"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Ottobre 2023 Pagina 8 di 15

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla risposta al male con il bene

«Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male»
(San Paolo, Lettera ai Romani 12, 21)

Cari amici, questa espressione di San Paolo è molto adatta ai tempi che stiamo vivendo. Bisogna vincere il male con il bene, quanto è vero! Istintivamente pensiamo che davanti al male ricevuto dobbiamo ripagare con la stessa moneta, come se il male fermasse il male. Ma non è così, il male si ferma con il bene.

La realtà è che c’è un solo modo per fermare male ed è il bene. Questa è la grande rivoluzione cristiana, se si risponde al male con il male non si fa altro che aumentare il male perché si crea una concatenazione per cui il male rischia di dilagare nel mondo e avere il sopravvento.

Rispondere al male con altro male significa vendicarsi. Il messaggio cristiano va controcorrente rispetto a questo modo di pensare: al male si risponde con il bene.

Dio, fin dall’inizio, dopo il peccato originale e dopo che Caino ha ucciso Abele, ha cercato di cambiare il cuore degli uomini in modo tale che anche il famoso detto “occhio per occhio, dente per dente” diventasse “rispondere al male con il bene”.  

All’odio si risponde con l’amore; alla violenza si risponde con la mitezza; alla menzogna si risponde con la verità. È questa la via che ci ha insegnato Cristo, è la via che Lui ha vissuto e che ha incarnato in tutta la sua esistenza fino al momento in cui è morto sulla Croce, quando ha supplicato il Padre: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Lungo questa strada l’uomo ha creato una società più vivibile e soprattutto ne ha garantito un futuro. Oggi se rispondiamo al male con il male, o peggio con un male maggiore, significherebbe distruggere il mondo.

Oggi siamo molto interdipendenti e lo siamo al punto che ciascuno di noi, pur nel suo piccolo, è in grado di condizionare la totalità per cui se uno inizia a rispondere al male con il bene crea una barriera per quanto piccola, ma significativa. Il bene è diffusivo di se stesso e crea condizioni per cui il male non riesce a prevalere.

Il grande beneficio, personale e sociale, di rispondere al male con il bene è che migliora la vita di tutti.

Nella fattispecie oggi, in un momento in cui ci sono strumenti più che sufficienti per distruggere il mondo, si rischierebbe l’annientamento se non ci fosse questa diga esistenziale di cuori che chiudono le porte all’odio e le aprono all’amore, alla giustizia, alla verità.

Con la menzogna e con la violenza si viene a creare una interdipendenza. Non mancano poi quelli che accendono micce, appiccano il fuoco e aspettano che l’incendio si propaghi. Seguendo questa strada in pochi anni il mondo diventerà un enorme braciere.

In risposta al male dobbiamo praticare il bene, è l’unico modo per garantire al mondo un futuro rassicurante.

Se al male si risponde con il male, esso stesso sarà la causa della distruzione totale. La sete di vendetta a cosa porta? Il male ha un’identità ben precisa, è opera di satana che è menzognero e omicida fin dal principio, il suo scopo è sempre quello di distruggere, di annientare, di uccidere, di mentire, di seminare zizzania.

Noi stessi, nel nostro piccolo, iniziamo a fare una scelta esistenziale in direzione del bene, dell’amore, della verità, del perdono. Camminiamo sulla strada giusta, restiamo sulla via del Signore. Se non ci fosse una schiera di persone orientata a queste scelte, il mondo si autodistruggerebbe in un secondo.

Chi sceglie la verità, la giustizia, il bene, l’amore, il perdono garantisce la salvezza del mondo, assicura un futuro all’umanità!

Chi scegli l’odio, la menzogna, la vendetta, il male fa in modo che la vita sia un inferno anticipato. Basta aprire i giornali e leggere le notizie di ogni giorno: guerre, violenze, omicidi, torture, ingiustizie a discapito dei più deboli…sono tutte opere del maligno. La via giusta è quella del Signore, la via dell’amore, del perdono, del bene.

Pratichiamo il bene, scegliamo di vivere secondo la volontà di Dio, osserviamo i Suoi Comandamenti, guardiamo all’esempio di Cristo e vivremo un pezzetto di Paradiso qui sulla Terra.

        
Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”

LA BENEDIZIONE DEL CARDINALE ERNEST SIMONI PER GLI ASCOLTATORI DI RADIO MARIA

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LA SPETTACOLARIZZAZIONE DEL MALE

MAURO MAGATTI – Avvenire 18 Ottobre 2023

La spettacolarizzazione del male è una tecnica sistematicamente usata dai gruppi terroristici. Atti atroci, compiuti contro civili inermi, ripresi e fatti circolare come trofei. Con un obiettivo chiaro: lo sfregio del corpo dell’altro come modo non solo per creare un discrimine netto tra l’amico e il nemico, tra chi sta di qua e chi sta di là, ma per umiliare e annichilire chi sta dall’altra parte.

