Mese: Settembre 2022 Pagina 14 di 16
Il momento più difficile del cammino spirituale

Caro Padre Livio,
grazie per questo dialogo che ha aperto con gli ascoltatori sul Blog. E’ molto utile e ci fa crescere soprattutto spiritualmente.
Io vorrei introdurre una tematica di vita spirituale, visto che Lei ha scritto molti libri al riguardo. Io personalmente ho letto e riletto il Falsario e il Desiderio di Dio per citarne alcuni.
Vorrei farle una domanda che mi interessa personalmente. Secondo la sua esperienza di vita qual è la difficoltà più grande che uno incontro nel suo cammino di santità?
Alcuni Maestri parlano di periodi di grande aridità spirituale, altri di tenebre interiori fino a sentirsi abbandonati da Dio, altri di tentazioni prolungate e terrificanti.
Secondo Lei qual è il momento nel quale il demonio scatena tutta la sua forza per impedire il nostro cammino?
Grazie per la sua risposta.
Nicoletta di Padova
Cara Nicoletta,
il cammino spirituale è molto personale e ognuno lo vive in un modo assolutamente unico. Lo sappiamo in particolare dalla vita dei santi.
A mio avviso il momento del Getzemani, quello nel quale si suda sangue, è quando si deve decidere la conversione.
Si tratta di una decisione con la quale tagliare i legami del peccato, lasciando il mondo con le sue seduzioni, rinunciando ai nostri vizi e dando inizio a una vita nuova.
E’ una decisione che ognuno coltiva in cuor suo con l’aiuto della grazia, ma alla quale il demonio si oppone con tutte le sue forze.
Il demonio ti assale da ogni parte e cerca di demolirti psicologicamente come ci racconta S. Ignazio di Loyola.
“Come farai a vivere il resto della tua vita senza i piaceri di cui hai goduto fino ad ora?” gli sibilava l’astuta serpe.
Quello è veramente il momento dell’angoscia e del sudore di sangue.
Se arretri il demonio ti incatena più fortemente di prima e rischi di perderti eternamente.
Ma se decidi per Gesù, si apre davanti a te una prospettiva di vita luminosa che mai avresti immaginato.
Ave Maria
Padre Livio
Pensiero Spirituale sui Comandamenti

Cari amici,
in questi ultimi decenni ha soffiato il vento dell’incredulità che ha spazzato via tutto e ora dobbiamo ricostruire i fondamenti della nostra fede.
La fede di molti ora è come un albero che questo vento tempestoso ha sradicato e noi dobbiamo aiutare queste persone a ripiantarlo, annaffiarlo e averne cura affinché torni ad essere rigoglioso.
È un’opera paziente di ricostruzione, d’altra parte il progetto di un mondo senza Dio è satanico e porta distruzione e morte, fallimenti esistenziali, disperazione.
Tante volte la Madonna ci ha esortato a tornare a Dio e ai suoi Comandamenti, in modo particolare nel dicembre 2012 la Regina della pace è apparsa col Bambino tra le braccia e, alla richiesta di Marija del messaggio, Lei non risposte. Si alzò invece Gesù dicendo: «Io sono la vostra pace, vivete i miei Comandamenti».
Gesù è il Signore, che ci riconcilia con Dio e ci esorta a vivere i Comandamenti. Gesù non ha detto “osservate”, ma “vivete”. Per essere cristiani bisogna vivere da cristiani.
I Comandamenti sono stati consegnati su tavole di pietra perché fossero eterni, indistruttibili. Infatti i Comandamenti valgono da sempre e per sempre, la Legge di Dio è sempre la stessa, vale per gli uomini di tutti i tempi.
Con il peccato originale l’anima umana è rimasta offuscata e pertanto era necessaria una Legge morale che desse le indicazioni per vivere cristianamente con Dio e con i fratelli.
I Comandamenti rendono splendente la luce interiore della fede e, attraverso un cammino di purificazione e attraverso la coscienza, risuonano squillanti nel cuore dell’uomo.
Vivere i Comandamenti è certamente di più che osservare.
I Comandamenti di Dio non sono come la legge umana che, pur osservandola, non apporta cambiamenti interiori, rende semplicemente bravi e retti cittadini.
I Comandamenti incidono nell’esistenza profonda. Vivendo i Comandamenti ci si costruisce interiormente come persone. Sono indicatori di strada sulla via della santità, sono le fonti stesse dellasantità.
