"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Anno: 2023 Pagina 135 di 186

Urbi et Orbi, il Papa: Dio poni fine a tutte le guerre che insanguinano il mondo

Nel tradizionale messaggio per la benedizione di Pasqua, Francesco invoca il dono della pace per l’Ucraina e che i prigionieri possano tornare a casa. Quindi chiede a Dio: “Effondi la luce pasquale sul popolo russo”. Preghiere per Siria, Libano e Terra Santa e l’appello per la giustizia ai Rohingya e il conforto per le vittime del terrorismo in Africa. Il Pontefice affida al Signore “i cristiani che oggi celebrano la Pasqua in circostanze particolari, come in Nicaragua e in Eritrea”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Pace per l’Ucraina e la preghiera perché i prigionieri possano tornare “sani e salvi dalle loro famgilie” e perché Dio effonda “la luce pasquale sul popolo russo”. Poi dialogo tra israeliani e palestinesi, vicinanza a chi è stato colpito dal terremoto in Siria e Turchia, aiuti ad Haiti sofferente e giustizia per i “martoriati” Rohingya in Myanmar, conforto alle vittime del terrorismo in Africa occidentale, sostegno alle comunità cristiane che celebrano la Pasqua “in circostanze particolari”, come in Nicaragua ed Eritrea e in altri luoghi in cui è impedita la libera professione della fede. Affacciato dalla Loggia delle Benedizioni, dinanzi a una moltitudine di fedeli divenuti 100 mila in tutta l’area di San Pietro, Francesco nella benedizione Urbi et Orbi invoca da Dio doni di pace per un mondo troppe volte avvolto nelle “tenebre” e nell’“oscurità”.

Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto!

Il passaggio dalla morte alla vita

L’annuncio della salvezza risuona dagli altoparlanti. Il Papa si affaccia alle 12 in punto, mentre nella assolata Piazza San Pietro risuona la fanfara con l’inno dello Stato della Città del Vaticano, seguito da un cenno dell’inno nazionale italiano. Gli onori militari, il picchetto della Guardia Svizzera, poi il Vescovo di Roma pronuncia, da seduto, il suo messaggio non solo ai fedeli presenti ma anche tutti coloro che seguono via radio, web e tv, ai quali il Pontefice ricorda il senso della Pasqua:

In Gesù si è compiuto il passaggio decisivo dell’umanità: quello dalla morte alla vita, dal peccato alla grazia, dalla paura alla fiducia, dalla desolazione alla comunione

La benedizione Urbi et Orbi del Papa

La benedizione Urbi et Orbi del Papa

Presente il cardinale albanese Simoni

A fianco al Papa c’è il cardinale James Michael Harvey, arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura, che annuncia l’indulgenza plenaria. Presente pure il cardinale albanese Ernest Simoni, 94 anni, venuto a Roma per accompagnare i tre giovani albanesi che hanno ricevuto dal Pontefice il Battesimo nella veglia di ieri notte a San Pietro. Vittima di prigionia e torture da parte del regime comunista albanese, il cardinale è un eroico testimone della forza della fede nonostante le persecuzioni. Le stesse che ancora oggi, nel 2023, tanti credenti subiscono nel mondo.

Un ponte verso la vita

Il Papa ricorda questi testimoni nel corso della sua benedizione, durante la quale rivolge un pensiero pure ad ammalati, poveri, anziani e “chi sta attraversando momenti di prova e di fatica”. “Non siamo soli – rassicura – Gesù, il Vivente, è con noi per sempre”.

Gioiscano la Chiesa e il mondo, perché oggi le nostre speranze non si infrangono più contro il muro della morte, ma il Signore ci ha aperto un ponte verso la vita.

Francesco affacciato dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro

Francesco affacciato dalla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro

Affrettarsi verso la pace

“La speranza non è un’illusione, è verità!”, afferma poi Francesco. “Il cammino dell’umanità da Pasqua in poi, contrassegnato dalla speranza, procede più spedito”. Anzi, “diventa corsa”. E l’umanità è chiamata ad “affrettarsi”.

Affrettiamoci anche noi a crescere in un cammino di fiducia reciproca: fiducia tra le persone, tra i popoli e le Nazioni […] Affrettiamoci a superare i conflitti e le divisioni e ad aprire i nostri cuori a chi ha più bisogno. Affrettiamoci a percorrere sentieri di pace e di fraternità.

Preghiera per l’Ucraina

In questo cammino ci sono però ancora “tante pietre di inciampo”, che rendono il percorso “arduo e affannoso”. Sono tutte quelle guerre, divisioni fratricide, ingiustizie e violenze che “insanguinano” il mondo. Il Papa le elenca una a una, a cominciare dalla “martoriata” Ucraina.

Aiuta l’amato popolo ucraino nel cammino verso la pace, ed effondi la luce pasquale sul popolo russo.

Il Vescovo di Roma invoca conforto per i feriti e per quanti hanno perso i propri cari a causa della guerra, poi prega: “Fa’ che i prigionieri possano tornare sani e salvi alle loro famiglie”.

Apri i cuori dell’intera Comunità internazionale perché si adoperi a porre fine a questa guerra e a tutti i conflitti che insanguinano il mondo, a partire dalla Siria, che attende ancora la pace.

Un soldato in Ucraina

Un soldato in Ucraina

Vicinanza alle vittime del terremoto in Siria

Sempre guardando alla Siria, il Papa chiede sostegno – da Dio e dal mondo – per le vittime del violento terremoto di febbraio che ha devastato anche la Turchia: “Preghiamo per quanti hanno perso familiari e amici e sono rimasti senza casa: possano ricevere conforto da Dio e aiuto dalla famiglia delle nazioni”.

Dialogo in Terra Santa e Libano

Il pensiero va poi a Gerusalemme, “prima testimone” della Risurrezione di Gesù. Papa Francesco manifesta “viva preoccupazione per gli attacchi di questi ultimi giorni che minacciano l’auspicato clima di fiducia e di rispetto reciproco, necessario per riprendere il dialogo tra Israeliani e Palestinesi, così che la pace regni nella Città Santa e in tutta la Regione”. Con uguale vigore, il Pontefice lancia un appello per il Libano “ancora in cerca di stabilità e unità”, perché “superi le divisioni e tutti i cittadini lavorino insieme per il bene comune del Paese”.

