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Saremo passati al vaglio come nell’ora della Passione”

Caro Padre Livio,
le scrivo in risposta alla mail inviata da Andrea del Mugello.
Anche se questa mia riflessione non sarà pubblicata, intendo comunicarle il mio pensiero:
Per quanto riguarda il raduno dei satanisti a Boston, credo che rappresenti una manifestazione evidente del “potere di distruzione e di morte con cui satana ha visitato la terra”. Sono espressioni usate dalla Madonna nel messaggio del 25 febbraio scorso, all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina.
Questo potere di morte, che è anche un potere di seduzione si sta concretizzando anche con manifestazioni di massa, come sta avvenendo appunto a Boston.
Boston è la città, dove vive il veggente Ivan di Medjugorje, come lei ha giustamente evidenziato. E forse in futuro comprenderemo meglio il motivo del raduno proprio in quella città.
Questo evento rievoca nella mia mente il momento della Passione di Gesù. In quei giorni, in un contesto di odio infernale, la folla istigata dal maligno, urlava contro il Figlio di Dio: Crocifiggilo!”. E la folla rispondeva (anche lì un grande raduno): “Vogliamo Barabba!”
La mistica Suor A. K. Emmerich annota nel suo libro “la Passione del Signore” che l’urlo della folla rimbombava in tutta Gerusalemme, ed incuteva una tale paura, che lo stesso Pilato si spaventò. La gravità di questa manifestazione la si può comprende alla luce delle parole di Maria: “Questo mondo non vuole Dio”.
A mio parere, il corso degli eventi potrebbe subire in breve tempo un’accelerazione in senso anticristico, e questo potrebbe condurre l’umanita alla resa dei conti.
Mi scusi se mi sono dilungato nel discorso, ma ci tenevo ad esporle il mio pensiero. Saremo passati al vaglio da satana, per permissione divina, proprio come avvenne nell’Ora della Passione.
È giunto il momento della resistenza e della testimonianza della fede.
Un grazie di cuore a lei, Padre Livio, e a tutta la famiglia di Radio Maria.
Ave, Maria!
Donato da Milano.
Caro Donato,
condivido molto di questa tua riflessione, in particolare quando affermi che, per permissione divina, saremo passati al vaglio come nell’ora della Passione.
Infatti, nel messaggio del 25 Febbraio 2023, la Madonna lo dice chiaramente: “In questo tempo di grazia satana vuole sedurvi e voi, figlioli, guardate mio Figlio e seguitelo verso il Calvario nella rinuncia e nel digiuno”.
Di quale seduzione si tratta? Di quella stessa che emerge dalle tentazioni di Gesù nel deserto, quella di un messianismo terreno, col quale satana chiede l’adorazione.
Non escludo, in questa prospettiva, una accelerazione della situazione in senso anticristico, quando l’umanità, sull’orlo dell’autodistruzione, cercherà la salvezza in un nuovo “Barabba” (l’Anticristo),il brigante di turno al servizio delle Porte dell’inferno.
Si scatenerà la persecuzione contro la Chiesa? Ben venga! Abbiamo forse paura di seguire Cristo sulla via del Calvario fino al “Consummatum est”? ( Tutto è compiuto).
Il tempo della Passione è stato un tempo di grazia, come lo è l’attuale, perché le potenze del male, che vogliono consegnare il mondo a satana, sprofonderanno nell’abisso.
“Voi siete la mia speranza” ha detto la Madonna nel messaggio-chiave del 25 Gennaio 2023. Siamo necessari perché Lei possa realizzare il suo piano di salvezza. Facciamo di tutto per non deluderla.
Ave Maria
Padre Livio
DALLE RIVELAZIONI PRIVATE DI MARIA SANTISSIMA
A MARIA VALTORTA

« Io, Maria, ho redento la donna con la mia Maternità divina. Ma non fu che l’inizio della redenzione della donna, questo. Negandomi ad ogni umano sponsale col voto di verginità, avevo respinto ogni soddisfazione concupiscente meritando grazia da Dio. Ma non bastava ancora. Perché il peccato d’Eva era albero di quattro rami: superbia, avarizia, golosità, lussuria. E tutti e quattro andavano stroncati prima di sterilire l’albero dalle radici.