I Comandamenti costruiscono in noi l’immagine viva di Dio. Vivendo i Comandamenti ci si orienta sempre di più a Dio, gli si diventa più fedeli e si ama di più il prossimo, si diventa persone che vogliono la pace. Vivere i comandamenti significa trasformare noi stessi e diventare come Dio ci vuole, cioè Suoi figli, Sua immagine.
Per vivere bene e non farci travolgere dalle tenebre del mondo basta seguire le parole che Gesù Bambino ha detto quel 25 dicembre 2012: Lui solo è la nostra pace, viviamo i Suoi Comandamenti.
Da: “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”
APOSTOLI DI MARIA

12. “Attraverso gli eventi dei segreti la Madonna ha deciso di cambiare il mondo”
Mirjana in modo particolare, sia nell’intervista molto ampia su Radio Maria, sia nella sua bellissima autobiografia “Il mio cuore vincerà”, ha sottolineato il valore salvifico dei segreti, attraverso i quali, afferma la veggente” la Madonna ha deciso di cambiare il mondo.
Non si tratta di punizioni divine per i nostri peccati, ma piuttosto di eventi catastrofici provocati dall’odio e dalla guerra, dai quali la Divina Misericordia ha deciso di salvarci grazie alle preghiere dei gusti.
“Non posso rivelare molto sui segreti, ma posso dire questo: la Madonna ha deciso di cambiare il mondo. Non è venuta ad annunciare la nostra distruzione, ma per salvarci, e con suo Figlio trionferà sul male” ( Il mio Cuore trionferà, pag. 148)
Infatti la speranza è la prospettiva costante delle profezie bibliche, perché gli interventi divini, anche quando puniscono il male, lo fanno per correggere e per salvare. Questa è anche la prospettiva dei dieci segreti di Medjugorje, che sono un intervento divino orientato alla salvezza.
La presenza di Maria è quella di una Madre animata dalla misericordia e ciò pone un abisso fra le sue parole e i messaggi catastrofici che prolificano nel nostro tempo.
La rivelazione del futuro, che ci viene dal Cielo, va sempre interpretata come un atto dell’amore paterno dell’Onnipotente, anche se si tratta di eventi drammatici. Infatti in questo modo la divina Sapienza ci vuole indicare a quali conseguenze porti il peccato e il rifiuto di convertirsi.
Inoltre offre la possibilità ai buoni di intercedere e di mutare con le loro preghiere il corso degli avvenimenti. Infine, nel caso di impenitenza e di durezza di cuore, Dio dona ai giusti una via di salvezza o, dono ancora più grande, la grazia del martirio.
I dieci segreti di Medjugorje sono una rivelazione riguardo al futuro che rispecchia perfettamente la pedagogia divina. Essi non hanno lo scopo di impaurire, ma di salvare.
Man mano che i tempi si avvicinano la Regina della pace non si stanca di ripetere che non dobbiamo avere paura. “Siate coraggiosi e non temete, perché Dio è con voi” ( 25 Agosto 2022)
Infatti chi si trova nella scia della sua luce è consapevole che lei sta preparando una via di uscita alla trappola infernale, che il maligno ha architettato per trascinare l’umanità negli abissi tenebrosi della disperazione.
Per comprendere la serietà e la credibilità del segreto di Fatima come di quelli di Medjugorje, occorre tenere presente che essi riflettono la struttura fondamentale delle profezie della Sacra Scrittura. In esse Dio, attraverso i suoi profeti, preannuncia un evento che si realizzerà nel caso che cada nel vuoto l’appello alla conversione.
La prospettiva biblica in cui collocare i dieci segreti di Medjugorje ci aiuta a liberarci da un clima psicologico di angoscia e di paura e a guardare al futuro con la serenità della fede.
La Regina della pace sta mettendo mano a un piano mirabile di salvezza, il cui inizio risale a Fatima e che oggi è nel suo pieno svolgimento.
Sappiamo anche che vi è un punto di arrivo che la Madonna descrive come il fiorire di un tempo di primavera. Questo significa che il mondo dovrà prima attraversare un periodo di gelo invernale, ma non sarà tale da compromettere l’avvenire dell’umanità.
Questa luce di speranza che illumina il futuro è certo il primo e più grande dono della divina misericordia. Infatti gli uomini sopportano anche le prove più difficili se hanno la certezza che alla fine avranno uno sbocco positivo.
Il naufrago raddoppia le energie se intravede all’orizzonte il sospirato golfo di luce. Senza prospettive di vita e di speranza gli uomini gettano la spugna senza più combattere e resistere.
