"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La notte di Pietro

 La notte di Pietro  QUO-081

L’Osservatore Romano 06 aprile 2023

Il Giovedì santo è affollato di personaggi che circondano Gesù. Tra costoro spicca indubbiamente Pietro, come era accaduto in altre tappe della vita pubblica di Cristo. Questa volta, però, la sua è una giornata cupa, è il momento della crisi, dell’oscurità non solo esteriore con le tenebre notturne che incombono nel crepuscolo del Giovedì santo, ma anche del buio interiore della sua coscienza attraverso la debolezza del tradimento. Ricostruire quelle ore è piuttosto complesso perché le relazioni dei quattro Vangeli si sviluppano secondo percorsi diversi con ramificazioni che comprendono eventi specifici in ciascuna narrazione.

È ovvio che la nostra potrà essere solo un’evocazione essenziale: se si volesse adottare un rigoroso canone esegetico e storico-critico, dovremmo seguire, ad esempio, quanto ha fatto uno dei maggiori neotestamentaristi del ’900, l’americano Raymond E. Brown (1928-1998), col suo monumentale commentario ai racconti della Passione, La morte del Messia, un’opera che nella versione italiana del 1999 (l’originale era del 1994) assomma ben 1815 pagine! Certo, l’ambito che noi ora dobbiamo ritagliare è più ristretto e ha il suo avvio quando «venuta la sera, Gesù si mise a tavola con i Dodici» per celebrare la cena pasquale che sarà da lui segnata in chiave eucaristica.

È qui che entra in scena, a tutto tondo, Pietro, paradossalmente in parallelo con Giuda. Infatti tutti gli evangelisti sono concordi, sia pure in forme diverse, a introdurre — accanto all’esplicito annuncio del tradimento di Giuda (formidabile è il gelido dialogo narrato da Matteo 26,25: Giuda, il traditore «disse: Rabbì, sono forse io? Gli rispose: Tu l’hai detto») — la predizione del rinnegamento di Pietro. Esso per Luca e Giovanni è annunciato da Gesù durante l’ultima cena, mentre per Marco e Matteo è esplicitato «dopo aver cantato l’inno», ossia i Salmi cosiddetti dell’Hallel (la lode innica) del rito pasquale, dal 113 al 118 del Salterio e dopo essere usciti dal Cenacolo per avviarsi tutti insieme verso il Getsemani, ai piedi del monte degli Ulivi.

In quei momenti Gesù, ricorrendo a una citazione del profeta Zaccaria («Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» 13,7), dipinge l’«inciampo», in greco skándalon, nel quale cadranno i discepoli in quella notte tragica. La replica di Pietro è enfatica: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai!». Solenne e lapidaria è la controreplica di Cristo: «In verità, io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti [curiosamente Marco parla di un canto per due volte], tu mi rinnegherai tre volte». Ancor più enfatica fino al parossismo è l’ulteriore reazione dell’apostolo: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò!» (si legga l’intero brano di Matteo 26,30-35).

Con quella sinistra predizione di Gesù il gruppo raggiunge il podere del Getsemani (in ebraico e aramaico «frantoio»). I discepoli si siedono per terra sotto gli ulivi, mentre Cristo va oltre in uno spazio più riservato, facendosi accompagnare da Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli testimoni esclusivi di altri eventi importanti. Ma la scena a questo punto si divarica ed è potentemente rappresentata da una tela del Mantegna (1460) custodita nel museo di Tours: in basso domina la pesante corporeità assonnata dei tre apostoli; in contrasto ecco nel registro superiore la remota e sospesa figura di Gesù su una rupe, solo nell’orazione e col viso rivolto a Dio. Da lassù egli scenderà per interpellare proprio Pietro scuotendolo: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?» (Marco 14,37). Il pensiero corre al celebre commento dei Pensieri di Pascal: «Gesù sarà in agonia sino alla fine del mondo, non bisogna dormire fino a quel momento» (n. 553).

