"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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EPIFANIA DEL  SIGNORE

“Abbiamo visto la sua stella in oriente
e siamo venuti per adorare il Signore.”

Cari amici,

la  solennità dell’Epifania ha  un valore  particolare  perché ci indica  nel  Bambino di Betlemme  il Signore   e  il Salvatore  del  mondo intero.

Infatti  i  Magi che vengono dall’Oriente  per adorare  il neonato Re dei Giudei, rappresentano   l’umanità di tutti i tempi  nella sua ricerca  di Dio, in particolare  attraverso la  scienza  e  la  religione.

Dopo un lungo  cammino,  guidati da  una stella misteriosa,  arrivano a  una casa dove  la  Sacra Famiglia ha  trovato  un  alloggio e,  senza  esitare e fare ulteriori ricerche, adorano il Bambino, offrendo in dono  l’oro   l’incenso e  la mirra, segni della sua divinità e  della sua regalità.

Il  lungo  pellegrinaggio dei Magi   è un invito all’intelligenza e al  cuore  a  non  richiudersi  nell’ambito angusto della finitezza, ma  ad  andare oltre, cercando la salvezza che si trova  nella piccolezza e nell’ umiltà di un Bambino, che è  il Figlio di Dio e il Salvatore del mondo.

Vostro  Padre Livio


Vangelo

Mt 2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

OMELIA DI PAPA FRANCESCO

I FUNERALI DI BENEDETTO XVI

Pope Francis starts a funeral mass as the coffin of late Pope Emeritus Benedict XVI is placed at St. Peter’s Square at the Vatican, Thursday, Jan. 5, 2023. Benedict died at 95 on Dec. 31 in the monastery on the Vatican grounds where he had spent nearly all of his decade in retirement, his days mainly devoted to prayer and reflection. (AP Photo/Antonio Calanni) Associated Press/LaPresse Only Italy and Spain

“Benedetto, che la tua gioia sia perfetta nell’udire per sempre la voce di Dio”. L’omelia di Papa Francesco

05 GEN 2023- Il Foglio 

“Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni”, ha detto il Santo Padre


«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Sono le ultime parole che il Signore pronunciò sulla croce; il suo ultimo sospiro – potremmo dire –, capace di confermare ciò che caratterizzò tutta la sua vita: un continuo consegnarsi nelle mani del Padre suo. Mani di perdono e di compassione, di guarigione e di misericordia, mani di unzione e benedizione, che lo spinsero a consegnarsi anche nelle mani dei suoi fratelli. Il Signore, aperto alle storie che incontrava lungo il cammino, si lasciò cesellare dalla volontà di Dio, prendendo sulle spalle tutte le conseguenze e le difficoltà del Vangelo fino a vedere le sue mani piagate per amore: «Guarda le mie mani», disse a Tommaso (Gv 20,27), e lo dice ad ognuno di noi: “Guarda le mie mani”. Mani piagate che vanno incontro e non cessano di offrirsi, affinché conosciamo l’amore che Dio ha per noi e crediamo in esso (cfr 1 Gv 4,16).[1]

«Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» è l’invito e il programma di vita che ispira e vuole modellare come un vasaio (cfr Is 29,16) il cuore del pastore, fino a che palpitino in esso i medesimi sentimenti di Cristo Gesù (cfr Fil 2,5). Dedizione grata di servizio al Signore e al suo Popolo che nasce dall’aver accolto un dono totalmente gratuito: “Tu mi appartieni… tu appartieni a loro”, sussurra il Signore; “tu stai sotto la protezione delle mie mani, sotto la protezione del mio cuore. Rimani nel cavo delle mie mani e dammi le tue”.[2] È la condiscendenza di Dio e la sua vicinanza capace di porsi nelle mani fragili dei suoi discepoli per nutrire il suo popolo e dire con Lui: prendete e mangiate, prendete e bevete, questo è il mio corpo, corpo che si offre per voi (cfr Lc 22,19). La synkatabasis totale di Dio.

Dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare (cfr 1 Pt 1,6-7) e l’invito fiducioso a pascere il gregge (cfr Gv 21,17). Come il Maestro, porta sulle spalle la stanchezza dell’intercessione e il logoramento dell’unzione per il suo popolo, specialmente là dove la bontà deve lottare e i fratelli vedono minacciata la loro dignità (cfr Eb 5,7-9). In questo incontro di intercessione il Signore va generando la mitezza capace di capire, accogliere, sperare e scommettere al di là delle incomprensioni che ciò può suscitare. Fecondità invisibile e inafferrabile, che nasce dal sapere in quali mani si è posta la fiducia (cfr 2 Tim 1,12). Fiducia orante e adoratrice, capace di interpretare le azioni del pastore e adattare il suo cuore e le sue decisioni ai tempi di Dio (cfr Gv 21,18): «Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza».[3]

E anche dedizione sostenuta dalla consolazione dello Spirito, che sempre lo precede nella missione: nella ricerca appassionata di comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 57), nella testimonianza feconda di coloro che, come Maria, rimangono in molti modi ai piedi della croce, in quella pace dolorosa ma robusta che non aggredisce né assoggetta; e nella speranza ostinata ma paziente che il Signore compirà la sua promessa, come aveva promesso ai nostri padri e alla sua discendenza per sempre (cfr Lc 1,54-55).