Il quadro di insieme che esce dalla descrizione dei segreti, per quello che ci è dato di sapere, è tale da rasserenare gli animi che si lasciano illuminare dalla fede. A un mondo che scivola sul piano inclinato che porta alla rovina, Dio offre rimedi estremi di salvezza.
Certo, se l’umanità avesse risposto ai messaggi di Medjugorje e prima ancora agli appelli di Fatima, le sarebbe stato evitato il passaggio attraverso la grande tribolazione.
Tuttavia anche ora un esito positivo è possibile, anzi è certo. La Madonna a Medjugorje è venuta come Regina della pace e alla fine schiaccerà la testa al drago dell’odio e dell’inimicizia che vuole distruggere il mondo.
Vostro Padre Livio
Cadranno le squame dagli occhi?

Caro Padre Livio,
sono ascoltare di oltre 25 anni di Radio Maria e anche un abituale sostenitore.
Credo veramente che questa Radio, come dice Mirjana nella sua intervista, è stata voluta dal Signore.
Vedo però che la fede sta sempre più scomparendo e mi chiedo che cosa rimarrà di essa fra qualche anno.
Nel frattempo la situazione del mondo è esplosiva a causa dell’imperversare dell’odio e della prepotenza.
Mi chiedo come farà la Madonna a ribaltare la situazione col piccolo gruppo di quelli che la seguono.
Vedo che molte persone, quando parlo loro di Medjugorje, rimangono perplesse.
Direi che non credono che Dio possa intervenire nella storia umana
Lei pensa che accadrà qualcosa che riesca a scuotere il mondo e anche la Chiesa?
Lorenzo di Pistoia
Caro Lorenzo,
Chi ha la grazia di rispondere alla chiamata di Maria deve avere uno sguardo sereno sul futuro.
La presenza quotidiana della Madonna fino al trionfo del suo Cuore Immacolato è un certezza che non deve mai venire meno.
Per il resto non temiamo: la Madonna ha un piano di salvezza che si realizzerà.
Nel tempo dei segreti ognuno dovrà decidere da che parte stare.
E’ come se il mondo e ogni singolo uomo fossero chiamati in giudizio
Credo che a partire dal terzo segreto gli occhi della Chiesa e dell’umanità, volenti o nolenti, si rivolgeranno verso Medjugorje.
Coraggio. Pensiamo a prepararci spiritualmente.
Andiamo incontro a un tempo in cui vedremo la gloria di Dio e la sconfitta del male.
Gli eventi stessi scuoteranno dal sonno e faranno cadere a molti le squame dagli occhi.
Ave Maria
Padre Livio
Shishkin: «Dopo Putin ci sarà un altro zar. La Terza guerra mondiale è iniziata, ma in Occidente nessuno vuole sentirne parlare»

di Mikhail Shishkin. Corriere della Sera- 4 Settembre 2022
Il grande scrittore russo: «I Paesi occidentali cercano di far passare in sordina la guerra in Ucraina, ma lo fanno a loro rischio e pericolo. Il successore di Putin non vorrà fare altro che vincere la guerra contro il mondo»
«In prima pagina, la guerra. Sull’ultima pagina, il cruciverba». Mi torna in mente un passo del mio romanzo «The light and the dark» mentre viaggiavo in treno pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Di fronte a me, un passeggero leggeva il giornale: in prima pagina c’era la guerra, sull’ultima pagina, le parole crociate. Sono passati diversi mesi da allora, e gli orrori quotidiani hanno cominciato a sparire dai titoli dei giornali, malgrado l’intensificarsi degli scontri armati in tutta la loro efferatezza.
In Occidente nessuno vuole più sentir parlare di guerra, la gente è stanca di massacri e solidarietà.
La gente reclama la pace, prezzi stabili, una vita tranquilla e la possibilità di godersi le vacanze.
Non è la prima volta che i miei articoli hanno fatto suonare l’allarme sulle atrocità a venire. Prima dell’annessione della Crimea, ho attinto a una fiaba popolare russa, Teremok, per descrivere il futuro incerto dell’Europa. C’era una volta una casetta tranquilla nella foresta – un teremok – dove diversi animali selvatici vivevano tutti assieme. Un giorno, una rana bussò alla porta. «Toc, toc! Chi abita in questo teremok? Lasciatemi entrare, vorrei vivere anch’io con voi». Gli animali fecero entrare la rana, e tutti si congratularono della vita tranquilla e felice nella loro casetta. Qualche tempo dopo, aprirono la porta a Kyward, la lepre, e a Reynard, la volpe, tanto nel teremok c’era spazio per tutti. Ma poi arrivò Bruin, l’orso, che per quanto si sforzasse, non riusciva ad accomodarsi nel teremok. A un certo punto, montato su tutte le furie, con il suo peso l’orso schiacciò la casetta. E quella fu la fine del teremok, e della fiaba.