Umiliandomi sino al profondo, ho vinto la superbia. Mi sono umiliata davanti a tutti. Non parlo della mia umiltà verso Dio. Questa è dovuta all’Altissimo da ogni creatura. L’ebbe il suo Verbo. La dovevo avere io, donna. Ma hai mai riflettuto quali umiliazioni dovetti subire, e senza difendermi in nessuna maniera, da parte degli uomini? Anche Giuseppe, che era giusto, mi aveva accusata nel suo cuore. Gli altri, che giusti non erano, avevano peccato di mormorazione verso il mio stato, e il rumore delle loro parole era venuto come onda amara a frangersi contro la mia umanità. E furon le prime delle infinite umiliazioni che la mia vita di Madre di Gesù e del genere umano mi procurarono. Umiliazioni di povertà, umiliazioni di profuga, umiliazioni per rimproveri di parenti e amici che, non sapendo la verità, giudicavano debole il mio modo d’esser madre verso il mio Gesù fatto giovane uomo, umiliazioni nei tre anni del suo ministero, umiliazioni crudeli nell’ora del Calvario, umiliazioni fin nel dover riconoscere che non avevo di che comperare luogo e aromi per la sepoltura del Figlio mio.
Ho vinto l’avarizia dei Progenitori rinunciando in anticipo di tempo alla mia Creatura.
Una madre non rinuncia mai che forzatamente alla sua creatura. La chiedano al suo cuore la patria, l’amore di una sposa, o Dio stesso, ella recalcitra alla separazione. È naturale. Il figlio ci cresce in seno e non è mai reciso completamente il legame che tiene la sua persona congiunta alla nostra. Se anche è spezzato il canale del vitale ombelico, resta sempre un nervo che parte dal cuore della madre, un nervo spirituale e più vivo e sensibile di un nervo fisico, il quale si innesta nel cuore del figlio. E si sente stirare sino allo spasimo se l’amore di Dio o di una creatura, o le esigenze della patria, allontanano il figlio dalla madre. E si spezza lacerando il cuore se la morte strappa un figlio ad una madre. Ed io ho rinunciato, dal momento che l’ho avuto, al Figlio mio. A Dio l’ho dato. A voi l’ho dato. Io, del Frutto del mio seno, me ne sono spogliata per riparare al furto di Eva del frutto di Dio.
Ho vinto la golosità, e del sapere e del godere, accettando di sapere unicamente ciò che Dio voleva sapessi, senza chiedere a me o a Lui più di quanto mi fosse detto. Ho creduto senza investigare. Ho vinto la golosità del godere, perché mi sono negata ogni sapore di senso. La mia carne l’ho messa sotto ai piedi. La carne, strumento di Satana, l’ho confinata con Satana sotto al mio calcagno per farmene scalino per avvicinarmi al Cielo. Il Cielo! La mia mèta. Là dove era Dio. L’unica mia fame. Fame che non è gola ma necessità benedetta da Dio, il quale vuole che appetiamo di Lui.
Ho vinto la lussuria, la quale è la golosità portata all’ingordigia. Perché ogni vizio non frenato conduce ad un vizio più grande. E la golosità di Eva, già riprovevole, la condusse alla lussuria. Non le bastò più il darsi soddisfazione da sola. Volle spingere il suo delitto ad una raffinata intensità, e conobbe e si fece maestra di lussuria al compagno. Io ho capovolto i termini e, in luogo di scendere, sono sempre salita. In luogo di far scendere, ho sempre attirato in alto, e del mio compagno, un onesto, ho fatto un angelo.
Ora che possedevo Iddio e con Lui le sue ricchezze infinite, mi sono affrettata a spogliarmene dicendo: “Ecco, sia fatta per Lui e da Lui la tua volontà”. Casto è colui che ha ritenutezza non solo di carne, ma anche di affetti e di pensieri. Io dovevo esser la Casta per annullare l’Impudica della carne, del cuore e della mente. E non uscii dal mio ritegno dicendo neppure del mio Figlio, unicamente mio sulla Terra come era unicamente di Dio in Cielo: “Questo è mio e lo voglio”.
Eppure, non bastava ancora per ottenere alla donna la pace perduta da Eva. Quella ve la ottenni ai piedi della Croce. Nel veder morire Quello che tu hai visto nascere. Nel sentirmi strappare le viscere al grido della mia Creatura che moriva, sono rimasta vuota di ogni femminismo: non più carne ma angelo. Maria, la Vergine sposata allo Spirito, morì in quel momento. Rimase la Madre della Grazia, quella che vi ha dal suo tormento generata la Grazia e ve l’ha data.
La femmina che avevo riconsacrata donna la notte del Natale, ai piedi della Croce acquistò i mezzi di divenire creatura dei Cieli. Questo ho fatto io per voi, negandomi ogni soddisfazione anche santa. Di voi, ridotte da Eva femmine non superiori alle compagne degli animali, ho fatto, sol che lo vogliate, le sante di Dio. Sono ascesa per voi. Come feci con Giuseppe, vi ho portate più in alto. La roccia del Calvario è il mio monte degli Ulivi. Da lì presi il balzo per portare ai Cieli l’anima risantificata della donna insieme alla mia carne, glorificata per aver portato il Verbo di Dio e annullato in me anche l’ultima traccia di Eva, l’ultima radice di quell’albero dai quattro venefici rami e dalla radice confitta nel senso, che aveva trascinato alla caduta l’umanità e che fino alla fine dei secoli e all’ultima donna vi morderà le viscere. Da là, dove ora splendo nel raggio dell’Amore, io vi chiamo e vi indico la Medicina per vincere voi stesse: la Grazia del mio Signore e il Sangue del Figlio mio ».