Azioni militari in Terra Santa

Azioni militari in Terra Santa

Un pensiero ad Haiti e alla Tunisia

Non dimentica il Papa il “caro popolo della Tunisia”, in particolare i giovani e chi soffre a causa dei problemi sociali ed economici: “Non perdano la speranza e collaborino a costruire un futuro di pace e di fraternità”. “Volgi il tuo sguardo ad Haiti che sta soffrendo da diversi anni una grave crisi socio-politica e umanitaria”, è poi la supplica del Papa, “sostieni l’impegno degli attori politici e della Comunità internazionale nel ricercare una soluzione definitiva ai tanti problemi che affliggono quella popolazione tanto tribolata”.

Armi in Africa

Armi in Africa

Processi di riconciliazione in Africa

Lo sguardo si sposta all’Africa, in particolare Etiopia e Sud Sudan con l’auspicio che si consolidino i processi di riconciliazione intrapresi e cessino le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Francesco chiede conforto pure per le vittime del terrorismo internazionale, specialmente in Burkina Faso, Mali, Mozambico e Nigeria. Subito dopo eleva un’altra preghiera a Dio:

Sostieni, Signore, le comunità cristiane che oggi celebrano la Pasqua in circostanze particolari, come in Nicaragua e in Eritrea, e ricordati di tutti coloro a cui è impedito di professare liberamente e pubblicamente la propria fede.

Aiuto per il Myanmar, giustizia per i Rohingya

“Aiuta il Myanmar a percorrere vie di pace e illumina i cuori dei responsabili perché i martoriati Rohingya trovino giustizia”, aggiunge ancora il Papa. “Conforta i rifugiati, i deportati, i prigionieri politici e i migranti, specialmente i più vulnerabili, nonché tutti coloro che soffrono la fame, la povertà e i nefasti effetti del narcotraffico, della tratta di persone e di ogni forma di schiavitù”.

Rohingya rifugiati in Indonesia

Rohingya rifugiati in Indonesia

Nessuno sia discriminato

Al Signore, infine, Francesco chiede di ispirare i responsabili delle nazioni, “perché nessun uomo o donna sia discriminato e calpestato nella sua dignità” e “perché nel pieno rispetto dei diritti umani e della democrazia si risanino queste piaghe sociali”.

Si cerchi sempre e solo il bene comune dei cittadini, si garantisca la sicurezza e le condizioni necessarie per il dialogo e la convivenza pacifica

“Pace a voi”

“Vorrei dire a tutti, con la gioia nel cuore: buona Pasqua a tutti”, è l’augurio finale del Papa, che conclude messaggio Urbi et Orbi ripetendo per tre volte le parole di Cristo apparso dopo la resurrezione ai discepoli: “Pace a voi, Pace a voi, Pace a voi”.

La benedizione Urbi et Orbi del Papa

La benedizione Urbi et Orbi del Papa

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Pasqua, o la grazia definitiva per chi sconta la pena di vivere. Cioè tutti

PIERLUIGI BANNA  08 APR 2023 –il Foglio

Da quando Cristo è risorto, non c’è atto in questo mondo che possa decretare un giudizio definitivo sulla vita di nessuno. Come le farfalle di Hirst cerchiamo in alto, ma “non stiamo bene”

“Non stiamo bene, ci è sempre più complicato vivere, come se gestire la vita diventasse sempre più difficile” (Jón Kalman Stefánsson). Parole lapidarie, che alzano il sipario su una condizione di pesantezza e noia che è sempre più diffusa e condivisa. Non la si può ormai scansare, rubricandola tra le singole eccezioni del disagio giovanile o del disturbo psichico. Abbiamo possibilità di studiare, viaggiare, usare tecnologie, possiamo reperire informazioni su ogni argomento, ma ci sentiamo confusi sul nostro futuro, vuoti di parole nostre, pieni di angosciato silenzio per la paura di non farcela. Non convince del tutto quell’antica sapienza per cui la virtù dell’uomo consisterebbe nella capacità di sapersi accontentare, sapendo rinunciare alla propria pretesa di essere originali a tutti i costi.

Per fortuna (o purtroppo, per qualcuno), c’è qualcosa che ancora ostinatamente ci attacca al blu del cielo, come le farfalle di Love is great di Damien Hirst. Sono quasi “costrette” ad aspirare a cose dannatamente alte, troppo alte, per le loro forze. Aspirazione insoddisfatta di questa terra, che di tutto sente imperterrita la povertà: non è più scontato che questa aspirazione sia il segno della grandezza dell’essere umano. Per molti, costituisce la “condanna” di questa pena che è il vivere. Proprio a questa “umanità sfinita per la sua debolezza mortale” (Liturgia), viene annunciata dai cristiani, anche quest’anno, la grazia propria di Gesù di Nazareth. Lui, da condannato, libera da ogni forma di prigionia.

A te, che, come Giuda, hai tradito e infranto il rapporto più caro della vita, chiama ancora e nuovamente “amico”. Tu, che, come i suoi crocifissori, ti sei scoperto complice silenzioso dei complotti dei potenti, vieni abbracciato con una simpatia sconfinata che lascia ancora un margine alla tua libertà: “Perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Tu che, come il buon ladrone, agli occhi del mondo sei un fallito senza appello, condannato pubblicamente dalla legge, puoi ancora ricevere il più bell’invito della vita: “Oggi sarai con me in Paradiso”.

Questa tenace affermazione della bontà originaria del mio, del tuo essere, della positività ultima di ogni essere a questo mondo, è possibile a Cristo perché egli ha avuto questo sguardo anzitutto su di sé. Non si è lasciato misurare dagli occhi di chi lo giudicava, lo abbandonava o lo crocifiggeva. Non ha aggiunto condanna a condanna, ma ha caricato su di sé il dolore di tutti, consegnandosi nelle mani del Padre. Ha così percorso il tunnel della condanna e al fondo del buio di morte ha ritrovato la luce dell’abbraccio del Padre che gli ha dato nuova vita, la vita nello Spirito.