Gli avvertimenti lanciati nel recente passato non hanno suscitato nessun allarme. Nel 2014, subito dopo l’annessione della Crimea, scrivevo con ansia crescente che «nel ventunesimo secolo non esistono più le guerre locali, lontane da noi. Ogni guerra oggi è una guerra europea. E questa guerra europea è già cominciata».
Avevo previsto che l’annessione della Crimea, per mano di Vladimir Putin, avrebbe scatenato «un’ondata di patriottismo. Prima o poi quest’ondata è destinata a infrangersi e a quel punto Putin si vedrà costretto a ricorrere a qualche altro stratagemma». Scrivevo già allora come l’instabilità cronica dei Balcani, trascinatasi nel corso degli anni, avrebbe avviato enormi flussi migratori verso i Paesi europei, seguiti da «un’ondata ancora maggiore di rifugiati provenienti dall’Ucraina».
Allora, si era ancora in tempo per fermare l’aggressore. Ma i politici europei hanno preferito chiudere gli occhi davanti alla realtà per guadagnarsi il favore degli elettori. Anche gli elettori volevano la pace, in quei giorni: posti di lavoro, nessun aumento del costo della vita, e vacanze assicurate. Gli analisti russi più esperti e corrotti insistevano che l’Occidente doveva capire la posizione di Putin e fare concessioni.
E oggi siamo arrivati a questo: ci ritroviamo nel bel mezzo di una guerra europea, a fare i conti con un’ondata di profughi senza precedenti in fuga dall’Ucraina, a chiederci come mai i nostri politici sono stati così ciechi. Nessuno ascolta più la voce degli scrittori. L’unica vera lezione che possiamo trarre dalla storia è purtroppo proprio questa, che la storia non insegna mai nulla.
In Germania, migliaia di intellettuali hanno sottoscritto una petizione per chiedere al governo di fermare l’invio di armi all’Ucraina, perché si rischiava di far scoppiare la terza guerra mondiale. «Vogliamo una politica di pace, non la guerra», dichiaravano. Ma la terza Guerra mondiale era già cominciata, nel 2014. Come si fa a porre rimedio alla cecità, se ci si ostina a non vedere?
Oggi ci si chiede: come e quando finirà questa guerra? La guerra contro la Germania nazista non si concluse con la morte di Hitler, bensì con una schiacciante sconfitta militare. Prima o poi la morte di Putin sarà inevitabile, non così la sconfitta della Russia.
La risposta poggia sull’autenticità. Alcuni zar sono veri, altri falsi. Se la Santa Russia allarga i suoi territori e i popoli si inchinano davanti all’autocrate di Mosca, i sudditi asserviti, che sudano e faticano e versano eroicamente il loro sangue per la sacra madre patria, si convincono che il loro destino è una benedizione del Cielo. A nulla vale sciorinare i distinguo su come lo zar sia arrivato al potere o come abbia governato i suoi soggetti. Può mandarli tranquillamente al macello, a milioni, e abbattere migliaia di chiese e fucilare i loro preti: ciò che conta è che lo zar è uno zar autentico,perché solo così il nemico si piegherà terrorizzato e la Sacra Terra di Russia si ingrandirà. Così è stato con Stalin.
Sul versante opposto, le disfatte militari e la perdita del benché minimo fazzoletto di Sacra Terra verranno viste dai sudditi dello zar come chiaro segnale del mancato favore divino: lo zar è illegittimo, è falso. Non è riuscito a sconfiggere i giapponesi? O a sottomettere la Cecenia? Allora l’uomo sul trono è un ciarlatano che vorrebbe spacciarsi per zar. Così è stato con Nicola II e Boris Yeltsin.
Putin ha legittimato la sua presidenza con la riconquista della Crimea, ma questa legittimità si sta rapidamente affievolendo per l’incapacità dimostrata nel piegare l’Ucraina. Il prossimo zar, a sua volta, dovrà giustificare il suo mandato mettendo a segno la vittoria finale nella guerra sferrata contro il mondo intero. E se per questo Putin la minaccia di ricorrere ad armi nucleari tattiche rientra nella logica della guerra ibrida, per il prossimo Putin il loro utilizzo potrebbe rivelarsi lo strumento indispensabile per restare saldamente al potere.