Moltiplicare l’impatto della violenza attraverso il sistema dei media che – dalle televisioni ai social, come è accaduto anche per l’attentatore di Bruxelles con il suo video inneggiante l’Isis – fanno da cassa di risonanza, sfruttando l’ondata emotiva e lo sdegno generati da atti così scioccanti è un modo per allargare l’identificazione attorno a una causa comune, ma anche per radicalizzare il conflitto, qualsiasi conflitto, allontanando qualunque possibilità di mediazione e negoziazione. Da un lato si sfrutta la propaganda politica delle autocrazie amiche, gestita attraverso i media tradizionali (giornali e tv) e dall’altro si amplificano le azioni, tramite la proliferazione incontrollata delle fake news e dei commenti senza filtro rilanciati dai social. Il tutto nell’ipotesi che la spettacolarizzazione della violenza possa costruire il collante per l’identità di un nuovo popolo che dovrebbe ritrovarsi nella volontà di lottare contro “l’oppressore”. Una tecnica che ha trovato nell’attacco della Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 il suo apice di crudeltà e spettacolarità.

Il calcolo però è sempre sbagliato.

Mostrare il male in modo esplicito suscita sgomento e indignazione. Il male non si regge da solo, ma ha sempre bisogno di nascondersi dietro una qualche giustificazione di bene. Quando mostra il suo vero volto – brutale e disumano – esso non può che suscitare un profondo senso di rifiuto. Sono ormai innumerevoli i casi in cui questa strategia si è rivelata fallimentare proprio per chi l’ha pensata.

La violenza mostrata si ritorce regolarmente contro chi l’ha compiuta.

Così il barbaro attacco e le azioni di pura crudeltà

che sono state compiute dagli uomini di Hamas non giovano affatto alla causa palestinese. Al contrario la indeboliscono, minando i pur fragili percorsi di pace che si è cercato di tenere aperti in questi ultimi anni. E a cui, prima o poi, si dovrà tornare.

Colpito al cuore, adesso Israele – comprensibilmente sotto choc – risponde.

Ma c’è da continuare a sperare che la risposta di Israele non si faccia trascinare, come ha scritto anche Edith Bruck – ebrea deportata a Auschwitz e Dachau – nel gorgo della vendetta. La più arcaica delle leggi, quella del taglione, non serve per risolvere i problemi intricati che abbiamo davanti. Al contrario, la sua cecità finisce per rimescolare i torti e le ragioni, in un girone infernale su cui rischia di avvitarsi l’intero pianeta. È la storia che ci insegna che non è questa la via per rendere onore ai tanti ragazzi che sono stati trucidati dall’attacco di Hamas; né tanto meno per risolvere quell’intrico ormai secolare che strozza e avvelena queste terre.

Il punto è un altro. L’attacco di Putin in Ucraina è stato sferrato nel momento in cui gli Stati Uniti avevano abbandonato senza gloria l’Afghanistan. Israele è stato attaccato in un momento di profonda divisione interna. E tutto questo accade quando in giro per il mondo si rafforza la convinzione che il progetto perseguito negli ultimi decenni – andato sotto il nome di globalizzazione – è ormai fallito. E dalle sue rovine sgorgano ora fiotti di odio che rischiano di trascinare il mondo in una spirale distruttiva di cui non si riesce a vedere la fine.

Serve un’altra idea di mondo che non sia quella che oggi si fa strada da tutte le parti, e cioè che le controversie possono essere risolte dallo scontro armato. Dalla guerra.

È questo che vogliono i terroristi e i dittatori, da sempre: trascinare con i loro disegni criminali il mondo intero nella spirale bellica.

Creare caos, distruggere la legalità, suscitare inimicizie, cancellare l’umanità. Il punto solido di resistenza che va cercato sta tra la capacità di non accettare il dilagare della violenza – e quindi respingere questi atti illegali, immorali e inumami – e il riconoscimento della necessità di trovare soluzioni che finora sono mancate per i tanti focolai di tensione che ci sono in giro per il mondo.

Questa capacità spetta alla politica, che è chiamata in causa per immaginare soluzioni laddove fino ad adesso abbiamo fallito. « La politica è l’arte dell’impossibile», diceva Vaclav Havel. E oggi più che mai ne abbiamo bisogno.

