare insieme nelle proprie famiglie. E’ anche un invito alla comunità internazionale, perché sia unita. Per questo, la solidarietà internazionale e il sostegno dell’Ucraina è il modo di festeggiare il Natale nei tempi bui di guerra a pezzi”. 

Tra due mesi saranno due anni dall’inizio del conflitto. Sui giornali si parla sempre meno di questo conflitto, e spesso l’attenzione è concentrata sui problemi di governo, le rivalità interne all’establishment di Kyiv. Si parla sempre meno della sofferenza del popolo. Che però continua.

“Ormai da due anni il popolo ucraino si difende coraggiosamente dall’aggressione russa su vasta scala. La popolazione civile del nostro paese è costantemente sottoposta agli attacchi missilistici russi, e a distanza di quasi due anni dall’inizio della guerra stiamo vivendo la peggior emergenza umanitaria in Europa dal secondo Dopoguerra. In Ucraina non ci sono famiglie che non abbiano vissuto un lutto. Paghiamo un prezzo altissimo per la nostra libertà e, credo, anche per il futuro democratico dell’intero continente europeo. L’Ucraina d’oggi è sinonimo di sofferenza ingiustificabile. Tuttavia – dice l’arcivescovo Shevchuk – possiamo constatare che la guerra in Ucraina diventa una guerra silenziosa; anzi, si avverte una certa stanchezza degli europei ed entrano in gioco i sentimenti antiamericani che aiutano la propaganda russa a continuare lo sterminio del nostro popolo e a condurre la guerra contro l’occidente. Sicuramente è molto più facile richiamare l’attenzione sui problemi del governo ucraino e mettere in evidenza gli scandali di corruzione che, senz’altro, rappresentano un altro male da combattere. Ma in questa situazione bisogna innanzitutto vedere le sofferenze inimmaginabili di un popolo che si sacrifica nella difesa dei valori europei, e quantomeno restare a fianco dell’Ucraina per tutto il tempo necessario. Quando sentite la parola Ucraina, pensate a dei volti umani: a bambini, donne, anziani, giovani ragazzi di un paese che è la ferita aperta nel cuore dell’Europa. La sofferenza umana non può diventare un semplice argomento dei giochi geopolitici, economici o militari”.

Ecco, ma voi ucraini vi sentite soli? Percepite ancora il grande sostegno del mondo che avevate due anni fa (le bandiere ucraine alle finestre, gli eventi pubblici di solidarietà) o qualcosa è cambiato?

“Siamo molto grati alla comunità internazionale per il sostegno del nostro paese sin dall’inizio dell’aggressione su vasta scala della Russia. L’Europa si è mostrata unita e forte nel suo impegno contro la violazione del diritto internazionale da parte di Mosca e per il ristabilimento della pace duratura e giusta per l’Ucraina. Ma oggi spesso si chiede: quale pace? Questa è probabilmente la domanda principale quando si discute sulla guerra in Ucraina. C’è chi ipotizza il congelamento della guerra o l’accettazione di compromessi territoriali per fermare il conflitto. Ma io rispondo come pastore di questo popolo sofferente. E’ possibile sacrificare per una presunta pace milioni di ucraini che subiscono atrocità dagli occupanti russi? Posso sacrificare le mie comunità e stare tranquillo mentre la nostra Chiese viene bandita nei territori occupati? Posso sacrificare i nostri sacerdoti rapiti dai russi di cui da un anno non sappiamo nulla? Io – aggiunge –sono convinto che il congelamento della guerra in Ucraina, nel cuore dell’Europa, significhi lasciare al regime criminale in Russia la possibilità di riorganizzarsi per attaccare nuovamente con gli scopi ancor più ambiziosi. Perciò la domanda non è se noi ucraini ci sentiamo soli, ma qual è il futuro dell’Europa con i progetti di pace che fanno comodo a Putin”.

A tal proposito, l’Economist, si è domandato se Putin stia vincendo la guerra: dopotutto appare nuovamente al centro di tante trame diplomatiche. Lo si vede più in giro, partecipa a summit intergovernativi, tutte cose impensabili non solo due anni fa, ma anche un anno fa. Teme che l’interrogativo del settimanale inglese diventi sempre più frequente nelle società europee? “

Non dimentichiamo che la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il presidente della Federazione russa. E’ un criminale di guerra. Se a livello dei rapporti internazionali prevale il diritto del più forte e non la forza del diritto, sono veramente preoccupato per il futuro dell’umanità”. 

Lei saprà che anche all’interno della Chiesa cattolica c’è chi ritiene che il cosiddetto “nazionalismo” ucraino – e anche della stessa Chiesa greco-cattolica – non faccia bene al tentativo di trovare una soluzione, una via d’uscita alla guerra. Lei, che è capo e padre della Chiesa greco-cattolica, come risponde a tale obiezione?

Il tema del nazionalismo ucraino ormai da decenni viene promosso dalla propaganda russa per annientare l’Ucraina. Per anni le trasmissioni russe hanno diffuso i messaggi sul regime fascista in Ucraina per poi trovare il legittimo pretesto di invadere l’Ucraina. Proprio per denazificare l’Ucraina la Russia oggi la distrugge. Umberto Eco, nel saggio ‘Il fascismo eterno‘, definì quattordici punti attraverso i quali riconoscere l’ideologia fascista. Sono punti che possiamo applicare al regime russo e alla guerra che questo conduce in Ucraina. Le dico sinceramente, mi stupisce che all’interno della Chiesa cattolica ci sia chi ritrasmette questa propaganda”. Anche perché, dice Sviatoslav Shevchuk, “in Ucraina non c’è alcun partito nazionalista al potere. Anzi, esiste una legge che proibisce qualsiasi forma di fascismo. Nessuna organizzazione internazionale ha mai individuato la presenza del movimento neonazista nel nostro paese. Perciò tutto questo resta una propaganda, priva di qualsiasi senso e delle prove reali. Storicamente al popolo ucraino è stato tolto il diritto di avere il proprio Stato e di essere un popolo libero. L’amore che abbiamo per la nostra terra, la nostra cultura, la nostra lingua, la nostra Chiesa spesso viene visto alla stregua di un nazionalismo radicale. Il nostro senso del patriottismo cristiano è libero da qualsiasi connotazione ideologica. Mai abbiamo preteso o cercato di essere superiori agli altri oppure di annientare altri popoli. Per l’imperialismo russo, invece, qualsiasi tentativo del popolo ucraino di essere indipendente e di far parte della comunità europea viene definito come nazionalismo”.