Anche il prossimo Putin sarà semplicemente un attore incapace di trovare un altro ruolo. Perché il suo ruolo è prescritto dall’intera architettura interna del potere, che non si cura di quante saranno le vittime del conflitto in Ucraina, in Russia o altrove; non si cura delle risorse da spendere, del numero di armi da dispiegare né del tasso di mortalità tra i suoi militari. E se la qualità della vita dovesse crollare in Russia? Pazienza, il regime non si è mai dato pensiero del benessere dei suoi stessi cittadini.
E chiunque faccia parte di questo ingranaggio di potere non teme affatto di attaccare l’Occidente. Dopo tutto, che cosa dovrebbe temere? Se un missile esplode nel territorio di uno stato membro dell’Alleanza atlantica, quali conseguenze? Nuovi colloqui, nuove dichiarazioni, nuovi appelli per la pace. Il mondo libero dovrebbe finalmente rendersi conto che non sta combattendo contro un dittatore pazzo, bensì contro un sistema di potere autonomo, aggressivo e autorigenerante.
L’antica struttura sociale dell’autocrazia russa è stata preservata nel magazzino della storia e tramandata nei secoli. Ed eccola pronta a mutar pelle per ricomparire sotto nuove spoglie: come Khanato dell’Orda d’Oro e lo zarismo di Mosca, come l’impero dei Romanov e l’Unione Sovietica comunista di Stalin, e più di recente la «democrazia controllata» di Putin. Oggi la Federazione russa cambia pelle ancora una volta. Che cosa emergerà dalle fondamenta indisturbate di una dittatura militare invincibile? Forse una libera democrazia costituzionale, che di propria iniziativa metterà al bando le armi nucleari? Ma vi sembra verosimile?
Anche prima della Seconda guerra mondiale la gente voleva la pace, prezzi stabili e vacanze serene. Anche allora gli elettori speravano che i governi democratici di Francia e Inghilterra avrebbero intavolato trattative di pace con Hitler, rinunciando alla guerra. Sappiamo benissimo come sono andate le cose, ricordando il celebre messaggio di Winston Churchill al suo popolo, in tutta la sua brutale e tragica onestà: «Non ho altro da offrirvi che sudore, fatica, lacrime e sangue».
Prima o poi sentiremo riecheggiare promesse simili e al posto delle belle vacanze gli elettori europei dovranno prepararsi ad affrontare grandi sacrifici, rinunce e ristrettezze, perché questo è il prezzo che dobbiamo pagare se vogliamo la pace.
(traduzione di Rita Baldassarre)
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Mikhail Shishkin, la rivelazione: “Loro sono peggio di lui, vi dico che fine farà Putin“
Andrea Morigi – 28 Maggio 2022 – Libero
Mikhail Shishkin è in esilio a Zurigo per essersi opposto all’annessione russa della Crimea. Ma non è Lenin, che da lì, dopo aver scritto L’imperialismo come fase suprema del capitalismo, partì sul vagone piombato per fare la Rivoluzione sovietica. Ora il romanziere russo che ha vinto il Premio Strega europeo 2022, coltiva una flebile speranza che a rovesciare lo Zar del XXI secolo siano i suoi compatrioti. Anche se sa di non poter fare affidamento su un’utopia, nulla gli vieta di immaginare un futuro migliore. Lo spiega in un colloquio con Il Federalista.ch, dicendosi convinto «che oggi la Russia è come spaccata in due: ci sono due popoli psicologicamente e mentalmente completamente diversi, che si definiscono entrambi russi».
Da un lato, deve constatare che «la vecchia generazione è ancora saldamente sotto il martellamento costante della televisione di Putin. Sono realmente convinti che l’Occidente abbia invaso la Russia, quindi che sia doveroso difendere di nuovo la patria come hanno dovuto fare i nostri nonni». Dall’altro, sa che nella società si trova anche un’aspirazione diversa. Riconosce che sono pochi a pensarla come lui, ma «la minoranza, alla quale appartengo, crede nei valori europei di democrazia e libertà. Per noi la cosa più importante non è lo Stato, ma la persona. Secondo questa visione, il giudizio sul bene e sul male spetta a ciascun individuo. Se lo Stato agisce in modo sbagliato, allora mi oppongo e voglio essere libero di dissentire». La frattura culturale è evidente e profonda. Del resto, non si può scordare che «la propaganda di Putin ha gridato per anni: “I nostri vengono vessati in Ucraina!” fino a giustificare questa guerra. La maggior parte dei russi si identifica con la propria tribù. Non si assume la responsabilità personale, non prende decisioni, lascia fare tutto al capobranco».