Introduciamo ora una sorta di flashback, ritornando nella sala del Cenacolo poche ore prima, ricorrendo al racconto del quarto Vangelo. Là, secondo Giovanni, Pietro era stato protagonista di un altro atto, la lavanda dei piedi, un segno che viene reiterato ancor oggi nella liturgia della Messa «in coena Domini». Nota è la reazione, sempre impulsiva dell’apostolo. Dopo aver iniziato a lavare i piedi ai discepoli, un gesto servile umiliante e proibito a un ebreo, Gesù «venne da Simon Pietro e questi gli disse: Signore, tu lavi i piedi a me?. Rispose Gesù: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo.  Gli disse Pietro: Tu non mi laverai i piedi in eterno! Gli rispose Gesù: Se non ti laverò, non avrai parte con me.  Gli disse Simon Pietro: Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!» (Giovanni 13,6-9).

Ritorniamo tra gli ulivi del Getsemani, seguendo ancora il racconto giovanneo, che ha un parallelo nei Vangeli Sinottici, ciascuno però con annotazioni originali che l’esegesi cerca di isolare. La sostanza dell’evento che riguarda Pietro è, comunque, netta e riconferma la focosità dell’apostolo. Nella concitazione dell’arresto di Gesù, egli sfodera una spada (si ricordi l’equivoco delle «due spade» presentate a Gesù dai Dodici durante l’ultima cena, secondo Luca 22,38), e assesta un fendente che mozza l’orecchio destro del «servo del sommo sacerdote» di nome Malco. È Giovanni a darci questo nome e a segnalare la forte contestazione di Gesù: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?» (18,11). Altrettanto potente è quella, diventata quasi un proverbio contro ogni violenza, riferita da Matteo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che impugnano la spada, di spada periranno» (26,52).

Tanti altri sono i particolari di intenso impatto teologico che costituiscono la filigrana di questa scena che nell’immaginario di tutti è incisa con l’emozionante raffigurazione del bacio di Giuda dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Noi ora dobbiamo invece seguire Pietro che, dopo il suo gesto “eroico”, si dà alla fuga con gli altri discepoli. Ma con un rigurgito di preoccupazione e curiosità «segue da lontano» il suo Maestro, «fino al palazzo del sommo sacerdote», ove Gesù era stato trasferito dopo l’arresto per essere deferito presso il tribunale del Sinedrio. L’apostolo era entrato nel palazzo e «si era seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire» (26,58). Ed è proprio là, nel cortile della residenza del sommo sacerdote, che si consuma l’atto estremo del suo tradimento, il momento più tenebroso di quella notte non solo temporale.

Per Gesù era iniziato, invece, un calvario giudiziario presso l’autorità giudaica e poi nel tribunale romano, una vicenda che anticipava l’ascesa al Calvario vero e proprio, il colle della crocifissione. In quelle ore e nelle successive la sua autentica umanità si sarebbe rivelata attraverso tutte le sofferenze tipiche della persona umana: la paura della morte nell’orazione al Getsemani, le accuse e il rigetto del suo popolo, il tradimento degli amici, la tortura fisica e la solitudine umana e spirituale con l’assenza del Padre, fino a una brutta morte per asfissia in croce. All’interno di questo orizzonte oscuro si colloca appunto anche il triplice rinnegamento di Pietro durante quell’assise giudiziaria che, come scriveva lo studioso inglese Samuel G.F. Brandon nel suo Processo a Gesù, sarà «la più importante dell’umanità, conosciuta da un numero incalcolabile di persone», capace di far impallidire gli altri celebri processi storici a Socrate, Giovanna d’Arco o Galileo.

Nel cortile esterno del palazzo di Caifa, davanti a una fiamma che riscalda i convenuti dal freddo delle notti primaverili, si consuma il cosciente rifiuto di Pietro nei confronti di Cristo. I racconti evangelici registrano variazioni nei dettagli: curioso è quello di Giovanni che introduce «un altro discepolo noto al sommo sacerdote che entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote, mentre Pietro s’era fermato fuori, vicino alla porta. Quel discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro» (18,15-16). Per la maggioranza degli esegeti questo personaggio sarebbe proprio «il discepolo amato» che entra in scena soltanto nel racconto della Passione e che forse è uno pseudonimo dell’apostolo Giovanni o dello stesso autore e redattore finale del quarto Vangelo.