(Maria Valtorta – Il Vangelo come ni è stati rivelato – Vol 1 – Cap 29 – 7.12)
DALLE RIVELAZIONI PRIVATE DI MARIA SANTISSIMA
A SANTA BRIGIDA DI SVEZIA

«Io sono la Regina del cielo, la Madre di Dio… Da quando, all’inizio dell’infanzia, conobbi il Signore, fui sempre attenta e timorosa per la mia salvezza e la mia obbedienza a lui.
Quando seppi che Dio era il mio creatore e il giudice di tutte le mie azioni, l’amai intimamente; in ogni momento temetti di offenderlo con le mie parole e le mie azioni.
Poi, quando seppi che aveva dato la legge e i suoi comandamenti al popolo, e che con essi aveva compiuto molte meraviglie, decisi risolutamente nella mia anima di non amare altri che lui; e le cose del mondo mi davano grande amarezza.
Quando venni a conoscenza anche del fatto che Dio avrebbe riscattato il mondo e sarebbe nato da una Vergine, mi sentii commossa e animata da così tanto amore nei suoi confronti, che pensavo solo a lui e non desideravo altri che lui.
Mi allontanai il più possibile dai discorsi di tutti i giorni, e dalla presenza di genitori e amici; diedi ai poveri tutto ciò che avevo, e tenni per me solo un abito semplice e poche cose per vivere. Non mi piaceva nulla che non fosse Dio.
Nel mio cuore nutrivo il desiderio incessante di vivere fino al giorno della sua nascita, per meritare di essere la serva della Madre di Dio, sebbene non mi ritenessi degna di ciò.
Dentro di me feci voto di rimanere vergine, se ciò era gradito a Dio, e di non possedere nient’altro al mondo. Ora, se la volontà di Dio fosse stata diversa, avrei desiderato che fosse fatta la sua volontà, non la mia, perché temevo che egli non potesse e non volesse niente che fosse utile per me; per questo, dunque, mi rimisi alla sua volontà.
Poiché si avvicinava il tempo della presentazione delle vergini al Tempio, secondo la legge, che i miei genitori rispettavano, venni presentata con le altre fanciulle; dentro di me pensavo che nulla fosse impossibile a Dio; e poiché egli sapeva che non desideravo né volevo altri che lui, poteva conservarmi nella verginità, se ciò gli era gradito; diversamente, che fosse fatta la sua volontà.
Dopo avere udito al Tempio ogni disposizione ed essere tornata a casa, bruciavo ancora di più dell’amore di Dio, ed ogni giorno ero accesa da un nuovo fuoco e da nuovi desideri di lui. Per questo mi allontanai più del consueto da tutti, rimanendo sola giorno e notte, con il grande timore che la mia bocca dicesse e che le mie orecchie udissero qualcosa contrario all’amore di Dio, o che i miei occhi vedessero qualcosa di delizioso.
Temevo, inoltre, che il mio silenzio mi impedisse di esprimere quello che invece dovevo dire, ed ebbi cura di non fare quest’errore; essendo così turbata nel mio cuore e riponendo ogni mia speranza in Dio, d’un tratto mi ricordai di pensare all’immensa potenza divina, al modo in cui gli angeli e tutto il creato lo servono, e a quanto la sua gloria sia ineffabile e infinita. In estasi, vidi tre meraviglie:
un astro, ma non come quello che splende in cielo; una luce, ma non come quella che brilla nel mondo; e sentii un profumo, ma non come quello delle erbe o di qualche sostanza aromatica, bensì soavissimo e ineffabile, un profumo di cui fui colma; ed ebbi un fremito di grande gioia.
A quel punto, udii una voce profonda, ma non era una voce umana; e, dopo averla sentita, ebbi il timore che fosse stata un’illusione. D’improvviso mi apparve un angelo, simile a un uomo bellissimo, ma non di carne, che mi disse: «Ti saluto, piena di grazia…».
Dopo averne udito le parole, cercai di capirne il significato, o il motivo per cui mi avesse salutato in questo modo, poiché ero persuasa di essere indegna di una cosa simile e di qualsiasi bene mi venisse offerto, ma non ignorai il fatto che nulla era impossibile a Dio, e che egli poteva fare di me ciò che desiderava. Allora l’angelo mi disse per la seconda volta: «Colui che nascerà da te è santo, e si chiamerà Figlio di Dio (cfr. Lc 2); e sarà fatta la sua volontà».
