"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Anno: 2022 Pagina 5 di 179

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Le mille luci dell’Ucraina

PAOLA PEDUZZI  24 DIC 2022 –  Il  Foglio

L’Occidente al buio e al freddo poi non c’è restato, l’Ucraina sì: il buio e il freddo sono la conseguenza dell’assalto dell’esercito russo, sono pianificati da Mosca perché durino

Il prezzo del gas è rimasto quello che c’era prima che Vladimir Putin aggredisse l’Ucraina e l’unico paese a rimanere al buio e al freddo a causa della guerra è appunto l’Ucraina. Oggi sono dieci mesi esatti dal 24 febbraio dell’invasione e l’apocalisse energetica che abbiamo temuto in Europa non c’è stata: non possiamo certo dire che la compensazione delle risorse russe sia a buon mercato e anzi dobbiamo dire che la stabilizzazione del prezzo si è avuta grazie a virtuosismi nei risparmi energetici (delle aziende e delle famiglie), a investimenti costosi  in altre fonti energetiche e pure al clima che è stato per buona parte di questi mesi clemente (ora non più). Qui da noi s’intende, perché appunto l’Ucraina di scelte non ne ha: il buio e il freddo sono la conseguenza dell’assalto dell’esercito russo, sono pianificati da Mosca perché durino. Alcune famiglie ucraine si stanno ricongiungendo per il Natale: una mamma ieri è andata alla stazione a prendere i suoi due figli, nella foto hanno tutti gli occhi che luccicano, lei dice che quella è l’unica luce che possono permettersi, ma sconfigge la lontananza. Questa è la differenza gigantesca nel fronte unito delle democrazie contro Putin.

Gli ucraini non possono scegliere, possono solo combattere e resistere, e al buio e al freddo ci sono rimasti soltanto loro. I cosiddetti pacifisti hanno ripetuto per mesi che la resistenza ucraina costava troppo e provocava troppo la Russia, che gli ucraini avrebbero dovuto arrendersi e negoziare frettolosamente con Putin, ammaccato dalle sanzioni ma non piegato, perché il prezzo della guerra sarebbe diventato insostenibile, e noi non avremmo avuto le risorse per sostenerlo. I cosiddetti pacifisti vedono soltanto i costi nostri, che naturalmente ci sono e ci saranno (e saranno alti non perché noi aiutiamo gli ucraini, ma perché Putin distrugge l’Ucraina), e quelli degli ucraini sono costi della guerra, inevitabili, dicono, quando si è dentro un conflitto: non fanno mai i calcoli di quel che accadrebbe se smettessimo di combattere insieme a Kyiv.

Lo ha fatto Anne Applebaum sull’Atlantic in un articolo asciutto e precisissimo: “Proviamo a immaginare per un attimo – scrive – un mondo senza il coraggio degli ucraini, senza le armi degli americani e degli europei, senza l’unità e il sostegno delle democrazie di tutto il mondo”. Ecco come sarebbe, il mondo dei cosiddetti pacifisti: la famiglia Zelensky sarebbe morta, gli emissari di Mosca avrebbero già scelto i loro appartamenti a Kyiv, il paese sarebbe stato conquistato e per gli ucraini sopravvissuti ci sarebbero state campi di concentramento, camere di tortura, galere, per i morti le fosse comuni. Non serve fare sforzi immaginativi distopici: dove i russi sono passati, questo è quello che è successo, come dimostra, se ancora c’è bisogno di prove dell’orrore, la ricostruzione del New York Times di come si è sfogata la ferocia russa sulla strada principale di Bucha. La conquista dell’Ucraina non avrebbe poi saziato l’espansionismo di Putin, che alle porte della Nato e dell’Europa avrebbe alzato la posta e l’aggressività, e i suoi alleati, gli altri regimi, si sarebbero sentiti liberi di procedere alle loro conquiste e di ricorrere alla propria brutalità.