Come è risaputo, triplice è la negazione di Pietro nei confronti di Gesù variamente espressa ma costruita in un crescendo che ha il suo apice nella terza quando l’apostolo si abbandona a un empito di imprecazioni e di giuramenti, ribadendo sempre la stessa proclamazione quasi isterica: «Non conosco quest’uomo!». Una sola nota curiosa. Marco introduce un primo canto del gallo, già alla prima negazione con una successiva strana uscita di Pietro dal cortile, forse segno di un’autentica narrazione preesistente ai Vangeli che supponeva un’unica negazione dell’apostolo (Marco 14,68). Sta di fatto che è indiscutibile la storicità di quell’evento notturno. Proprio perché esso è indegno di colui che sarà poi la «pietra» di fondazione della Chiesa, non sarebbe stato passibile di “invenzione” da parte della comunità delle origini.

Tuttavia, alla fine il sipario non cala sul tradimento. «Subito dopo il canto del gallo, Pietro si ricordò della parola di Gesù che aveva detto: Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte. E uscito fuori, pianse amaramente» (Matteo 26,74-75). È solo in questa occasione che in tutto il Nuovo Testamento ricorre l’avverbio greco pikrôs, «amaramente», a indicare l’intensità di un pentimento che lava la colpa. Idealmente si può stabilire un ponte con la scena che si svolgerà successivamente sul lago di Tiberiade quando per tre volte con grande passione Pietro ribadirà il suo amore per Cristo risorto che gli affiderà di nuovo il ministero di pastore della Chiesa (Giovanni 21,15-17).

La notte dell’apostolo non è, quindi, un baratro, come nel caso di Giuda. Le lacrime della conversione fanno sorgere una nuova alba per Pietro, parallela ma più grandiosa di quella che era sorta anni prima sul litorale del lago di Galilea quando Gesù l’aveva convocato e cooptato tra i primi suoi discepoli (Matteo 4,18-22). Pentito e purificato, potrà diventare d’ora innanzi il rappresentante visibile del Risorto, pietra di fondazione e guida della sua Chiesa.

di Gianfranco Ravasi

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🔴LIVE DAGLI STUDI 🔴: VENERDÌ SANTO riflessione di P.LIVIO

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JIM CAVIEZEL E LA PASSIONE DI CRISTO

Jim Caviezel – Tributo alla Vergine Maria, Madre di tutte le genti

IL RITO DELLA CONFESSIONE

1. Dopo esserti preparato con la preghiera e aver fatto l’esame di coscienza, ti presenti per fare la tua confessione. Il sacerdote ti accoglie invitandoti a fare il segno della croce:

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Rispondi: Amen.

2. Il sacerdote ti esorta ad esporre con retta coscienza i tuoi peccati confidando nell’infinita misericordia di Dio:

Il Signore che illumina con la fede i nostri cuori, ti dia una vera conoscenza dei tuoi peccati e della sua misericordia.

Rispondi: Amen.

3. Incominci la tua confessione dicendo da quanto tempo non ti confessi e esponendo con semplicità, chiarezza, umiltà e brevità tutti i peccati mortali dall’ultima confessione e almeno alcuni peccati veniali.

4. Il sacerdote ti può rivolgere alcune domande e darti dei consigli adatti. Anche tu puoi chiedere dei suggerimenti per il tuo cammino spirituale o spiegazioni su alcune problematiche che non ti sono chiare.

5. Il Sacerdote ti esorta a recitare una preghiera che esprima il tuo pentimento. Potrai recitare una di queste preghiere:    

Mio Dio, mi pento e mi dolgo

con tutto il cuore dei miei peccati,

perché peccando ho meritato i tuoi castighi,

e molto più perché ho offeso te,

infinitamente buono

e degno di essere amato sopra ogni cosa.