Da quando Cristo è risorto, non c’è atto in questo mondo che possa decretare un giudizio definitivo sulla vita di nessuno. Senza discriminazione, il condannato a morte e l’aguzzino, l’amico rinnegato e il traditore, la vittima del sistema e il governante di turno, insomma, tutti coloro che si lasciano coinvolgere ancora oggi dalla vita contemporanea del Risorto, possono iniziare un nuovo cammino che cambia il modo di guardare sé e il volto dell’altro, generando una amicizia nuova, indistruttibile. Lo si è visto qualche giorno fa nell’incontro commosso tra i genitori della piccola Angelica, morta a cinque anni, e Papa Francesco all’uscita dell’ospedale. Quell’abbraccio e quella preghiera non sono la fine, ma il segno di una vita nuova, in questo mondo. 

Persino la colpa che sa già di morte può essere l’occasione per ripartire. Scriveva s. Ambrogio: “Non mi glorierò perché sono stato d’aiuto a qualcuno, né perché qualcuno mi è stato d’aiuto, ma perché Cristo… ha debellato la morte. E’ più produttiva la colpa dell’innocenza. L’innocenza mi aveva reso arrogante, la colpa mi ha reso umile! Il senso di condanna per questa vita cede il passo allo stupore e alla tenerezza “di questa oggettività che è il mio soggetto, la meraviglia di questa cosa che chiamo ‘io’” (Giussani). Dalla pena del vivere allo stupore di esserci perché immortalmente amati: questa è la grazia definitiva della Pasqua che spezza per sempre ogni forma di solitudine.

Veglia pasquale, il Papa: ricorda e cammina, per tornare al primo incontro con Gesù

Nella celebrazione della Notte Santa, con l’annuncio della Risurrezione di Cristo, Francesco invita tutti a riscoprire “lo stupore e la gioia” della nostra Galilea, il momento nel quale è iniziata “la nostra storia d’amore con Gesù”, e “lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita”. Per riprendere coraggio di fronte al male, “e ai venti gelidi di guerra”, guardiamo non ad un Risorto astratto, ideale, ma alla “memoria concreta” di quell’incontro. Battezzati e cresimati otto catecumeni

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti”. È l’invito che Papa Francesco fa a se’ stesso e a tutti i fedeli nell’omelia della Veglia di Pasqua, la Notte Santa, che presiede nella Basilica vaticana, accompagnato da quaranta cardinali, 25 vescovi e duecento sacerdoti. Perché, spiega, la Pasqua del Signore “invita a rotolare via i massi della delusione e della sfiducia” e “ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù”, quando “lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita”. Infatti, per togliere la polvere depositata nei nostri cuori e “riprendere il cammino” non dobbiamo guardare “a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, concreta e palpitante del primo incontro con Lui”.

La “madre di tutte le vigilie”

La Basilica vaticana è immersa nel buio, quando alle 19.30, nell’atrio, al portone centrale, il Papa dà inizio alla “madre di tutte le vigilie” come l’ha definita sant’Agostino, guidando il rito del Lucernario, con la benedizione del fuoco nuovo e l’accensione del cero pasquale. Poi, all’ingresso in Basilica della processione di tutti i concelebranti, alla terza intonazione del “Lumen Christi” del diacono, dopo le candele di Francesco e dei fedeli, vengono accese tutte le luci.  Al canto dell’Exultet che annuncia la Risurrezione, segue la Liturgia della Parola con letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, e la Liturgia battesimale. Otto i catecumeni di età adulta ai quali vengono amministrati prima il battesimo e poi la confermazione, sacramenti dell’iniziazione cristiana: tre vengono dall’Albania, due dagli Stati Uniti e gli altri da Italia, Nigeria e Venezuela. Il Pontefice presiede la Veglia rimanendo seduto davanti all’altare che raggiunge per pronunciare l’omelia, mentre successivamente raggiungerà il fonte battesimale per amministrare i sacramenti. A celebrare all’altare, il cardinale Artur Roche, prefetto del Dicastero del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, con i cardinale Giovanni Battista Re e Leonardo Sandri, decano e vicedecano del Collegio cardinalizio.

Papa Francesco benedice il cero pasquale nel rito del lucernario

Papa Francesco benedice il cero pasquale nel rito del lucernario

Entrare nel cammino dei discepoli 

Nella sua rilettura del Vangelo di Matteo sulla Resurrezione, offerta nell’omelia, Papa Francesco guarda al cammino delle donne, che alle prime luci dell’alba vanno verso la tomba di Gesù. “Avanzano incerte, smarrite – spiega – con il cuore lacerato dal dolore per quella morte che ha portato via l’Amato”. Ma, nel vedere la tomba vuota, “invertono la rotta, cambiano strada; abbandonano il sepolcro e corrono ad annunciare ai discepoli un percorso nuovo: Gesù è risorto e li attende in Galilea”. Così, chiarisce il Papa, “nella vita di queste donne è avvenuta la Pasqua, che significa passaggio”, e passano “dal mesto cammino verso il sepolcro alla gioiosa corsa verso i discepoli”, per dire che il Signore è risorto, ma anche che l’appuntamento col Risorto è in Galilea. “La rinascita dei discepoli, la risurrezione del loro cuore passa dalla Galilea”. Così Francesco invita tutti ad entrare “nel cammino dei discepoli che va dalla tomba alla Galilea”. Tutti, all’inizio, “pensano che Gesù si trovi nel luogo della morte e che tutto sia finito per sempre”.

A volte succede anche a noi di pensare che la gioia dell’incontro con Gesù appartenga al passato, mentre nel presente conosciamo soprattutto delle tombe sigillate: quelle delle nostre delusioni, delle nostre amarezze e della nostra sfiducia, quelle del “non c’è più niente da fare”, “le cose non cambieranno mai”, “meglio vivere alla giornata” perché “del domani non c’è certezza”.