E la Chiesa greco-cattolica ucraina? “La Chiesa greco-cattolica ucraina ha sempre condiviso il dolore del proprio popolo e il suo impegno per la libertà e l’indipendenza dai diversi imperialismi. Perciò il cliché del nazionalismo lo condividiamo insieme al nostro popolo. Ma voglio ribadire che la Chiesa greco-cattolica ucraina anche al livello ufficiale ha condannato il nazionalismo radicale come l’ideologia che ispira l’odio verso gli altri popoli. Contro questa ideologia si sono espressi più volte anche i miei predecessori, il metropolita Andrey Sheptytskyj e Sua Beatitudine il cardinale Liubomyr Husar”.

Come sono i rapporti tra le varie confessioni cristiane in Ucraina? Sappiamo che ci sono provvedimenti in discussione che puntano a mettere fuori legge la Chiesa ortodossa dipendente dal Patriarcato di Mosca. Non pensa che spostare il piano del conflitto su base religiosa sia un ulteriore elemento di rischio capace di far precipitare la guerra in tenebre ancora più oscure?

“Il dolore della guerra ha unito in Ucraina molti cristiani. La solidarietà cristiana di fronte al male della guerra supera ogni limite confessionale o di divisione. Perciò le Chiese e le organizzazioni religiose in Ucraina cercano di cooperare per rispondere alle sfide che la guerra ci pone quotidianamente. Per quanto riguarda la Chiesa ortodossa, legata al Patriarcato di Mosca, devo constatare che questa Chiesa vive un forte disagio nella società ucraina. Ogni forma di legame, non solo de iure ma anche de facto, con la Russia e il mondo russo viene fortemente respinta dalla società ucraina. Perciò certi provvedimenti del governo ucraino nei confronti della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca rispecchiano la richiesta della società civile ucraina. D’altro canto, lo Stato ucraino sente nella situazione di guerra l’urgente dovere di garantire la propria sicurezza nazionale su diversi fronti, compreso quello religioso. E quando il Patriarca di Mosca giustifica e invita il popolo russo alla guerra contro l’Ucraina, il governo ucraino considera necessario rivedere l’attività della Chiesa ortodossa, legata a questo Patriarca, nel nostro paese. Allo stesso tempo – dice Shevchuk – i rappresentanti delle Chiese e delle organizzazioni religiose sono molto attenti a qualsiasi legislazione ucraina riguardante i rapporti con il mondo religioso. Nel corso di numerosi incontri con i nostri governanti ho più volte sottolineato i princìpi fondamentali dei rapporti tra le Chiese e lo Stato. Di conseguenza, ogni tentativo di bandire qualsiasi denominazione religiosa in Ucraina, affinché non presenti un pericolo per la sicurezza nazionale e il bene comune, è per noi allarmante. Inoltre, ho cercato di spiegare ai nostri governanti che mettere fuori legge il Patriarcato di Mosca non significa far cessare la sua esistenza, perché la Chiesa non è solo un’organizzazione giuridica con la propria struttura, lo statuto e il centro di governo a Mosca. La Chiesa è prima di tutto le persone. Perciò lo Stato ucraino ha il diritto e il dovere di assicurare la propria sicurezza nazionale ma con tutta la delicatezza nel trattamento delle questioni della libertà religiosa”. E poi “c’è un altro problema, e cioè che la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca si è autoisolata dalla società. Ad esempio, quest’anno sarà il primo Natale che l’Ucraina celebrerà il 25 dicembre, e non più il 7 gennaio, come ancora accade in Russia. Una decisione ben condivisa da autorità civili e comunità ecclesiali, tranne che dalla Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca. ‘Finalmente insieme’, ha scritto in un messaggio il Consiglio pan-ucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose”. 

Lei ha scritto che la radice che motivò l’Holodomor di novant’anni fa e la guerra di aggressione odierna è la stessa: l’insaziabile imperialismo russo. Come sa, il concetto di “genocidio” è problematico, gli specialisti della materia usano categorie severe prima di applicare tale definizione a un conflitto. Cosa si sente di dire al riguardo?

Siamo un popolo che ancora oggi vive le conseguenze del trauma dell’Holodomor, un reale genocidio per fame di milioni di persone perpetrato dal regime sovietico novant’anni fa. Portiamo questo trauma nella nostra memoria storica. L’attuale guerra ci presenta una serie di fatti che possiamo definire come crimini contro l’umanità. Gli attacchi quotidiani contro la popolazione e le infrastrutture civili, i prigionieri di guerra e persino i civili torturati, le violenze sessuali su donne, uomini e bambini, la deportazione dei bambini, le fosse comuni sono davanti agli occhi dell’intera comunità internazionale… Gli ucraini non hanno bisogno di aspettare le sentenze dei tribunali internazionali o i manuali degli studiosi (sono certo che arriveranno) per capire cosa sta succedendo nel nostro paese e comprendere le cause dell’aggressione della Russia contro il nostro popolo. Tra l’altro, uno dei motivi di questa guerra, proclamati dalla Russia, è la ‘denazificazione dell’Ucraina’ che per i russi significa semplicemente l’Ucraina senza ucraini. Devo comunque dire che già oggi molti analisti vedono la guerra in Ucraina come il genocidio del popolo ucraino. Vorrei menzionare il Report del New Lines Institute e del Raoul Wallenberg Centre, un’indagine indipendente dei giuristi internazionali esperti in diritti umani, accreditati presso le principali Università e organizzazioni internazionali. Il loro dossier di oltre quaranta pagine si sofferma sulla narrazione degli organi ufficiali della Federazione Russa in merito ai concetti di ‘denazificazione’ e di ‘disumanizzazione’. La conclusione degli esperti è molto chiara e ci avverte di un grave rischio di genocidio in Ucraina. Inoltre, non possiamo non citare il documento pubblicato poche settimane dall’inizio della guerra sul sito ufficiale russo Ria Novosti che spiega le ragioni e gli ordini dati ai soldati russi per questa missione. Un commento dal titolo ‘Cosa dovrebbe fare la Russia con l’Ucraina’ è scritto da Timofey Sergejtsev il quale spiega cosa intende Mosca per denazificazione, che – come ho detto – è uno degli obiettivi della guerra in Ucraina proclamati da Putin. Timothy Snyder, il noto studioso dello Shoah nel territorio dell’ex Unione sovietica, ha definito questo testo il manuale russo del genocidio ucraino. In ogni occasione, lo studioso non si stanca di affermare che ‘già solo definire l’occupazione russa come un genocidio sarebbe una ragione più che sufficiente’. 

Beatitudine, quanto dureranno le cicatrici di questa guerra sui corpi e nello spirito della popolazione ucraina? I “danni” si percepiscono già, ma cosa si può fare per far sì che una volta finito il conflitto, si possa ripartire con fiducia?

