La mia passione è la politica. Parlo poco delle realtà spirituali, non perché le ritenga meno importanti, ma perché non me ne sento all’ altezza. Posso esprimere qualche considerazione partendo dalla mia esperienza vissuta.
Riguardo al riconoscimento di Medjugorje, di cui lei ha parlato recentemente, e che ho visto scritto nel suo blog, le scrivo le mie riflessioni. Penso che la grande maggioranza dei pastori non tenga in gran considerazione gli eventi. Probabilmente i più aspettano di vedere cosa accadrà, credono sì, che a Medjugorje qualcosa accada, ma forse non si sono mai realmente confrontate con tutto ciò.
Penso sia giusto interrogarsi sui segreti, parlarne, approfondire, aspettarli anche, certamente. Sul fatto però di quanto o come la chiesa istituzionale consideri la cosa francamente non mi aspetterei grandi pronunciamenti o “uscite” pubbliche di rilievo. Dico questo perché è ciò che mi sembra di vedere e sentire.
Ritengo probabilmente interessante la figura del Santo Padre. Ma anche lì sarà il Signore a ispirarlo al momento giusto o a fare sì che partecipi o meno agli eventi che avverranno con proclamazione o non proclamazione dei segreti da parte sua. Penso che Maria ha il suo piano, e non mi sbaglierò di molto se le dico che lo realizzerà coi poveri, con gli ultimi come scritto nelle beatitudini.
Nel momento della passione caro padre tutti hanno abbandonato Cristo, anche Pietro e gli altri apostoli. Ma poi tutti sono diventati protagonisti e testimoni della sua resurrezione. Maria e Giovanni sono i soli sotto la croce. Il Signore ci trovi come quel discepolo che Gesù amava nel momento della prova così che lui dica a sua madre, di noi, questo è tuo figlio e a noi, questa è tua madre.
Lasciamo al Signore, caro Padre, che realizzi il suo piano e che quando risorgerà porti con se tutta la Chiesa verso una nuova Pentecoste (e non dimentichi che dopo la resurrezione i discepoli avevano ancora paura). Per ora non aspettiamoci dei bravo, o dei riconoscimenti, o delle approvazioni, o proclami. Forse non ci saranno ancora per molto tempo.
Parlo così, un po’ troppo diretto, come sempre. Ma con retta intenzione, spero.
La saluto. Grazie per la sua presenza e il suo servizio.
Ave Maria Paolo
Caro Paolo,
grazie per le tue considerazioni piene di buon senso, dalle quali si vede la tua certezza che la Madonna è qui in mezzo a noi e tiene saldamente in mano la drammatica situazione nella quale ci troviamo.
Tuttavia la Madonna ci ha più volte chiamato alla responsabilità, perché il numero delle anime che si salveranno dipenderà molto dalla nostra preparazione spirituale.
Gli apostoli, nonostante i richiami di Gesù, sono arrivati al momento cruciale impreparati. Invece di disporsi alla battaglia litigavano fra loro per il primo posto nel Regno.
Che non accada anche a noi di venire sorpresi e venire travolti dalle astuzie e dalle perfidie del nemico.La Chiesa alla fine trionferà con Maria, ma prima deve salire sul Calvario dove si compirà il suo sacrificio e la sua vittoria.
Tuttavia quanti di noi saranno coraggiosi e perseveranti fino alla fine e quanti invece tradiranno (e apostateranno) nella illusione di salvare la vita?
Per questo coloro che la Madonna ha chiamato per prepararli al tempo delle prove, devono “essere vigilanti nella preghiera e decisi nel bene”.
Non abbiamo idea di quello che ci attende, ma dalla Scritture e della Storia della Chiesa possiamo e dobbiamo renderci conto che abbiamo davanti la più grande battaglia spirituale di sempre, a partire dai giorni della Redenzione.
Tutte le forze dell’inferno si riverseranno sulla terra, ma dal Cielo insieme a Maria verranno in soccorso le moltitudini degli angeli e dei santi.
Usciamo fuori dalla palude maleodorante delle nostre pigrizie, dei nostri calcoli e dei nostri vizi. Disponiamoci alla testimonianza con la preghiera, la rinuncia e una radicale conversione e nobilitiamo la nostra vita schierandoci dalla parte della Croce.
Tanti lo hanno fatto in passato, ma molti di più lo devono fare ora, avendoli la Madonna chiamati a raccolta.
di Francesco Battistini e Milena Gabanelli – Corriere della Sera – 18 Dicembre 2023
Dopo più di due mesi concentrati su Gaza, s’è tornati a parlare di Ucraina. Ma a che punto è la guerra? Quanto è costata in vite e soldi? Fino al 2022, oltre alla Crimea annessa nel 2014, in mano ai separatisti filorussi c’erano solo le province di Donetsk e di Lugansk, ovvero il Donbass: il 7,04% del Paese, circa 42 mila km quadrati.