Anche noi, saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita, vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre: che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita (cfr Mt 25,6-7).

San Gregorio Magno, al termine della Regola pastorale, invitava ed esortava un amico a offrirgli questa compagnia spirituale: «In mezzo alle tempeste della mia vita, mi conforta la fiducia che tu mi terrai a galla sulla tavola delle tue preghiere, e che, se il peso delle mie colpe mi abbatte e mi umilia, tu mi presterai l’aiuto dei tuoi meriti per sollevarmi». È la consapevolezza del Pastore che non può portare da solo quello che, in realtà, mai potrebbe sostenere da solo e, perciò, sa abbandonarsi alla preghiera e alla cura del popolo che gli è stato affidato.[4]

È il Popolo fedele di Dio che, riunito, accompagna e affida la vita di chi è stato suo pastore. Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni. Vogliamo dire insieme: “Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spirito”. Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!

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Benedetto XVI, le parole del Rogito: ha lasciato un patrimonio sulle verità di fede

La bara con le spoglie del Papa emerito è stata chiusa ieri con all’interno alcuni segni della dignità pontificia e il testo che ricorda in breve la storia della vita e del ministero di Joseph Ratzinger

Vatican News -5 Gennaio 2022

Gli ultimi atti consumati nella discrezione dopo l’infinito omaggio pubblico. Ieri dopo essere stata per tre giorni al centro dell’ininterrotto pellegrinaggio tributato da oltre 200 mila persone nella Basilica vaticana, la salma di Benedetto XVI è stata rinchiusa in una bara di cipresso, nella quale sono stati deposti il pallio, le monete e le medaglie del pontificato e il Rogito, un testo custodito in un cilindro di metallo che ricorda i tratti salienti della vita e del ministero del Papa emerito, dalla nascita ai suoi ultimi giorni. Il testo del Rogito è stato letto dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli. Dopo le esequie presiedute da Papa Francesco la bara di cipresso verrà inserita in un rivestimento di zinco e quindi in una bara di legno per essere infine tumulata nelle Grotte Vaticane.

Di seguito ecco il testo integrale del Rogito:

Nella luce di Cristo risorto dai morti, il 31 dicembre dell’anno del Signore 2022, alle 9,34 del mattino, mentre terminava l’anno ed eravamo pronti a cantare il Te Deum per i molteplici benefici concessi dal Signore, l’amato Pastore emerito della Chiesa, Benedetto XVI, è passato da questo mondo al Padre. Tutta la Chiesa insieme col Santo Padre Francesco in preghiera ha accompagnato il suo transito.

Benedetto XVI è stato il 265° Papa. La sua memoria rimane nel cuore della Chiesa e dell’intera umanità.

Joseph Aloisius Ratzinger, eletto Papa il 19 aprile 2005, nacque a Marktl am Inn, nel territorio della Diocesi di Passau (Germania), il 16 aprile del 1927. Suo padre era un commissario di gendarmeria e proveniva da una famiglia di agricoltori della bassa Baviera, le cui condizioni economiche erano piuttosto modeste. La madre era figlia di artigiani di Rimsting, sul lago di Chiem, e prima di sposarsi aveva fatto la cuoca in diversi alberghi.

Trascorse la sua infanzia e la sua adolescenza a Traunstein, una piccola città vicino alla frontiera con l’Austria, a circa trenta chilometri da Salisburgo, dove ricevette la sua formazione cristiana, umana e culturale.

Il tempo della sua giovinezza non fu facile. La fede e l’educazione della sua famiglia lo prepararono alla dura esperienza dei problemi connessi al regime nazista, conoscendo il clima di forte ostilità nei confronti della Chiesa cattolica in Germania. In questa complessa situazione, egli scoprì la bellezza e la verità della fede in Cristo.

Dal 1946 al 1951 studiò nella Scuola superiore di filosofia e teologia di Frisinga e all’Università di Monaco. Il 29 giugno 1951 fu ordinato sacerdote, iniziando l’anno successivo la sua attività didattica nella medesima Scuola di Frisinga. Successivamente fu docente a Bonn, a Münster, a Tubinga e a Ratisbona.