Propongo col tuo santo aiuto

di non offenderti mai più

e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Signore, misericordia, perdonami.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

O Gesù di amore acceso

non ti avessi mai offeso,

o mio caro e buon Gesù

con la tua santa grazia

non ti voglio offendere più

né mai più disgustarti,

perché ti ama sopra ogni cosa.

Gesù mio, misericordia.

6. Il Sacerdote, dopo averti proposto la penitenza, ti dà l’assoluzione con queste parole:

Dio, Padre di misericordia,

che ha riconciliato a sé il mondo

nella morte e risurrezione del suo Figlio,

e ha effuso lo Spirito Santo

per la remissione dei peccati,

ti conceda, mediante il ministero della Chiesa,

il perdono e la pace.

E io ti assolvo dai tuoi peccati

Nel nome del Padre e del Figlio

E dello Spirito Santo.

Rispondi. Amen

AIUTI PER L’ESAME DI COSCIENZA

I dieci comandamenti

Io sono il Signore Dio tuo:

  1. Non avrai altro Dio fuori di me
  2. Non nominare il nome di Dio invano
  3. Ricordati di santificare le feste
  4. Onora tuo padre e tua madre
  5. Non uccidere
  6. Non commettere atti impuri
  7. Non rubare
  8. Non dire il falso
  9. Non desiderare la donna d’altri
  10. Non desiderare la roba d’altri

I precetti della Chiesa

  1. Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni di lavoro
  2. Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno
  3. Ricevi il sacramento dell’eucaristia almeno a Pasqua
  4. In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno
  5. Sovvieni alle necessità della Chiesa

I sette vizi capitali

  1. Superbia
  2. Avarizia
  3. Lussuria
  4. Ira
  5. Gola
  6. Invidia
  7. Accidia

Il peccati che gridano al Cielo.

  1. Omicidio volontario
  2. Peccato impuro contro natura
  3. Oppressione dei poveri
  4. Defraudare la mercede a chi lavora

Le virtù teologali

  1. Fede
  2. Speranza
  3. Carità

Le virtù cardinali

  1. Prudenza
  2. Giustizia
  3. Fortezza
  4. Temperanza

Le opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi
  2. Insegnare agli ignoranti
  3. Ammonire i peccatori
  4. Consolare gli afflitti
  5. Perdonare le offese
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti

Le opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati
  2. Dar da bere agli assetati
  3. Vestire gli ignudi
  4. Alloggiare i senza tetto
  5. Visitare gli infermi
  6. Visitare i carcerati
  7. Seppellire i morti

Gli ammonimenti della Parola di Dio       

“ Dal di dentro, dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” ( Marco, 7, 21-23).

“ Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maledicenti, né rapaci, erediteranno il regno di Dio” ( 1 Cor. 6. 9-10).

            “ Ma per i vili e gli increduli, gli abbietti e gli omicidi, gli immorali, o fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte”  ( Ap 21, 8).

VENERDI’ SANTO

Tutta la liturgia del Venerdì Santo esorta l’uomo a contemplare il mistero su cui si fonda la sua speranza di salvezza: la croce. Gesù inchiodato sulla croce rivela la follia dell’Amore divino, che adempie le antiche promesse “come agnello condotto al macello” (Is 53, 7)

Tutta la liturgia del Venerdì Santo esorta l’uomo a contemplare il mistero su cui si fonda la sua speranza di salvezza: la croce. Gesù inchiodato sulla croce rivela la follia dell’Amore divino, che adempie le antiche promesse “come agnello condotto al macello” (Is 53, 7). Il vero Dio e vero uomo che soffre su quel legno è il Messia annunciato dai profeti, l’Agnello innocente che ha caricato sulla sua sacra Umanità i peccati di tutti gli uomini, passati e futuri. A ognuno chiede di seguirlo e portare la propria croce, perché dalla sua accettazione obbediente passa la gloria eterna. Già Isaia, profetizzando la venuta di Cristo nell’intensissimo brano noto come Quarto canto del Servo, diceva: “Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?”. Eppure, proprio attraverso il suo libero abbandono alla volontà del Padre, Cristo divenne causa di giustificazione. Perciò riceverà “in premio le moltitudini”, i risorti che popoleranno la Gerusalemme celeste.