Io non credevo di esserne degna, e non chiesi all’angelo perché o quando si sarebbe compiuto tale mistero; tuttavia, mi informai sul modo in cui sarebbe avvenuto, poiché ero indegna di essere la Madre del Signore, e non conoscevo uomo; come ebbi pronunciato queste parole, l’angelo mi rispose che nulla era impossibile a Dio, e che ogni suo desiderio si sarebbe realizzato. Dopo aver udito l’angelo, provai un immenso desiderio di essere la Madre di Dio, e mi sentii ricolma di un grande amore; la mia anima parlava con uno smisurato amore incomparabile.
Per questo pronunciai le parole: ‘Sia fatta in me la tua volontà’. A queste parole, il Figlio di Dio fu immediatamente concepito nel mio seno; la mia anima avvertì una gioia ineffabile e tutte le membra del mio corpo ebbero un sussulto.
Lo custodivo in me e lo portavo senza dolore, senza pesantezza, senza disagio; mi umiliavo in ogni cosa, sapendo che colui che portavo in me era onnipotente. Quando lo diedi alla luce, lo partorii senza dolore e senza peccato, così come l’avevo concepito, ma con una tale gioia nello spirito e nel corpo che i miei piedi quasi non toccavano la terra.
E così come era entrato in tutte le mie membra con la gioia universale della mia anima, allo stesso modo ne uscì senza ledere la mia verginità, mentre le mie membra e la mia anima trasalivano di gioia ineffabile. Considerando e ammirando la sua bellezza, la mia anima era colma di gioia, poiché sapevo che ero indegna di un simile Figlio. Quando guardavo le sue mani e i suoi piedi nel punto in cui sarebbero stati conficcati i chiodi, poiché avevo sentito che, secondo i profeti, sarebbe stato crocifisso, i miei occhi si scioglievano in lacrime, e la tristezza mi straziava il cuore.
E quando mio Figlio mi vedeva così sconsolata e lacrimosa, si rattristava tantissimo. Ma quando pensavo alla potenza divina, mi consolavo di nuovo, poiché sapevo che Dio voleva ciò e che era opportuno che le profezie si avverassero; allora conformavo la mia volontà alla sua; così il mio dolore si fondeva sempre con la gioia». Libro 1, 9
LA MIA VITA PER LA GOSPA
Cari amici, a intervalli regolari, vi racconto sul Blog la storia delle apparizioni della Madonna a Medjugorje, così come io l’ho vissuta dai primissimi anni fino ad oggi.
Vostro Padre Livio
19. L’eroismo di Vicka nell’accogliere i pellegrini

Quando il Beato Giovanni Paolo II aveva annunciato alla Chiesa la necessità di una nuova evangelizzazione rivolta ai paesi di antica cristianità, immersi nelle tenebre del secolarismo, la “Gospa” aveva già dato inizio alla più capillare ed efficace impresa di apostolato dei tempi moderni. Nell’iniziare a dare i messaggi alla Parrocchia la Regina della pace aveva annunciato il suo obbiettivo fondamentale: “Risvegliare la fede di ogni credente” (30- 4 – 1984).
Le sue parole, che escono semplici e luminose dal suo cuore di Madre, nutrono spiritualmente moltitudini immense, anche grazie agli attuali mezzi di comunicazione, che possono raggiungere ogni persona in qualunque angolo della terra si trovi.
Gli strumenti di questo rinnovato annuncio sono in primo luogo i veggenti, che hanno il compito di testimoniare la presenza di Maria e di trasmettere fedelmente i suoi messaggi. Ognuno dei sei prescelti adempie a questo compito ormai da alcuni decenni, con umiltà e disponibilità, secondo l’indole personale e gli impegni particolari di ogni stagione della vita.
La Madonna stessa ha esortato i suoi “angeli” alla schiettezza della testimonianza, senza paure e senza protagonismi. Chi conosce i veggenti da vicino sa che compiono questa missione manifestando quei tratti di umiltà e di verità che sono il segno impresso dalla Madre di Dio sul loro volto.
Personalmente ho affiancato la veggente Marija nell’accoglienza dei pellegrini nei primi due anni della mia venuta a Medjugorje, spezzettando le mie ferie nel corso dell’anno, e successivamente per molti anni con la veggente Vicka, avendo così la possibilità di constatare direttamente come i veggenti adempiono il loro incarico. Come sacerdote non potevo frequentare una scuola migliore di ortodossia, di sapienza e di carità, che mi ha predisposto al successivo apostolato a Radio Maria.
Non vi è dubbio che la veggente più disponibile nell’accogliere i pellegrini a Medjugorje sia stata fin dall’inizio Vicka, che ha fatto della sua casa natale un centro irradiante dei messaggi della Madonna. Tutto è incominciato nelle prime settimane delle apparizioni, quando la gente arrivava da ogni parte e cercava i veggenti per avere informazioni dirette.