Nel 1962 divenne perito ufficiale del Concilio Vaticano II, come assistente del Cardinale Joseph Frings. Il 25 marzo 1977 Papa Paolo VI lo nominò Arcivescovo di München und Freising e ricevette l’ordinazione episcopale il 28 maggio dello stesso anno. Come motto episcopale scelse “Cooperatores Veritatis”.

Papa Montini lo creò e pubblicò Cardinale, del Titolo di Santa Maria Consolatrice al Tiburtino, nel Concistoro del 27 giugno 1977.

Il 25 novembre 1981 Giovanni Paolo II lo nominò Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; e il 15 febbraio dell’anno successivo rinunciò al governo pastorale dell’Arcidiocesi di München und Freising.

Il 6 novembre 1998 fu nominato Vice-Decano del Collegio Cardinalizio e il 30 novembre 2002 divenne Decano, prendendo possesso del Titolo della Chiesa Suburbicaria di Ostia.

Venerdì 8 aprile 2005 presiedette la Santa Messa esequiale di Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro.

Dai Cardinali riuniti in Conclave fu eletto Papa il 19 aprile 2005 e prese il nome di Benedetto XVI. Dalla loggia delle benedizioni si presentò come “umile lavoratore nella vigna del Signore”. Domenica 24 aprile 2005 iniziò solennemente il suo ministero Petrino.

Benedetto XVI pose al centro del suo pontificato il tema di Dio e della fede, nella continua ricerca del volto del Signore Gesù Cristo e aiutando tutti a conoscerlo, in particolare mediante la pubblicazione dell’opera Gesù di Nazaret, in tre volumi. Dotato di vaste e profonde conoscenze bibliche e teologiche, ebbe la straordinaria capacità di elaborare sintesi illuminanti sui principali temi dottrinali e spirituali, come pure sulle questioni cruciali della vita della Chiesa e della cultura contemporanea.

Promosse con successo il dialogo con gli anglicani, con gli ebrei e con i rappresentanti delle altre religioni; come pure riprese i contatti con i sacerdoti della Comunità San Pio X.

La mattina dell’11 febbraio 2013, durante un Concistoro convocato per ordinarie decisioni circa tre canonizzazioni, dopo il voto dei Cardinali, il Papa lesse la seguente dichiarazione in latino: «Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exerceri debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse».

Nell’ultima Udienza generale del pontificato, il 27 febbraio 2013, nel ringraziare tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui era stata accolta la sua decisione, assicurò: «Continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre». 

Dopo una breve permanenza nella residenza di Castel Gandolfo, visse gli ultimi anni della sua vita in Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae, dedicandosi alla preghiera e alla meditazione.

Il magistero dottrinale di Benedetto XVI si riassume nelle tre Encicliche Deus caritas est (25 dicembre 2005), Spe salvi (30 novembre 2007) e Caritas in veritate (29 giugno 2009). Consegnò alla Chiesa quattro Esortazioni apostoliche, numerose Costituzioni apostoliche, Lettere apostoliche, oltre alle Catechesi proposte nelle Udienze generali e alle allocuzioni, comprese quelle pronunciate durante i ventiquattro viaggi apostolici compiuti nel mondo.

Di fronte al relativismo e all’ateismo pratico sempre più dilaganti, nel 2010, con il motu proprio Ubicumque et semper, istituì il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, a cui nel gennaio del 2013 trasferì le competenze in materia di catechesi.

Lottò con fermezza contro i crimini commessi da rappresentanti del clero contro minori o persone vulnerabili, richiamando continuamente la Chiesa alla conversione, alla preghiera, alla penitenza e alla purificazione.

Come teologo di riconosciuta autorevolezza, ha lasciato un ricco patrimonio di studi e ricerche sulle verità fondamentali della fede.  

CORPUS

BENEDICTI XVI P.M.

VIXIT A. XCV   M. VIII   D. XV

ECCLESIÆ UNIVERSÆ PRÆFUIT A. VII   M. X   D. IX

A D. XIX   M. APR.   A. MMV   AD D. XXVIII   M. FEB.   A. MMXIII

DECESSIT DIE XXXI M. DECEMBRIS ANNO DOMINI MMXXII

Semper in Christo vivas, Pater Sancte!