Quel Dio Crocifisso che agli occhi del mondo sembrava un fallimento (scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani, dirà san Paolo) è dunque il cuore pulsante della nostra fede. E la croce, con la sua verticalità, richiama continuamente l’uomo a rivolgere lo sguardo al suo principio e al suo fine. Il racconto della Passione, come la nostra stessa esperienza quotidiana, manifesta in modo evidente il motivo della croce: l’esistenza del peccato e le sue conseguenze nella storia umana. Il tradimento di Giuda, il processo religioso davanti al sinedrio, il “crocifiggilo” urlato dalla folla di fronte a Pilato, la flagellazione, la coronazione di spine, la salita al Calvario, la crocifissione, gli insulti, schiaffi, sputi ricevuti da Gesù tra la notte del Giovedì e l’ultimo respiro alle tre di Venerdì pomeriggio, sono il segno tangibile dell’operare del Maligno. Dio ha inteso liberare la sua creatura prediletta dal potere delle tenebre, chiedendole di collaborare al Suo disegno salvifico.

Quando Cristo in croce dice “Ho sete”,non solo adempie la profezia del salmista sull’offerta di aceto (Sal 68, 22) ma, come insegnano i santi, esprime la Sua sete di salvare il genere umano. Grida a ogni anima il sommo desiderio di attrarla a Sé. Di accogliere la Sua grazia. Come l’accolse il buon ladrone, che nelle ore passate sulla croce realizzò chi fosse quel Giusto che gli stava accanto, ebbe una contrizione perfetta dei suoi peccati e si sentì dire da Gesù: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso”. Come l’accolsero le pie donne, Pietro e gli altri santi apostoli, i molti figli di Israele che credettero in Lui, ognuno con la propria storia. Come anzitutto l’accolse Maria, la Madre dei redenti e Corredentrice, che partecipò misticamente alla Passione del Figlio, vedendo compiersi ciò che le aveva profetizzato Simeone (“e anche a te una spada trafiggerà l’anima”). Ed è a Lei che Gesù in croce, con il solenne affidamento del discepolo prediletto, affidò tutti i Suoi figli. Allo stesso modo a ogni fedele disse: “Ecco tua Madre”.

Per antichissima tradizione, la Chiesa non celebra l’Eucaristia il Venerdì Santo (né il giorno seguente), ma nel Rito Romano i fedeli possono comunicarsi con le Ostie consacrate il giorno prima e custodite nell’Altare della Reposizione. Il digiuno ecclesiastico, previsto oggi per i cristiani tra i 18 e i 60 anni, è segno di partecipazione alla morte del Signore, richiamo alla penitenza e insieme attesa del ritorno dello Sposo (Mc 2, 19-20), nostro Redentore e fine ultimo. La celebrazione prevede una densa liturgia della Parola – che include dieci suppliche, tra cui spicca quella all’unità dei cristiani – e ha il suo fulcro nell’adorazione della Croce. Il sacerdote, mentre procede alla sua ostensione, recita o canta l’Ecce lignum crucis: “Ecco il legno della Croce, al quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo”. E i fedeli rispondono: “Venite, adoriamo”

(Ermes Dovico – La Nuova Bussola)

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Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni

Gv 18, 1– 19,42

 – Catturarono Gesù e lo legarono

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

– Lo condussero prima da Anna

Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

– Non sei anche tu uno dei suoi discepoli? Non lo sono!

Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

– Il mio regno non è di questo mondo.

Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

– Salve, re dei Giudei!

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi.

Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

– Via! Via! Crocifiggilo!

Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

– Lo crocifissero e con lui altri due.

Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

– Si sono divisi tra loro le mie vesti.

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.

– Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

– E subito ne uscì sangue e acqua.

Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

– Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi.

