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Ermes Dovico – La Nuova Bussola
L’«oggi» dell’angelico annuncio ai pastori, dunque della nascita di Gesù, era proprio il 25 dicembre, come le fonti storiche, l’incrocio tra le Sacre Scritture e i ritrovamenti archeologici del XX secolo hanno contribuito a confermare
«Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 10-12). Così l’angelo annunciò ai pastori la nascita del divin Bambino che ci ha sottratti alla schiavitù delle tenebre per rischiararci con la Sua luce, incarnandosi nella pienezza dei tempi, quando sull’Impero romano regnava Augusto e governatore della Siria era Quirinio (Lc 2, 1-2). Dedicheremo questo spazio per ricordare un particolare dell’immensa storia della salvezza e cioè che l’oggi dell’angelico annuncio ai pastori, dunque della nascita di Gesù, era proprio il 25 dicembre.
Sono le fonti storiche e l’incrocio tra la Sacra Scrittura e i ritrovamenti archeologici del XX secolo a confermare la decisione della Chiesa antica di fissare la solennità della nascita di Gesù al 25 dicembre, data che quindi non è affatto una convenzione. Il corollario è il seguente: non è vero che la data sia stata scelta per soppiantare il culto pagano del Sol Invictus e, anzi, può essere vero il contrario (un tentativo degli imperatori non cristiani di ridare vitalità al paganesimo), visto che la celebrazione del «dio Sole» proprio al 25 dicembre è attestata solo nel Cronografo del 354, cioè una raccolta di testi che include pure la Depositio Martyrum, databile già al 336 e dove si ricava che al 25 dicembre si celebrava già una festa speciale: natus Christus in Betleem Iudeae, la nascita di Gesù a Betlemme.
La celebrazione del Natale al 25 dicembre è in sostanza attestata prima di quella del Sol Invictus (celebrato in passato in altri giorni) alla stessa data. In aggiunta alla Depositio Martyrum abbiamo fonti anche più antiche che mostrano come la nascita di Gesù al 25 dicembre fosse un fatto già noto molto tempo prima e, del resto, basta il senso comune per capire che ciò sia normalissimo: Maria e Giuseppe lo hanno visto nascere. Sebbene la data in sé non cambi nulla per la fede, che si fonda sulla Risurrezione di Cristo, non bisogna sottovalutare i tentativi di negare la storicità del 25 dicembre come autentica data del Natale, spesso portati avanti da ambienti scettici e ostili alla Chiesa. Perciò è opportuno citare qualche fatto.
Nel 1947 un giovane pastore ritrovò una giara semisepolta in una grotta nei pressi di Qumran, sulla sponda nord-occidentale del Mar Morto. La scoperta diede inizio a scavi archeologici che si protrassero fino al 1956, condotti da studiosi di tutto il mondo, i quali ritrovarono circa 900 rotoli conservati in 11 grotte e risalenti a un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., fase storica in cui gli esseni (prima della Grande Diaspora) si erano ritirati a vivere in quel luogo desertico, dedicandosi alla copiatura dei testi sacri e di altri documenti dei loro antenati ebraici. Tra questi manoscritti figura il Libro dei Giubilei, redatto nel II secolo a.C., che ha permesso di ricostruire le date in cui le 24 classi sacerdotali israelite si alternavano nel servizio al tempio, con cicli regolari, da sabato a sabato. In particolare, la classe sacerdotale di Abia, cui apparteneva Zaccaria, cioè il padre di Giovanni Battista, officiava nel tempio per due volte l’anno e una di quelle – nell’anno del concepimento del Battista – fu verosimilmente dal 23 al 30 settembre.
Perché questa informazione è così interessante? Perché incrociandola con il Vangelo secondo Luca consente di risalire al giorno di nascita del Battista e conseguentemente di Gesù, nato sei mesi dopo. Vediamo come. L’evangelista Luca riferisce che Zaccaria, marito di Elisabetta, era della classe sacerdotale di Abia (l’ottava, come già spiegava il Primo Libro delle Cronache; 1 Cr, 24) e ricevette dall’Arcangelo Gabriele l’annuncio della nascita del figlio mentre serviva nel tempio «nel turno della sua classe». Una notizia apparentemente trascurabile, fino agli scavi del XX secolo. Infatti, se Zaccaria è entrato nel tempio il 23 settembre (o comunque a ridosso di quella data) – giorno in cui i cristiani orientali commemorano, fin dal I secolo, l’annuncio della nascita del Precursore – è del tutto plausibile che il Battista sia nato il 24 giugno, nove mesi dopo, anche qui secondo la celebrazione liturgica fissata dalla Chiesa primitiva.
Sempre Luca ci informa poi che l’annuncio a Maria sul concepimento verginale di Gesù avvenne «nel sesto mese» dal concepimento del Battista: un’informazione che l’evangelista ripete due volte (Lc 1, 26 e 36). Non solo. Luca aggiunge che «in quei giorni Maria si mise in viaggio» per visitare Elisabetta: l’Arcangelo Gabriele le aveva infatti comunicato il miracoloso concepimento da parte della cugina, a dispetto della vecchiaia e dell’asserita sterilità. Ancora l’evangelista: «Maria rimase con lei circa tre mesi», che è come il sigillo finale sul quadro cronologico. In sintesi: Annunciazione a Maria il 25 marzo, giorno dell’omonima celebrazione della Chiesa, nascita del Battista tre mesi dopo, cioè il 24 giugno, nascita di Gesù il 25 dicembre.