Andare in Galilea vuol dire aprirsi alla missione

Quando il dolore ci ha attanagliato, spiega il Pontefice, o la tristezza, il peccato, il fallimento e la preoccupazione ci hanno assillato, anche noi “abbiamo sperimentato il gusto amaro della stanchezza e abbiamo visto spegnersi la gioia nel cuore”. Abbiamo avvertito “la fatica di portare avanti la quotidianità, stanchi di rischiare in prima persona davanti al muro di gomma di un mondo dove sembrano prevalere sempre le leggi del più furbo e del più forte”.

“Altre volte, ci siamo sentiti impotenti e scoraggiati dinanzi al potere del male, ai conflitti che lacerano le relazioni, alle logiche del calcolo e dell’indifferenza che sembrano governare la società, al cancro della corruzione – ce ne è tanta – al dilagare dell’ingiustizia, ai venti gelidi della guerra”

Papa Francesco nel corso dell'omelia

Papa Francesco nel corso dell’omelia

La notizia che cambia la storia: Cristo è risorto!

Oppure, “ci siamo forse trovati faccia a faccia con la morte”, dei nostri cari o la nostra, che ci ha sfiorato nella malattia o nelle calamità, e così “siamo rimasti preda della disillusione e si è disseccata la sorgente della speranza”. Sono tutte situazioni, chiarisce Papa Francesco, nelle quali “i nostri cammini si arrestano davanti a delle tombe e noi restiamo immobili a piangere e a rimpiangere”. Invece, le donne a Pasqua non restano paralizzate davanti a una tomba ma, come dice il Vangelo, “abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli”.  Portano la notizia che cambierà per sempre la vita e la storia: Cristo è risorto! E con essa, l’invito del Signore ai discepoli: che vadano in Galilea, perché là lo vedranno. Andare in Galilea, sottolinea il Papa, significa due cose:

Da una parte uscire dalla chiusura del cenacolo per andare nella regione abitata dalle genti, uscire dal nascondimento per aprirsi alla missione, evadere dalla paura per camminare verso il futuro. Dall’altra parte, e questo è molto bello, significa ritornare alle origini, perché proprio in Galilea tutto era iniziato.

Tornare alla grazia originaria

Lì, infatti, ricorda Francesco, “il Signore aveva incontrato e chiamato per la prima volta i discepoli”. E andare in Galilea “è tornare alla grazia originaria, è riacquistare la memoria che rigenera la speranza, la ‘memoria del futuro’ con la quale siamo stati segnati dal Risorto”. Questo fa la Pasqua del Signore:

Ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri in cui spesso confiniamo la speranza, a guardare con fiducia al futuro, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia.

Il battesimo di una catecumena venezuelana

Il battesimo di una catecumena venezuelana

Non guardare ad un Gesù ideale, ma ad un incontro concreto

Ma, per farlo il Signore “ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù”. Ci chiede, cioè, spiega il Pontefice, di rivivere quel momento, quell’esperienza “in cui abbiamo incontrato il Signore, abbiamo sperimentato il suo amore e abbiamo ricevuto uno sguardo nuovo e luminoso su noi stessi, sulla realtà, sul mistero della vita”. Insomma, per ricominciare, per riprendere il cammino, abbiamo sempre bisogno…

Di riandare non a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, concreta e palpitante del primo incontro con Lui. Sì, fratelli e sorelle, per camminare dobbiamo ricordare; per avere speranza dobbiamo nutrire la memoria. Questo è l’invito: ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti.

Ricostruire il primo incontro con Cristo

“Ricorda la tua Galilea e cammina verso la tua Galilea”, ribadisce Papa Francesco, perchè è il “luogo” nel quale “hai conosciuto Gesù di persona, dove per te Egli non è rimasto un personaggio storico come altri, ma è divenuto la persona della vita: il Dio vicino, “che ti conosce più di ogni altro e ti ama più di chiunque altro”. Quello del Papa è un invito a fare memoria “della tua chiamata, di quella Parola di Dio che in un preciso momento ha parlato proprio a te; di quell’esperienza forte nello Spirito”, della grande gioia del perdono “provata dopo quella Confessione”, di quel “momento indimenticabile di preghiera”, di quella luce che “ha trasformato la tua vita, di quell’incontro, di quel pellegrinaggio…”

“Ognuno sa dov’è la propria Galilea. Ciascuno di noi conosce il proprio luogo di risurrezione interiore, quello iniziale, quello fondante, quello che ha cambiato le cose. Non possiamo lasciarlo al passato, il Risorto ci invita ad andare lì per fare la Pasqua. Ricorda la tua Galilea, fanne memoria, ravvivala oggi”

Fedeli nella Basilica vaticana durante il rito del lucernario, prima parte della Veglia Pasquale

Fedeli nella Basilica vaticana durante il rito del lucernario, prima parte della Veglia Pasquale

Riprova quelle sensazioni, togli polvere dal cuore

Francesco chiede ad ognuno di noi di tornare “a quel primo incontro. Chiediti come è stato e quando è stato, ricostruiscine il contesto, il tempo e il luogo, riprovane l’emozione e le sensazioni”. Perché “è quando hai dimenticato quel primo amore”, che è cominciata “a depositarsi della polvere sul tuo cuore”. Così hai sperimentato la tristezza e, come per i discepoli, “tutto è sembrato senza prospettiva”, senza speranza. Ma oggi, conclude il Pontefice, “la forza di Pasqua invita a rotolare via i massi della sfiducia”. E il Signore, “esperto nel ribaltare le pietre tombali del peccato e della paura, vuole illuminare la tua memoria santa, il tuo ricordo più bello, rendere attuale il primo incontro con Lui”. Ricorda e cammina: ritrova la grazia della risurrezione di Dio in te! Torna in Galilea!

Fratelli, sorelle, seguiamo Gesù in Galilea, incontriamolo e adoriamolo lì dove Egli attende ognuno di noi. Ravviviamo la bellezza di quando, dopo averlo scoperto vivo, lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita. Torniamo in Galilea, alla Galilea del primo amore, ognuno torni alla propria Galilea, quella del primo incontro, e risorgiamo a vita nuova!