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

LETTERA DI IVAN

Cari amici,
Gesù è entrato in quella realtà oscura e lo ha mostrato con la sua vita
sopportando la crisi, può avere la pace nel cuore, condividere la gioia e la speranza con gli altri
intorno a te e la certezza che dopo essere morto con una crisi, entri nella vita eterna.
Chi segue veramente Gesù trova la forza per aiutare gli altri
perdona, la pace e la gioia possono essere una vera realtà anche in questa lacrima
Dopo la crisi, Gesù accettò volentieri la morte per poter
risorto, entrato nella vita eterna.
Anche noi abbiamo creduto in Gesù, l’abbiamo accettato, ci stiamo davvero provando
seguilo nel cammino della vita.
Sarà con noi nel nostro viaggio di crisi e ci aiuterà a sopportare la crisi
portaci via la crisi
perché è la felicità della salvezza, ci solleverà dolcemente e ci darà forza per
continuazione del nostro viaggio verso la nostra Kalivaria,
Auguro ai miei cari amici una felice e benedetta Pasqua e abbondanza
La benedizione di Dio,
Tuo,
Ivan, Laureen, Kristina, Mikayla, Daniel e Matthew

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla partecipazione al Triduo Pasquale

Cari amici,

siamo entrati nel vivo del Triduo Pasquale, tempo di preparazione ancora più intensa alla Santa Pasqua.

L’Eucarestia, la Confessione e la Santa Messa scandiscono questi tre giorni. Nella Cena del Giovedì Santo Gesù Cristo ha istituito l’Eucarestia, segno della sua Passione, Morte e Resurrezione che celebriamo ogni volta con Cristo presente in ogni Eucarestia; la Confessione, che prepara il cuore degno per accogliere Gesù Risorto e ci fa comprendere che il male più grande è il peccato che ci distrugge e ci separa da Dio; la Santa Messa di Pasqua, in cui la luce di Cristo irradia su tutti noi e ci porta la Redenzione e la vita eterna.

In questo Triduo Pasquale è importante partecipare ai misteri che celebriamo nella Messa in Coena Domini del Giovedì; nella grande Liturgia della Croce e nella Via Crucis del Venerdì; nella Veglia Pasquale del Sabato Santo (o la Santa Messa di Domenica).

Partecipare significa andare fisicamente in parrocchia. Tutti quelli che possono andare, devono farlo. Le funzioni religiose trasmesse in televisione sono per i malati, gli infermi e per tutti coloro che non possono uscire di casa. Chi può partecipi!

L’importanza di questa partecipazione dipende dal fatto che in questi tre giorni è concentrata la Salvezza cristiana, ci viene fatto rivivere il mistero della Salvezza che oggi viene negato.

Oggi la gente rinnega Cristo, rifiuta la Croce. Si cerca la salvezza altrove, ma la vera Salvezza è Gesù Cristo Risorto!

Solamente la fede in Cristo può salvare dalla malattia esistenziale che ha colpito l’uomo e che è la morte fisica e spirituale, la sofferenza, il male, la cattiveria.

La medicina che cura il male viene dalla grazia di Cristo.

Partecipando al Triduo Pasquale riaffermiamo la nostra fede nella salvezza che viene da Cristo. È proprio perché abbiamo perso il senso del mistero pasquale che di conseguenza abbiamo perso il senso della salvezza cristiana.

In un mondo moderno che ha rifiutato Cristo e la Croce, noi cristiani dobbiamo testimoniare, vivere e partecipare alle celebrazioni di questi giorni, come segno della nostra appartenenza a Cristo e fedeltà alla Croce.

Partecipiamo al Triduo Pasquale e facciamolo nostro, accostandoci al Sacramento della Confessione con il quale possiamo ritornare nell’amicizia e nell’unione con Dio. La Confessione riporta la pace nel cuore.

A questo link trovate una mia riflessione sui Sette passi per una buona Confessione

Vi suggerisco, infine, di guardare ogni giorno i video di testimonianza dell’attore Jim Caviezelche ha interpretato Gesù nel film “The Passion”, di Mel Gibson. Ogni giorno, nell’homepage. Sono molto suggestivi e a tratti commoventi. Questo attore dice cose molto profonde e toccanti sulla Passione e sulla persona di Gesù Cristo.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

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