“Innanzitutto, bisogna far finire questa guerra assurda. Siamo un popolo gravemente ferito nell’anima e nel corpo. Ognuno di noi porta nell’anima l’impronta di questa terrificante guerra, e molti ne hanno impressi i segni sul corpo in seguito a gravi ferite e traumi. La nostra Chiesa per i prossimi anni ha definito il suo obiettivo pastorale nella cura delle ferite di guerra. Sono molto riconoscente a quei nostri pastori che non hanno abbandonato il loro gregge, ma hanno condiviso con la propria gente le sofferenze e i dolori, le ansie e le paure, e in circostanze di pericolo mortale sono stati un segno di presenza amorevole e invincibile di Dio in mezzo al suo popolo. Devo dire – aggiunge il capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina – che le ferite di questa guerra sono molto profonde e dolorose. Le cicatrici che ha provocato sul corpo sofferente del popolo ucraino dureranno a lungo, e solo il Signore saprà versare l’olio santo del Suo amore misericordioso capace di sanarle. Ma già da oggi non vogliamo essere schiavi dell’odio. Sebbene l’odio sia una reazione normale di fronte al male che stiamo subendo, non possiamo cedere ad esso né tantomeno lasciarlo vincere nei nostri cuori”. 

Benedizioni, uno sviluppo pastorale ancorato nella tradizione

Una riflessione su “Fiducia supplicans”, il documento recentemente pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede sul senso pastorale delle benedizioni

di Rocco Buttiglione –Vatican News – 22 Dicembre 2023

La Dichiarazione Fiducia supplicans del Dicastero per la Dottrina della Fede costituisce un autentico sviluppo pastorale solidamente ancorato nella tradizione della Chiesa e nella sua teologia morale. Il cardinale prefetto del Dicastero, Víctor Manuel Fernández, saviamente fa precedere la Dichiarazione da una breve presentazione in cui spiega, fra le altre cose, quello che la Dichiarazione non è: non è un via libera al matrimonio gay e non è un cambiamento della dottrina della Chiesa per cui i rapporti sessuali fuori del matrimonio sono sempre materia grave di peccato. Non cambia nulla, allora? No, cambia molto, è quasi una rivoluzione. Nella storia della Chiesa ogni autentica rivoluzione è però anche contemporaneamente un ritorno all’origine, alla presenza missionaria di Cristo nella storia dell’uomo.

La situazione di partenza che la Dichiarazione ha in mente è quella di una coppia “irregolare” che chiede una benedizione. Per sgomberare il campo da ogni equivoco immaginiamo che la chieda non ad un sacerdote ma ai genitori. La dareste voi questa benedizione? Io la darei. Non benedirei i rapporti sessuali irregolari ma benedirei la cura dell’uno per l’altro, il sostegno che si prestano nella vita, il conforto nel dolore e la compagnia davanti alle difficoltà. L’amore non è mai sbagliato, il sesso invece talvolta lo è. Nella vita di questa coppia il bene e il male sono così strettamente intrecciati che non è possibile separarli con un taglio netto. Se una mia figlia fosse in una situazione così io la benedirei e certo pregherei Dio di separare Lui nel cammino della vita il bene dal male di quella relazione facendo di essa una tappa nel cammino verso la verità. Dio scrive diritto su righe storte. Credo che qualunque padre farebbe la stessa cosa e non vedo come un prete, se davvero ha cuore di padre per i membri della sua comunità, possa fare diverso.

Certo, c’è il pericolo dello scandalo. C’è il pericolo che nel popolo fedele di Dio i più poveri e più deboli siano tratti in inganno e non capiscano più che cosa è il matrimonio e perché il sesso fuori del matrimonio è sbagliato. È un problema reale e che non va sottovalutato: è proprio per questo che il cardinale Fernández ha sentito il bisogno di fare le sue osservazioni preliminari. Certo, sarebbe più facile fare i conti con questo problema se non ci fossero commentatori che invece di offrire chiarimenti seminano confusione e sfiducia. Se tutte le pecore sono al sicuro nell’ovile il pastore si limita a difendere contro i lupi la porta dell’ovile. Ma se molte sono fuori e sono perdute allora deve andare a cercarle e questo comporta rischi e pericoli. La Dichiarazione è la risposta ad una urgenza pastorale specifica del nostro tempo.

Chi chiede una benedizione, nel caso che stiamo considerando, sa di fare qualcosa che la Chiesa non approva, anzi proibisce. Vuole però affermare un legame, una appartenenza. Una appartenenza ribelle ma comunque una appartenenza. La Chiesa spegnerà questo lucignolo fumigante o, per quanto possibile, lo manterrà in vita?

Quando io ero giovane (forse mezzo secolo fa) era del tutto impossibile immaginare questa situazione. Gli omosessuali non chiedevano il matrimonio, non si volevano sposare. Consideravano matrimonio e monogamia come forme di oppressione della società borghese e reclamavano il sesso libero e la separazione fra sesso e amore. Meglio: pensavano che il sesso fosse reale e l’amore solo una illusione. Un ripensamento all’interno dei movimenti omosessuali è iniziato forse con l’AIDS (la monogamia è la migliore difesa contro l’AIDS) ma è poi andato molto al di là di questo. Il sesso non è semplicemente una piacevole ginnastica: ha una tendenza naturale a coinvolgere in profondità la persona, ha bisogno di essere regolamentato, di svolgersi in un contesto normativo. Da alcuni anni assistiamo alla ricerca a tentoni di una ri/regolamentazione dei rapporti sessuali, di un ripensamento del sesso all’interno di un rapporto personale, perfino di una riscoperta dell’amore. È in questo contesto che nasce anche la domanda del matrimonio gay, inaccettabile in sè (come chiaramente il cardinale Fernández conferma) ma spia di un disagio e di una ricerca, a cui la Chiesa deve dare una risposta adeguata.

Nel sinodo è emersa la preoccupazione di diverse chiese nazionali a confronto con questi fenomeni. C’è stata un confronto teso in cui ciascuno ha esposto liberamente le proprie ragioni e lo sforzo, al di là delle contrapposizioni ideologiche, di ascoltare lo Spirito e di discernere cosa viene da Lui e cosa invece dal Maligno. Questa dichiarazione offre una prima risposta, insieme coerente con la tradizione ed aperta al nuovo.