Da quando la Chiesa festeggia il Natale il 25 dicembre? Lo studioso Michele Loconsole, saggista e dottore di sacra teologia ecumenica, scrive: «La Chiesa primitiva, soprattutto d’Oriente, aveva fissato la data di nascita di Gesù al 25 dicembre già nei primissimi anni successivi alla sua morte. Dato che è stato ricavato dallo studio della primitiva tradizione di matrice giudeo-cristiana, risultata fedelissima al vaglio degli storici contemporanei, e che ha avuto origine dalla cerchia dei familiari di Gesù, ossia dalla originaria Chiesa di Gerusalemme e di Palestina». Chiaramente, il radicamento universale della solennità liturgica non avvenne subito – anche a causa delle persecuzioni dei primi tre secoli cristiani – ma si diffuse da una zona all’altra della cristianità fino alla fissazione definitiva in tutta la Chiesa; della nascita di Gesù al 25 dicembre abbiamo un’attestazione scritta nella Chiesa romana già verso il 203, ossia nel Commentario su Daniele, opera di sant’Ippolito di Roma.
Non regge nemmeno l’obiezione sui pastori che secondo alcuni scettici sul Natale al 25 dicembre non potevano vegliare in inverno«di notte facendo la guardia al loro gregge» (Lc 2, 8): questa obiezione ignora l’importanza delle norme di purità in tutto l’ebraismo, documentata da antichi trattati ebraici in cui si distinguono tre tipi di gregge. Lo spiega sempre Loconsole: «Il primo, composto da sole pecore dalla lana bianca: considerate pure, possono rientrare, dopo i pascoli, nell’ovile del centro abitato. Un secondo gruppo è, invece, formato da pecore la cui lana è in parte bianca, in parte nera: questi ovini possono entrare a sera nell’ovile, ma il luogo del ricovero deve essere obbligatoriamente al di fuori del centro abitato. Un terzo gruppo, infine, è formato da pecore la cui lana è nera: questi animali, ritenuti impuri, non possono entrare né in città né nell’ovile, neppure dopo il tramonto, quindi costretti a permanere all’aperto con i loro pastori sempre, giorno e notte, inverno e estate».
Dopo la nascita del Salvatore, annunciata dai profeti, alla Divina Provvidenza è piaciuto disseminare segni di luce nella storia dell’uomo per guidarlo sul retto sentiero verso il suo vero Bene. Con l’animo pieno di stupore e gratitudine, come i pastori, andiamo ad adorare Dio che si è fatto bambino in mezzo a noi
Nella basilica vaticana, Francesco presiede la Santa Messa della notte di Natale. Il suo pensiero va alla terra dove Dio si è fatto carne e dove “il ruggire delle armi anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo”. Invita ad adorare il Principe della Pace che “non sovverte le ingiustizie dall’alto con forza, ma dal basso con amore; non irrompe con un potere senza limiti, ma si cala nei nostri limiti; non evita le nostre fragilità, ma le assume”
Antonella Palermo – Città del Vaticano 25 Dicembre 2023
L’Incarnazione non è mossa da un’ansia di prestazione da parte di un Dio rigido e controllore, ma dalla volontà di un Padre giusto che viene ad abitare le nostre ingiustizie. È il cuore dell’omelia di Papa Francesco che presiede la Messa solenne nella notte di Natale concelebrata nella basilica vaticana da quasi 250 tra cardinali, vescovi e diaconi. Una liturgia attraversata, fin dall’atto penitenziale, dal pensiero della guerra: “provati dalle tenebre del peccato e dagli orrori della guerra, chiediamo al Padre il dono dello Spirito, artefice di consolazione e di gioia, affinché rinnovi la faccia della terra”.
Il Re della storia sceglie la piccolezza
È tutta una invocazione di concordia e giustizia la celebrazione eucaristica di questa notte. La liturgia della Parola è costantemente intrisa di questi rimandi avvertiti oggi con un’urgenza particolarmente intensa: dal Libro del profeta Isaia al canto del Salmo 95, dalla Lettera di san Paolo a Tito alle intenzioni della Preghiera universale (“Padre del Verbo, che hai inviato nel mondo il Datore della vera pace, metti fine al rumore delle armi che distruggono, suscita nel cuore dell’uomo un canto nuovo di gioia”). E poi il brano evangelico del secondo capitolo di Luca che spiega il contesto della nascita di Gesù. Il potere di Dio e il potere del mondo. Il confronto tra queste due forme di autorità è ciò su cui si sofferma il Pontefice nell’omelia:
Mentre l’imperatore conta gli abitanti del mondo, Dio vi entra quasi di nascosto; mentre chi comanda cerca di assurgere tra i grandi della storia, il Re della storia sceglie la via della piccolezza. Nessuno dei potenti si accorge di Lui, solo alcuni pastori, relegati ai margini della vita sociale.
Dio entra debole nel mondo
Nell’Antico Testamento, ricorda, si apprende che il ‘censimento’ era stata una pratica rivelatoria di “una malsana pretesa di autosufficienza”: al Re Davide, infatti, permise di conoscere il numero di quanti potevano armarsi. Una operazione che scatenò l’ira del Signore.
In questa notte, invece, il “Figlio di Davide”, Gesù, dopo nove mesi nel grembo di Maria, nasce a Betlemme, la città di Davide, e non punisce il censimento, ma si lascia umilmente conteggiare. Non vediamo un dio adirato che castiga, ma il Dio misericordioso che si incarna, che entra debole nel mondo.