Il 24 febbraio 2022 doveva essere un’invasione lampo: Putin voleva arrivare fino a Kiev e dopo un mese era già riuscito a conquistare il confine bielorusso, Sumy, Kharkiv, aveva preso Mariupol. L’obbiettivo iniziale di «denazificare» il governo di Kiev era però fallito quasi subito, gli ucraini avevano resistito e a fine 2022 erano riusciti a riprendersi l’area della capitale e di Kharkiv, Kherson e la sponda orientale del fiume Dnipro: in totale 60 mila km quadrati, una regione più grande della Sicilia e della Sardegna messe insieme.
Lo stallo
Il 2023 doveva essere l’anno della controffensiva di Zelensky. La grande rivincita. Invece poco è cambiato e dopo ventidue mesi la guerra s’è congelata. Siamo allo stallo. Oggi Mosca controlla più o meno lo stesso territorio di fine 2022: 100 mila km quadrati, il 17,48%, una porzione che corrisponde all’intera Estonia. Putin s’è tenuto Lugansk, parte del Donetsk, il sud di Kherson e la centrale nucleare di Zaporizhzhia, gran parte del Mar Nero: punta a trasformare il fiume Dnipro in un confine di fatto. Gli ucraini hanno ripreso a fatica Bakhmut e la sponda orientale del Dnipro, combattono per Avdiivka e vogliono fortificare una testa di ponte per arrivare al Mare d’Azov e sfondare in Crimea, riprendendo il controllo del Mar Nero e delle esportazioni di grano bloccate dai russi. La controffensiva però è stata un disastro militare. Negli ultimi sei mesi l’esercito ucraino è avanzato solo di 12 km e ha riconquistato 518 km quadrati, meno della provincia di Lodi.
Il conto delle vittime
Non ci sono cifre attendibili. Mosca minimizza i caduti che sarebbero da 35 a 43 mila, per il Pentagono sono 315 mila con l’80% delle perdite solo nel Donetsk. Kiev copre le cifre col segreto di Stato e fa passare il dato di 17.500 soldati morti, ma per il Pentagono sono almeno 120 mila. Secondo il New York Times, che incrocia diverse fonti incluse quelle Onu e d’intelligence Usa, la guerra sui due fronti, a fine agosto, aveva fatto già più di mezzo milione fra soldati morti, feriti, e vittime civili. Il doppio che nelle tre guerre balcaniche degli anni ’90. E tutto questo per avere una mappa di territori conquistati e difesi pressoché identica a quella di un anno fa.
Le forze russe in campo
Putin ha firmato due decreti di mobilitazione popolare parziale. Dispone di 2,2 milioni di arruolati, ne ha mobilitati 1,320 e ha comunque pronti altri 880 mila riservisti. Combattere in Ucraina conviene economicamente, e non solo ai mercenari di Wagner: un soldato russo guadagna in media 2.135 euro al mese, contro i 560 di un professore universitario. Se il soldato muore alla famiglia arriva l’equivalente di 55.000 dollari (32.500 in caso di ferimento grave).
Non si sa con esattezza quanti russi siano fuggiti all’estero per evitare l’arruolamento: il governo ne ammette 155 mila, ma lo scorso maggio per il governo inglese erano 1,3 milioni. Scappano soprattutto in Georgia, Armenia, Serbia e dove non serve il visto. Il Kazakistan, dopo una prima invasione di disertori, ha ridotto i permessi. La Ue ha ricevuto 17 mila richieste d’asilo politico, ma ne ha accettati solo duemila. Fino al 17 marzo, quando verrà rieletto presidente per la quinta volta, Putin eviterà nuovi reclutamenti ed eventuali proteste: dall’inizio della guerra 5.844 contestatori sono stati arrestati in 60 città. La legge permette allo Zar di farsi rieleggere fino al 2036, quando avrà compiuto 83 anni. Non ha oppositori: il più pericoloso, Aleksej Navalny, è stato imprigionato in Siberia dopo un tentativo di avvelenamento. Dal gennaio 2022 sono almeno 20 gli oligarchi e i manager di Stato morti misteriosamente, dopo essersi messi contro lo Zar: il più famoso è Evgeny Prigohzin, il capo di Wagner. L’ultimo è il presidente di Lukoil Vladimir Nekrasov.
Le forze di Kiev
Gli ucraini sono un terzo dei russi e dispongono di 700 mila soldati. All’inizio della guerra avevano 10 milioni d’arruolabili, anche se l’esercito era fatto solo di 250 mila uomini. Pure qui s’affronta la questione di chi scappa dalla guerra: fra gli 8 milioni di profughi in Europa, ci sono anche 650mila richiamabili. È aumentata la renitenza alla leva, con 200 mila «imboscati» e fenomeni di corruzione. Per questo Zelensky ha cambiato le regole di reclutamento e ha aperto ancora di più alle donne: oggi sono 43 mila (più 40% rispetto al 2021) e sono state ammesse ai ruoli di mitragliere, cecchino e comandante di tank.