La “Fiducia supplicans” offre uno sviluppo al senso (pastorale) delle benedizioni

Lettera dopo il nostro articolo sul documento del Dicastero per la Dottrina della fede sulle coppie irregolari e omosessuali. E nostra breve risposta

Emanuele Boffi -Tempi

 22/12/2023 – 5:40

Gentile direttore, la Dichiarazione Fiducia supplicans (FS), recentemente pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede, offre uno sviluppo interessante sul senso (pastorale) delle benedizioni. Ogni testo è sempre migliorabile: tuttavia i testi del magistero ecclesiale vanno letti sempre nell’ottica di uno sviluppo della fede, nella continuità di un cammino che è fedele a sé stesso e che pure evolve in continuazione. A volte i passi suggeriti sono facili ed immediati, a volte meno agevoli e più esigenti.

Una novità nella continuità

Questa Dichiarazione, benché contenga chiari elementi di novità, si pone in sostanziale continuità con il noto Responsum del Dicastero sulla possibilità di benedire le unioni di persone dello stesso sesso. Quali erano i punti centrali di quel Responsum, o meglio della sua Nota esplicativa? In linea generale, quattro: 1) la liceità di benedire ciò che è ordinato a servire i disegni di Dio; 2) la possibilità di benedire le persone e non le unioni; 3) il fatto che Dio benedice i peccatori ma non il peccato. Inoltre – e questo è un punto importante – 4) si diceva nel Responsum che la presenza di elementi positivi in una relazione omofila non è sufficiente per renderla legittima e quindi oggetto di una benedizione, perché ciò contraddirebbe “la verità del rito liturgico” e l’essenza dei sacramentali.
Con la Dichiarazione si confermano i primi due punti, rilevabili in buona sostanza nel testo; si approfondisce la comprensione del terzo e si offre un diverso intendimento del quarto. Tale sviluppo, relativo in particolare al terzo e quarto punto, proviene da una esplicita volontà del Papa al riguardo, il quale, rileggendo il precedente Responsum, ha invitato il Dicastero a fare un passo oltre quanto già stabilito.
Anzitutto, nel suo senso di fondo, la Dichiarazione conferma il fatto che Dio, per sua natura, non può benedire il peccato. E, perciò, dice che la Chiesa non può benedire, con rito liturgicamente fissato, “cose, luoghi o contingenze che siano in contrasto con la legge o lo spirito del Vangelo” (FS 10). Ma il testo va oltre, perché fa comprendere che laddove c’è il peccato, sia nella persona che nelle relazioni, non c’è soltanto il peccato. Perché il peccato, laddove è presente, non esaurisce né definisce tutto lo spazio della persona umana e dei suoi rapporti, la cui realtà eccede ed è sempre più grande degli atti peccaminosi che ha commesso e persino delle relazioni peccaminose che intrattiene.
È questo un guadagno importante, da tenere sempre presente, che segnala quanto la realtà della persona umana, nella sua originale positività, è sempre più grande di ciò che fa e mai è totalmente assimilabile ai suoi sbagli. Pertanto, anche le sue relazioni sbagliate non sono mai del tutto ed esclusivamente peccaminose e negative, poiché l’uomo è parte eminente di una Creazione che, benché ferita, rimane ultimamente sana, positiva e destinata al bene.
Su questo punto, in un tempo in cui l’uomo viene ridotto invece a ciò che fa, ed in cui coloro che sbagliano spesso vengono visti come definiti completamente dai loro sbagli, l’insegnamento degli ultimi tre Papi, Giovanni Paolo II, Benedetto e Francesco, ristabilisce la realtà delle cose. Il peccato c’è, ferisce la persona ma non è né la prima né l’ultima parola! Esiste la misericordia di Dio, che ha un nome, Gesù Cristo, e che pone continuamente un limite al male nella storia; storia nella quale, dunque non esisterà mai un male assoluto e definitivo.
Nella persona e nelle sue relazioni esistono, infatti, degli “elementi positivi” (FS 28) che nessun peccato, per quanto grave, può cancellare. E rimane vero che, a volte, tali elementi positivi non sono in grado di legittimare e rendere regolari (“coonestare”, diceva il Responsum) delle relazioni che non possono esserlo. Tuttavia quegli elementi rimangono e sono come un patrimonio di bene che, come una promessa incancellabile, testimoniano l’ultima positività che costituisce la sostanza della persona umana e la sua irrevocabile destinazione al bene.
Questo fatto ci aiuta a comprendere lo sviluppo ulteriore della prospettiva offerta dalla Dichiarazione rispetto a quella del Responsum. Quest’ultimo diceva che la presenza di questi elementi positivi non è sufficiente per rendere le relazioni, cosiddette irregolari, oggetto di una benedizione, perché contraddirebbe il significato di un “rito” che in qualche modo consacra ed approva l’oggettiva positività di una relazione. Qui la Dichiarazione, se da una parte conferma quanto asserito nel Responsum, dall’altra, apre lo spazio per un passo ulteriore.
Laddove ciò è possibile, questo passo ci invita ad offrire la “carità” di un gesto che non ha lo scopo di giustificare nessuno status o rivendicazione, ma solo di aprire e disporre ad incontrare la mano tesa del Signore verso i peccatori. È un gesto di speranza e che alimenta la speranza! E che aiuta a riconoscere nell’aiuto che viene da Dio, anche laddove l’uomo è ferito dal male, una forza più potente del male.
Ciò significa che, persino attraverso una benedizione spontanea, è possibile aprire una via per valorizzare ed instradare verso una purificazione (“sanare”) ed elevazione quegli elementi di bene presenti in “coloro che si rivolgono umilmente” a Dio – anche in una situazione moralmente irregolare – perché Dio “non allontana mai nessuno che si avvicini a lui!” (FS 33).