Il ruggire delle armi impedisce a Gesù di trovare casa
La logica del mondo, sottolinea Francesco, ricerca “il potere e la potenza, la fama e la gloria, dove tutto si misura coi successi e i risultati, con le cifre e con i numeri”. È un meccanismo vizioso che il Papa definisce “l’ossessione della ‘prestazione'”, nella quale è invischiato chi infiamma la terra con il fuoco dei conflitti:
Il nostro cuore stasera è a Betlemme, dove ancora il Principe della pace viene rifiutato dalla logica perdente della guerra, con il ruggire delle armi che anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo.
Dio dell’incarnazione o Dio della prestazione?
Il Papa mette in guardia dal rischio di vivere il Natale avendo in testa un’idea pagana di Dio. È quella che rimanda alla figura di un “padrone potente che sta in cielo, un dio che si sposa con il potere, con il successo mondano e con l’idolatria del consumismo”. Il dio “distaccato e permaloso, che si comporta bene coi buoni e si adira coi cattivi”, è frutto delle proiezioni degli uomini, è “utile solo a risolverci i problemi e a toglierci i mali”, precisa Bergoglio.
Lui, invece, non usa la bacchetta magica, non è il dio commerciale del “tutto e subito”; non ci salva premendo un bottone, ma si fa vicino per cambiare la realtà dal di dentro. Eppure, quanto è radicata in noi l’idea mondana di un dio distante e controllore, rigido e potente, che aiuta i suoi a prevalere contro altri! Ma non è così: Lui è nato per tutti, durante il censimento di tutta la terra
Gli “affetti sdolcinati” e la “tenerezza” di Dio
Francesco prosegue mettendo a fuoco i tratti del Dio che siamo chiamati ad adorare vivendo il mistero del Natale: tenerezza, compassione e misericordia. Li ha ricordati più volte nel Tempo di Avvento. Tratti ben diversi, aggiunge, da quelli che troppo spesso travolgono il clima delle festività: “un miscuglio di affetti sdolcinati e di conforti mondani”:
Guardiamo dunque al «Dio vivo e vero» (1 Ts 1,9): a Lui, che sta al di là di ogni calcolo umano eppure si lascia censire dai nostri conteggi; a Lui, che rivoluziona la storia abitandola; a Lui, che ci rispetta al punto da permetterci di rifiutarlo; a Lui, che cancella il peccato facendosene carico, che non toglie il dolore ma lo trasforma, che non ci leva i problemi dalla vita, ma dà alle nostre vite una speranza più grande dei problemi. Desidera così tanto abbracciare le nostre esistenze che, infinito, per noi si fa finito; grande, si fa piccolo.
Abbandonare ogni tristezza
Il Papa rimarca che Dio non considera gli uomini e le donne un numero, pur avendo Egli stesso, in Gesù, voluto sottoporsi al censimento. A Dio interessa il volto di ciascuno, non il numero che rappresenta. Ed è quindi interessato a trovare un cuore aperto, capace di sentirsi amato e capace di abbandonare le proprie malinconie. Francesco si rivolge a chi ascolta con un “tu”:
[…] Forse vivi male questo Natale, pensando di non andare bene, covando un senso di inadeguatezza e di insoddisfazione per le tue fragilità, per le tue cadute e i tuoi problemi. Ma oggi, per favore, lascia l’iniziativa a Gesù, che ti dice: “Per te mi sono fatto carne, per te mi sono fatto come te”. Perché rimani nella prigione delle tue tristezze?
Adorazione non è perdere tempo
“Stanotte l’amore cambia la storia”, afferma infine il Papa, invitando a porsi in adorazione autentica della Natività, al di là di ogni tentazione che ci porterebbe ad essere invece troppo indaffarati e indifferenti.
Riscopriamo l’adorazione, perché adorare non è perdere tempo, ma permettere a Dio di abitare il nostro tempo. È far fiorire in noi il seme dell’incarnazione, è collaborare all’opera del Signore, che come lievito cambia il mondo. È intercedere, riparare, consentire a Dio di raddrizzare la storia.
Alla fine della Messa, condotto nella sua carrozzina, il Papa porta in processione con alcuni bambini di varie nazionalità l’immagine del Bambino nel presepe allestito in basilica, nella cappella della Pietà. Là sosta ancora in preghiera. I bambini lo salutano e ricevono la sua benedizione. È Natale.

Questo è l’evento chiave della storia, che non potrà mai essere cancellato
Cari amici di Radio Maria,
l’augurio di Buon Natale sia per tutti noi un augurio di pace e di gioia. Nel silenzio di Betlemme infatti sono queste le due parole che risuonano nella notte, quando il Cielo si è aperto per salutare la nascita del Salvatore.
Possano i nostri cuori aprirsi al canto degli angeli e condividere la gioia e la fede dei pastori che accorrono per adorare il Bambino Gesù.
L’avvenimento del Natale è il cuore della storia umana, un cammino travagliato in mezzo all’imperversare del male e della morte, nella ricerca di una salvezza a cui aggrapparsi.
Ed ecco che nel buio della notte accade il miracolo, l’evento imprevisto, la svolta sospirata, che però avviene ai margini, lontano dai frastuoni e dai traffici, dalle ricchezze e dalle vanità del mondo.
In una grotta, rifugio di animali, da un Vergine viene generato un Bambino, il cui nome è Gesù, Il Salvatore, il Principe della pace, la speranza dei popoli.
Questo è l’evento chiave della storia, che non potrà mai essere cancellato, perché è l’architrave del mondo, senza il quale tutto crollerebbe nell’abisso del nulla.
Invano le potenze del male si coalizzano per disperderlo, per annientarlo, per cancellarne il ricordo, nella illusione di sostituirlo.