“Ognuno voleva parlare con noi. Chi chiedeva una cosa, chi un’altra. Chi avrebbe potuto rispondere a tutti, benché noi lo avessimo desiderato? Mi è venuta in mente un’idea: sono salita sul balcone. Ho la voce forte e da lì parlavo al popolo” (Vicka).
La nuova evangelizzazione di Maria ha esordito come quella di suo Figlio, che predicava non solo nelle sinagoghe, ma anche nelle piazze e nelle case. Il balcone della casa natale di Vicka, con la scala che lo precede, è divenuto ormai un simbolo universale, che milioni di persone nel mondo conoscono.
Da lì quella straordinaria ragazza, che allora aveva solo diciassette anni, ha annunciato i messaggi della Regina della pace col sorriso sempre sulle labbra, incurante della stanchezza, delle malattie e delle difficoltà. E’ stata sempre presente, anche durante gli anni della guerra, quando incontrava i soldati e li esortava alla moderazione, alla preghiera, alla confessione e alla comunione.
Davanti alla sua casa sono passati milioni di persone da ogni parte del mondo, a ondate sempre più imponenti, tanto da intasare l’intero villaggio di Bjakovici. Posso testimoniare l’ordine, la compostezza, l’ascolto, la preghiera, la commozione, la gioia di ognuna di loro. Maria era misteriosamente presente su quella scala, accanto alla sua serva infaticabile.
La giornata di Vicka incomincia sempre al mattino presto. Anche ora che è sposa e madre di due figli, si alza di buon’ora e sbriga tutte le faccende di casa per essere disponibile per i pellegrini. La sua massima, a cui non viene mai meno, è che tutti quelli che bussano alla sua porta possano entrare.
Ha un notevole senso organizzativo. Dispone gli incontri lungo il corso della giornata dividendoli per gruppi linguistici. Nei mesi di grande afflusso rimane sulla scala dal mattino fino a sera, spesso senza prendere cibo se non alla sera tardi. Il mercoledì e il venerdì si ristora con un po’ di acqua.
Più che la resistenza fisica, umanamente inspiegabile, colpisce la bontà e l’umana partecipazione con cui accoglie e ascolta le persone. Non l’ho mai vista perdere la pazienza, anche con le persone più importune. Guarda negli occhi, ascolta attentamente, trasmette pace.
A un pellegrino che le chiedeva quale fosse per lei il messaggio più bello della Madonna, ha risposto dicendo che era la pace. Ma lo ha fatto mettendo la mano sul cuore come se gustasse tutta la dolcezza di questo dono celeste.
Molti pellegrini le lasciano dei bigliettini o delle lettere da presentare alla Madonna durante l’apparizione. Se vi è il sospetto che in qualche busta ci possa essere del denaro, Vicka invita, gentilmente ma fermamente, a portarlo in chiesa.
Dopo aver trasmesso i messaggi ai gruppi, facendoli precedere e seguire dalla preghiera, si sofferma ad ascoltare singole persone e a pregare con i malati, con i quali a volte si intrattiene a lungo, mentre chi attende il suo turno partecipa pregando.
Vicka ripete alla lettera i messaggi della Madonna. Ne ha fatto una silloge, che ne sintetizza i principali, quelli che ha sentito insieme agli altri veggenti o quelli che le ha dato la Gospa personalmente. Col trascorrere degli anni il celeste compendio si è gradualmente arricchito.
Qualcuno si potrebbe meravigliare che, a differenza degli altri veggenti, Vicka ripeta sempre gli stessi messaggi con le stesse parole, senza una elaborazione personale. Questo metodo è tipico della tradizione orale, che è all’origine stessa dei vangeli. Infatti gli evangelisti hanno messo per iscritto, ordinandole secondo i propri criteri, le tradizioni orali su ciò che Gesù aveva detto e fatto
Ciò non significa che Vicka non sia capace di riflessioni personali. Quando parla a tu per tu, o nelle cerchie di conoscenti, dimostra una sapienza di vita stupefacente. I veggenti non sono certi infallibili, neppure quando parlano della Madonna, ma si nota in loro il lavorio interiore della grazia che li aiuta a capire i messaggi e a viverli. Non sono dei semplici registratori delle parole celesti, ma dei testimoni che la Madonna accompagna nella crescita in sapienza età e grazia.
Nell’accoglienza dei pellegrini Vicka è stata aiutata dalla straordinaria pazienza e bontà della sua famiglia. Il padre Pero che, prima di andare in pensione, lavorava in Germania, la mamma Zlata, tre fratelli e tre sorelle. In tutto nove persone alle quali va aggiunta la nonna, che suggerì a Vicka di spruzzare l’apparizione con l’acqua santa.
La famiglia viveva nei primi anni delle apparizioni nella casa dove si affollavano i pellegrini, occupando ogni spazio. La gente, arrivando ad ogni ora del giorno, non di rado anche di notte, non esitava ad entrare in cucina, chiedendo di Vicka. L’assedio era continuo ed estenuante.