UN’ORDA BARBARA – Sono abituati così da secoli e, se si ritorna indietro nella mentalità del passato, spiega l’intellettuale, si riscoprono le radici dell’atteggiamento odierno: «Quando qualcuno nel Medioevo gridava “il nostro popolo rischia di essere sconfitto!”, la gente correva immediatamente con bastoni e forconi, senza pensare se il “nostro popolo” avesse ragione o meno, perché il nostro popolo ha sempre ragione». È la radice dalla quale spunta il «”Russki Mir”, il mondo russo, che è la pietra angolare della nuova ideologia putiniana. La parola Mir era il nome delle comunità nei villaggi medievali». È un processo di identificazione da orda barbara, trasposto nella postmodernità, rinvigorito da missili ipersonici e qualche migliaio di testate nucleari e ammantato da un vago sentimento religioso misto a una rivendicazione etnica e nazionalista.
Però l’invasione viene propagandata come la conseguenza di un ideale romantico, quasi mistico. «La leadership del Cremlino ha giustificato l’attacco affermando che la lingua e la cultura russa in Ucraina devono essere salvate. Ma quello che sta accadendo ora è un crimine non solo contro i civili ma anche contro la nostra stessa cultura. La mia lingua ora non è identificata con la grande letteratura russa, ma con i bambini uccisi a Odessa, Butcha o Mariupol. Putin ha fatto della mia lingua la lingua degli assassini», lamenta Shishkin.
Un intellettuale che ragiona con la propria testa, però, non può piegarsi a una narrazione falsa della storia. Come gesto concreto, il romanziere ha accolto una madre ucraina con il figlio di otto anni nella sua casa a Zurigo. E si confronta con i rifugiati per rassicurarli che «non tutti i russi sostengono la guerra. E piano piano, dialogando, vedo che nei loro occhi l’odio è sostituito dalla gratitudine». Sarà faticoso, ma innanzitutto, avrebbe detto Aleksandr Solzenicyn, bisogna «vivere senza menzogna».
LA STORIA SI RIPETE – Invece, il passato sovietico riaffiora. Eccolo tornare a sventolare con le falci e martello delle bandiere sovietiche issate sui pennoni in Ucraina, a poca distanza dalle fosse comuni dove sono state sepolte le vittime del nuovo imperialismo putiniano. E il motivo è, secondo Shishkin, che «non abbiamo imparato nulla dalla Storia. Non c’è stata la de-stalinizzazione, non ci sono stati i processi di Norimberga contro il partito comunista, e come risultato è emersa una nuova dittatura. E una dittatura ha naturalmente bisogno di nemici e di una guerra vittoriosa per continuare a esistere. Ora siamo in quella guerra. Ma non tutte le guerre finiscono con la vittoria delle dittature».
Se non fai i conti con gli errori del passato, prima o poi sarai condannato a commetterli di nuovo. È una lezione che si sperava di non dover apprendere al prezzo di vite umane. E invece qualcuno ha dovuto vedere scorrere il sangue per risvegliarsi e riprendere a udire il richiamo della propria coscienza. Ma «se non ci sarà un riconoscimento nazionale della colpa, se il mondo non vedrà una genuflessione russa a Kiev, Kharkov, Budapest, Praga, Tbilisi, Vilnius, tutto si ripeterà. Senza il riconoscimento nazionale della colpa, la Russia non ha futuro. E la prossima depenalizzazione totale della Russia sarà portata avanti da un nuovo Putin con un nome diverso». Perché al Cremlino nessuno può stare davvero tranquillo e «più bare tornano in Russia dall’Ucraina, più forte è il grido: “I nostri sono stati sconfitti”. La ricerca di un nuovo zar è già iniziata», conclude Shishkin.
MARIJA DI MEDJUGORJE RACCONTA LA SUA ESPERIENZA CON LA MADONNA (2)

“E’ una voce che è dolce, molto giovanile, ma nello stesso momento molto seria”.
- Nella tua vita personale, Marija, hai mai avuto qualche momento particolare in cui la Madonna ti ha consolato in modo speciale?
- Sì, soprattutto nel tempo dell’adolescenza, quando dovevamo fare le nostre scelte. Abbiamo chiesto alla Madonna consiglio, ma quando era il momento della decisione dovevano prenderla noi.
- Ah sì?