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

GRAZIE PAPA BENEDETTO


🙏🏻GRAZIE PAPA BENEDETTO
LA GRANDE FAMIGLIA DI RADIO MARIA UNITA IN PREGHIERA RINGRAZIA PER LA CORAGGIOSA TESTIMONIANZA DI FEDE E DI AMORE PER LA CHIESA, FINO AL TERMINE DELLA VITA 🙏🏻

🔴LIVE VIDEO🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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Benedetto XVI dottore della Chiesa: ha lottato per la fede dei semplici»

Nico Spuntoni –  la  Nuova Bussola  . 05-01-2023

Benedetto XVI santo subito? «Deciderà il Papa, io penso sia stato un dottore della Chiesa con il suo magistero. Ha sempre lottato per la fede dei semplici. La centralità della domanda di Dio e il cristocentrismo sono i due punti forti della sua teologia». Intervista al cardinal Koch, che Ratzinger volle a tutti i costi con sè in Vaticano e diventò uno dei suoi collaboratori più fidati………….

Eminenza, un suo ricordo personale di Benedetto XVI.
La prima conoscenza con lui c’è stata attraverso i libri. All’inizio dei miei studi, infatti, ho letto tutti i libri del professore Joseph Ratzinger ed in particolare “Introduzione al cristianesimo“. Poi, come vescovo di Basilea ho avuto dei contatti quando lui era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Nel 2010, quando era già Papa, mi ha chiamato a lavorare a Roma. E questo incontro per me è stato molto interessante. 

Ce lo racconti.
Aveva espresso la sua volontà di avermi in Curia. Io allora risposi che dopo quindici anni come vescovo non era facile lasciare la mia diocesi. La sua risposta è stata questa: “Si ti capisco, ma quindici anni sono sufficienti. Quindi vieni”. 

Le ha spiegato perché voleva proprio lei per guidare il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani?
Sì. Mi disse che dopo il mandato del cardinale Walter Kasper voleva di nuovo un vescovo che conoscesse le comunità ecclesiali nate dalla Riforma non solo dai libri ma anche dall’esperienza personale. Questa motivazione mi ha fatto capire che l’ecumenismo stava molto a cuore a Benedetto XVI. Da presidente del Pontificio Consiglio ho avuto una stretta collaborazione con lui ed ogni udienza era molto bella perché lui era molto interessato alla progressione dell’ecumenismo. Poi, quando era Papa emerito, ho avuto la gioia di incontrarlo qualche volta ed era sempre una ricchezza per me.

Dopo la rinuncia continuava ad interessarsi al suo lavoro per la promozione dell’unità dei cristiani?
Principalmente abbiamo sempre parlato del lavoro dei gruppi di allievi perché lui mi aveva voluto come mentore. Ma è chiaro che si interessava anche al resto e le sue domande erano: “Come va il rapporto con Costantinopoli? Come va con Mosca? Come va con le chiese luterane?”. Si mostrò sempre molto interessato, sì.

In un testo da lei scritto in occasione dei novanta anni del Papa emerito, aveva sottolineato la coincidenza della sua nascita avvenuta proprio il Sabato Santo. La morte, invece, è avvenuta durante l’Ottava di Natale. Che lettura dà a questa circostanza temporale?
Sì, è avvenuta proprio nel tempo natalizio che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Ma penso ci sia un altro dato da evidenziare: la sua elezione al soglio pontificio avvenne nello stesso giorno di quella di Leone IX mentre è morto nello stesso giorno di papa Silvestro. Sabato Santo era molto importante per lui perché questo giorno indica la situazione di ogni cristiano: siamo in cammino verso Pasqua ma non abbiamo ancora l’esperienza di Pasqua. Ed oggi Benedetto XVI può celebrare la Pasqua, la Resurrezione e l’incontro con il suo Maestro. 

Cosa ritroviamo nel pensiero e nel magistero di Joseph Ratzinger- Benedetto XVI sulla vita eterna?
La meta della vita cristiana è la vita eterna. Il professor Joseph Ratzinger diceva che il suo libro più studiato era “Escatologia. Morte e vita eterna“. Mentre la seconda enciclica scritta come Papa era sulla speranza. La speranza cristiana è la speranza della Resurrezione. Questo è lo scopo per ogni cristiano: convertirsi nella vita terrena per arrivare alla vita eterna.

C’è chi invoca la sua canonizzazione immediata. In che modo Benedetto XVI vedeva i santi e che posto dava loro nella vita della Chiesa?
Lui era convinto che i veri riformatori della Chiesa fossero sempre i santi perché la santità è lo scopo della vita cristiana. C’è una bellissima omelia in cui papa Benedetto dice che la santità non è una proprietà esclusiva di pochi ma una vocazione per tutti perché nel giardino di Dio sono moltissimi i fiori. Paragonò lo stupore provocato dalla visione di un giardino con una varietà di fiori a quello che ci coglie davanti alla comunione dei santi con una pluralità di forme di santità. La comunione dei santi è un tema molto importante per lui tant’è che ne parla già nell’omelia per la Messa di inizio ministero petrino. Ma altrettanto importante era la comunione degli uomini: la sua priorità, infatti, è quella di riflettere sulla fede della comunità della Chiesa, non sulla teologia.  