La persecuzione a quel Bambino è incominciata subito ed è durata fino ad oggi, ma ogni volta i progetti iniqui collassano su se stessi, sotto le macerie della superbia e della stoltezza dei loro autori.
Anche oggi quel Bambino è riconosciuto, amato e adorato solo da pochi ed è rigettato e perseguitato da molti, che temono per i loro piani di potere e di gloria.
Per quanto continuerà ancora la sfida al Bambino di Betlemme? E’ ancora lontano il momento del suo dominio universale nei cuori e nel mondo?
Solo Lui sa quando, ma è certo che verrà quel momento, che tocca a noi affrettare incoronandolo Re e Signore dei nostri cuori.
Buon Natale con Gesù, Maria e Giuseppe
Vostro Padre Livio

Cari amici, in questi giorni in cui la Santa Famiglia di Nazareth è più che mai l’immagine della Chiesa, vorrei presentarvi alcuni brani del mio libro “La Chiesa è indistruttibile” che uscirà a fine Gennaio 2024.
Vostro Padre Livio
La Chiesa nostra guida
La ventata di paganesimo che si è abbattuta sui paesi di antica cristianità, indebolendo ed emarginando la Chiesa, ha privato il mondo di una guida assolutamente necessaria, disposta da Dio per navigare verso un futuro di prosperità e di pace. Ora l’umanità è come “una nave senza nocchiero, in gran tempesta” (Dante) che si scopre improvvisamente incagliata, incapace di ripartire e di darsi una direzione. Prima della Divina Rivelazione, attraverso la quale Dio ha comunicato all’uomo i suoi progetti di salvezza, l’umanità era avvolta nelle tenebre dell’ignoranza, incapace di decifrare il mistero dell’universo e della storia. Nessuna delle religioni apparse sulla faccia della terra è stata in grado di rispondere agli interrogativi insopprimibili, che riguardano il senso della vita, le nostre origini e il nostro destino. Il cammino umano è proceduto in una selva oscura, nella quale la luce fioca della ragione ha stento ha assicurato la sopravvivenza. Da sempre l’uomo si è posto le domande fondamentali, come emerge dalle molteplici civiltà sparse nel globo, ma mai è riuscito a darsi risposte certe ed esaurienti. Per illuminare il cammino, Dio stesso è intervenuto, per mezzo di uomini da Lui scelti, per comunicare la sua Parola di verità e aprire le porte del mistero nascosto.
La diversità del Cristianesimo da tutte le altre visioni del mondo e della vita sta proprio in questo punto focale che separa l’’umano e il divino, ciò che gli uomini riescono a comprendere con la ragione e ciò che invece ricevono dall’alto come un dono. Non vi è dubbio che le religioni, le filosofie e le scienze, che hanno accompagnato l’uomo nel suo pellegrinaggio, siano conquiste preziose, che dimostrano la superiorità dell’uomo su tutto ciò che esiste nel cosmo, ma alla fine i risultati sono modesti. Priva della Parola di Dio, raccolta nella Sacra Scrittura e affidata all’insegnamento della Chiesa, l’umanità si trova in un vicolo oscuro, senza risposte e senza certezze, piena di angosce e di paure, come in particolare lo è oggi, dopo che si è risvegliata ed emancipata, come si afferma orgogliosamente.
In realtà , dopo l’abbandono della Verità rivelata, siamo entrati nella babele delle lingue, nello scetticismo e nel nichilismo universali. L’abbandono della Verità che viene da Dio, e che si è fatta carne in Gesù Cristo, sta creando nel mondo una vera e propria catastrofe storica ed esistenziale. Nessuno sa nulla né di se stesso né del destino comune. Il vero e il falso, il bene e il male hanno abbattuto i reciproci confini e si sono mescolati perdendo la loro identità. Alla fine domina solo la forza, che si impone sovrana su tutto, e che comporta la perdita conseguente delle libertà.
La Chiesa ha guidato l’umanità per due millenni, estendendosi in ogni parte della terra e divenendo luce delle genti. Diversamente dalle varie religioni, la Chiesa pur essendo fatta da uomini è di origine divina. Questo la pone come punto di riferimento universale voluto da Dio, perché il mondo possa avere un futuro e gli uomini si possano salvare. Infatti la nascita della Chiesa coincide con l’evento centrale della storia umana, che è l’incarnazione del Verbo, eternamente generato dal Padre, che si è fatto uomo nel grembo della Vergine Maria. Gesù Cristo, il Figlio di Dio e di Maria, è la luce che illumina il mistero del mondo e la sorgente universale di grazia e di salvezza. E’ nella persona, nella vita e nelle parole di Gesù Cristo che tutto ciò che esiste ha la sua ragion d’essere e la sua consistenza. In Lui la vita umana scopre la sua grandezza, la sua bellezza e il suo senso. Cristo risorto nella gloria è il Re universale, nelle cui mani sta ogni cosa, ogni vita, ogni tempo. Nessuno potrebbe abbattere la sua signoria, spegnere la sua luce, dissacrare e distruggere la sua opera di redenzione.
Cristo, che già nei suoi tre anni di missione pubblica sulla terra, ha fondato la Chiesa affidandole tutti i suoi poteri, la accompagna nel corso della storia ed è presente in essa, guidandola, vivificandola, e santificandola, tanto da poter affermare che senza di Lui la Chiesa sarebbe un corpo morto, come tutte le realtà di questo mondo che passa. Ritornando in Cielo dopo la sua gloriosa resurrezione, Cristo ha assicurato la sua presenza nella Chiesa e attraverso di essa rinnova l’umanità e la guida fino al compimento della storia. Nessun’altra realtà umana può adempiere a questo compito perché, senza la luce e la grazia di Cristo, nel mondo regnano le tenebre e la morte.