Pasqua di Resurrezione

Il dolore vissuto da Gesù nel giorno della sua morte in croce, che i fedeli di ogni tempo rivivono, acquista senso alla luce della Resurrezione, la suprema prova della sua divinità e delle sue parole eterne: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”.

Il dolore vissuto da Gesù nel giorno della sua morte in croce, che i fedeli di ogni tempo rivivono, acquista senso alla luce della Resurrezione, la suprema prova della sua divinità e delle sue parole eterne: “Io sono la Via, la Verità, la Vita” (Gv 14, 6). La Pasqua è dunque a ragione la più grande solennità per i cristiani, il cuore e il culmine di tutta la nostra fede, che si fonda su un fatto accaduto duemila anni fa. Un evento reale in cui il protagonista non è un dio astratto, bensì un Dio che si è fatto carne, ha assunto la natura umana nel grembo della Vergine Maria ed è vissuto dentro la nostra stessa storia. Come ci dicono non solo i segni che la Santissima Trinità ha sempre dato dall’inizio dei secoli, ma i molteplici testimoni oculari di Cristo morto e risorto. Testimoni in carne e ossa, che con la fortezza ricevuta dallo Spirito Santo dopo la Resurrezione e Ascensione di Gesù hanno subìto il martirio, pur di non tacere la loro fede.

È la Resurrezione a precedere il radicale cambiamento di Pietro e degli altri apostoli, che sì erano rimasti conquistati da Gesù anche prima, ma ancora secondo debolezze, limiti e schemi tutti umani. Ecco perché, per esempio, Pietro e Giovanni, dopo la Pentecoste e la clamorosa guarigione del quarantenne storpio davanti alla porta del tempio detta Bella, al sinedrio che li imprigiona e li minaccia di non parlare più di Cristo risorto, replicano saldissimi: “Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a Lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4, 19-20). Avevano visto la vittoria di Cristo sulla morte, che è entrata nel mondo a causa del peccato originale e dell’inganno di Satana, l’angelo caduto per la sua superbia, il primo avversario di Nostro Signore e il primo ad aver rifiutato eternamente il suo Amore.

La sequenza liturgica di oggi restituisce un bel senso dell’evento pasquale e del combattimento escatologico che ne sta alla base: “Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della Vita era morto; ma ora, vivo, trionfa”. È il preziosissimo Sangue di Gesù che ci ha riscattati ed è la sua Resurrezione a essere sicura speranza di salvezza per quanti credono in Lui e osservano la sua Parola. Al riguardo, è significativo il modo in cui Matteo racconta i fatti al sepolcro. Ne emerge il contrasto tra le guardie (poste dagli increduli farisei e sommi sacerdoti, responsabili della crocifissione), che al vedere l’aspetto folgorante dell’angelo del Signore “tremarono tramortite”, e le pie donne, animate invece dalla carità, subito tranquillizzate dal messaggero celeste: “Non abbiate paura, voi! So che cercate il Crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete”.

Lo stesso sepolcro vuoto, che l’angelo disse di andare “a vedere”, ci parla della Resurrezione. Ed è lì che accorsero Pietro e Giovanni, avvisati da Maria di Magdala: un fatto che il quarto evangelista ritenne importante da testimoniare, a beneficio dei posteri. Perché fu proprio al sepolcro, alla vista del modo unico in cui erano disposti il sudario e le bende, che Giovanni, prima ancora di vedere il Risorto con i suoi occhi, “vide e credette”.

La Resurrezione di Gesù è stato un evento unico e irripetibile, causa della Redenzione umana. Ma al tempo stesso la sua Pasqua si rinnova per ogni cristiano nel sacramento dei sacramenti, l’Eucaristia, attraverso la Chiesa, chiamata da Cristo a continuare la sua missione in terra per assicurare ai fedeli i mezzi necessari per la salvezza e la santificazione, anzitutto il suo Corpo e Sangue. Da qui il comando: “Fate questo in memoria di me”. È la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia a rendere perenne il suo sacrificio e dono di Sé agli uomini, che nutrendosi del suo Corpo possono vivere nelle loro persone il mistero pasquale, passando dalla morte del peccato alla vita nuova in Lui. È Cristo la nostra Pasqua e sorgente della vera gioia, che ha rigenerato l’uomo e chiede a ognuno di lasciarsi attirare nel suo disegno salvifico, per essere partecipi della vita divina e risorgere nel corpo al suo ritorno glorioso.

Ermes Dovico -La Nuova Bussola 9 Aprile 2023

AUGURI DI BUONA PASQUA

CRISTO E’ RISORTO – E’ VERAMENTE RISORTO – ALLELUJA!

Carissimi amici di Radio Maria,

vi auguro  la  gioia  e  la  pace  della Pasqua. 

Cristo è risorto,  è  veramente  risorto

e  ha liberato la nostra vita dal   male  e  dalla morte. 

La   vittoria Gesù  è  definitiva e   totale 

e tutti noi  vi possiamo partecipare con  la fede e  con l’amore.

Liberiamo il  nostro cuore  dalle   ansie e  dalle   paure

e  apriamolo alla  speranza di un mondo  migliore.

Con  Maria crediamo e con Maria  esultiamo, 

perché  il Signore mantiene  le sue   promesse

ed  eterna   è  la sua  Misericordia.

Vostro Padre Livio


Dal Vangelo secondo Giovanni

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.

Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.

Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

GESU’ CRISTO « DISCESE AGLI INFERI, IL TERZO GIORNO RISUSCITO’ DA MORTE »

631 Gesù « era disceso nelle regioni inferiori della terra. Colui che discese è lo stesso che anche ascese » (Ef 4,10). Il Simbolo degli Apostoli professa in uno stesso articolo di fede la discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione dai morti il terzo giorno, perché nella sua pasqua egli dall’abisso della morte ha fatto scaturire la vita:

« Cristo, tuo Figlio,
che, risuscitato dai morti,
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena,
e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen ». 