A questo proposito, perché nei commenti di questi giorni si sente ancora qualcuno che lo descrive come un pastore incapace di parlare ai fedeli semplici, sebbene egli abbia sempre concepito sé stesso e il ruolo del vescovo come quello di avvocato della fede del Popolo di Dio?
Ha sempre lottato per la fede dei semplici. La teologia è una cosa secondaria, prima viene la fede. La teologia, sosteneva, deve essere orientata dalla fede e non la fede deve essere orientata dalla teologia. Non si può affatto dire che lui fosse distante dal popolo. Non privilegiava il rapporto con le masse ma quello con il singolo. Egli infatti ha sempre avuto una grande attenzione per le persone con cui parlava. 

E’ corretto dire che l’ecclesiologia di Ratzinger ci insegna che la Chiesa non è soltanto una organizzazione sociale?
Sì. C’è una bellissima definizione di Chiesa già nella sua tesi di dottorato su sant’Agostino. In quel testo si dice che la Chiesa è il Popolo di Dio che vive del Corpo di Cristo. La sua è una ecclesiologia eucaristica: la Chiesa è dove i credenti celebrano, con la presidenza del prete, l’eucarestia. 

Le sue ultime parole, “Gesù, ti amo”, rappresentano il fulcro della sua spiritualità teologica?
Al centro della sua teologia c’è la questione di Dio ma non un Dio qualsiasi ma un Dio che vuole avere contatti con il mondo, che vuole avere relazioni con l’uomo, che ama l’uomo e che si è rivelato nella storia di salvezza prima in Israele e poi soprattutto in Gesù Cristo. In Gesù Cristo, Dio ha mostrato la Sua faccia. Io sono convinto che papa Benedetto volle scrivere il suo libro su Gesù di Nazareth, prendendo tempo ed energia dal suo pontificato, per farne la sua eredità. La centralità della domanda di Dio e il cristocentrismo sono i due punti forti della sua teologia. E quelle ultime parole, “Gesù ti amo”, sono la conclusione perfetta di tutta la vita e della teologia di Benedetto XVI. 

E’ legittimo aspettarsi che lo vedremo “santo subito”? 
In primo luogo c’è Dio che è giudice su chi è santo, quindi devo lasciare il giudizio a Lui. in secondo luogo è il Papa che decide. Io penso che Benedetto XVI sia stato un grande maestro, un dottore della Chiesa con la sua teologia e il suo magistero e questo è per me ciò che conta di più. Ma noi tutti siamo chiamati ad essere santi. 

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Don Georg: Benedetto XVI ha vissuto amando il Signore fino alla fine

I media vaticani a colloquio con il segretario del Papa emerito scomparso il 31 dicembre: il ricordo commosso delle ultime ore e dei tanti anni trascorsi al suo fianco

Silvia Kritzenberger – Vatican news 4 Gennaio 2022

Provato, commosso, ma al tempo stesso in pace. L’arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare prima del cardinale Joseph Ratzinger e poi di Papa Benedetto XVI, è negli studi di Radio Vaticana. Racconta gli ultimi momenti dell’esistenza terrena dell’uomo che dal 2005 al 2013 ha servito la Chiesa come Vescovo di Roma per poi compiere una scelta storica con la rinuncia al pontificato avvenuta quasi dieci anni fa.

Migliaia di fedeli hanno reso omaggio alle spoglie mortali del Papa emerito. Lei ha trascorso una grande parte della sua vita con lui come vive questo momento?

Umanamente, molto sofferente. Mi fa male, soffro… Spiritualmente, molto bene. So che Papa Benedetto adesso è dove voleva andare.

Quale era lo spirito con cui Benedetto XVI ha vissuto questi ultimi giorni? Quali sono state le sue ultime parole?

Le sue ultime parole non le ho sentite io con le mie orecchie, ma la notte prima della morte le ha sentite uno degli infermieri che faceva la guardia. Verso le tre: “Signore, ti amo”. L’infermiere me l’ha detto la mattina appena sono arrivato nella camera da letto, queste sono state le ultime parole veramente comprensibili. Di solito, pregavamo le lodi davanti al suo letto: anche quella mattina ho detto al Santo Padre: “Facciamo come ieri: io prego ad alta voce e lei si unisce spiritualmente”. Non era infatti più possibile che potesse pregare ad alta voce, era proprio affannato. Lì ha soltanto un po’ aperto gli occhi – aveva capito la domanda – e ha fatto segno di sì con la testa. Così ho incominciato. Verso le 8 iniziava a respirare in maniera sempre più affannata. C’erano due medici – il dottor Polisca e un rianimatore – e mi hanno detto: “Temiamo che adesso verrà il momento in cui dovrà sostenere l’ultima sua lotta in terra”. Ho chiamato le memores e anche suor Brigida, ho detto loro di venire perché si era arrivati all’agonia. In quel momento era lucido. Avevo già preparato prima le preghiere di accompagnamento per il moribondo, e abbiamo pregato per circa 15 minuti, tutti insieme mentre Benedetto XVI respirava sempre più affannato, sempre più si vedeva che non riusciva a respirare bene. Allora ho guardato uno dei dottori e ho chiesto: “Ma, è entrato in agonia?”. Mi ha detto: “Sì, è iniziata ma non sappiamo quando tempo dura”.