Una nuova comprensione delle benedizioni

In questa prospettiva cambia perciò – questa è la novità da rilevare – la comprensione del significato della benedizione, la quale non viene qui intesa come consacrazione ed approvazione di una relazione, bensì come aiuto ad una evoluzione positiva della relazione stessa, come invocazione a Dio, perché permetta ai semi di bene presenti in un legame affettivo di fiorire nella direzione dei suoi disegni.
Ecco perché la Dichiarazione considera quegli elementi positivi, pur presenti in situazioni irregolari come “un seme dello Spirito Santo che va curato, non ostacolato” (FS 33). Ed aggiunge: “in tal senso, è essenziale cogliere la preoccupazione del Papa, affinché queste benedizioni non ritualizzate non cessino di essere un semplice gesto che fornisce un mezzo efficace per accrescere la fiducia in Dio da parte delle persone che la chiedono, evitando che diventino un atto liturgico o semi-liturgico, simile a un sacramento”, come un atto di “spontaneità nell’accompagnamento pastorale della vita delle persone” (FS 36), come un aiuto per “perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà” (FS 40).
Tuttavia, la Dichiarazione ribadisce a più riprese che tale benedizione – tesa a valorizzare ed a predisporre all’accoglienza della grazia quello che c’è comunque di positivo in una relazione irregolare – non può costituire né “una legittimazione morale a un’unione che presuma di essere un matrimonio” né “a una prassi sessuale extra-matrimoniale” (FS 11).
Questo è dunque il cambiamento di prospettiva. È l’apertura ad una benedizione, non ritualmente fissata, che amplia il significato stesso della benedizione, non più intesa come mera approvazione di ciò che viene benedetto. É l’invocazione dell’aiuto di Dio su persone e relazioni per mettere in cammino e far crescere, per smobilitare situazioni che altrimenti scivolerebbero o rimarrebbero confinate nel peccato. Perché Dio non dispera mai di nessuno ed opera sempre per prenderci “come siamo”, “ma non ci lascia mai come siamo”. Proprio così, infatti, si chiudeva il testo del Responsum.
E proprio questa è la continuità ideale e sostanziale fra i due pronunciamenti, benché siano distinti ed il secondo allarghi la veduta del primo, ma senza contraddire la sostanza e la direzione fondamentale di quest’ultimo. Allargamento prezioso, perché introduce altresì ad una comprensione della benedizione, non come mezzo che si limita a legittimare e rassicurare, lasciando borghesemente a posto la coscienza, ma come un aiuto che mette in moto la vita e la smuove dalle sue mediocrità.
Dio, infatti, ci fa sempre uscire da noi stessi, e dalle situazioni in cui tenderemmo ad installarci ed a sederci, con un esodo dalle nostre comodità, con un passaggio dalle nostre piccole misure e mezze sicurezze ai suoi orizzonti e disegni, sempre più grandi e sempre oltre le nostre misere vedute. Con una novità che non smentisce e non contraddice ciò che veniva prima ma approfondisce e completa, costringendo ad ampliare le vedute e la portata dei nostri affetti.

La grazia: una forza mobilitante la libertà

Questa Dichiarazione dà fastidio perché non può essere letta schematicamente come una presa di posizione a favore o contro le coppie e i rapporti irregolari od omofili, ma costringe ad uno sguardo più ampio. Costringe chi non vive situazioni irregolari a non considerarsi a posto ed al sicuro, e chi vive in situazioni che regolari non sono a non considerarsi escluso dalla salvezza ma ad accettare la sfida di un cambiamento. E costringe tutti noi ad uscire dai facili e rassicuranti schemi in cui incaselliamo persone e relazioni per guardare in profondità e guardare (“discernere”, cf. FS 26) come è davvero la realtà.
Questo nuovo sguardo sulle benedizioni apre uno spiraglio nuovo sulla grazia, alla cui accoglienza dispongono. In questa nuova prospettiva, la grazia che viene da Dio appare così ben più che un “premio” per i giusti, o una “medicina” per i malati, ma una forza mobilitante offerta alla libertà umana, affinché gli orizzonti della coscienza e le strade della libertà seguano la traiettoria, sempre più grande, dei disegni di Dio.
La Dichiarazione, mentre allarga l’orizzonte, invita altresì ad un discernimento, per verificare se sussistano le condizioni affinché si possa conferire una benedizione paterna e non ritualmente fissata: vale a dire, non la pretesa legittimazione morale di uno stato o di relazioni, bensì il riconoscersi umilmente peccatori (cf. FS 33), bisognosi di un cambiamento e disposti ad aprirsi ed a seguire la volontà di Dio (cf. FS 20). Questa è la evidente e più importante precondizione, per poter ricevere il dono di una benedizione nel senso indicato dalla Dichiarazione.
Oggi, il grande rischio è che perfino i gesti e le parole della fede divengano degli schemi precostituiti il cui significato originario e congenito veda prevalere le forme che, di volta in volta, la storia ecclesiale usa per esprimere quel significato.
Il magistero ecclesiale – che scrive dritto anche attraverso linee che ad alcuni sembrano oblique – riscoprendo i significati originari espressi nelle parole e nei gesti della fede, ci sorprende e ci invita ad allargare gli orizzonti, verso quel di più di verità e di amore a cui il Signore, nella fedeltà all’insegnamento di sempre, ci sospinge, incamminandoci verso quel Destino immenso e buono a cui tutti siamo chiamati, nessuno escluso.

don Riccardo Bollati

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Le sue parole mi hanno fatto comprendere l’insidia di Satana

Carissimo Padre, volevo solo ringraziarLa. All’inizio ho avuto per qualche giorno dei pensieri costantemente negativi per Fiducia Supplicans  sul Santo Padre.

Ma le Sue parole mi hanno fatto capire l’insidia di Satana. Eucaristia, Papa, Gospa: questa è la fonte della nostra gioia!

La Chiesa è come una Madre, come era la mia (forse povera, anche spiritualmente), ma se io dovessi incontrare una Regina e mia Madre, non avrei dubbi a chi rivolgermi, direbbe il Crisostomo.

Grazie Padre, continui così. ad essere un Lumen Ecclesiae, alleluia!

Un Santo Natale da Paolo

Viva Maria!

☕️IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕️

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

“Ubi Petrus ibi Ecclesia

Caro Padre Livio, 

mi unisco alle tante persone che hanno voluto ringraziarla, soprattutto in questo momento di confusione, dove tanti cattolici si sentono in diritto di attaccare Papa Francesco, per aver portato chiarezza su questioni che potrebbero sembrare ambigue.

Seguo quotidianamente il suo blog e spero che sempre più fedeli possano attingere a questa fonte, frutto di grande discernimento.

Le chiedo, se possibile, di registrare un video appello per tutti coloro che, ancora oggi, faticano a riconoscere Papa Francesco come Vicario di Cristo. Un video da poter condividere sui social media.

La ringrazio di cuore perché seguirla mi aiuta a fare Luce in mezzo alle tenebre. Dio la benedica e la Madonna la protegga sempre. 

Antonello da Sassari 


Caro Antonello,

La Regina della pace ha fatto un centinaio di appelli, esortando ad amare i nostri Pastori e a pregare per loro, perché Gesù stesso li ha scelti.

Credo che lo abbia fatto in previsione degli attacchi alla Chiesa da parte di Satana, il vero regista dell’agitazione e della confusione,  che sta cercando di sollevare in particolare contro il Successore di Pietro.

Spero e prego perché i seguaci della Gospa facciano propri i suoi ammonimenti e preghino per la pace e l’unità della Chiesa intorno al Vicario di Cristo.