Chi sta pagando il conto?
La Commissione europea sostiene che «le sanzioni stanno funzionando». Alla Banca centrale russa sono stati congelati 400 miliardi in riserve valutarie all’estero e, nella sola Ue, i patrimoni sequestrati agli oligarchi amici del Cremlino valgono 228 miliardi di dollari. L’isolamento economico è evidente quanto quello politico: la Russia è esclusa dal sistema Swift che regola i pagamenti bancari internazionali, quasi tutti gli investitori occidentali hanno chiuso le rappresentanze a Mosca, i Paesi europei hanno ridotto drasticamente le importazioni russe di gas e carbone. Embargo sull’export di beni e servizi strategici e all’import di petrolio. E la produzione petrolifera è precipitata: da due milioni di barili al giorno, in ottobre s’è passati a 300 mila. In quasi due anni l’inflazione è rimasta al 6%, ma il rublo ha perso un quarto del suo valore sul dollaro e la Banca centrale di Mosca ha innalzato di due punti (al 15%) il tasso d’interesse.
L’economia di Mosca però sembra tenere: grandi Paesi come Cina, India, Turchia, Messico, Brasile e Sudafrica non hanno aderito al boicottaggio, sostenendo Putin attraverso le triangolazioni. Su Mosca, San Pietroburgo, Kazan e Sochi si può ancora volare da Serbia, Turchia, Bielorussia, Cina, Israele, Emirati arabi, India, Arabia Saudita, Uzbekistan, Dubai, oltre che da quattro Paesi africani: Egitto, Algeria, Marocco e Sudafrica. A perderci però sono anche le economie occidentali: con le sanzioni, dice il Financial Times, la guerra ha bruciato più di cento miliardi di 600 grandi e medie imprese europee che facevano affari a Mosca, senza contare i costi derivanti dall’aumento dell’energia e delle materie prime.
Pedoni davanti al municipio distrutto di Okhtyrka, città di 48 mila abitanti nella regione di Sumy
Spesa militare russa
Secondo l’Economist, la spesa militare annua è di 60 miliardi di dollari, mentre la spesa pubblica è aumentata del 40% e ai russi la guerra costa 67 miliardi di dollari l’anno di deficit pubblico – un 3% di Pil che se ne va per sostenere la produzione, reggere il welfare, mantenere le famiglie che mandano gli uomini al fronte –. Una stima della rivista militare Sofrep, però, parlava già nel 2022 d’un costo complessivo ben più alto: 900 milioni di dollari al giorno. E d’un aggravio per i russi, secondo l’ucraina Kyiv School of Economics, che varrebbe fra l’8 e il 10% del Pil.
Ucraina: quanto costa difendersi
Per Kiev la guerra costa 10 miliardi di dollari al mese. Bisogna però aggiungere tutto quello che è arrivato in aiuti. L’Ue ha finora versato agli ucraini 85 miliardi così ripartiti: 25 in attrezzature tecniche e militari, 60 in finanziamenti. Stando ai tedeschi del Kiel Institute for the World Economy, gli Usa hanno dato 47 miliardi in armamenti e la Gran Bretagna 18. Secondo i conti di Banca mondiale dall’Occidente sono arrivati in totale 17 miliardi mensili, fra armi e sostegno a un’economia che non produce più reddito e in quasi due anni ha bruciato 200 miliardi tra industrie collassate e grandi investitori stranieri che sono scappati. La spesa pubblica ucraina per pagare la pubblica amministrazione, per tenere aperti scuole e ospedali, per far funzionare i trasporti, solo nel 2022 è stata di 75 miliardi: i prestiti occidentali ne hanno coperti 32.
Il prezzo della ricostruzione
Una futura ricostruzione, dice l’Economist, è già stimata oltre i 500 miliardi: Borodyanka, Bakhmut, Ochtyrka, Kupyansk, Kyrylivka sono alcune delle città più distrutte. Oltre alla grande diga di Kakhovka, vanno rimessi in piedi 18 aeroporti, 344 ponti, 25mila km di strade, 426 stabilimenti industriali. Mentre i danni ambientali fin qui prodotti nel suolo, nell’acqua e in emissioni di CO2 sono incalcolabili.
Nuovi aiuti: chi frena e chi ricatta
Negli ultimi due mesi, da quando è riesplosa la crisi di Gaza, le forniture americane a Kiev sono calate del 30%. Il Senato americano sta bloccando una seconda tranche di 61 miliardi e Biden, se dovrà vedersela in campagna elettorale con l’isolazionista Donald Trump, faticherà sempre più a ottenere altri soldi. Zelensky ripete ogni giorno che senza munizioni, missili e F-16 sarà impossibile resistere a lungo. E anche lui, finora leader indiscusso, è criticato in patria per avere ritardato troppo la controffensiva. Gli aiuti europei, dice il Kiel Institute, da agosto sono calati del 90% rispetto al 2022.