632 Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù « è risuscitato dai morti » (1 Cor 15,20)  presuppongono che, preliminarmente alla risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti.  È il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri. 

633 La Scrittura chiama inferi, Shéol o Αιδην  il soggiorno dei morti dove Cristo morto è disceso, perché quelli che vi si trovano sono privati della visione di Dio. Tale infatti è, nell’attesa del Redentore, la sorte di tutti i morti, cattivi o giusti;  il che non vuol dire che la loro sorte sia identica, come dimostra Gesù nella parabola del povero Lazzaro accolto nel « seno di Abramo ».  « Furono appunto le anime di questi giusti in attesa del Cristo a essere liberate da Gesù disceso all’inferno ».  Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati  né per distruggere l’inferno della dannazione,  ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto. 

634 « La Buona Novella è stata annunciata anche ai morti… » (1 Pt 4,6). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù, fase condensata nel tempo ma immensamente ampia nel suo reale significato di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione.

635 Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte affinché i « morti » udissero « la voce del Figlio di Dio » (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, « l’Autore della vita »,  ha ridotto « all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo », liberando « così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita » (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha « potere sopra la morte e sopra gli inferi » (Ap 1,18) e « nel nome di Gesù ogni ginocchio » si piega « nei cieli, sulla terra e sotto terra » (Fil 2,10).

« Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. […] Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. […] Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. […] Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti ». 539

In sintesi

636 Con l’espressione « Gesù discese agli inferi » il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo « che della morte ha il potere » (Eb 2,14).

637 Cristo morto, con l’anima unita alla sua Persona divina, è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l’avevano preceduto. 

(Catechismo Chiesa Cattolica)

Sabato Santo

Il Sabato Santo è un giorno detto aliturgico perché la Chiesa non celebra l’Eucaristia. I fedeli sono chiamati a rivivere in silenzio e meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti.

Discesa di Cristo al limbo_Beato Angelico

Il Sabato Santo è un giorno detto aliturgico perché la Chiesa non celebra l’Eucaristia. I fedeli sono chiamati a rivivere in silenzio e meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti. In attesa della Veglia Pasquale, che liturgicamente è una celebrazione propria della Domenica di Pasqua (da tenersi dopo il tramonto del Sabato Santo ed entro l’alba del nuovo giorno), tutte le chiese, rimaste al buio dopo la Messa vespertina del Giovedì Santo, continuano a essere nell’oscurità, a simboleggiare la mancanza della luce di Cristo che tornerà a rivelarsi in tutta la sua gloria con la Risurrezione.

La mistica attesa dello Sposo, crocifisso in espiazione dei nostri peccati, spiega poi perché il Sabato Santo sia l’unico giorno in cui non si può ricevere l’Eucaristia (né nel Rito ambrosiano né nel romano), con l’eccezione del viatico per gli ammalati gravi.

L’evento di Cristo nel sepolcro si collega anzitutto alla pietà avuta da Giuseppe d’Arimatea, venerato come santo, che alla sera del venerdì si presentò da Pilato per chiedere il corpo di Gesù e potergli dare degna sepoltura prima che sopraggiungesse il sabato, con la prescrizione del riposo. Gli evangelisti riferiscono del lenzuolo in cui Giuseppe, seguito fino al sepolcro dalle pie donne, avvolse Cristo morto (Giovanni aggiunge che l’accompagnava Nicodemo, il quale “portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre”, cioè gli oli aromatici per la sepoltura). Qui si può ricordare brevemente che il racconto evangelico della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù è del tutto compatibile con la figura impressa sulla Sacra Sindone custodita nel Duomo di Torino.

Il Sabato Santo dà l’occasione di pensare alla prova che vissero gli apostoli e tutti gli amici di Gesù. Essi, in ragione dei suoi miracoli e della sua Parola, avevano creduto davvero che Gesù fosse il Salvatore annunciato dai profeti; e tuttavia erano disorientati di fronte alla sua morte. Una morte avvenuta, per di più, tra le terribili sofferenze e l’ignominia della croce: non si capacitavano del perché Lui, vero Dio e vero uomo, non l’avesse evitata, andandovi anzi incontro come aveva annunciato. Ne comprenderanno il senso alla sua Resurrezione, abbracciando nella loro vita la Divina Volontà sull’esempio di quanto già fatto da Maria Santissima, la creatura che più di ogni altra soffrì per la croce del Figlio. E che pure accettò liberamente quell’immenso dolore, necessario nel disegno salvifico e premessa per la glorificazione.

Come professiamo con il Simbolo degli Apostoli, Cristo morto discese agli inferi. Ma che cosa significa esattamente? Insieme ai diversi passi biblici – come per esempio il Salmo 15, in cui Davide benedice il Signore “perché non abbandonerai la mia vita negli inferi”, citato pure in un discorso di Pietro (cfr. At 2, 31) – ci viene in aiuto il Catechismo: “Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri”, cioè ai giusti: “Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto”. Ai quali annunciò la sua vittoria sulla morte.

( Ermes Dovico – La Nuova Bussola)

JIM CAVIEZEL E LA PASSIONE DI CRISTO

Jim Caviezel: Il Cristiano è un guerriero

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Il giorno del discepolo amato

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l’Osservatore Romano -07 aprile 2023

«Anche noi, povere donne senza più lacrime, lasciammo il Calvario con Giovanni, che da quel momento mi prese con sé. E nei giorni del pianto, per confortarmi mi raccontò molte cose di Lui. Anch’io gli raccontai quelle cose che, dalla sua prima infanzia, mi erano accadute per causa di Lui, e che io conservavo diligentemente nel cuore. E il contarcele e il ricontarcele era un modo per continuare a vivere con Lui, a vivere di Lui». Sono le parole finali di una delicata «autobiografia» narrativa di Maria stesa dallo scrittore e sacerdote pavese Cesare Angelini (1887-1976) alle soglie della sua morte e pubblicata nel 1976 col titolo La vita di Gesù narrata da sua Madre.