Questo è il calcolo che i cosiddetti pacifisti non fanno: il costo dell’inerzia e dell’impunità. Così come non contano il costo umano di essere sul campo di battaglia, di essere il paese, l’esercito, il popolo che ci difende tutti quanti. Nel giro di pochi giorni Zelensky è stato sul fronte dove si muore per l’attacco russo, a Bakhmut, e sul fronte dove si sostiene la resistenza ucraina e quindi la sicurezza di tutti, a Washington. In entrambe le visite, il presidente ucraino ha parlato della luce, quella che non c’è in Ucraina ma che c’è dentro gli ucraini, la luce della fiducia in loro stessi e nella vittoria. Gli alberi di Natale di molte città occidentali si sono spenti in solidarietà con l’Ucraina, in un gesto simbolico potente, ma ancora una volta: per noi il buio è un attimo, per gli ucraini è il piano mortifero della Russia, come il freddo e la distruzione. Restano, per fortuna di tutti noi, gli occhi dell’Ucraina che luccicano

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Francesco: nella mangiatoia il senso del Natale, Dio è vicino, povero, concreto

Nell’omelia della Messa della Notte di Natale, il Papa invita a guardare la mangiatoia dove nasce Gesù, per far rinascere la fiducia nella sua vicinanza, la carità verso gli ultimi e la speranza “in chi l’ha smarrita” facendo “qualcosa di buono”. E denuncia che gli uomini, “affamati di potere e di denaro, consumano pure i loro vicini, i loro fratelli” nelle guerre

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Per ritrovare il senso del Natale” guardiamo Gesù adagiato nella mangiatoia: un piccolo oggetto, ma il segno “con cui Cristo entra nella scena del mondo”. E che ci dice che a Natale “Dio è vicino, rinasca la fiducia”, Dio è povero, per questo “rinasca la carità” e infine Dio è concreto, e “nel suo nome facciamo rinascere un po’ di speranza in chi l’ha smarrita!”. Prende spunto dalla mangiatoia di Betlemme, Papa Francesco, nell’omelia della Messa della Notte di Natale, per spiegare cosa Dio ci vuole dire in questa Notte santa. Una mangiatoia come quella sulla quale è posta la statua di Gesù Bambino svelata dal diacono dopo il canto della Kalenda, prima dell’inizio della celebrazione.

Per ritrovare il senso del Natale, guardiamo alla mangiatoia

Luca, nel suo Vangelo della natività, lo menziona per ben tre volte, sottolinea il Papa: con Maria, che pone Gesù “in una mangiatoia”; poi gli angeli, che annunciano ai pastori “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”; quindi i pastori, che trovano “il bambino, adagiato nella mangiatoia”. Intorno, a Betlemme “una situazione simile alla nostra: tutti sono presi e indaffarati per un importante evento da celebrare, il grande censimento, che richiedeva molti preparativi. In tal senso, il clima di allora era simile a quello che ci avvolge oggi a Natale”.

“La mangiatoia: per ritrovare il senso del Natale bisogna guardare lì. Ma perché la mangiatoia è così importante? Perché è il segno, non casuale, con cui Cristo entra nella scena del mondo. È il manifesto con cui si presenta, il modo in cui Dio nasce nella storia per far rinascere la storia.”

Il Papa durante l'omelia della Messa della Notte di Natale

Il Papa durante l’omelia della Messa della Notte di Natale

Nella mangiatoia Dio ci parla di vicinanza, povertà, concretezza

E attraverso la mangiatoia, chiarisce Francesco, Dio vuole dirci “almeno tre cose: vicinanzapovertà e concretezza”. Vicinanza, innanzitutto, perché “la mangiatoia serve a portare il cibo vicino alla bocca e a consumarlo più in fretta”. Così può simboleggiare “la voracità nel consumare” dell’umanità: gli uomini, anche oggi, “affamati di potere e di denaro, consumano pure i loro vicini, i loro fratelli. Quante guerre! E in quanti luoghi, ancora oggi, la dignità e la libertà vengono calpestate! E sempre le principali vittime della voracità umana sono i fragili, i deboli”.

Anche in questo Natale un’umanità insaziabile di soldi, potere e piacere non fa posto, come fu per Gesù, ai più piccoli, a tanti nascituri, poveri, dimenticati. Penso soprattutto ai bambini divorati da guerre, povertà e ingiustizia. Ma Gesù viene proprio lì, bambino nella mangiatoia dello scarto e del rifiuto. In Lui, bambino di Betlemme, c’è ogni bambino. E c’è l’invito a guardare la vita, la politica e la storia con gli occhi dei bambini.