Mamma Zlata accoglieva tutti col sorriso, dava informazioni, spesso faceva sedere e offriva un caffè o una bevanda. Con la sua materna accoglienza ha evangelizzato le moltitudini. Chi un domani si darà da fare per la sua causa di beatificazione che ben si meriterebbe? Sappiamo che in cielo ci sono molti santi nascosti, che un giorno potremo conoscere e abbracciare.
Al piano superiore, oltre alla stanzetta dove Vicka accoglieva singolarmente i pellegrini e si raccoglieva in preghiera per l’apparizione quando era malata e non poteva andare in chiesa, vi erano le altre camerette dei genitori e dei fratelli. Avrebbe dovuto essere un posto protetto dalla privacy. Ma come raggiungerle se la scala era stipata di pellegrini?
Ho visto più volte i fratelli di Vicka compiere numeri da circo per salire al piano di sopra, senza mai un gesto di stizza, senza mai protestare, senza mai farsi largo con la forza. Mi sono chiesto come spiegare questo miracolo di accoglienza e di pazienza che si è protratto per decenni. Umanamente parlando non vedevo vantaggi. Al contrario solo seccature. L’unica spiegazione era la disponibilità dell’intera famiglia ad assecondare il piano della Madonna nell’umile servizio, ognuno come poteva.
Nella mia presenza a Medjugorje già a partire dal secondo anno, sono stato ospite della famiglia di Vicka, condividendo la tavola e la vita quotidiana, aiutato anche dallo studio della lingua croata. Ascoltando, osservando e partecipando, ho potuto accertare la verità di un evento straordinario, che le pareti domestiche rendono ancora più eloquente e più credibile.
Tutta la famiglia ha risposto alla chiamata, ognuno facendo la sua parte e pagando un prezzo che non tutti sarebbero disposti a pagare. Anche le famiglie degli altri veggenti hanno risposto con altrettanta generosità. Non sempre è avvenuto così nella storia delle apparizioni.
L’Africa russa vista da Khartoum

di Stefano Caprio Asia News – 30 Aprile 2023
Accordi per una base sul Mar Rosso, forniture di armi a entrambi i contendenti, affari della compagnia Wagner: nella guerra in Sudan Mosca consolida la penetrazione nel continente. Che ha anche il volto del metropolita Leonid, il “cuoco di Kirill”.
In prossimità del disgelo primaverile, e delle fatidiche feste di maggio della Vittoria, l’attesa per la soluzione finale del conflitto in Ucraina sta assumendo sempre più i caratteri del tifo per le grandi competizioni sportive. Offensiva e controffensiva sembrano ormai semifinali e finali di coppa, con trattative di mercato sui nuovi acquisti delle due squadre, missili e carri armati di provenienza dai Paesi dove la guerra è tradizione secolare. E mentre l’ansia dei tifosi si fa sempre più febbrile tra Kiev, Mosca e Bakhmut, ecco che l’attenzione viene distolta da un altro evento di grande portata drammatica, ad altre latitudini, ma sempre relativo agli “sport bellici”: la guerra civile in Sudan, in cui di nuovo imperversa la squadra della Russia, esclusa da tutti i campionati e le Olimpiadi, ma evidentemente in grado di trovarsi da sola tanti campi da gioco sulla scena internazionale.
La nazionale russa della guerra si riproduce nelle tante varianti della compagnia Wagner, la squadra in grado di esibirsi in tutti i continenti, aspirando con il suo cuoco-allenatore Prigožin al titolo di campione del mondo di lotta fraterna tra Oriente e Occidente, ma anche tra nord e sud del mondo. Assemblata con esponenti di tutte le specie criminali, la Wagner si ispira alle mitiche bande dei cosacchi del Don, progenitori di tutti i conflitti dell’Ucraina. In Russia lo sport mercenario ha talmente attecchito, che ogni settimana nasce una nuova Čvk (Častnaja voennaja kompanija, “Compagnia bellica privata”), alcune di formazione regionale o repubblicana, altre finanziate da compagnie statali o private, tanto che la Wagner deve combattere non solo il nemico esterno, ma a volte spara contro gli imitatori, che cercano di sottrarle il predominio territoriale e informativo.
Le prime notizie sulla compagnia Wagner precedono perfino l’inizio del conflitto “ibrido” con l’Ucraina nel 2014; in quello stesso anno era scoppiata anche la seconda guerra civile in Libia, dove i governi e le bande rivali si confrontavano già dalla caduta di Gheddafi nel 2011. I russi videro in questa circostanza un’ottima occasione per inserirsi nei giochi mediterranei, una passione antica delle armate imperiali e bolsceviche, ma anche una grande palestra per addestrare le sue squadre di assalitori, e un buon pretesto per riprendersi almeno in parte quell’Africa tanto cara ai sovietici, e poi finita in pasto ai cinesi.