Per sbloccare la nuova rata Ue di 50 miliardi invece bisogna fare i conti con i ricatti di Orban che, per ora, ha ceduto sull’adesione dell’Ucraina all’Unione in cambio dei 10 miliardi di Pnrr congelati un anno fa da Bruxelles per violazione dello Stato di diritto. «Di questo Paese – dice – non sappiamo nemmeno quanto sia grande e quanta gente ci viva». Proviamo a ricordarglielo: ha un’estensione di 600 mila km quadrati (quasi il doppio della Germania), 47 milioni di abitanti ed è uno Stato sovrano europeo. Questa mappa è stata deturpata dall’invasione russa.
Caro amico, considera la condizione di inquietudine e di illusoria libertà in cui ti trovi a causa della schiavitù dei tuoi peccati. Attraverso di essi satana ti tiene in catene e ti trascina verso la perdizione eterna. Chiedi a Gesù la luce per uscire dall’inganno e, con la Confessione, cambia radicalmente la tua vita. Quando riceverai l’assoluzione del Sacerdote ti sentirai una nuova creatura.
Vostro Padre Livio
“In verità in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34). La parola di Gesù smaschera il sottile inganno del maligno di presentare il peccato come la realizzazione della propria libertà, mentre i comandamenti di Dio sarebbero una imposizione restrittiva. Già nella madre di tutte le tentazioni, quella del paradiso terrestre, è presente il veleno satanico della falsa autonomia: “Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,5).
L’astuzia di satana sta nell’incitare alla ribellione presentando l’obbedienza come una rinuncia alla propria capacità di pensare e di decidere. Il maligno insinua che chi crede e obbedisce a Dio avrebbe gli occhi chiusi, cioè sarebbe incapace di intendere e di volere, come si usa dire oggi. L’accoglienza della verità rivelata paralizzerebbe l’intelligenza e impedirebbe all’uomo di scalare le vette del libero pensiero. Nel medesimo tempo la sottomissione alla divina volontà priverebbe l’uomo della propria libertà e della possibilità di decidere autonomamente della propria vita.
In questi sofismi il maligno immette molto di suo. Non bisogna dimenticare che il male ha un’origine angelica. Il primo peccato non è quello dei progenitori, ma degli angeli ribelli. Nello scenario del paradiso terrestre, quando la prima coppia è ancora rivestita di grazia e di santità, il male è già presente nella figura ambigua e contorta del serpente. Le sue parole sono frecce avvelenate che spingono l’uomo alla diffidenza e alla ribellione. In quel “diventerete come Dio”, vi è tutta l’arsura satanica di essere dio al posto di Dio. In che modo l’angelo ribelle e i suoi seguaci hanno pervertito se stessi, compiendo quel peccato che è la radice di ogni altro? Domanda fondamentale che ci consente, sulla scia della divina rivelazione, di risalire alla sorgente originaria del male e, per quanto possibile, di coglierlo nella sua essenza.
Quando Dio ha creato gli angeli e li ha costituiti in grazia, essi non hanno sopportato di essere “creature”, cioè dipendenti da Dio e a Lui sottomesse. Hanno pensato che il fatto di “dipendere” e di “obbedire” fosse un limite insopportabile per la loro intelligenza e la loro libertà. Hanno perciò negato la dipendenza e l’obbedienza, illudendosi così di “diventare come Dio”. In questo modo si sono pervertiti e, da angeli buoni che erano, si sono da se stessi trasformati in malvagi (Catechismo C. C. 391). Il male è dunque nato come illusione della creatura di non dipendere dal suo Creatore e come rifiuto di accettare la volontà di Dio nell’orientamento del proprio essere. Alla radice del peccato degli uomini vi è il sofisma di satana che prospetta l’esistenza di Dio e della legge morale come un ostacolo alla realizzazione di sé.
L’uomo, ferito dal peccato originale, porta nella sua carne il virus primordiale del male. Egli fa fatica ad accettare che è una creatura e che il suo status esistenziale è quello della dipendenza. Eppure non è difficile rendersi conto che non ci diamo il nostro essere da noi stessi. Lo riceviamo istante dopo istante come un dono immeritato. Gesù ce lo ricorda con parole che non passeranno mai: “E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?” (Mt 6, 27). Proprio perché è una creatura, e quindi un essere finito, l’uomo non può godere di una libertà assoluta. Non è lui a decidere che cosa è bene e che cosa è male. Le due strade sono già state fissate davanti ai suoi occhi. Lui può scegliere l’una e l’altra, ma di questa sua scelta deve accettare le conseguenze positive o negative.