Siamo in tempi in cui Dio chiama a rapporto: i tralci verdi daranno frutti per la vita eterna, quelli secchi finiranno in cenere.  

Per essere germogli fruttiferi dobbiamo essere uniti a Cristo, che è la vera vite. Ma si è uniti a Cristo se si è membra vive del suo mistico corpo che è la Chiesa.

“Ubi Petrus ibi Ecclesia”

Ave Maria

P. Livio

IO AMO LA CHIESA PERCHE’ E’ NOSTRA MADRE

Cari amici, in questi giorni in cui la Santa Famiglia di Nazareth è più che mai l’immagine della Chiesa, vorrei presentarvi alcuni brani del mio libro “La Chiesa è indistruttibile” che uscirà a fine Gennaio 2024.

Vostro Padre Livio

La Chiesa  nostra madre (1)

Il libro che mi accingo a scrivere vuole essere innanzi tutto un ringraziamento al Signore per il dono della Chiesa, alla quale ha assicurato il suo sostegno fino al suo ritorno glorioso sulle nubi del cielo.  Nel medesimo tempo è un atto di amore e di gratitudine alla Chiesa, nella quale col sacramento del Battesimo sono entrato a far parte una settimana dopo la mia nascita. Mi  chiedo che cosa sarebbe  stato della mia vita se non fossi salito su questa barca inaffondabile, con la quale ho  affrontato una navigazione lunga e pericolosa  verso il porto di luce dell’eternità.

Con l’offuscamento della fede che caratterizza la nostra generazione, abbiamo perso la capacità di guardare alla Chiesa con una prospettiva soprannaturale. Ne vediamo l’aspetto umano, quello visibile, e lo giudichiamo come le  istituzioni mondane,  con le loro imperfezioni e i loro limiti, disponibili più  a criticarle che a sostenerle. Non siamo più  capaci invece di andare oltre e cogliere, nella luce della fede, il mistero della Chiesa, che è il prolungamento di Cristo stesso, della sua umanità congiunta intimamente alla sua divinità. La Chiesa, confinata nell’ambito delle cose che passano, diviene così oggetto di critica, di disaffezione e di manipolazione.

Non ci siamo ancora resi conto quali devastazioni stia provocando la crisi della fede che ha investito il nostro tempo e che rischia di sgretolare la Chiesa fin dalle fondamenta. La negazione del mistero di Dio, Santissima Trinità, e di Cristo vero uomo e vero Dio, provoca inevitabilmente una ferita mortale al cuore della Chiesa, che verrebbe a mancare di ciò che la fonda, la sostiene e la mantiene viva. Come  il  corpo  non può vivere senza l’anima,  così la Chiesa non può sussistere senza la sua dimensione soprannaturale e divina. Nella  misura in cui la Chiesa perde  la fede, perde anche se stessa. Non  potrà  mai esserci una Chiesa senza la  presenza di Cristo e dell’Eucaristia. Laddove la fede su è dissolta, la Chiesa è sparita. Inutilmente si tenta di trasformare la Chiesa in una istituzione umana, sia pure con finalità religiose. Sradicata da Cristo diventerebbe un tronco secco, incapace  di  dare frutti.

E’ quindi impossibile guardare alla Chiesa senza la luce della fede. Eppure  è  ciò che si fa comunemente, con il risultato di una disaffezione, di una critica e di un abbandono crescenti. Il  parlar  male della Chiesa, a tutti i livelli, dai pettegolezzi parrocchiali alle campagne di discredito orchestrate dai  mass-  media, fino a malignità  e denigrazioni pseudo culturali, è  divenuta una abitudine che trova consenso e complicità  diffusi. Persino nella Chiesa si parla male della Chiesa e non  si perde occasione di chiedere perdono al mondo per i propri peccati. Lo smarrimento è grande e rischia che le  pecore vaghino qua  e là, dove i lupi  le aspettano, invece di cercare rifugio nell’ ovile santo, come la Madonna definisce  la Chiesa in una sua apparizione. A nessuno viene in  mente che Gesù  ci ha  messo in  guarda dal  nemico che nell’oscurità  sparge  zizzania  a piene mani?

Eppure basterebbe solo  un po’ di  buon  senso  per  comprendere  la  grazia  straordinaria  di essere  nati in una famiglia cristiana,  che  ci ha introdotti in questa corte celeste,  formata  da  una moltitudine immensa  di  angeli e  di anime sante,  a  partire  dalle  origini della  storia umana  fino  ai nostri giorni. Uno stuolo glorioso di cuori   che  amano  Dio e cantano le  sue  lodi per la  sua infinita misericordia.  L’ingresso nella  Chiesa nel   giorno  del Battesimo è stato il momento  più grande della nostra  esistenza, non  inferiore  a   quello del  concepimento, quando la potenza di Dio ha tratto dal nulla la nostra anima immortale. Con quella  semplice   liturgia  siamo nati una seconda  volta, una nascita nello Spirito, con  la  quale  siamo  diventati figli di Dio, cittadini del Cielo, eredi della gloria  futura. Potevamo  avere un  dono più grande  e più immeritato, ma tuttavia ignorato  e  persino disprezzato ?

 Nascendo  ti sei  trovato una  caverna oscura,  piena di insidie e senza vie di  uscita, perché tale è la condizione dell’uomo sulla terra.  Avresti potuto restare in questa condizione miserabile  per tutta vita.  Ma ecco che sei stato portato in  una  reggia, piena di  luce  e di conforto, non come  un  servo, ma come un  figlio che può disporre di   tutte le ricchezze  della  casa regale. Hai rimosso dalla  tua memoria    questo evento  unico  della  tua  vita,  che  la eleva, la nobilita  e la  proietta  nell’eternità?  Non  sai  che   hai  impresso  sulla  tua  anima il sigillo della divina figliolanza e che,  entrando nella Chiesa, sei divenuto membro della  famiglia di Dio,  con un legame molto più forte e  duraturo di quelli della carne e   del  sangue?  Il  dono di essere entrato  in  questa  famiglia  divina dove Cristo abita  con la sua gloria e  di poter   attingere alle  fonti inesauribili della sua  Parola e  della sua grazia  andava  accolto, apprezzato e fatto fruttificare.  Invece lo hai  rimosso dalla  tua vita,  come le cose vecchie inutili.  Hai  preferito  altre  frequentazioni, altre  compagnie, altri obbiettivi di vita.  Su quali strade  hai camminato, quali luoghi di ritrovo hai frequentato,  quali pulpiti hai ascoltato? Continuando a vagare  qua e  là,  che  cosa risponderai al Padrone quando ti chiederà conto dei talenti che ha messo nelle tue mani? ?