Coraggio, Dio ti fa rinascere “dove pensavi di aver toccato il fondo”

Nella mangiatoia “del rifiuto e della scomodità”, prosegue il Pontefice, c’è il problema dell’umanità: “l’indifferenza generata dalla fretta vorace di possedere e consumare”. Cristo nasce lì e in quella mangiatoia “lo scopriamo vicino”, viene “dove si divora il cibo per farsi nostro cibo”. Dio in Gesù “ci fa suoi figli e ci nutre di tenerezza. Viene a toccarci il cuore e a dirci che l’unica forza che muta il corso della storia è l’amore. Non resta distante e potente, ma si fa prossimo e umile”. Si fa vicino, spiega Papa Francesco, “perché gli importa di te”. Dalla mangiatoia ti dice: “Se ti senti consumato dagli eventi, se il tuo senso di colpa e la tua inadeguatezza ti divorano, se hai fame di giustizia, io, Dio, sono con te. So quello che vivi, l’ho provato in quella mangiatoia. Conosco le tue miserie e la tua storia. Sono nato per dirti che ti sono e ti sarò sempre vicino”.

“Coraggio, non lasciarti vincere dalla paura, dalla rassegnazione, dallo sconforto. Dio nasce in una mangiatoia per farti rinascere proprio lì, dove pensavi di aver toccato il fondo. Non c’è male, non c’è peccato da cui Gesù non voglia e non possa salvarti. Natale vuol dire che Dio è vicino: rinasca la fiducia!”

La fredda stalla ci dice che “le persone sono le vere ricchezze”

La mangiatoia di Betlemme ci parla però anche di povertà, continua il Papa. E’ in una fredda stalla, non nel caldo di un albergo, e Gesù nasce lì, attorniato solo da “chi gli ha voluto bene: Maria, Giuseppe e dei pastori; tutta gente povera, accomunata da affetto e stupore, non da ricchezze e grandi possibilità”. Ma queste, commenta Francesco, sono “le vere ricchezze della vita: non il denaro e il potere, ma le relazioni e le persone”. E “la prima ricchezza, è Gesù”. Ma noi, si chiede, “vogliamo stare al suo fianco? Ci avviciniamo a Lui, amiamo la sua povertà? O preferiamo rimanere comodi nei nostri interessi?”

Soprattutto, lo visitiamo dove Lui si trova, cioè nelle povere mangiatoie del nostro mondo? Lì Egli è presente. E noi siamo chiamati a essere una Chiesa che adora Gesù povero e serve Gesù nei poveri.

Religiose alla Messa della Notte di Natale

Religiose alla Messa della Notte di Natale

Non è veramente Natale senza i poveri

E qui il Pontefice cita monsignor Oscar Romero, vescovo santo e martire, nel messaggio pastorale nel quale spiegava che: “La Chiesa appoggia e benedice gli sforzi per trasformare le strutture di ingiustizia e mette soltanto una condizione: che le trasformazioni sociali, economiche e politiche ridondino in autentico beneficio per i poveri”. Non è facile, ammette poi, “lasciare il caldo tepore della mondanità per abbracciare la bellezza spoglia della grotta di Betlemme, ma ricordiamo che non è veramente Natale senza i poveri”. “Fratelli, sorelle – è l’appello di Papa Francesco – a Natale Dio è povero: rinasca la carità!”

Gesù cerca una fede fatta di adorazione e carità, non chiacchiere 

Infine, prosegue, “la mangiatoia ci parla di concretezza. Infatti, un bimbo in una mangiatoia rappresenta una scena che colpisce, persino cruda. Ci ricorda che Dio si è fatto davvero carne”. Gesù, “che nasce povero, vivrà povero e morirà povero – sottolinea il Papa – non ha fatto tanti discorsi sulla povertà, ma l’ha vissuta fino in fondo per noi”. Dalla mangiatoia alla croce, il suo amore per noi è stato tangibile, concreto: dalla nascita alla morte, “non ci ha amato a parole, non ci ha amato per scherzo!”. E dunque, “non si accontenta di apparenze. Non vuole solo buoni propositi”.

Lui che è nato nella mangiatoia, cerca una fede concreta, fatta di adorazione e carità, non di chiacchiere ed esteriorità. Lui, che si mette a nudo nella mangiatoia e si metterà a nudo sulla croce, ci chiede verità, di andare alla nuda realtà delle cose, di deporre ai piedi della mangiatoia scuse, giustificazioni e ipocrisie.