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Perché la Madonna non ha parlato della guerra in Medio Oriente

Caro Padre Livio,

in risposta alla lettera della signora Anna Maria 

Volevo esporre alcune riflessioni. Se guardiamo ai messaggi del 2023 la Madonna all’inizio dell’anno ci aveva ben avvisato sui rischi per la pace: “Satana vuole la guerra e l’odio nei cuori e nelle nazioni” noi nella nostra piccolezza forse non siamo andati oltre il pensiero della Russia e dell’Ucraina oggi a rileggere quel messaggio le cose ci appaiono ben diverse. La Madonna non da mai messaggi forti e netti sulla guerra prima che le situazioni si realizzano. Il messaggio in cui ci avvisava che Satana aveva visitato il Mondo col suo potere di odio e distruzione è stato dato il giorno seguente l’invasione della Russia in Ucraina.

Così come quello recentemente dato e Ivan per la pace ha sì data 7 ottobre  ma è arrivato comunque in seguito dell’attacco di Hamas ad Israele. Però se rileggiamo i messaggi dati ai vari veggenti per il 25 giugno 2023 giorno dell”anniversario, la Madonna esorta tutti a pregare per la Pace e a pregare insistentemente perché ha bisogno delle nostre preghiere per realizzare il suo piano.

Gli inviti ci sono stati eccome.

Credo che i messaggi che la Madonna dà adesso sono come un invito, ci lasciano la possibilità di approfondirli e interpretarli nella preghiera, Lei non rivela nulla di preciso perché non è questo il momento ancora. 

Le rivelazioni nette e precise sono un dono del tempo dei segreti. Questo è il tempo della grazia:  nei messaggi sono nascoste verità che possono realizzarsi o meno dipende tutto dalla nostra fede e preghiera e da come rispondiamo. 

È sempre più drammaticamente reale però il messaggio che diede il 25 aprile 1983 “…vi supplico: convertitevi! Voi non potete immaginare ciò che accadrà, né ciò che Dio Padre manderà sul mondo…”

Ave Maria

Veronica 

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Il perché della persecuzione del popolo ebraico

Ascoltandola oggi (17 ottobre) rifletto brevemente sul perché della persecuzione al popolo ebraico che lei ha definito misteriosa.

Ma forse non è misteriosa, anzi è evidente proprio per quello che lei ha spiegato, cioè che noi cristiani non esisteremmo senza il popolo ebraico, senza la Tōrāh, senza Maria, senza Gesù, il Cristo;  affermazioni basate oltre sulle verità di Fede anche sulle verità storiche che condivido pienamente.

L’anticristo si oppone e lotta contro tutto ciò che può portare al trionfo di Dio che,  sia  per gli ebrei che per i cristiani si manifesterà con l’arrivo del Messia o con il suo ritorno.

Il Cristo è dunque l’elemento centrale, non Dio, ma suo figlio, cioè la dimensione incarnata di Dio.

Impedire l’arrivo del Messia o il suo ritorno, quindi la conversione del popolo ebraico, che porterebbe al trionfo di Dio, passa per la persecuzione e il tentativo di distruggere proprio il popolo ebraico.

In unione di preghiera

Suo affezionato 

Leonardo

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🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Perché la Madonna non ha fatto accenni alla guerra?

Carissimo padre Livio,

mi pare strano che una situazione mondiale critica  come quella di oggi non sia stata accennata dalla Madonna nel suo messaggio di Settembre.

Eppure in altre occasioni gli interventi della Regina della pace sono stati puntuali.

Invece, dopo il messaggio di Gennaio non sono stati fatti riferimenti alla guerra.

Lei ha una spiegazione plausibile?

Grazie, caro padre per il suo impegno e il suo fervore.

Anna Maria di Napoli


Cara Anna Maria,

in questi giorni tribolati la Madonna ci ha invitato due volte alla preghiera e al digiuno per la pace attraverso il veggente Ivan.

Anche la Chiesa lo ha fatto con la giornata di oggi.

Invece nel messaggio di Settembre la Madonna ha espresso la sua preoccupazione per il Modernismo che vuole entrare nei nostri pensieri  e rubarci l gioia della preghiera e dell’incontro con Gesù.

Ha anche sollecitato Medjugorje a ritornare al fervore delle origini quando la gente pregava giorno e notte.

Evidentemente la nostra tiepidezza spirituale è la  preoccupazione principale della Madonna.

Sono la fede, la preghiera e l’amore la forza che impedisce a satana di distruggere il mondo e di portare le anime nell’abisso della perdizione.