La libertà creata, sia quella degli angeli come quella degli uomini, ha una caratteristica fondamentale, che invano cercheremmo di modificare. Essa è strutturata in modo tale per cui si realizza quando sceglie il bene e distrugge se stessa quando sceglie il male. Gli uomini concepiscono il libero arbitrio come la facoltà di fare ciò che si vuole. Si tratta però di una rappresentazione non solo parziale ma anche pericolosa. E’ vero che noi siamo liberi di scegliere e non solo fra i prodotti del supermercato. Tuttavia, specie nell’ambito morale, le scelte hanno una conseguenza che pesa sullo stesso esercizio della libertà. Se infatti noi scegliamo per il bene, sentiamo che il libero arbitrio si rafforza e che la volontà tiene saldamente in mano il timone della nostra vita. L’esperienza esistenziale ci dice che l’uomo si realizza nell’osservanza di quella legge morale che Dio ha impresso nella sua ragione. Gesù a questo riguardo ha pronunciato una sentenza inappellabile: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32).
La ragione di fondo per cui l’uomo diviene libero facendo il bene, risiede nel fatto che la libertà umana, anche se limitata, è immagine di quella divina. Dio, per quanto onnipotente, non può fare il male. Se lo facesse negherebbe se stesso come Dio. L’impossibilità di fare il male non limita affatto la libertà divina, che per sua natura è una sola cosa con il bene e la verità. La libertà umana, in quanto immagine di quella divina, è orientata al vero e al bene e in essi si realizza. Più uno avanza sulla via della verità e della santità e più è un uomo libero. Gli uomini più liberi in assoluto sono i santi. Nella loro vita si riflette la bellezza e la grandezza della libertà divina. Non si tratta di affermazioni astratte, in quanto ognuno può verificarne la solidità incontrando persone di questo genere.
Se avanzando lungo la via del bene l’uomo si sente sempre più libero, percorrendo quella del male si ritrova sempre più schiavo. Il male diviene un tiranno che lo domina. L’apostolo Paolo, quando parla di “schiavitù del peccato” (Rm 6,8), fa riferimento a una condizione esistenziale che gli uomini conoscono fin troppo bene. Mentre nell’esercizio delle virtù uno diviene padrone di se stesso, nel cedimento ai vizi e ai desideri dell’io egoistico uno perde la capacità di decidere. Il libero arbitrio viene pian piano risucchiato nella palude del vizio, dalla quale è impossibile uscire senza l’aiuto soprannaturale della grazia. Il peccato toglie la liberta e schiavizza persone. Se i santi fanno l’esperienza della libertà dei figli di Dio, i peccatori al contrario provano sulla loro pelle quanto sia spietata la tirannia dell’inferno.
Tuttavia è sempre possibile la liberazione. Il peccato riduce il libero arbitrio in uno stato agonico. Chi è prigioniero del male non riuscirà mai a liberarsi da solo, anche se lo volesse. La sua è la fatica di Sisifo. S. Paolo ha descritto questa situazione in una pagina immortale della lettera ai Romani: “Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio…Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7, 18-25). Solo la grazia può richiamare il libero arbitrio in vita e, attraverso la fatica dell’applicazione quotidiana al bene, ridargli la capacità di guidare la vita.
In questa prospettiva la Confessione è un momento di grazia che ridona all’uomo la libertà perduta. Infatti, vengono spezzate le catene del peccato con le quali satana ci teneva legati a sé. Dopo l’assoluzione del sacerdote il cuore si sente leggero e in pace. E’ come se una macina da mulino ci fosse tolta dalle spalle. Allora ci si rende conto di quanto fosse illusoria la libertà di fare quello che si vuole. Nel medesimo tempo, sulla via della conversione, si comprende che la libertà, quella vera, che permette all’uomo di guidare se stesso, è una conquista quotidiana. Si comprende anche che l’umile obbedienza eleva la persona ad altezze celesti e che il compimento della volontà di Dio permette di realizzare la propria vita come un capolavoro per l’eternità.
Carissimo Padre Livio, Avevo deciso per un po’ di tempo di non scriverle, per lasciare spazio agli altri (per carattere sono fatto così). Penso che molte persone sentano il bisogno di esprimersi e desiderano ricevere una parola buona. Ma anche perché, da buon ascoltatore di Radio Maria, ho appreso l’importanza del rispetto dei “tempi tecnici” nella comunicazione.