Se solo guardiamo all’esito della scristianizzazione che si è diffusa in tutto l’Occidente in questo ultimo secolo, ci rendiamo conto quanto la potenza del male possa far deviare gli uomini e i popoli, fino a condurli sull’orlo dell’autodistruzione. L’imperversare delle ideologie anticristiane, che hanno devastato l’umanità nel tempo delle due guerre mondiali, dimostra che senza la Chiesa si spegne non solo la luce della fede, ma anche quella della ragione. Il tentativo attuale di costruire un mondo senza Dio, cercando con ogni pressione di mondanizzare la Chiesa e di emarginarne la parte più fedele e combattiva, coincide con una crisi dei valori che sta portando il mondo alla rovina.
Possiamo affermare con certezza che senza la Chiesa il mondo non ha un futuro. La sua forza non dipende dagli uomini che ne fanno parte, ma dalla presenza del Risorto, che istruisce con la sua parola e che santifica con la sua grazia. Non è affatto un azzardo sostenere che, senza la guida della Chiesa, l’umanità è destinata a perire, perché satana la svia e la mette sulla sua via, che porta alla rovina certa nel tempo e nell’eternità. Serve a poco sollevare l’obiezione che anche la Chiesa ha avuto ed ha i suoi peccatori e i suoi traditori, anche fra i consacrati, scelti da Cristo per questo compito sublime.
Essi non saranno mai in grado di vanificare la sua presenza, come l’anima accecata di Giuda e quella tremula degli apostoli non poterono impedire il compimento della redenzione. Infatti nella Chiesa opera lo Spirito Santo che suscita incessantemente virgulti di sapienza e di santità e che impediscono al peccato e alla tenebra di prevalere. Oggi in particolare, nonostante che non pochi siano presenti nella Chiesa come se fosse una istituzione umana, l’annuncio di Cristo è l’unica via di salvezza per il mondo. Infatti solo l’appello alla conversione al Dio della pace e dell’amore può salvare dalla catastrofe l’attuale generazione, che ha rinnegato la fede e la croce e che si è messa al posto di Dio.
Rifletti, caro amico, chi oggi sarebbe in grado di guidare il mondo verso il futuro in questa situazione globale di confusione, dovuta a un accecamento spirituale senza precedenti? “Il nuovo totalitarismo”, come lo ha definito S. Giovanni Paolo II, ha rigettato la fede e la visione cristiana del mondo e della vita, sostituendole con una pseudo-scienza di impronta atea e materialista, imposta ovunque come una nuova religione messianica. La nuova era dell’umanità passa attraverso la guerra al Dio della Rivelazione , per affermare la sovranità dell’uomo, la supremazia del suo sapere, la capacità dei suoi mezzi per conseguire la salvezza e per dare inizio a una nuova creazione.
Questo comporta non solo il rifiuto del Cristianesimo, ma ancor più la negazione della Chiesa come luce delle genti e il suo ruolo di nocchiero nell’oceano agitato della storia. Che cosa potrebbe fare la Chiesa in questa situazione nella quale l’assuefazione globale alle tenebre ha offuscato gli occhi degli umani, come avviene ai volatili che vivono in caverna? L’unica opzione che ha davanti, la sola strada che deve percorrere, è quella della testimonianza intrepida di Colui che è la Via, la Verità e la Vita, perché questa è la ragione del suo esistere e la garanzia della sua vittoria.
E’ bastato un virus invisibile per mandare il mondo in confusione, per far vacillare le sue certezze e per mostrare i limiti della “scienza”, elevata a rango di nuova divinità. Mai, come in questo passaggio storico, il mondo ha avuto bisogno di Cristo, unico Signore e Salvatore. Senza di lui e la sua grazia il mondo non ha né futuro né salvezza eterna. E’ compito della Chiesa proclamarlo con coraggio

Caro amico, è tempo ormai di preparare la Confessione in OCCASIONE del Natale, che potrai fare nella tua Parrocchia o in qualche santuario che conosci. Una Confessione che cambia la vita ti donerà una gioia indimenticabile. Ecco per te un itinerario di sette passi che ti porterà all’abbraccio col Bambino Gesù
La Confessione è un cammino da percorrere in sette passi successivi. I primi due, che si devono considerare una preparazione remota, sono la preghiera e l’esame di coscienza. Gli altri cinque, che costituiscono il cuore del sacramento, sono il dolore di aver offeso Dio, il proponimento di non peccare più, l’accusa dei propri peccati, l’assoluzione del sacerdote e infine la penitenza. Si tratta di un itinerario interiore che può richiedere anche un tempo non breve di maturazione.
Il protagonista è il cuore che si apre a Dio e alla sua grazia, al fine di ottenere il perdono e la pace. E’ importante arrivare davanti al confessore già preparati, dopo aver fatto l’esame di coscienza e aver espresso al Signore il proprio dolore e il proposito di correggersi. La fede ti farà da la lampada che ti consentirà di arrivare felicemente al termine della strada senza inciampare.