Il Gesù Bambino in san Pietro osservato da una bambina che ha portato l'omaggio floreale

Il Gesù Bambino in san Pietro osservato da una bambina che ha portato l’omaggio floreale

Non lasciamo passare Natale “senza fare qualcosa di buono”

Dio non vuole apparenza, ma concretezza, conclude Francesco. Per questo: “Non lasciamo passare questo Natale senza fare qualcosa di buono. Visto che è la sua festa, il suo compleanno, facciamogli regali a Lui graditi! A Natale Dio è concreto: nel suo nome facciamo rinascere un po’ di speranza in chi l’ha smarrita!”

“Gesù, guardiamo a Te, adagiato nella mangiatoia. Ti vediamo così vicino, vicino a noi per sempre: grazie, Signore. Ti vediamo povero, a insegnarci che la vera ricchezza non sta nelle cose, ma nelle persone, soprattutto nei poveri: scusaci, se non ti abbiamo riconosciuto e servito in loro. Ti vediamo concreto, perché concreto è il tuo amore per noi: Gesù, aiutaci a dare carne e vita alla nostra fede. Amen”

Preghiera in arabo perchè i responsabili “rigettino la violenza”

Nelle cinque preghiere dei fedeli, insieme a quelle in cinese, francese, portoghese e malayalam, l’invocazione, in arabo, al “Padre di tutti, che ama e dona la pace, affinché conceda a quanti hanno responsabilità politiche, sociali ed economiche il coraggio di rigettare la violenza e di costruire l’amicizia tra i popoli”. A portare l’omaggio floreale alla statua di Gesù Bambino, sono 12 piccoli dall’Italia, India, Filippine, Messico, San Salvador, Corea e Congo. Celebrante all’altare, nella Messa presieduta da Papa Francesco, il cardinale decano Giovanni Battista Re. Al termine della celebrazione, è lo stesso Pontefice, in sedia a rotelle, a portare il Bambinello al presepe della Basilica, mentre la schola canta “Tu scendi dalle stelle”.

AUGURI DI BUON NATALE

A TE SIA LODE O CRISTO

Dal sorgere del sole
s’irradi sulla terra
il canto della lode.

Il creatore dei secoli
prende forma mortale
per redimere gli uomini.

Maria Vergine Madre
porta un segreto arcano
nell’ombra dello Spirito;

dimora pura e santa,
tempio del Dio vivente,
concepisce il Figlio.

Nasce il Cristo Signore,
come predisse l’angelo
e Giovanni dal grembo.

Giace povero ed umile
colui che regge il mondo,
nella stalla di Betlem.

Lo annunziano ai pastori
schiere di angeli in festa,
cantando gloria e pace.

A te sia lode, Cristo,
al Padre e al Santo Spirito,
nei secoli dei secoli.

Amen


Cari amici di Radio Maria,

la pace e la gioia del Natale inondino i nostri cuori.

Oggi è un giorno unico nella storia umana, perché il Verbo eternamente generato nel seno del Padre e che si è fatto uomo nel grembo della Vergine Maria, ha fatto il suo ingresso nel mondo.

Gesù è ciò che di più grande, di più bello e di più prezioso abbia mai avuto l’umanità. E’ il nostro Salvatore e Signore. E’ la Via, la Verità e la Vita . E’ il Re del Cielo de della terra.

Esprimiamo la nostra fede nel Bambino di Betlemme, come hanno fatto i Pastori e i Magi, e accogliamo nella nostra vita perché la ricolmi di bellezza e di amore.

Gesù ieri, oggi e sempre.

Vostro Padre Livio

PS: Questa h 21 – in diretta su Radio Maria – lettura e commento del Messaggio della Regina della pace.


Vangelo – Lc 2, 1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

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FILASTROCCA DI NATALE

LA NOTTE DI NATALE

( di Padre  Livio)

-Giuseppe e Maria

nel buio della sera

si affaticano sulla via.

-Una grotta li accoglie

e hanno come giaciglio

un mucchio di foglie

-E’ giunto il momento

stabilito dal cielo

per il mirabile evento.

-Maria si stringe al cuore

Colui che del mondo

è il divin Redentore.

-Nella mangiatoia è deposto,

poiché fra gli uomini

non ha trovato posto.

-Un bue e un asinello

riscaldano col fiato

Il divin Bambinello

-Un coro di “Osanna”

scende dal Cielo

fin sopra la capanna.

-“Pace in terra”!

annunciano gli angeli,

agli uomini sempre in guerra.