Raccogliamo idealmente anche noi quel filo di ricordi che Maria e Giovanni ci hanno lasciato, nel tardo pomeriggio di quel venerdì, quando Maria e il «discepolo che Gesù amava», identificato dalla tradizione con lo stesso evangelista, scesero dal Golgota, il promontorio roccioso della periferia dell’antica Gerusalemme. Di quelle ore tragiche il quarto evangelista ci ha lasciato una sua originale relazione che ha nella scena citata un cardine importante e che lo vede protagonista con la madre di Gesù. Cristo è stato ormai innalzato da terra sulla croce ed è alle soglie dell’agonia. È a questo punto che, «vedendo la Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla Madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”» (19,26-27). Qual è il valore di questo atto estremo del Cristo che coinvolge, oltre a Maria, anche quel «discepolo amato» che poniamo sulla ribalta del nostro Venerdì santo?

È solo una raccomandazione, piena di amore filiale, indirizzata al discepolo più caro perché si incarichi del sostentamento e della protezione di Maria? Oppure sotto i dati realistici del racconto si nascondono significati misteriosi e spirituali? Le parole di Gesù sono solo un «testamento domestico», come scriveva sant’Ambrogio, o sono la rivelazione di una nuova maternità spirituale di Maria, come dichiarava in un’altra sua riflessione lo stesso vescovo di Milano e come hanno ripetuto Pio XII nell’enciclica Mystici corporis e san Giovanni Paolo II nella Redemptoris mater? L’affidamento di Maria a Giovanni è ricordato solo per ribadire la verginità di Maria, priva di altri figli a cui essere affidata, come volevano i Padri, da Atanasio a Ilario, da Girolamo ad Ambrogio? Oppure, secondo quanto scriveva Efrem siro, come Mosè incaricò Giosuè di prendersi cura del popolo ebraico in sua vece, così Gesù incaricò Giovanni di prendersi cura di Maria, cioè della Chiesa, popolo di Dio?

Ai piedi della croce secondo il quarto Vangelo sono presenti quattro donne: di tre conosciamo i nomi, Maria madre di Gesù, Maria di Cleofa e Maria di Magdala, della quarta è riferita solo la parentela, è la sorella di Maria e quindi la zia di Gesù. I Sinottici, però, introducono anche altre donne: Maria, madre di Giacomo, la madre dei figli di Zebedeo, Salome, Giovanna… Spesso si permetteva ai parenti, agli amici e ai nemici di una persona crocifissa di seguire le ultime ore di quell’atroce agonia. Sappiamo, ad esempio, che un infame re ebreo della dinastia degli Asmonei, discendenti dei grandi Maccabei, aveva fatto crocifiggere i capi farisei di una rivolta contro il suo regime. Si trattava di Alessandro Janneo che regnò dal 102 al 76 a.C. Ebbene, egli aveva voluto che attorno alle croci dei condannati fossero raccolte le loro famiglie perché assistessero al supplizio e, così, i crocifissi vedessero il pianto disperato delle loro mogli e dei bambini, mentre il re, sotto un lussuoso padiglione, banchettava con le sue concubine.

Nella narrazione giovannea lo sguardo dell’evangelista si fissa, però, esclusivamente su due visi. Il primo, naturalmente, è quello di Maria, il secondo è quello del «discepolo che Gesù amava». È proprio su questo volto maschile che centriamo soprattutto la nostra attenzione. Si è discusso a lungo sull’identità di questo discepolo che è citato solo sei volte nel quarto Vangelo e soltanto a partire dalla passione di Cristo. Alcuni avevano pensato perfino a Lazzaro a cui Gesù «voleva molto bene», anzi, che Gesù «amava» (11,15). Altri erano ricorsi a Giovanni Marco, il cristiano discepolo di Paolo e di Pietro che aveva una casa a Gerusalemme (Atti 12,12) e che la tradizione identifica con l’evangelista Marco.

A margine, è necessaria una breve nota su un tema che ha generato una bibliografia sterminata e infinite dispute esegetiche. In sintesi, ricordiamo che il quarto Vangelo è il frutto di una lunga elaborazione. Essa ha il suo avvio con la predicazione orale di Giovanni l’apostolo e passa attraverso una redazione forse a più tappe (si vedano le due finali con la rispettiva aggiunta nei cc. 20 e 21). Il testo terminale scritto è opera di un “evangelista” che alcuni hanno identificato con lo stesso «discepolo amato», mentre per la maggioranza degli studiosi costui sarebbe lo stesso apostolo, presentato dall’evangelista.

Più semplice e spontaneo sembra, quindi, alla maggioranza degli esegeti il riferimento all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo, tratteggiato sul Calvario dall’evangelista. Tuttavia l’espressione usata sembra avere una risonanza ulteriore. In Giovanni, il «discepolo che Gesù amava», si vuole quasi certamente rappresentare anche il ritratto del perfetto discepolo. Il titolo, allora, acquista un valore simbolico, come d’altronde spesso accade nel quarto Vangelo. Il teologo Max Thurian (1921-1996) nella sua opera Maria, Madre del Signore e figura della Chiesa (Morcelliana 1983), definisce questa figura come «la personificazione del discepolo perfetto, del vero fedele del Cristo, del credente che ha ricevuto lo Spirito». L’evangelista sulla scena che si svolge ai piedi della croce vuole, dunque, ricamare un’immagine e un significato ulteriori che superano i confini di quel luogo e di quel giorno tragico.

Per cogliere questo rimando allusivo è decisiva l’analisi della doppia e parallela dichiarazione di Gesù: «Donna, ecco tuo figlio… Ecco tua madre». Non si tratta di formule d’adozione, come è stato ipotizzato da qualche studioso perché non ne ricalcano lo schema giuridico altrimenti noto: «Tu sei mio figlio…» (Salmo 2,7). È, invece, una formula di rivelazione simile a quella celebre del Battista nei confronti di Gesù: «Ecco l’Agnello di Dio!» (1,29). Non siamo, quindi, di fronte a un semplice atto testamentario pubblico che sfocia in un incarico del tipo: «Io ti lascio mia madre in custodia perché te ne prenda cura». Siamo, invece, davanti a una parola solenne che svela il mistero e il significato ultimo di una persona.