Nell’ultima settimana la furia dei contendenti nel Sudan ha già provocato mezzo migliaio di morti, terrorizzando la popolazione e le comunità straniere sul territorio, ora in fuga scomposta con ogni mezzo. Tra i generali delle armate regolari sudanesi e le “Forze di supporto rapido” (Rsf) che non vogliono assoggettarsi all’esercito, il banchetto sanguinario sembra proprio l’ideale per le abitudini del cuoco del Cremlino. L’evacuazione dei diplomatici occidentali da Khartoum sta lasciando un vuoto, in cui la Russia si getta con tutta la sua voglia di riempire ogni Paese con le specialità del “mondo russo”, come ha osservato anche il ministro degli esteri finlandese Pekka Haavisto.
Quali sono i veri interessi della Russia in Sudan? Solo due mesi fa, i militari locali hanno acconsentito alla costruzione di una base per la flotta russa nel mar Rosso, snodo cruciale verso tante direzioni, dove accogliere almeno quattro grandi navi da guerra e circa trecento soldati di tutte le armate. Il controllo del canale di Suez, e l’apertura sull’oceano Indiano, lo farebbero diventare in qualche modo un “mar Russo”: non soltanto un’enclave africana, quindi, ma una delle migliori chance per tornare veramente ad essere una superpotenza mondiale. In cambio, i russi si sono impegnati a rifornire il Sudan di armi e di tecnologie militari, come risulta dalle trattative condotte a Mosca da Mohamed Hamdan Dagalo, generale e politico sudanese della tribù Mehriya nel Darfur, vice-presidente del Consiglio Sovrano di Transizione dopo il colpo di Stato del 2019, e membro del Consiglio di sovranità di transizione civile-militare.
Proprio Dagalo guida oggi la contrapposizione delle Forze di supporto rapido all’esercito nazionale, e a ispirarlo era giunto in Sudan il ministro degli esteri Lavrov, ricambiando la visita lo scorso 9 febbraio. Del resto, come afferma il New York Times, il generale era volato a Mosca con un aereo strapieno di lingotti d’oro, accontentando anche la fame di risorse alternative che la Russia prova in questi tempi di sanzioni, e le estrazioni aurifere in Sudan sono un’altra ragione non secondaria per immischiarsi nel conflitto. E proprio qui si staglia molto nettamente la figura di Prigožin.
Il fondatore della Wagner si era già messo d’accordo alcuni anni fa per lo sfruttamento dei giacimenti in Sudan, da affidare alla sua azienda “M Invest”, poi finita sotto le sanzioni americane, ragione per cui le operazioni aurifere sono state prese in carico direttamente dalla Wagner, ufficialmente incaricata della “sorveglianza” dei cantieri. Secondo il politologo e africanista russo Andrej Rudyk, intervistato da Currentime, la visita di Dagalo a Mosca proprio nella fase più violenta del conflitto in Ucraina “dimostra l’ampiezza dei piani militari e para-militari del Cremlino”, che comunque non si limita ad appoggiare le Rsf, ma intrattiene rapporti per forniture militari anche con gli avversari del Consiglio provvisorio guidato da Abdel Fattah Burhan, a cui sono stati consegnati in passato aerei da caccia ed elicotteri. Né gli Usa o la Francia, né altri attori sulla scena internazionale sono in grado di controllare, o tantomeno limitare, il grande mercato bellico della Russia in Sudan, e in diversi altri Paesi africani.
Oltre ai materiali preziosi, la Russia trae vantaggio anche politico, aggiungendo voti favorevoli o neutrali dei Paesi africani alle assemblee dell’Onu, dove attualmente ha la presidenza del Consiglio di Sicurezza, indebolendo così il fronte “occidentale” e dimostrando la centralità di Mosca in una visione del mondo “multipolare”. Inoltre, secondo i dati recenti, il 24% dell’import di cereali e il 20% di idrocarburi dell’intera Africa, la cui popolazione si avvicina progressivamente al miliardo e mezzo di abitanti, viene proprio dalla Federazione russa, a cominciare dall’Algeria, uno dei Paesi più “amichevoli” per il Cremlino. E sullo sfondo, naturalmente, si stagliano le ombre del confronto con il “grande fratello di Pechino”, che ha ereditato buona parte degli affari sovietici nel continente nero.