E poi che cosa è accaduto?

Eravamo lì, ognuno poi ha pregato in silenzio, e alle 9.34 ha fatto l’ultimo respiro. Poi abbiamo continuato le preghiere non più per il moribondo ma per il morto. E abbiamo concluso cantando “Alma Redemptoris Mater”. È morto nell’ottava di Natale, il suo tempo liturgico preferito, nel giorno di un suo predecessore – San Silvestro, Papa sotto l’Imperatore Costantino. Era stato eletto nella data in cui si fa memoria di un Papa tedesco, san Leone IX, dell’Alsazia; è morto nel giorno di un Papa romano, san Silvestro. Ho detto a tutti: “Chiamo subito Papa Francesco, è il primo che deve sapere”. L’ho chiamato, e lui ha detto: “Vengo subito!”. Poi è venuto, l’ho accompagnato nella stanza da letto dove è morto e ho detto a tutti: “Rimanete”. Il Papa ha salutato, gli ho offerto una sedia, si è seduto accanto al letto e ha pregato. Ha dato la benedizione e poi si è congedato. Questo è accaduto il 31 dicembre 2022.

Quali parole del suo testamento spirituale l’hanno più toccata?

Il testamento come tale mi ha toccato molto. Scegliere qualche parola è difficile, devo dire. Ma questo testamento l’aveva scritto già il 29 agosto 2006: la festa liturgica del martirio di San Giovanni Battista. È scritto a mano, molto leggibile, molto piccolo ma leggibile, nel secondo anno del Pontificato. In tedesco si dice “O-Ton Benedikt”, cioè “questo è proprio Benedetto”. Se avessi avuto un testo come tale, non conoscendo l’autore, l’avrei riconosciuto. Dentro c’è lo spirito di Benedetto. Leggendolo o meditandolo si vede è proprio il suo. Tutto lui è qui dentro, in due pagine.

È in sintesi un ringraziamento a Dio e alla famiglia …

Sì. È un ringraziamento ma anche un incoraggiamento ai fedeli, a non lasciarsi depistare da nessuna ipotesi né in campo teologico o filosofico né in qualsiasi altro campo. Alla fin fine, è la Chiesa che comunica, è la Chiesa, il Corpo di Cristo che vive, che comunica la fede a tutti e per tutti. Qualche volta anche in teologia, se ci sono teorie molto illuminate o che sembrano tali, può essere che dopo un anno o due siano già passate. È la fede della Chiesa cattolica, è questo che ci porta veramente alla liberazione e ci mette in contatto con il Signore.

Qual è il messaggio più forte del suo pontificato?

La sua forza sta nel motto che ha scelto quando è diventato arcivescovo di Monaco, citando la terza lettera di Giovanni: “cooperatores veritatis”, cioè “collaboratori della verità”, vuol dire che la verità non è qualcosa di pensato, ma è una persona: è il Figlio di Dio. Dio si è incarnato in Gesù Cristo, in Gesù di Nazaret e questo è il suo messaggio: seguire non una teoria sulla verità, ma seguire il Signore. “Io sono la via, la verità e la vita”. È questo il suo messaggio. Un messaggio che non è un fardello: piuttosto è un aiuto per portare tutti i pesi di ogni giorno, e questo dà gioia. I problemi ci sono, ma più forte è la fede, la fede deve avere l’ultima parola.

Il mondo non dimenticherà mai quell’11 febbraio 2013, l’annuncio della rinuncia. C’è chi continua a dire che non sia stata una libera scelta o addirittura che lui abbia voluto in qualche modo rimanere Papa. Cosa ne pensa?