Ma quando ho visto sul blog l’archivio storico di Radio Maria mi ha catturato un’emozione, e non sono riuscito a trattenermi. Attraverso quei fotogrammi ho rivisto il mio passato. Ho passato in rassegna gli anni della mia gioventù: il rientro a casa dal lavoro (in anticipo il venerdì sera) per non perdermi “assolutamente” la catechesi giovanile. Ricordo il fervore di quelli anni. Le varie iniziative, gli incontri con un gruppo giovanile nella mia parrocchia in cui si iniziava a meditare sugli messaggi di Medjugorje, e si prospettava l’idea di un pellegrinaggio in terra bosniaca. Insomma, ci sarebbe tanto da scrivere. Ma io amo la brevità dei discorsi. Pertanto, non mi dilungo oltre. Dico solo una cosa: non so come sarebbe stata la mia vita, senza Radio Maria. Da quando ho incontrato questa “Luce” (accesa dalla Madonna stessa), il mio cammino è stato più bello. Non sono mancate le contrarietà e le sofferenze, ma ho sentito sempre la mano materna di Maria posarsi sulle mie spalle, che mi incoraggiava a riprendere la via. Grazie di tutto cuore a te, Padre Livio, a Roberta, e a tutte le splendide persone che portano avanti questa Radio fantastica. Un abbraccio fraterno a tutti voi. Ave, Maria! Donato da Milano
La mia passione è la politica. Parlo poco delle realtà spirituali, non perché le ritenga meno importanti, ma perché non me ne sento all’ altezza. Posso esprimere qualche considerazione partendo dalla mia esperienza vissuta.
Riguardo al riconoscimento di Medjugorje, di cui lei ha parlato recentemente, e che ho visto scritto nel suo blog, le scrivo le mie riflessioni. Penso che la grande maggioranza dei pastori non tenga in gran considerazione gli eventi. Probabilmente i più aspettano di vedere cosa accadrà, credono sì, che a Medjugorje qualcosa accada, ma forse non si sono mai realmente confrontate con tutto ciò.
Penso sia giusto interrogarsi sui segreti, parlarne, approfondire, aspettarli anche, certamente. Sul fatto però di quanto o come la chiesa istituzionale consideri la cosa francamente non mi aspetterei grandi pronunciamenti o “uscite” pubbliche di rilievo. Dico questo perché è ciò che mi sembra di vedere e sentire.
Ritengo probabilmente interessante la figura del Santo Padre. Ma anche lì sarà il Signore a ispirarlo al momento giusto o a fare sì che partecipi o meno agli eventi che avverranno con proclamazione o non proclamazione dei segreti da parte sua. Penso che Maria ha il suo piano, e non mi sbaglierò di molto se le dico che lo realizzerà coi poveri, con gli ultimi come scritto nelle beatitudini.
Nel momento della passione caro padre tutti hanno abbandonato Cristo, anche Pietro e gli altri apostoli. Ma poi tutti sono diventati protagonisti e testimoni della sua resurrezione. Maria e Giovanni sono i soli sotto la croce. Il Signore ci trovi come quel discepolo che Gesù amava nel momento della prova così che lui dica a sua madre, di noi, questo è tuo figlio e a noi, questa è tua madre.
Lasciamo al Signore, caro Padre, che realizzi il suo piano e che quando risorgerà porti con se tutta la Chiesa verso una nuova Pentecoste (e non dimentichi che dopo la resurrezione i discepoli avevano ancora paura). Per ora non aspettiamoci dei bravo, o dei riconoscimenti, o delle approvazioni, o proclami. Forse non ci saranno ancora per molto tempo.
Parlo così, un po’ troppo diretto, come sempre. Ma con retta intenzione, spero.
La saluto. Grazie per la sua presenza e il suo servizio.
Ave Maria
Paolo.
Caro Paolo,
grazie per le tue considerazioni piene di buon senso, dalle quali si vede la tua certezza che la Madonna è qui in mezzo a noi e tiene saldamente in mano la drammatica situazione nella quale ci troviamo.
Tuttavia la Madonna ci ha più volte chiamato alla responsabilità, perché il numero delle anime che si salveranno dipenderà molto dalla nostra preparazione spirituale.
Gli apostoli, nonostante i richiami di Gesù, sono arrivati al momento cruciale impreparati. Invece di disporsi alla battaglia litigavano fra loro per il primo posto nel Regno.
Che non accada anche a noi di venire sorpresi e venire travolti dalle astuzie e dalle perfidie del nemico.
La Chiesa alla fine trionferà con Maria, ma prima deve salire sul Calvario dove si compirà il suo sacrificio e la sua vittoria.
Tuttavia quanti di noi saranno coraggiosi e perseveranti fino alla fine e quanti invece tradiranno (e apostateranno) nella illusione di salvare la vita?
Per questo coloro che la Madonna ha chiamato per prepararli al tempo delle prove, devono “essere vigilanti e decisi nel bene”.
Non abbiamo idea di quello che ci attende, ma dalla Scritture e della Storia della Chiesa possiamo e dobbiamo renderci conto che abbiamo davanti la più grande battaglia spirituale di sempre, a partire dai giorni della Redenzione.
Tutte le forse dell’inferno si riverseranno sulla terra, ma dal Cielo insieme a Maria verranno in soccorso le moltitudini degli angeli e dei santi.