La prima «rivelazione» è indirizzata a Maria interpellata con uno strano: «Donna!». Questo termine, usato normalmente nel mondo ebraico e greco e anche da Gesù nei confronti delle donne, sembrerebbe un po’ stravagante se usato per la propria madre. Tuttavia, come accade anche durante le nozze di Cana, agli inizi della sua missione, Gesù aveva interloquito con Maria letteralmente così: «Donna, che cosa c’è tra me e te? [che cosa vuoi da me?]. Non è ancora giunta la mia Ora!» (2,4). L’«Ora», come è noto, è il momento della croce e della gloria che il Cristo sta ora vivendo.

Inoltre, il titolo solenne «Donna» può alludere, secondo il giuoco dei rimandi caro al quarto Vangelo, alla «donna» che sta alla radice della storia umana e al celebre passo della Genesi sottoposto dalla tradizione cristiana a una lettura mariologica: «Io porrò inimicizia tra il serpente e la donna, tra il tuo seme e quello della donna… L’uomo chiamò la donna Eva perché essa fu la madre di tutti i viventi» (3,15.20). La prima donna era stata l’inizio e la madre dell’umanità intera; ora Maria diventa l’inizio e la madre di tutti i credenti nel Figlio suo.

Maria appare ora nella sua nuova funzione materna, quella di essere la madre di tutti i fedeli, simbolo della Chiesa che genera nuovi figli e fratelli al Padre e a Cristo e li protegge dal drago del male, come si dirà in un passo dell’Apocalisse, almeno nella rilettura mariologica della tradizione cristiana (l’autore dell’Apocalisse forse allude alla Chiesa o alla comunità fedele del popolo di Dio): «Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bimbo appena nato. Essa partorì un figlio maschio…» (12,4-5). La «donna» Maria, nuova Eva, sta quindi vivendo l’«Ora» del suo Figlio come sua «Ora»: il Cristo, soffrendo e morendo, genera la salvezza; Maria, soffrendo e perdendo tutto, diventa madre della Chiesa.

Infatti, la seconda dichiarazione di Gesù morente presenta a Giovanni, il discepolo amato, simbolo dei credenti, la sua madre spirituale: «Ecco tua madre!». È curioso notare che nella trentina di parole che compongono l’originale greco del brano giovanneo (19,26-27) per ben cinque volte si ripete il vocabolo mêter, «madre». In questa luce potremmo condividere l’interpretazione di sant’Ambrogio che vedeva in Maria ai piedi della croce il mistero della Chiesa e nel discepolo amato il cristiano, figlio della Chiesa. Nel profilo di Maria si intravedono i lineamenti della Chiesa che genera figli modellati sul Cristo.

Dopo aver ascoltato queste ultime parole del Cristo a loro riservate, Maria e il discepolo scendono dal Calvario. L’evangelista, però, ci lascia un’ultima, piccola indicazione riguardante i due attori della scena prima descritta: il discepolo «accoglie con sé» Maria. Questa annotazione è stata spesso interpretata come una semplice notizia di cronaca: il termine greco usato per descrivere questo «avere con sé» Maria da parte del discepolo amato è ìdia, che può significare anche «casa, proprietà, patria». È possibile, allora, intendere come fanno alcune versioni che il discepolo amato «prese nella sua casa» Maria.

Questa interpretazione, che è presente in sant’Agostino, in san Tommaso d’Aquino ma anche in un famoso esegeta come Marie-Joseph Lagrange (1855-1938), legge in tutta la vicenda e soprattutto nel suo sbocco finale una manifestazione di pietà filiale. Il figlio morente Gesù si preoccupa del futuro di sua madre e la affida all’amico più caro, il discepolo amato, perché se ne prenda cura come se fosse la propria madre. È fiorita da questa lettura la tradizione popolare secondo cui Maria avrebbe seguito Giovanni in Asia Minore e sarebbe morta a Efeso.

Ancor oggi a otto chilometri dalle celebri rovine di Efeso su un monte, in un bosco, si leva una chiesetta collegata idealmente alla residenza efesina di Maria e di Giovanni. L’ipotesi è, però, fragile. La stessa tradizione giovannea efesina può raccordarsi all’Apostolo in senso indiretto, ossia attraverso un riferimento al suo patronato, valorizzato dai fondatori di quella e delle altre Chiese dell’Asia Minore. Perciò, rimarrebbe più attendibile la tradizione gerosolimitana della morte di Maria attestata dall’attuale basilica ortodossa dell’Assunzione posta nei pressi del Getsemani.

In realtà, se noi scegliamo di continuare a conservare il valore di rivelazione di una missione nelle parole di Gesù rivolte alla madre e al discepolo e se ribadiamo la trama dei rimandi simbolici cari al quarto evangelista, ci accorgiamo che la parola greca ìdia può avere un altro valore. Nel prologo del Vangelo, infatti, il termine indica «i suoi», la sua gente, cioè il popolo a cui Gesù apparteneva: «Venne tra i suoi (ìdia), ma i suoi (ìdioi) non l’hanno accolto» (1,11).

E alle soglie della morte di Gesù Giovanni introduce il suo racconto così: «Sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi (ìdioi) che erano nel mondo, Gesù li amò sino alla fine» (13,1). La frase che chiude la scena del Calvario è, allora, carica di una risonanza ulteriore: Maria e il discepolo non avranno tanto la stessa residenza (nota cronachistica secondaria), ma saranno tra loro in comunione di fede e di amore proprio come il cristiano che accoglie e vive in comunione profonda con la Chiesa sua madre. Cristologia, mariologia ed ecclesiologia si intrecciano, quindi, intimamente ai piedi della croce di Gesù. Per sintetizzare il valore delle parole di Cristo pronunciate sul Calvario ribadiamo che nel discepolo amato, l’apostolo Giovanni, si concentra il volto di tutti i credenti in Cristo, ossia la comunità ecclesiale, i figli generati appunto dalla Chiesa-madre, incarnata in Maria.

di Gianfranco Ravasi

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