- Perché la Madonna ha detto sempre che Dio ci ha dato la libertà e nella libertà che Dio ci dà noi dobbiamo scegliere. Tutti dicevano che eravamo fortunati perché avevamo la Madonna. Ma quando arriva il momento della decisione, che per noi era importante perché riguardava la vita, la Madonna diceva sempre: “siete liberi”.
- Dovevate pregare e decidere secondo il vostro cuore
- Sì, sempre dovevamo decidere secondo il nostro cuore e la nostra mente e così abbiamo fatto i nostri sbagli, sbattendo la testa contro il muro. Io ad esempio mi ricordo quando ho incominciato per un periodo di tempo a fare digiuno. Allora la Madonna chiedeva il digiuno al Venerdì, ma io volevo la perfezione e così ho incominciato a digiunare il martedì in onore di S. Antonio, per il quale vi è una grande devozione e lì vicino vi è un santuario. Poi anche il mercoledì, anche se la Madonna allora non l’aveva ancora richiesto. Così al giovedì non sentivo più voglia di mangiare e sono arrivata al momento che….
- Anoressia?
- Non era anoressia. Mi accontentavo di poco perché veniva moltissima gente. Io ero diventata la cuoca ufficiale della famiglia, preparavo da mangiare, parlavo con la gente per dare testimonianza e nel frattempo facevo tutte le faccende di casa.
- Anch’io ho potuto apprezzare la tua pastasciutta.
- E’ per questo che sei così corpulento!
- Voi non lo sapete, ma si veniva giù dalla montagna dopo l’apparizione verso le undici e mezzo di sera, si metteva su la pentola dell’acqua poi a mezzanotte meno un quarto si buttavano gli spaghetti…
- No, si metteva su l’acqua alle dodici meno un quarto.
- Insomma alle dodici e mezzo gli spaghetti erano pronti.
- Una volta ho avuto un problema…..Era rimasto un sacerdote che mi aveva promesso di aiutarmi a preparare una spaghettata per una trentina di giovani con aglio, olio e peperoncino. Ma siccome era stanco del viaggio si è addormentato sul sofà in cucina e ha incominciato a russare. Io mi vergognavo e non osavo svegliare un sacerdote! Così ho dovuto preparare tutto io. Poi, nel momento in cui ho messo la pasta, lui si è svegliato.
- Allora, senti un po’ Marija, digiunavi quasi ogni giorno e la Madonna che cosa ha fatto? Ti ha richiamato?
- No, non mi ha richiamato, ma ho incominciato ad avere un po’ di problemi con la salute e così ho fatto la mia esperienza, che poi per me era molto importante.
- Lei vedeva che sbagliavate e vi lasciava fare i vostri errori.
- Sì, sì abbiamo fatto i nostri errori ma poi, grazie a Dio, attraverso questi errori abbiamo imparato le esagerazioni nel digiuno.
- Andiamo avanti e continuiamo a descrivere la Madonna. Dopo i tre lampi di luce lei appare come una persona viva, giovanissima, di una bellezza straordinaria. Dimmi un po’, com’è la voce?
- E’ una voce che è dolce, molto giovanile, ma nello stesso momento molto seria. A volte però ride con noi.
- Ride o sorride?
- Sorride, ma anche ride.
- A volte ride?
- Sì, e sorride spesso ad esempio quando è contenta.
- Qualche volta ha un volto serio?
- Sì, come quando deve dirci qualcosa e noi vorremmo cercare un buco per nasconderci. Ma d’altra parte sentiamo questa voce così profonda, così dolce! La sua voce, come lo sguardo, è così profonda che non possiamo descriverne la bellezza. Possiamo dire nel medesimo tempo che è come una musica, perché, se stai male dentro, sentendo la Madonna guarisci.
- E’ una cosa straordinaria. E com’è che ha gli occhi?
- Gli occhi sono azzurri.
- Sì d’accordo che sono azzurri, ma come sono?
- Profondi.
- Sai perché te lo chiedo? Avendo avuto la possibilità di assistere a tante apparizioni, ho osservato in tutti voi sei veggenti che dopo l’apparizione avete gli occhi che brillano come stelle.
- Probabilmente è il riflesso degli occhi della Madonna. Per noi quello dell’apparizione è un momento particolare. Non possiamo dire che la Madonna ci è apparsa per cinque minuti, perché si perde il senso del tempo.
- Allora lo sapete soltanto dopo quanto è durata l’apparizione?