Usciamo fuori dalla palude maleodorante delle nostre pigrizie, dei nostri calcoli e dei nostri vizi. Disponiamoci alla testimonianza con la preghiera, la rinuncia e una radicale conversione e nobilitiamo la nostra vita schierandoci dalla parte della Croce.
Tanti lo hanno fatto in passato, ma molti di più lo devono fare ora, avendoli la Madonna chiamati a raccolta.
Il 12 dicembre festeggiato il trentennale della Costituzione post-sovietica, approvata da Eltsin. Carta ricondotta da Putin al totalitarismo staliniano, pur senza imporne una nuova a suo nome. Anche nella grande revisione del 2020 (oltre 200 modifiche) resta la farsa della “Russia democratica”. Con il voto del 17 marzo il presidente intende inaugurare “l’anno zero della nuova era”.
Il 12 dicembre in Russia è stato festeggiato il trentennale della Costituzione post-sovietica, approvata da Boris Eltsin nel momento del grande entusiasmo per le riforme democratiche e liberali dei primi anni dopo la fine del regime comunista. In realtà, già in quell’anno le aperture al nuovo sistema economico e politico avevano cominciato ad andare in crisi con la rivolta dei parlamentari, che costrinse Eltsin a bombardare la Casa Bianca moscovita per difendere la “nuova democrazia”; ma la legge fondamentale divenne un simbolo di cambiamento non solo formale, per la costruzione di un futuro che la Russia non aveva mai veramente conosciuto.
Il primo contatto con il “potere del popolo” per i russi era avvenuto quando lo zar “occidentalista” Pietro il Grande: poco più che ventenne, nel 1698 egli volle girare l’Europa con la “grande ambasciata” per visitare i cantieri navali di Danimarca, Olanda e Gran Bretagna essendo attratto dalla costruzione delle navi. A Londra fu accolto calorosamente dal re Guglielmo III d’Orange, primo monarca al mondo a cedere parte dei poteri alla Camera dei Lord, alla cui sessione assistette il giovane zar, spiando da una finestrella. Alla fine, Pietro commentò eccitato che “è molto affascinante quando il popolo dice la verità al suo re, ma tanto poi è lui che decide”. Sulla via del ritorno a Mosca, Pietro volle anche incontrare il filosofo Gottfried Leibnitz, che gli spiegò che doveva costituire il Senato e le altre istituzioni di un vero Stato europeo.
Pietro il Grande portò con sé in patria molte novità, a partire fumo e vodka che gli meritarono la qualifica di “Anticristo” da parte della Chiesa ortodossa, oltre a tecniche navali e architettoniche che volle concentrare nella nuova capitale San Pietroburgo. La “Città di San Pietro”, in suo onore e soprattutto “nuova Roma”, edificata in pochi anni e inaugurata nel 1703, con canali e palazzi simili a Venezia e Copenaghen. Nella “capitale del nord” volle esaltare i simboli della nuova nobiltà russa europeizzata e soprattutto il magnifico palazzo del Senato, in cui sedevano gli oberprokurory, i ministri russi così chiamati secondo gli appunti di Leibnitz. Essi non contavano nulla, tranne il “ministro del Culto” che controllava la Chiesa al posto del patriarca soppresso, l’unico che conservò fino alla rivoluzione il titolo di oberprokuror, detto anche oko gosudarevo, “l’occhio del sovrano”.
L’illusione delle istituzioni democratiche è rimasta tale per i due secoli dell’impero pietroburghese, con un tentativo di istituire un Parlamento, la Duma (“pensamento”) di Stato solo agli inizi del Novecento, pochi anni prima della rivoluzione, senza comunque ottenere risultati credibili. Anche nei mesi che intercorsero tra le due rivoluzioni di febbraio e di ottobre del 1917, dopo l’abdicazione dello zar, i politici russi non riuscirono a mettersi d’accordo per riunire l’assemblea costituente, e iniziare una nuova era democratica. Lo fece Vladimir Lenin agli inizi del 1918, ma siccome l’assemblea vide la sua netta sconfitta nelle votazioni, decise di scioglierla e passare direttamente alla “dittatura del proletariato”, di fatto del partito e dei suoi capi, come aveva capito meglio di tutti il segretario Iosif Stalin.
La Costituzione pseudo-liberale di Eltsin è stata quindi ricondotta da Putin al totalitarismo staliniano, avendo peraltro l’accortezza di non imporne una nuova a suo nome come facevano i leader sovietici, ma di procedere con successive “modifiche e correzioni”. Anche nella grande revisione del 2020, con oltre 200 modifiche, si è voluto rimanere nella farsa della “Russia democratica”, anzi l’unico Paese veramente democratico del mondo, come lo stesso Putin ha ribadito in questi giorni nella conferenza stampa auto-celebrativa, prima dall’inizio della guerra in Ucraina. In verità il testo revisionato nello sfortunato anno del Covid, che aveva offuscato la glorificazione del nuovo zar, è la magna charta dell’ideologia putiniana, e viene chiamata la “Costituzione dell’azzeramento”, in quanto si associa alla ripartenza da zero dei mandati presidenziali ed è premessa del tentativo di consacrazione di Putin alle elezioni del 17 marzo.