-Accorrono i pastori

e portano a Gesù Bambino

in dono i loro cuori.

-Del nostro povero nulla

la dolcissima Maria

farà un dolce culla.

-Tanti auguri Gesù!

Grazie di essere nato

per abitare quaggiù.

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Natale, la festa della semplicità e di un bambino

Davide Prosperi | 23 dicembre 2022

Papa Francesco: anche di fronte a eventi così tragici «siamo chiamati a far fronte alle sfide del mondo con responsabilità e compassione»

Caro direttore, Papa Francesco, nel suo messaggio per la 56a Giornata Mondiale della Pace, invita tutti a lasciare che «Dio trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà». Di fronte al male, alla guerra e alle tante contraddizioni del mondo di oggi, il Santo Padre ci ricorda che «anche se gli eventi della nostra esistenza appaiono così tragici […], siamo chiamati a tenere il cuore aperto alla speranza, fiduciosi in Dio che si fa presente».

Il Natale è sempre stato per tutti, anche per chi non crede, un momento carico di gioia e di speranza. Una speranza che oggi sembra appartenere ormai a un passato lontano nella memoria. Ne rimangono le tracce in un sentimento buono, ma disponibile solo per chi se lo può permettere, finché le cose vanno bene. Ma negli ultimi anni le cose non sono andate troppo bene. Scriveva il sociologo Sergio Belardinelli qualche giorno fa a proposito del Natale: «abbiamo essiccato soprattutto la speranza che qualcosa di veramente nuovo possa fare irruzione nella nostra vita sottraendola al suo torpore». È un’aridità che a nessuno è risparmiata, e quando la vita urge, quando iniziano a bombardare la tua terra o quando perdi ciò che hai di più caro, diventa impossibile restare indifferenti.

Qualche settimana fa Antonio Polito (Sette-Corriere della Sera, 11/11/22) ha raccontato del doloroso funerale di Francesco, un ragazzo figlio di vostri colleghi del Corriere, e della domanda di senso che tale tragedia ha inevitabilmente generato. È la stessa domanda che suscitano le immagini che ci arrivano dalla martoriata Ucraina o dai tanti scenari di conflitto presenti nel mondo. Polito aggiunge tuttavia che l’omelia del sacerdote, intrisa di una viva speranza cristiana, ha «alleviato il peso dal nostro cuore, ha asciugato le lacrime dai nostri occhi, credenti e non credenti». Per poi rammaricarsi: «che guaio che il messaggio cristiano si sia così indebolito nella nostra Italia». Eppure, a ben vedere qual è il messaggio cristiano? Su cosa si poggia questa speranza? Un bambino. È quasi folle a pensarci. La speranza del mondo si regge sulla cosa più fragile e indifesa che possa venire in mente. Paradossalmente, è usando della fragilità di questo bambino che Dio si immischia con la vicenda degli uomini: «Un Dio, amico mio, Dio si è scomodato, Dio si è sacrificato per me. Ecco qui il cristianesimo», scriveva Péguy. L’origine e il senso di ogni cosa, quel Mistero al quale il cuore si rivolge in cerca di risposta alle sue esigenze di verità, giustizia, felicità e amore, si è fatto bambino, è venuto tra noi. Non c’è un annuncio più atteso di questo nella storia di tutta l’umanità. Nessuno, se aperto alla possibilità che esista una risposta a quelle esigenze, può evitare di fare i conti con un tale avvenimento.

Perché Dio, come dice Péguy, si è scomodato? A ben pensarci, non mi viene altra risposta se non questa: per amore. Per una infinita tenerezza verso ogni uomo e ogni donna, verso di te e verso di me. Diceva don Giussani parlando della gioia del Natale: «È amore puro, altruismo puro […]. Il Natale è la festa del bambino – in senso evangelico – cioè della semplicità. […] Questa semplicità non è che il trasparire di quel che siamo al fondo: attesa di un altro». Il Natale ci insegna una semplicità che può essere di tutti, perché rivela la possibilità di un amore puro, divino, dentro la vita quotidiana.