Ave Maria

Padre Livio

L’Italia, gli ebrei e la nostra memoria perduta

Da molti segni appare evidente che l’antisemitismo non è morto affatto. Che il pregiudizio e l’odio antiebraico sono più vivi che mai. Anche nel nostro Paese.


Ottant’anni fa, in questi stessi giorni, gli italiani non si comportarono tutti allo stesso modo con i compatrioti ebrei, cui i nazisti davano la caccia. Alcuni italiani rischiarono la vita per proteggerli. Altri, per ideologia o per denaro, li vendettero. Un sacerdote bresciano, Giovanni Battista Montini, diede ordine ai seminari e ai conventi romani di nasconderli; preti e frati porsero ai perseguitati le loro tonache e i loro sai. Ma altri italiani fecero irruzione nei seminari e nei conventi, e costrinsero gli ebrei a recitare le preghiere cristiane.

Qualcuno aveva imparato il Padre Nostro e l’Ave Maria; altri ebrei furono scoperti e portati a morire ad Auschwitz. «Un turpe sacrilegio» l’ha definito Andrea Riccardi, in risposta ai relativizzatori e ai contestualizzatori di professione. Perché contestualizzare bisogna sempre; ma ci sono crimini che nessun contesto può giustificare. Crimini che impongono, in ogni luogo e in ogni tempo, una condanna morale.

Siamo certi che questa condanna morale sia oggi unanime? Oppure la memoria della Shoah è come un vaccino che dopo tanto tempo non funziona più, perché gli anticorpi sono tutti morti? Da molti segni appare evidente che l’antisemitismo non è morto affatto. Che il pregiudizio e l’odio antiebraico sono più vivi che mai. Anche nel nostro Paese.

Intendiamoci: criticare il governo di Israele non significa essere antisemiti. Chi sostiene il contrario compie un ricatto morale inaccettabile. Netanyahu è criticato pure in patria, anche se più per la corruzione e la torsione allo Stato di diritto che per la sua politica verso i palestinesi. In realtà, Netanyahu non ha mai creduto nella pace. Vince le elezioni nel 1996, contro gli accordi di Oslo. Torna al potere dopo la malattia di Sharon e il crollo delle speranze, e ci resta prima assicurando che con lui non nascerà mai uno Stato palestinese, poi promettendo l’annessione della Cisgiordania. Il suo sostegno agli insediamenti ha aumentato la tensione. Però è anche vero che Netanyahu non ha mai scatenato una guerra, a differenza dei suoi predecessori laburisti e del successore di Sharon, Olmert, che nel 2006 intervenne in Libano, dove perse la vita Uri Grossman, il figlio di David, il grande scrittore. Semplicemente, Netanyahu si è illuso che la questione palestinese potesse essere rimossa.

Ma non prendiamoci in giro: coloro che sui social giustificano Hamas, quando non esultano apertamente per l’assassinio dei civili ebrei, sanno a malapena chi sia Netanyahu. Da tempo il conflitto israelo-palestinese è entrato nel cono d’ombra dell’opinione pubblica. Quasi nessuno tra coloro che oggi pontificano è mai stato in un kibbutz israeliano o in un campo profughi palestinese. Quasi nessuno ha mai parlato con una madre israeliana o palestinese che ha perso un figlio. Un sacerdote di Orbassano, Carlo Maria Martini, fondò un’associazione proprio per far incontrare i genitori delle vittime, affinché trovassero un senso al loro dolore. Ma agli odiatori tutto questo non importa. Non ne sanno nulla, il che sarebbe anche rimediabile; soprattutto, nulla ne vogliono sapere.

Quello che conta per loro, a parte il narcisismo da talk show o da social, è l’ideologia, e prima ancora l’istinto. Lo mettono anche per iscritto: se gli ebrei sono così odiati, sempre e dappertutto, un motivo ci sarà. Per gli odiatori, in Medio Oriente non ci sono due ragioni contrapposte, e neppure torti inflitti e subìti; c’è solo un nemico da detestare.