Se non scoppierà una nuova epidemia oscura, che comunque i russi vedrebbero come complotto del demonio occidentale, e gli ucro-nazisti non riusciranno a riconquistare la Crimea e il Donbass, come ha assicurato Putin al pubblico adorante con un beffardo sorriso, allora il trentennale post-sovietico verrà finalmente archiviato, proclamando l’anno zero della nuova era. Agli alunni delle scuole russe viene quindi in questi giorni imposto di imparare a memoria gli articoli della Costituzione, il vangelo della superiorità e della vittoria della Russia su ogni nemico, da ripetere durante le “conversazioni sulle cose importanti”, le ore di religione del credo putiniano.
La legge di Mosè-Putin garantisce la libertà di parola, anche se per conoscere qualcosa di diverso dalla propaganda di Stato bisogna saper usare sofisticati sistemi Vpn. Anche la libertà di movimento è funzionale alla missione comune, quindi se una persona serve per fare la guerra, gli si ritira il passaporto per evitare che fugga. La libertà religiosa è garantita al massimo livello, cioè se si crede nella Ortodossia di Stato, e si disgrega scendendo sui gradini delle religioni “meno tradizionali” per disperdersi totalmente nelle inaccettabili “sette distruttive”, come i poveri Testimoni di Geova, di cui oltre 500 languono in galera come “estremisti”.
La carta propone quindi una “democrazia etica”, un nuovo modello di cui la Russia è portatrice per il bene dell’umanità, che assicura la superiorità dei “valori tradizionali” – Dio, Patria, Famiglia e Guerra Santa – contro tutte le degradazioni morali e le devianze sessuali che l’Occidente voleva inoculare anche nella carne dei russi. Il contagio era arrivato fino all’Ucraina, ma come ha ribadito il supremo garante della costituzione, presto la terra del Battesimo di Kiev verrà definitivamente de-nazificata e riconsacrata. Del resto una delle modifiche approvate nel 2020 stabilisce che il presidente della Russia debba essere residente stabilmente in Russia da almeno 25 anni, mentre quando fu eletto nel 2000 Putin era tornato dalla Ddr solo da una decina d’anni, ma quella Germania sovietica non era un Paese straniero, era una parte del Mondo Russo liberata dai vincitori sul nazismo, e oggi attende la nuova redenzione.
Un difetto già presente nella costituzione eltsiniana del 1993 era l’ambiguità nella definizione dei mandati presidenziali, che non si capiva se dovessero limitarsi a due in assoluto, o solo ai due consecutivi. Così alla fine del secondo mandato, nel 2008, Putin decise di provare la “monarchia dualista”, mettendo sul trono il delfino Dmitrij Medvedev e occupando la poltrona di premier, poi restituita al delfino stesso per i due mandati successivi dal 2012 al 2018, almeno finché il fido “Dimon” non ha ceduto all’ebbrezza del potere fino a sostituirlo con altri figuranti. La modifica “azzerante” del 2020 ha messo fine ai problemi della successione al trono, quelli che impedirono a Pietro il Grande di garantire lo sviluppo dell’impero settecentesco, che s’impantanò nei “regni degli amanti” delle zarine. Almeno fino all’arrivo di Caterina la Grande, tedesca profeticamente “de-nazificata” e russificata più dei russi stessi, che celebrò a fine ‘700 la vera grandezza della Russia invadendo la Crimea e inghiottendo Polonia, Bielorussia e Ucraina, spartite con Austria e Prussia.
Ora non serve più trovare eredi e discendenti: la legge fondamentale stabilisce la continuità del potere “senza separazione né confusione”, come recita il dogma di Calcedonia sull’unione delle due nature di Cristo, nel Concilio (Sobor in russo) in cui la Chiesa universale si attribuì la definizione della “Ortodossia”. Non ci sarà altro che Putin, qualunque sia l’incarnazione e rivelazione, confortata dall’esegesi autentica del patriarcato ortodosso, immune da ogni contagio esterno.
Già nel 1993 l’approvazione della Costituzione non avvenne con un “referendum”, ma fu chiamata “votazione di tutto il popolo”, vsenarodnoe golosovanie, anche se in realtà a votare andò circa il 30%. Ugualmente le prossime presidenziali di marzo non saranno vere elezioni, se non per dimostrare al mondo la superiorità “democratica” della Russia anche e soprattutto in tempi di guerra. L’Ucraina ha infatti deciso di rimandare il voto a tempi più pacifici, e dalle elezioni in Europa e in America si prevedono buone notizie per i russi, dando ad ogni popolo della terra il Putin che attende, o almeno quello che si merita.