Questa stessa domanda, l’ho posta io stesso a lui in diverse situazioni dicendogli: “Santo Padre, cercano una dietrologia sull’annuncio dell’11 febbraio dopo il concistoro. Cercano, cercano, cercano…”. Benedetto ha risposto: “Chi non crede che ciò che ho detto è il vero motivo della rinuncia, non mi crederà nemmeno se dico adesso ‘Credetemi, è così!’”. Questo è e rimane l’unico motivo e non lo dobbiamo dimenticare. Mi aveva preannunciato questa decisione: “Devo farlo”. Io sono stato tra i primi che hanno cercato di dissuaderlo. E lui mi ha risposto con nettezza: “Senta, non chiedo un suo parere, ma comunico una mia decisione. Pregata, sofferta, presa coram Deo”. C’è chi non crede o fa teorie, dicendo che avrebbe “lasciato una parte ma mantenuto un’altra parte”, eccetera: tutti quelli che dicono ciò fanno solo teorie su una parola o sull’altra e alla fin fine non si fidano di Benedetto, di ciò che ha detto. Questo è proprio un affronto contro di lui. Certo, ognuno ha la sua volontà, la sua libertà e può dire cose sensate o meno sensate. Ma la nuda verità è questa: non aveva più la forza di guidare la Chiesa, come ha detto in latino quel giorno. Io ho chiesto: “Santo Padre, perché in latino?”. Ha risposto: “Questa è la lingua della Chiesa”. Chi crede di trovare o di dover trovare qualche altro motivo, sbaglia. Il vero motivo l’ha comunicato lui. Amen.

Quale aspetto l’ha più colpita stando vicino a Benedetto nel lungo periodo trascorso da emerito?

Sono quasi dieci anni. Benedetto – già da cardinale, già da professore – ha avuto una grandissima dote. Tanti dicono l’umiltà: sì, questo è vero, ma anche – questo forse non si vedeva così bene – una capacità di accettare quando le persone non erano d’accordo ciò che diceva. Da professore è normale: c’è il confronto, il discorso, la “lotta” tra i diversi argomenti. In questo contesto si usano anche parole forti, ma senza mai ferire e se possibile, senza far polemica. Un’altra cosa è quando uno è vescovo e poi Papa: predica e scrive non come privato, ma come uno che ha ricevuto il mandato di predicare e di essere il pastore di un gregge. Il Papa è il primo testimone del Vangelo, anzi, del Signore. E lì abbiamo visto che le sue parole, le parole del Successore di Pietro, non sono state accettate. Ma questo ci dice che la guida della Chiesa non si fa soltanto comandando, decidendo ma anche soffrendo, e questa parte della sofferenza non era poca. Quando è diventato emerito, certamente tutta la responsabilità e tutto il pontificato erano finiti per lui.

Pensava che sarebbe vissuto così a lungo dopo la rinuncia?

Circa tre mesi fa gli ho detto: “Santo Padre, stiamo arrivando al mio decimo anniversario di episcopato: Epifania 2013, Epifania 2023. Dobbiamo festeggiare”. Ma vuol dire anche dieci anni dalla sua rinuncia. Alcuni mi dicono: “Ma come mai ha rinunciato dicendo che non ha più le forze e poi ancora vive da dieci anni? E lui ha risposto: “Devo dire che sono il primo che si meraviglia che il Signore mi abbia dato più tempo. Io pensavo un annetto al massimo, e me ne ha dati 10! E 95 è una bella età, ma anche gli anni e la vecchiaia hanno il loro peso, anche per un Papa emerito”.  Diceva ancora: “L’ho accettato e ho cercato di fare ciò che avevo promesso: pregare, essere presente e anzitutto accompagnare il mio successore con la preghiera”. E questo è molto bello. Anche raccomando ad alcuni che hanno problemi con questo di rileggere ciò che ha detto Benedetto, ringraziando Papa Francesco nella Sala Clementina in occasione del 65.mo dell’ordinazione sacerdotale. Infine una volta ho detto scherzando, in modo non molto elegante: “Santo Padre lei ha fatto i conti senza l’oste”… Lui ha replicato: “Io non ho fatto nessun conto: ho accettato ciò che mi ha dato il Signore. Mi ha dato questo, devo ringraziarLo. Questa è la mia convinzione. Altri possono avere altre idee, teorie o convinzioni, ma questa è la mia”.

Quale è stato il più grande insegnamento per la sua vita e che cosa le mancherà di più di Joseph Ratzinger?

Il più grande insegnamento è che la fede scritta, la fede pronunciata e annunciata non è soltanto qualcosa che lui ha detto e predicato, ma che ha vissuto. Cioè, l’esempio per me è che la fede imparata, insegnata e annunciata è diventata la fede vissuta. E questo per me – anche in questo momento in cui soffro, non da solo – è un grande sollievo spirituale.

Nel suo testamento Benedetto scrive: “Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare”. Era un uomo felice, realizzato?

Era un uomo profondamente convinto che nell’amore del Signore non si sbaglia mai, anche se umanamente si fanno tanti errori. E questa convinzione gli ha dato la pace e – si può dire – questa umiltà e anche questa chiarezza. Diceva sempre: “La fede dev’essere una fede semplice, non semplicistica, ma semplice. Perché tutte le grandi teorie, tutte le grandi teologie si basano sul fondamento della fede. E questo è e rimane l’unico nutrimento per se stessi e anche per altri”.