1. La preghiera
Prima di incominciare il tuo esame di coscienza, raccogliti in preghiera e chiedi a Dio la luce necessaria. Infatti è la grazia che ci aiuta a vedere i peccati, anche i più riposti e a evitare le forme di autoinganno e di autogiustificazione. L’uomo infatti, che pure ha l’occhio pronto a vedere i peccati altrui, è piuttosto restio a riconoscere i propri. In particolare nella preghiera davanti al Crocifisso si contempla la divina misericordia che si china sul nostro male per guarirlo. Nella preghiera non solo si vedono i peccati, ma anche la radice che li genera. E’ la radice dell’incredulità e del disamore. Se essa non viene identificata e sradicata la confessione non produce effetti duraturi. La preghiera non solo apre il cammino della confessione, ma ne è la logica conclusione. All’inizio è una preghiera di invocazione, alla fine di ringraziamento. Grazie alla preghiera tutto l’itinerario penitenziale viene compiuto alla presenza dell’Amore misericordioso.
2. L’esame di coscienza.
L’esame di coscienza “è una diligente ricerca dei peccati che si sono commessi, dopo l’ultima confessione ben fatta” ( Catechismo di S. Pio X). Esso ti sarà più facile se ogni sera, prima di coricarti, rifletterai sulla tua giornata alla luce di Dio, chiedendo il perdono e formulando il proposito per il giorno dopo. Nell’esame di coscienza devi “richiamare diligentemente alla memoria, innanzi a Dio, tutti i peccati commessi, non mai confessati, in pensieri, parole, azioni e omissioni, contro i comandamenti di Dio e della Chiesa e gli obblighi del proprio stato” ( Catechismo di S. Pio X).
In particolare è necessario mettere a fuoco tutti i peccati mortali, perché essi devono essere confessati, precisandone per quanto possibile il numero. Una coscienza sensibile mette a fuoco anche i peccati veniali, impegnandosi ad eliminarli, anche se non è necessario confessarli tutti. Passa in rassegna, uno per uno, i dieci comandamenti e i sette vizi capitali. Ti aiuterà a portare a galla il male che si è depositato nel fondo dell’anima.
3. Il dolore di avere offeso Dio.
Se prenderai consapevolezza dei tuoi peccati davanti al Crocifisso, non ti sarà difficile provare un profondo dolore per averlo offeso e gli chiederai di cuore perdono, detestando sinceramente il male compiuto. Il dolore perfetto, o contrizione, che nasce dalla considerazione dell’infinita bontà di Dio in paragone al nostro disamore, ha l’effetto mirabile di ottenerci il perdono divino e la grazia santificante, purché includa la volontà di confessarsi. Chiedilo ogni giorno nella preghiera, cosi conserverai l’anima sempre pronta per il momento del giudizio. Il dolore imperfetto o attrizione, nasce dal timore del castigo e dalla stessa bruttezza del peccato. Esso è sufficiente per ricevere l’assoluzione del sacerdote, ma solo la carità, cioè l’amore di Dio sopra ogni cosa, dà la forza per non ricadere di nuovo nei soliti peccati. Senza un sincero dolore dei peccati, perfetto o imperfetto che sia, “la confessione non vale, perché il dolore è la cosa più importante di tutte” ( Catechismo di S. Pio X).
4. Il proponimento di non peccare più.
Il dolore dei peccati è autentico se è seguito dalla ferma decisione di cambiare vita. “Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo” ( Catechismo di S. Pio X). Esso riguarda tutti i peccati mortali commessi o che si potrebbero commettere. Comprende anche la volontà di fuggire le occasioni pericolose e di distruggere le cattive abitudini che si sono contratte cadendo nei medesimi peccati. E’ la fermezza del proponimento che fa progredire nel cammino spirituale. Se la confessione si conclude con un proposito concreto, diventa uno strumento efficace nel cammino di santità.
5. La confessione dei peccati.
Dopo essersi preparati con l’esame di coscienza, il dolore e il proposito, viene il momento dell’accusa dei peccati davanti al confessore, al fine di averne l’assoluzione. “ Siamo obbligati a confessarci di tutti i peccati mortali; è bene però confessare anche i veniali” ( Catechismo di S. Pio X ). L’accusa deve essere umile, senza alterigia e senza scuse; deve essere intera, cioè comprendere tutti i peccati mortali commessi dopo l’ultima confessione ben fatta e dei quali di ha consapevolezza e indicare le circostanze che li aggravano e li moltiplicano; deve essere sincera, cioè dichiarare i peccati quali sono, senza scusarli, diminuirli o accrescerli; deve essere prudente, usando termini improntati a modestia e riservatezza, evitando di rivelare i peccati degli altri; deve essere breve, evitando di dire al confessore cose inutili.
Se uno non è certo di aver commesso un peccato, non è obbligato a confessarsene. Se uno ha il dubbio se l’abbia confessato o meno, non è parimenti obbligato a confessarsene. Chi ha taciuto per dimenticanza un peccato mortale, la confessione vale, ma deve dichiararlo alla prossima confessione. “Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò ci fa reo di un gravissimo sacrilegio” ( Catechismo di S. Pio X). Deve perciò esporre al confessore il peccato taciuto e rifare la confessione dall’ultima ben fatta. Compiuta l’accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dice il confessore e, se necessario, chiedere qualche consiglio per progredire nel proprio cammino spirituale.
6. L’assoluzione del Sacerdote.
Quando ci sono le disposizioni richieste dalla dignità del sacramento, il confessore impartisce l’assoluzione in nome di Gesù. Tuttavia, quando esse mancano, può differirla o negarla. Ma ciò non deve indurre allo scoraggiamento o al risentimento. Piuttosto deve considerare umilmente la sua situazione spirituale e mettersi quanto prima nella condizione di poterla ricevere.
7. la penitenza.