Infine, l’interesse russo per l’Africa già da un paio d’anni ha assunto anche il carattere solenne e “metafisico” della religione, con l’istituzione dell’Esarcato africano del patriarcato di Mosca, guidato dal metropolita Leonid. Nativo di Stavropol (vicino alle attuali zone di guerra), 55 anni, al secolo Leonid Gorbačev (uno dei pochi a conservare il nome civile nell’ufficio monastico), viene anche chiamato il “patriarca di tutte le Afriche”, assommando all’incarico esarcale anche la diocesi di Klin in provincia di Mosca, dove celebra nella chiesa di Tutti i Santi a Kuliški, sede dell’esarcato africano. Prima della fine dell’Urss ha servito nell’Armata Rossa, congedandosi con il grado di maggiore per poi dedicarsi alla vita ecclesiastica, come accadde a molti soldati sovietici rimasti senza lavoro e senza casa.
Leonid era avvantaggiato da non avere una famiglia a carico, e si dedicò alla fusione spirituale della Chiesa e dell’esercito, diventando uno dei fondatori nel 1997 del Dipartimento sinodale per la collaborazione tra le due istituzioni che custodiscono lo spirito patriottico, in quella che alcuni definiscono la “Ortodossia atomica”. Da allora ha svolto prevalentemente il suo ministero come cappellano e leader spirituale dell’esercito, prima nelle forze di pace dell’Onu in Bosnia-Erzegovina, quindi in varie altre zone, per essere poi nominato capo della missione russa a Gerusalemme, delegato patriarcale per l’Armenia, vescovo russo per l’Argentina e l’America latina e rappresentante della Chiesa russa al Cairo, presso il patriarcato greco di Alessandria, da lui stesso soppiantato oggi come “scismatico” per il suo appoggio all’autocefalia ucraina. Per non farsi mancare nulla, Leonid presiede anche la Commissione patriarcale per il dialogo con la Chiesa malankarese dell’India.
Oggi l’esarcato russo in Africa registra nuove sedi e parrocchie senza interruzione, divise in due grandi diocesi del Nord (31 Stati) e del Sud del continente (23 Stati), con più di un centinaio di sacerdoti africani già inseriti e “rieducati” nelle strutture del patriarcato di Mosca. Le competenze bellico-spirituali di Leonid permettono alla Chiesa di affiatarsi alla perfezione con le tattiche della Wagner, tanto che molti accostano la sua figura a quella dello stesso Prigožin, meritandogli il titolo di “cuoco di Kirill”. Del resto, in Argentina aveva fondato anch’egli una sua compagnia, non militare, ma assistenziale, la “Moral” (Mecenas Orthodoxos Rusos en America Latina), che fu accusata di partecipare a un traffico di stupefacenti quando trovarono una valigia con quasi 400 kg di cocaina alla scuola russa dell’ambasciata di Buenos Aires, dopo di che Leonid fu trasferito ad altra sede.
Ora il finanziamento delle diocesi russo-africane è affidato alle sue iniziative di “mecenate” ortodosso, e come afferma Leonid, al generoso sostegno di “uomini di fede non indifferenti ai destini della Chiesa”, senza che finora sia stato fatto alcun nome ufficiale di questi sponsor. Qualche valigia di lingotti d’oro sudanese può certamente aiutare la conquista militare e pastorale dell’Africa, e attirare l’attenzione di sacerdoti e fedeli africani, e del mondo intero, per l’unica Ortodossia “autentica” universale, il patriarcato del Cremlino.
QUARTA DOMENICA DI PASQUA

Cari amici,
buona Domenica! Che la luce di Cristo Risorto inondi la nostra vita e la ricolmi di luce di e gioia, la luce della Verità e la gioia dell’Amore.
Vi raccomando di santificare la Domenica con la partecipazione alla Santa Messa, per celebrare con la Chiesa il mistero pasquale della morte di Cristo per amore e della Resurrezione a vita nuova.
Se siamo in una situazione di peccato grave, accediamo al Sacramento della Penitenza prima di ricevere l’Eucaristia. Poniamoci come obbiettivo irrinunciabile della nostra vita cristiana di vivere in grazia di Dio.
Oggi la Liturgia ci propone il testo del Vangelo dove Gesù si presenta come il Buon Pastore, che è pronto a dare la sua vita per la salvezza delle sue pecore.
Il buon Pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori in pascoli erbosi, camminando davanti ad esse. Le conduce e le protegge, difendendole dai lupi, dai ladri e dai briganti.
Le pecore si fidano del Buon Pastore e lo seguono, perché conoscono la sua voce e la ascoltano, mentre non seguono gli estranei e fuggono da loro.
Ci sono anche i falsi pastori, che si presentano con le sembianze di agnelli, ma sono lupi rapaci. Sono ladri che vengono per rubare uccidere e distruggere.
Riflettiamo sulla tragedia del nostro tempo durante il quale il ladrone infernale ha decimato il gregge, che non ha saputo riconoscere la voce del drago in chi si è presentato con le sembianze di agnello.
Vostro Padre Livio
Vangelo
Gv 10,1-10
Io sono la porta delle pecore.
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante.
Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori.
E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce.
Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore.
Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