La  Chiesa, caro amico, è una  casa nella quale puoi abitare stabilmente, al  sicuro dalle intemperie del mondo e della vita, senza che nessuno ti dia lo sfratto.  E’ una famiglia  nella  quale troverai sempre dei fratelli e delle  sorelle con i  quali condividere le fatiche e i problemi della giornata.  E’ una madre  che,  dopo averti generato alla vita  soprannaturale, ti nutre , ti accompagna e   ti  guida fino al  traguardo finale. Devi imparare a guardare alla Chiesa con gli occhi di un figlio che guarda alla madre. Infatti,  dopo che sei  entrato in questa divina famiglia, la Chiesa non si è disinteressata di te,  lasciandoti solo nella navigazione agitata  del   tempo. Ma  ha provveduto a farti crescere e a fortificarti,  perché la tua fede crescesse e diventasse la  luce della tua vita.

 Ti ha  portato alle fonti della grazia con i sacramenti della  Confessione, dell’Eucaristia e della Cresima.   Ti ha  aiutato a scoprire la tua vocazione  e  la tua missione,  in  modo particolare col Sacramento del matrimonio, grazie  al quale hai potuto formare una famiglia cristiana e cooperare  con  Dio all’opera della creazione e della  redenzione. Ti ha aiutato a rialzarti ogni volta ogni volta  che sei caduto a causa delle  tue debolezze   e a ritrovare  la strada ogni volta che il nemico ti ha fatto  deviare dal  retto cammino. E’ solo la Chiesa,  madre  sempre  presente, che ti è  vicina negli ultimi istanti della vita,  quando conterà  soltanto  il pentimento dei peccati e  la  grazia del perdono, prima di comparire alla  presenza del Signore. Chi,  se non  la  Chiesa,  potrà  dire ai tuoi cari,  le  parole della  speranza nella vita eterna e dare  il  conforto di un arrivederci nella gloria del  Cielo?

La Chiesa nella  sua storia bimillenaria è  stato  una   madre  inestimabile e  insostituibile, che si è presa cura di innumerevoli persone, appartenenti ai più  diversi popoli, diffusi in  ogni parte  della  terra. Non ha mai discriminato nessuno,  non ha mai allontanato nessuno,  ma si è sempre   presa  cura  di tutti. Spesso osteggiata e perseguitata,  ha sempre risposto al male col  bene,  all’odio con  l’amore,  alla prepotenza con  la mitezza. Ha pregato per i suoi persecutori, concedendo loro la grazia del  perdono e della riconciliazione con Dio. Quante volte ha presentato l’altra  guancia, pur ricevendo percosse gratuite e sprezzanti?  Quante  volte è stata  in prima schiera nel tempo di calamità, di privazioni, di disordini e di guerre? Poteva fare  di più  questa  madre che Cristo ci ha donato, perché ci assicurasse la sua divina presenza e non fossimo soli, senza guida e senza aiuti, nel  cammino della vita?

La  presenza della Chiesa  è un baluardo invincibile contro il  potere delle tenebre, determinato a riprendere il  dominio del mondo, dopo la vittoria della Croce. Laddove  la  Chiesa arretra, avanza  la  barbarie, la  degradazione e il  disordine. Laddove si spegne  la luce  del  vangelo, si diffonde  la tenebra   dell’ignoranza e dell’errore. Laddove la legge  di Dio  viene  abolita, si afferma  l’arbitrio e  la  violenza. Nel corso della  storia  la Chiesa  è sempre   stata  garanzia di umanità e di libertà, di  progresso e di civiltà. Nel tempo  in  cui le chiese  si svuotano,  i cristiani latitano e  la fede vacilla, dove  troveranno “i nuovi  pagani”  un’altra madre che  li  preservi dal  caos  che incombe?

CON LA CONFESSIONE PREPARA IL TUO CUORE A RICEVERE GESU’

Caro amico, è tempo ormai di preparare la Confessione in vista del Natale, che potrai fare nella tua Parrocchia o in qualche santuario che conosci. Una Confessione che cambia la vita ti donerà una gioia indimenticabile. Ecco per te un itinerario di sette passi che ti porterà all’abbraccio col Bambino Gesù

La Confessione è un cammino da percorrere in sette passi successivi. I primi due, che si devono considerare una preparazione remota, sono la preghiera e l’esame di coscienza. Gli altri cinque, che costituiscono il cuore del sacramento, sono il dolore di aver offeso Dio, il proponimento di non peccare più, l’accusa dei propri peccati, l’assoluzione del sacerdote  e infine la penitenza. Si tratta di un itinerario interiore che può richiedere anche un tempo non breve di maturazione.

Il protagonista è il cuore che si apre a Dio e alla sua grazia, al fine di ottenere il perdono e la pace. E’ importante arrivare davanti al confessore già preparati, dopo aver fatto l’esame di coscienza e aver espresso al Signore  il proprio dolore e il proposito di correggersi. La fede ti farà da la lampada che ti consentirà di arrivare felicemente al termine della strada senza inciampare.

1. La preghiera

Prima di incominciare il tuo esame di coscienza, raccogliti in preghiera e chiedi a Dio la luce necessaria. Infatti è la grazia che ci aiuta a vedere i peccati, anche i più riposti e a evitare le forme di autoinganno e di autogiustificazione. L’uomo infatti, che pure ha l’occhio pronto a vedere i peccati altrui, è piuttosto restio a riconoscere i propri. In particolare nella preghiera davanti al Crocifisso si contempla la divina misericordia che si china sul nostro male per guarirlo. Nella preghiera non solo si vedono i peccati, ma anche la radice che li genera. E’ la radice dell’incredulità e del disamore. Se essa non viene identificata e sradicata la confessione non produce effetti duraturi. La preghiera non solo apre il cammino della confessione, ma ne è la logica conclusione. All’inizio è una preghiera di invocazione, alla fine di ringraziamento. Grazie alla preghiera tutto l’itinerario penitenziale viene compiuto alla presenza dell’Amore misericordioso.

2. L’esame di coscienza.

L’esame di coscienza “è una diligente ricerca dei peccati che si sono commessi, dopo l’ultima confessione ben fatta” ( Catechismo di S. Pio X). Esso ti sarà più facile se ogni sera, prima di coricarti, rifletterai  sulla tua giornata alla luce di Dio, chiedendo il perdono e formulando il proposito per il giorno dopo. Nell’esame di coscienza devi “richiamare diligentemente alla memoria, innanzi a Dio, tutti i peccati commessi, non mai confessati, in pensieri, parole, azioni e omissioni, contro i comandamenti di Dio e della Chiesa e gli obblighi del proprio stato” ( Catechismo di S. Pio X).