Questo bambino rende nuova ogni cosa e a coloro che lo riconoscono dona una modalità di presenza originale che incontra tutti: «Siamo chiamati a far fronte alle sfide del nostro mondo con responsabilità e compassione», dice il Papa nel messaggio già citato. Fatti oggetto dell’amore di Dio che viene tra noi, tutto cambia. Nasce un’amicizia che non rinnega una virgola dell’umanità di ciascuno, che non risolve il male del mondo, ma è capace di un cammino di bene perché certa (per quel fatto accaduto!) di un destino buono. Un’amicizia certa, e al tempo stesso umile. La vera umiltà cristiana consiste infatti nel lasciarsi provocare dalle domande del mondo per condividerle con «responsabilità» e «compassione». È solo per questa ragione che il cristiano è attratto dal grido di senso che sorge davanti al dolore, alla malattia, al limite; o all’esigenza di voler bene ed essere voluti bene in un contesto in cui il senso di queste parole sembra ormai vaporizzato. Sono tanti gli interrogativi a cui l’uomo di oggi, pur con tutto il suo sapere tecnologico, fatica a trovare risposta, finendo per rifugiarsi in un diritto all’autodeterminazione che trascina la società verso un individualismo sempre più sterile (si pensi alla crisi della natalità). Del resto, come spiegava Romano Guardini, «abbandonato Dio, l’uomo si è fatto incomprensibile a se stesso».

Il Natale, invece, è quell’Avvenimento che tutti attendono: liberarsi dall’autodeterminazione per scoprirsi determinati, cioè affermati, amati, da Colui che cerchiamo fin dal primo vagito che emettiamo appena usciti dal ventre di nostra madre. «Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? Che colmi tutta la terra della tua assenza?», recita un bellissimo verso del poeta Pär La-gerkvist. Quel «Tu» si è rivelato. Qui può davvero consistere il seme di una vera pace. Come consigliava don Giussani ai suoi ragazzi: «Dobbiamo ammettere che è una cosa senza paragone che il cristianesimo dica che Dio è diventato uomo, e permane in mezzo a questa compagnia di amici». Sì, è senza paragone, eppure possibile.

L’autore è Presidente Fraternità di Comunione e Liberazione

Padre Livio – Benedizione dei Bambinelli

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UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla divinità di Gesù Cristo e sulla Santissima Trinità

Cari amici,

siamo all’antivigilia di Natale e vorrei meditare sul mistero centrale della fede cristiana cioè il Verbo che si è fatto Carne. Nelle letture di Natale è descritto l’atto di adorazione dei pastori e dei Magi al Bambino. Quell’atto è riservato a Dio, l’Onnipotente. In questo gesto è racchiuso il mistero della divinità di Gesù Cristo.

San Giuseppe e Maria per primi hanno adorato Gesù Bambino e chi è accorso alla mangiatoia ha imitato quel gesto. Tutti hanno capito che quel Bambino era il Figlio di Dio.

A Natale siamo chiamati a rafforzare la nostra fede dei due misteri principali del Cristianesimo, da cui derivano tutti gli altri. Questi due misteri sono la Santissima Trinità e l’Incarnazione.

La professione cristiana di fede è proprio la proclamazione di questi misteri

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, mori e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti. Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica. Professo un solo Battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Nel Credo professiamo di credere in un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. È la professione di fede trinitaria e nell’Incarnazione che consiste nel riconoscere a Gesù la divinità. L’Io di Gesù non è un io umano, è un Io divino. Gesù stesso nella sua vita ha manifestato la sua divinità quando parlando di se stesso diceva Io sono, inteso come Jahvè, Dio.

Quando gli Apostoli si congedano da Gesù nel momento dell’Ascensione di Gesù, nel Vangelo c’è scritto che si prostrarono, esattamente come si fa con Dio.

Quando la Madonna ci chiede di avere una fede forte, salda e che non vacilla, si riferisce alla fede in Gesù Cristo Figlio di Dio. Verbo del Padre, Seconda Persona della Santissima Trinità, che ha assunto una natura umana con un corpo e un’anima ma con un Io divino.

Noi cristiani riconosciamo in quel Bambino, come hanno fatto Maria, Giuseppe, i pastori e i Magi, il Signore, il Verbo di Dio che si è fatto Carne, il Salvatore del mondo.

Prostriamoci, allora, davanti al Bambino Gesù e adoriamolo. Lui è il Figlio di Dio, è il Signore, è il nostro Salvatore, il Redentore del mondo e porta la pace e la gioia in ogni cuore.

Vi auguro di vivere questo Santo Natale nella fede, nella preghiera, nell’umiltà,
nella purificazione del cuore, nella gioia di essere amati.

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

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