“ La penitenza sacramentale è uno degli atti del penitente, col quale egli dà un qualche risarcimento alla giustizia di Dio per i peccati commessi, eseguendo quelle opere che il confessore gli impone…. La penitenza viene data perché d’ordinario, dopo l’assoluzione sacramentale che rimette la colpa e la pena eterna, resta una pena temporale da scontarsi in questo mondo o nel purgatorio…Le opere di penitenza si possono ridurre a tre specie: alla preghiera, al digiuno, alla elemosina” (Catechismo di S. Pio X). Dopo la confessione il penitente “ se ha danneggiato ingiustamente il prossimo nella roba o nell’onore, o se gli ha dato scandalo, deve per quanto gli è possibile al più presto restituirgli la roba, riparare l’onore e rimediare allo scandalo” (Catechismo di S. Pio X ).
Al termine di queste sette passi, abbiamo ottenuto il perdono di Dio e la sua rinnovata amicizia, la grazia santificante, la pace della coscienza, la speranza della vita eterna e una grazia speciale nel combattimento spirituale. Da morti che eravamo siamo ritornati in vita. Dio ci chiede solo un po’ di buona volontà per donarci le sue inesauribili ricchezze.
Vostro Padre Livio

di Stefano Caprio- Asia News– 23 Dicembre 2023
Kiev si appresta a celebrare per la prima volta in modo unitario il Natale di Cristo il 25 dicembre, evento simbolico della sua nuova identità. Ma la vera sfida per l’Ucraina è togliere a Putin il controllo del gioco, mostrando al mondo davvero il volto di un popolo nuovo, oltre ogni logica di guerra.
Siamo ormai giunti ai due anni della “logica della guerra”, visto che già alla fine del 2021 le truppe russe si stavano schierando ai confini dell’Ucraina, iniziando poi l’invasione a febbraio 2022. Il mondo intero, già provato dal precedente biennio della pandemia, ha dovuto cambiare completamente le sue visioni del presente e del futuro, non più soltanto cercando di resistere al male che si diffonde ovunque, ma impegnandosi a rispondere a una minaccia che rischia di cancellare, o comunque sconvolgere, la civiltà che credevamo di aver costruito.
Rimane nell’animo la speranza di uscirne al più presto, che la guerra finisca come l’infezione debellata dai vaccini, per quanto anch’essa non cessi comunque d’infiltrarsi nell’anima più ancora che nei polmoni. Il succedersi dei conflitti, quello mediorientale dopo quello ucraino e quello caucasico, rende questo desiderio sempre più flebile e confuso, costringendo i governi a rivedere le misure da prendere, i partiti a riscrivere i programmi su cui confrontarsi, perfino le religioni sono chiamate a scrutare di nuovo i propri libri sacri, cercando rivelazioni che dipanino il buio della mente e del cuore.
La guerra è una delle dimensioni più antiche e persistenti della storia umana, tanto che le nazioni e le civiltà sono frutto dei conflitti, molto più che dei progressi o delle ideologie. Comprendere la logica della guerra diventa indispensabile per comprendere davvero la propria identità sociale, statale e personale, non solo quando si è aggressori o vittime, perché non si è mai soltanto spettatori più o meno interessati. Anche se la guerra è lontana, essa riguarda tutti, e nelle condizioni di un mondo sempre più interconnesso non si percepisce più nemmeno la lontananza, a prescindere dal numero dei chilometri che ci separano dal fronte.
Conviene dunque prendere coscienza di tutto ciò che comporta questo confronto con un “male assoluto” che non vorremmo mai vedere né sentire, e prestare attenzione a quanti sono in grado di offrirci degli elementi di comprensione. Uno di questi è il politologo Aleksandr Morozov, uno dei commentatori più apprezzati fin dai tempi sovietici, oggi all’estero per la sua incompatibilità con l’ideologia bellica del regime putiniano, dopo aver diretto per anni il Russkij Žurnal, una delle prime edizioni on-line di commento all’attualità.
Secondo una riflessione di Morozov pubblicata su Ekho Kavkaza, esistono almeno sei diverse logiche della guerra in corso tra Russia e Ucraina. La prima è il corso stesso della guerra, che segue dinamiche proprie legate ai bilanci delle spese militari, della produzione di armi, della logistica dei carichi da distribuire, delle mobilitazioni e coscrizioni da organizzare, e della pianificazione delle operazioni sul campo da predisporre secondo i tempi e le stagioni, se d’inverno o d’estate, con abbondante anticipo. La guerra “ha un suo corso naturale, che può essere fermato dalle decisioni politiche”, ma al momento attuale non si vedono spiragli per trattative e soluzioni a breve termine.
La seconda logica, spiega il politologo, è quella dello “sviluppo del putinismo come sistema”. Si tratta di una dimensione che attualmente si nutre quasi completamente degli effetti della “operazione speciale”, dove ha concentrato tutte le sue forze e motivazioni, ma non è originato dalla guerra, viene come conseguenza della crisi post-sovietica (quindi post-coloniale), e si proietta sul futuro post-globalista. Le tappe dell’affermarsi di questa nuova immagine della Russia sono diverse, e partono dalla “rassicurazione del popolo” di fronte alle incertezze dei primi anni dopo la fine dell’Urss. Non si tratta soltanto delle convulse trasformazioni economiche, passando da un sistema fallito come quello comunista a un sistema “disumano” come quello capitalista, che pure hanno provocato forti traumi a una popolazione abituata alla pianificazione e all’appiattimento delle condizioni sociali. I russi hanno sofferto per l’incapacità di reggere le tensioni del confronto delle idee, della libertà di pensiero, di parola e perfino di professione religiosa, e Putin ha dichiarato conclusa la fase del “pluralismo democratico” imponendo il “dominio della maggioranza”, di fatto di un conformismo passivo che delega alle autorità ogni definizione.