In particolare è necessario mettere a fuoco tutti i peccati mortali, perché essi devono essere confessati, precisandone per quanto possibile il numero. Una coscienza sensibile mette a fuoco anche i peccati veniali, impegnandosi ad eliminarli, anche se non è necessario confessarli tutti. Passa in rassegna, uno per uno, i dieci comandamenti e i sette vizi capitali. Ti aiuterà a portare a galla il male che si è depositato nel fondo dell’anima.

3. Il dolore di avere offeso Dio.  

Se prenderai consapevolezza dei tuoi peccati davanti al Crocifisso, non ti sarà difficile provare un profondo dolore per averlo offeso e gli chiederai di cuore perdono, detestando sinceramente il male compiuto. Il dolore perfetto, o contrizione, che nasce dalla considerazione dell’infinita bontà di Dio in paragone al nostro disamore, ha l’effetto mirabile di ottenerci il perdono divino e la grazia santificante, purché includa  la volontà di confessarsi. Chiedilo ogni giorno nella preghiera, cosi conserverai l’anima sempre pronta per il momento del giudizio. Il dolore imperfetto o attrizione, nasce dal timore del castigo e dalla stessa bruttezza del peccato. Esso è sufficiente per ricevere l’assoluzione del sacerdote, ma solo la carità, cioè l’amore di Dio sopra ogni cosa, dà la forza per non ricadere di nuovo nei soliti peccati. Senza un sincero dolore dei peccati, perfetto o imperfetto che sia, “la confessione non vale, perché il dolore è la cosa più importante di tutte” ( Catechismo di S. Pio X).

4. Il proponimento di non peccare più.

Il dolore dei peccati è autentico se è seguito dalla ferma decisione di cambiare vita. “Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo” ( Catechismo di S. Pio X). Esso riguarda tutti i peccati mortali commessi o che si potrebbero commettere. Comprende anche la volontà di fuggire le occasioni pericolose e di distruggere le cattive abitudini che si sono contratte cadendo nei medesimi peccati. E’ la fermezza  del proponimento che fa progredire nel cammino spirituale. Se la confessione si  conclude con un proposito concreto, diventa uno strumento  efficace nel cammino di santità.

5. La confessione dei peccati.

Dopo essersi preparati con l’esame di coscienza, il dolore e il proposito, viene il momento dell’accusa dei peccati davanti al confessore, al fine di averne l’assoluzione. “ Siamo obbligati a confessarci di tutti i peccati mortali; è bene però confessare anche i veniali” ( Catechismo di S. Pio X ).  L’accusa deve essere umile, senza alterigia e senza scuse; deve essere intera, cioè comprendere tutti i peccati mortali commessi dopo l’ultima confessione ben fatta e dei quali di ha consapevolezza e indicare le circostanze che li aggravano e li moltiplicano; deve essere sincera, cioè dichiarare i peccati quali sono, senza scusarli, diminuirli o accrescerli; deve essere prudente, usando termini improntati a modestia e riservatezza,  evitando di rivelare i peccati degli altri; deve essere breve, evitando di dire al confessore cose inutili.

Se uno non è certo di aver commesso un peccato, non è obbligato a confessarsene. Se uno ha il dubbio se l’abbia confessato o meno, non è parimenti obbligato a confessarsene. Chi ha taciuto per dimenticanza un peccato mortale, la confessione vale, ma deve dichiararlo alla prossima confessione.   “Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò ci fa reo di un gravissimo sacrilegio” ( Catechismo di S. Pio X). Deve perciò esporre al confessore il peccato taciuto e rifare la confessione dall’ultima ben fatta. Compiuta l’accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dice il confessore e, se necessario, chiedere qualche consiglio per  progredire nel proprio cammino spirituale.

6. L’assoluzione del Sacerdote.

Quando ci sono le disposizioni richieste dalla dignità del sacramento, il confessore impartisce  l’assoluzione in nome di Gesù. Tuttavia, quando esse mancano, può differirla o negarla. Ma ciò non deve indurre allo scoraggiamento o al risentimento. Piuttosto  deve considerare umilmente la sua situazione spirituale e mettersi quanto prima nella condizione di poterla ricevere.

7. la penitenza.

“ La penitenza sacramentale è uno degli atti del penitente, col quale egli dà un qualche risarcimento alla giustizia di Dio per i peccati commessi, eseguendo quelle opere che il confessore gli impone…. La penitenza viene data perché d’ordinario, dopo l’assoluzione sacramentale che rimette la colpa e la pena eterna, resta una pena temporale da scontarsi in questo mondo o nel purgatorio…Le opere di penitenza si possono ridurre a tre specie: alla preghiera, al digiuno, alla elemosina” (Catechismo di S. Pio X). Dopo la confessione il penitente “ se ha danneggiato ingiustamente il prossimo nella roba o nell’onore, o se gli ha dato scandalo, deve per quanto gli è possibile al più presto restituirgli la roba, riparare l’onore e rimediare allo scandalo” (Catechismo di S. Pio X ).

Al termine di queste sette passi, abbiamo ottenuto il perdono di Dio e la sua rinnovata amicizia, la grazia santificante, la pace della coscienza, la speranza della vita eterna e una grazia speciale nel combattimento spirituale. Da morti che eravamo siamo ritornati in vita. Dio ci chiede solo un po’ di buona volontà per donarci le sue inesauribili ricchezze.

Vostro Padre Livio

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Riflessione su Pinocchio e auguri di Natale

Caro padre Livio,

il titolo “I pescecani a caccia di pesci vaganti” e l’immagine di Pinocchio che sta per essere ingoiato dal pescecane mi hanno fatto riflettere nuovamente sulle Avventure di Pinocchio che ho letto e recitato con i miei piccoli alunni qualche tempo fa.

 Mi sono accorta che la fiaba di Collodi è ancora molto attuale perché rischiamo, come il burattino, di sbagliare incontri, strada e di lasciarci manovrare senza che ne accorgiamo.

Nel libretto – Il” mistero” di Pinocchio – del cardinale Giacomo Biffi a pagina 32 ho trovato questa citazione dal profeta Isaia 5,20 che ci invita al discernimento:

 “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”

Che lo Spirito Santo ci guidi, ci assista con la sua luce e i suoi doni e che raddrizzi ciò che è sviato.

Sono certa che cammineremo sicuri nel Santo Viaggio uniti a Gesù, al nostro Santo Padre Francesco dolce Cristo in terra e alla Regina della Pace.

Grazie per tutto e Buon Natale con Gesù nel cuore .

Maria Luisa

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