Grazie per essere stato con noi.

Sono io che vi ringrazio per questo invito: sono venuto molto volentieri e so bene che Papa Benedetto si sentiva molto sostenuto e anche – se posso dirlo – amato, amato per ciò che voi avete fatto, e anche circondato dal vostro affetto.

“IO SONO CRISTIANO E AMO GESÙ SOPRA OGNI COSA” – Puntata 24

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sul dono del tempo

Cari amici,

dobbiamo cogliere l’importanza del dono del tempo che Dio ci fa. Tutti viviamo nel tempo, anche coloro che vivono per poco tempo, penso agli embrioni abortiti che sono esseri umani. L’uomo, infatti, fin dal concepimento ha in sé la scintilla divina indistruttibile che è l’anima.

Nel tempo della vita decidiamo del nostro destino eterno. Chi muore prima dell’uso di ragione, ovviamente non viene giudicato come chi ha un tempo di vita più lungo e ha possibilità di conoscere e di decidere, ma è già in un ambito di salvezza, tant’è vero che la Chiesa esorta – nel Catechismo della Chiesa Cattolica – a pregare per i bambini che muoiono senza Battesimo.

Noi ci realizziamo nel tempo della nostra vita che è un grande dono di Dio.

Dio stesso stabilisce la durata di questo tempo. C’è poi chi decide per sé togliendosi la vita o buttandola via in abitudini che rovinano la vita. Non è possibile allungare il tempo della vita, come Gesù stesso ci ha detto.

Una delle componenti del mondo senza Dio è quello delle classi dominanti che sperano, attraverso la scienza, di darsi un’immortalità. È un’immortalità fasulla! Per quanto riguarda il tempo che passa non c’è alcuna salvezza umana, se non quella della fede in Dio.

Il tempo è un dono di Dio e ci viene dato istante per istante, giorno per giorno. Dio ci dona il tempo dal futuro e noi lo viviamo nell’istante presente, nel nostro oggi. La giornata è come se fosse una trasposizione esemplificativa del tempo. Noi disponiamo del tempo nella giornata in cui Dio ce lo dona.

Riceviamo da Dio questo dono giorno dopo giorno, tocca a noi scegliere come utilizzare il tempo che ci viene dato. Una volta passato, quel tempo non ci appartiene più, non si può tornare indietro.

Il tempo è un dono che Dio ci fa, ma non disponiamo né del futuro né del passato. Disponiamo solamente dell’istante presente, della giornata presente.

Il presente è la dimensione nella quale viviamo perché non ci appartengono né il futuro né il passato. Certamente possiamo fare progetti per il futuro, ma non sappiamo se potremo realizzarli. Possiamo sicuramente valorizzare il nostro passato, cercare di collocarlo nella memoria in modo tale che resista all’usura del tempo ma non lo si può cambiare.

Quale sarà il destino del tempo che è passato? Come possiamo evitare che il passato cada nell’abisso della dimenticanza? Come possiamo fare affinché il tempo che Dio ci dona dal futuro, che noi viviamo nel tempo presente e che inevitabilmente passa, cada nell’abisso del nulla?

L’unico modo è collocare il tempo presente nella dimensione dell’eternità. Per farlo bisogna vivere il presente consapevoli che è un dono che Dio ci offre e che abbiamo una missione da compiere, giorno per giorno.

Solamente chi vive la dimensione del presente che Dio ci dona nella luce di un progetto divino impostando la vita come un pellegrinaggio verso l’eternità e rivolgendo se stesso verso Dio istante dopo istante, è certo che il tempo della sua vita non si dissolverà come una bolla di sapone.

Dobbiamo vivere riempiendo ogni istante che ci viene donato della luce di Dio, del suo amore, vivendo per Lui. Il primo passo per vivere in questo modo è essere in grazia di Dio che è la condizione che ci permette di costruire il Regno di Dio.

Il Regno di Dio non perisce, non viene corroso! Vivendo la nostra giornata in grazia di Dio uniti a Cristo (e quindi già nella gloria del Cielo), ogni cosa compiuta rimane impressa nei libri eterni e durerà per sempre.

Chi finora ha vissuto nella tenebra e lontano da Dio, attraverso il pentimento e la Confessione ha la possibilità di riscattare le opere buone compiute nel passato.

Coraggio cari amici, prendiamo esempio da Benedetto XVI che ha vissuto fino alla fine guardando a Gesù Cristo. Le sue ultime parole sono state parole d’amore per Lui: «Signore ti amo».

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

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