Ogni Paese fa storia a sé. In Francia, dove vive una comunità ebraica molto più ampia della nostra, ci sono stati attacchi a scuole, insegnanti, allievi ebrei. La Francia è il Paese del caso Dreyfus e del Vel d’Hiv, il Velodromo d’Inverno dove la polizia di Vichy chiuse gli ebrei parigini: e il responsabile, il collaborazionista René Bousquet, era uno dei migliori amici — mai rinnegato — del primo presidente socialista della Quinta Repubblica, François Mitterrand. Eppure è stato un tribunale francese a condannare Jean-Marie Le Pen, il padre di Marine, per aver definito le camere a gas «un dettaglio della storia». L’Inghilterra non ha una storia di antisemitismo se non marginale, molti ebrei francesi si rifugiarono oltre Manica, ma la sua politica estera è tradizionalmente filoaraba: gli arabi combatterono con gli inglesi durante la prima guerra mondiale, al tempo di Lawrence d’Arabia e Glubb Pascià; e fino al 1948 gli ebrei dell’Irgun e della banda Stern ammazzavano e addirittura impiccavano i soldati britannici. La Germania è divisa, anche a sinistra, tra chi come il cancelliere Scholz è consapevole della macchia incancellabile della Shoah, e chi come il penultimo cancelliere socialdemocratico Schröder sostiene che sia tempo di liberarsi dal senso di colpa; forse anche per questo la Germania ha per la prima volta un partito non anti-nazista al 20 per cento.

In America, nonostante la presenza di un’influente comunità ebraica, l’antisemitismo è esistito eccome, anche tra le élite, da Henry Ford a Joseph Kennedy, il padre di John e Bob. E l’altro giorno il comico Bill Maher ha twittato: «La buona notizia è che l’estrema sinistra e l’estrema destra hanno trovato un terreno comune; la cattiva è che entrambe odiano gli ebrei».

E l’Italia? Dall’antisemitismo noi ci autoassolviamo in nome della nostra asserita bontà: siamo, com’è noto, brava gente. Ed è vero che i nostri nonni vissero le leggi razziali come un’ingiustizia; tuttavia furono applicate. E mentre a Torino, la città meno fascista, Edgardo Sogno passeggiava sotto i portici di via Po con la stella gialla sul petto, gli studenti ebrei venivano cacciati dalle scuole, gli impiegati ebrei della Toro Assicurazioni ricevevano la lettera di licenziamento.

Oggi anche in Italia le estreme si saldano in una curiosa e inquietante alleanza rosso-bruna. Ma l’odio o almeno l’antipatia verso gli ebrei non sono soltanto un fatto ideologico, e neppure politico. Certo, Israele è l’avamposto a Est dell’Occidente, quindi siamo noi; e l’Occidente non ama se stesso. Ma il sentimento anti-ebraico non coincide solo con il sentimento anti-israeliano. Nasce prima e ne prescinde.

Perché molti nostri compatrioti odiano o comunque non amano gli ebrei? Perché gli ebrei sono «diversi»? Perché hanno un’identità talmente definita da sopravvivere a oltre tremila anni di storia e a tante persecuzioni?

Vale la pena ricordarlo: parlare di «razza ebraica» non è solo un abominio, è un errore. Molti ebrei vengono dal Sud Africa, dall’Etiopia, dallo Yemen, dall’Algeria, dalla Libia, dal Marocco; altri dalla Polonia, dall’Ucraina, dalla Russia. Ma l’ebraismo non è soltanto una religione o una cultura. Gli ebrei sono un popolo. Il popolo di Israele, come scrisse Primo Levi, entrava inerme nella camere a gas dei campi di sterminio; ma lo stesso popolo di Israele, come disse il maggiore Yosef Salat, sedeva nella cabina di pilotaggio della prima squadriglia che annientò al suolo l’aviazione egiziana, all’alba della guerra dei Sei Giorni. Nasser voleva distruggere Israele; ne fu distrutto. Il suo successore Sadat con Israele fece la pace, ottenne la restituzione del Sinai, fu ammazzato dagli estremisti islamici; proprio come Rabin, capo di Stato maggiore nella guerra del Kippur e premio Nobel per la pace, fu assassinato da un estremista israeliano.

Il popolo di Israele hanno provato a cancellarlo in ogni modo. Non ci è riuscito Nabucodonosor, non ci è riuscito Hitler; non ci riuscirà Hamas. Paragonare epoche diverse è sempre sbagliato: la storia non si ripete allo stesso modo. «Non ritorna mai più niente, e finalmente accetteremo il fatto come una vittoria» ha scritto Francesco De Gregori. Anche la Chiesa cattolica conosceva l’antigiudaismo; poi venne un prete bergamasco, Angelo Roncalli, a cancellarne ogni traccia. Dopo di lui divenne Papa con il nome di Paolo VI il sacerdote bresciano che aveva salvato centinaia di ebrei romani. E dopo Paolo VI venne Giovanni Paolo II, nato in Polonia — terra che pure conobbe l’antisemitismo e i pogrom —, che per primo visitò la sinagoga di Roma e definì gli ebrei «i nostri fratelli maggiori».

(Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 17 Ottobre 2023)

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