Questa logica parte dalla riproposizione del paradosso sovietico, quello della “lotta per la pace” (borba za mir) che impone un atteggiamento aggressivo per difendere l’uniformità e il “quieto vivere”. I russi possono anche essere scontenti della guerra in quanto tale, ma continuano a sostenere il putinismo per timore di doversi gettare di nuovo nel vortice della pluralità. L’ideologia sovietica è stata quindi sostituita dalla versione “militante” del cristianesimo ortodosso, anch’essa non certo un’invenzione dei russi, ma un retaggio di antiche diatribe teologiche e interetniche, per cui ci si sente veramente “ortodossi” solo quando si individua il nemico, “eterodosso” e quindi immorale, meglio ancora se il nemico è il mondo intero, e il nostro popolo è l’unico detentore della vera fede.
Il putinismo, ideologia imperiale, “sovietico-ortodossa”, continuerà anche dopo la guerra, e sopravvivrà alla scomparsa dello stesso Putin, fatto inevitabile e in parte già evidente. Questa è la terza logica di guerra indicata da Morozov, la “logica di Putin”, che non riguarda tanto la personalità del padrone del Cremlino, in sé una figura decisamente mediocre, anzi scelta proprio per questo dalla classe al potere in Russia. È una logica di casta, che non si regge sulla “ideologia di Stato”, confezionata per le masse da mantenere in stato di sottomissione. Gli uomini forti dell’economia, della politica e dell’esercito, il “Putin collettivo” che alla fine degli anni ’90 ha sostituito la “famiglia” di Eltsin, ha un solo problema da risolvere: conservare il potere senza limiti di spazio, di tempo o di struttura.
Per questo motivo, suggerisce il politologo, è necessario mantenere sempre alta la tensione all’esterno del Paese, potendo più facilmente compattare la società all’interno. Serve una continua escalation del conflitto, in modo da sorprendere i nemici “non là dove se l’aspettano, e non nella forma che si prevede”, per tenere il pallino in mano. Se gli analisti di tutto il mondo paventano l’uso delle armi tattiche nucleari o l’invasione dell’Estonia, Putin e i suoi leggono questi rapporti e si muovono di conseguenza, rilanciando le minacce con esercitazioni militari sul mar del Giappone, o trasferendo gli armamenti nucleari in Bielorussia. La Russia non cerca la guerra totale, ben sapendo che potrebbe soccombere, ma la continua ricarica della tensione, magari appoggiando la riconquista azera del Karabakh, o la rivolta terrorista di Hamas, e lasciando intendere che potrebbero esserci problemi con la Finlandia o il Kazakistan.
Anche volendo, Putin non può più fermare la guerra e non ha alcun interesse a concluderla, ma la alimenta come “il tema musicale fondamentale” su cui gli strateghi del Cremlino scrivono continui arrangiamenti, dal rock duro al balbettio del rap, magari facendo pause di “armistizi tattici”, per poi riprendere il ritornello del conflitto aperto.
La quarta logica indicata da Morozov è quella americana, in cui l’Ucraina e la guerra sono argomenti di una lotta politica interna degli Usa, anch’essa soggetta a squilibri di potere. Se è ovvio che Washington si contrapponga a Mosca, come da tradizione ormai secolare, è altrettanto evidente che gli americani agiranno in base alle proprie necessità, e se dovessero abbandonare l’Ucraina questo avverrà in modo improvviso e radicale come è accaduto in Afghanistan, la circostanza che ha incoraggiato Putin a iniziare la sua guerra.
Diversa è invece la quinta logica, quella dell’Europa. Prima dei conflitti putiniani, l’Unione europea sembrava un intreccio mal riuscito e destinato a decadere progressivamente, mentre con l’ingresso dell’Ucraina, Paese simbolo della difesa di tutto il continente, oggi l’Europa è costretta a ripensarsi, ad allargarsi nuovamente fino al Caucaso, e riprendendo il discorso interrotto nei Balcani, facendo i conti sempre più intensamente perfino con la Turchia. Le elezioni europee del 2024 saranno per la prima volta più importanti di quelle nazionali, e l’Europa deve esprimere finalmente una sua logica di pace, rispondendo alla guerra con una nuova idea del suo futuro.
C’è infine l’ultima logica, quella dell’Ucraina, che si appresta a celebrare per la prima volta in modo unitario il Natale di Cristo al 25 dicembre, evento simbolico della nuova identità e di un nuovo popolo, staccatosi dall’Oriente per vivere in sintonia con l’Occidente e l’Europa. È una logica in bilico, non solo tra distruzione e ricostruzione, tra esilio e riconciliazione, ma anche tra le stesse forze interne della sua politica e delle sue Chiese, ortodosse e cattoliche, impegnate in un difficile tentativo di ricomposizione. L’esito della guerra non interessa tanto i russi, ma è in mano veramente agli ucraini, non tanto per la possibile riuscita della controffensiva o della riconquista della Crimea. L’Ucraina deve dire quando la guerra è finita, qualunque siano le condizioni dei confini e dei territori contesi, togliendo a Putin il controllo del gioco: deve mostrare al mondo il volto di un popolo nuovo, con cui possiamo costruire insieme una civiltà nuova, in tutti i continenti e oltre ogni logica di guerra.