- Lo sappiamo se dopo guardiamo l’orologio. Anche se l’apparizione dura pochissimo e la Madonna si limita a pregare con noi o a darci la sua benedizione, per noi è come se fosse rimasta un’ora o un giorno.
- Alcuni si chiedono perché mai la Madonna sia venuta per un tempo così lungo. Non hanno capito che la Madonna è venuta per sedici anni e otto mesi per richiamarci alla preghiera e mi pare di aver capito che lei stessa, con tutto il suo essere, è una preghiera viva.
- Sì, noi abbiamo imparato attraverso la Madonna non solo ad avvicinarci alla Chiesa. Io ero abbastanza religiosa, perché provengo, come noi tutti, da una famiglia cattolica che aveva dei valori cristiani. Ma con la Madonna abbiamo imparato a vivere la religione tradizionale in un modo nuovo e profondo…mancano le parole quando si parla della Madonna! Abbiamo imparato a vivere la santità. Per noi la santità era solo per le suore di clausura o per alcune categorie di sacerdoti, non per esempio per il nostro parroco. Poi con la Madonna abbiamo imparato che la santità è in realtà per ognuno di noi.
- In questo è perfettamente in linea con il Concilio che ha ribadito la chiamata universale di tutti i fedeli alla santità.
- Noi poi siamo cresciuti spiritualmente insieme alla Madonna….ci siamo in un certo senso innamorati di lei. Specialmente all’inizio non dico che eravamo dipendenti, tuttavia la bellezza del suo viso e la sua voce quando parlava ci attiravano…Poi, pian piano ci ha portato verso Gesù, verso la Chiesa, verso l’Eucarestia e ci ha fatto scoprire un mondo così grande, così immenso. Noi siamo soliti dire che abbiamo conosciuto con la Madonna soltanto una piccola parte….
- Tu Marija vuoi dire che la Madonna non vi ha fermati su di sé, ma vi ha portati verso Gesù Cristo e la Chiesa. Noi però non abbiamo ancora esaurito la nostra curiosità riguardo alla Madonna e vorremmo conoscere ancora dei particolari. Com’è vestita la Madonna?
- Non è vestita come noi oggi, perché arriva con un vestito grigio, lungo, con un velo bianco sulla testa.
- Ha dunque una tunica?
- Diciamo come una tunica, ma non si può dire che è come una tunica romana.
- Va giù fino in fondo?
- Sì, come un vestito che si vede.
- Ha la cintura?
- No, ma il vestito ha le pieghe lungo il corpo.
- Un vestito che tocca fino giù per terra?
- Sparisce nella nuvola.
- Il vestito è grigio?
- Sì.
- E si vede il collo? E’ scollata?
- No.
- No, non è scollata. Il collo è un girocollo?
- Sì.
- Te lo chiedo, perché io ritengo che la Madonna arrivi vestita in un modo castissimo e purissimo, che deve insegnare qualcosa anche a noi.
- Io penso che se uno, non solo se vede la Madonna, ma se incomincia a pregare e a vivere la fede in un modo concreto, allora per lui tutto diventa importante, anche il modo di vestirsi. Io credo che una persona che prega ventiquattro ore su ventiquattro e ha scelto la via della santità non arriva con una gonna corta o con una scollatura. Questo è quanto ho imparato dalla Madonna. Sono cose che non stanno insieme.
- Anch’io tengo molto a questo, perché anche esternamente dobbiamo essere figli di Maria. Il velo dunque: ha un velo bianco sui capelli. Si vedono i capelli?
- Sì
- Come sono?
- Neri, lunghi.
- Lunghi? Non sono ricciuti?
- No, non sono ricciuti.
- Sono lisci?
- Sì. Diciamo un po’ mossi, ma non completamente lisci.
- E’ di statura alta, piccola o media?
- E’ piuttosto alta.
- Più di te?
- Penso di sì. Più di me sempre, perché quando la Madonna appare si posa su una nuvola. Noi non abbiamo mai visto i suoi piedi e così una volta Jakov, che esce sempre con delle novità, ha detto: “ una volta prendo il vestito della Madonna e vedo se ha le scarpe”. La gente infatti spesso ci chiede se la Madonna è con i sandali o con i piedi nudi.
- Dunque i piedi non si vedono e la Madonna posa su una nuvola. Stai attenta! Nelle varie apparizioni i vestiti della Madonna sono molto importanti, perché attraverso il vestito lei ci dà un messaggio, come pure attraverso altri segni visivi. A questo riguardo ci sono due segni, a mio parere molto importanti, da interpretare. Il primo è la corona di dodici stelle. La Madonna ha intorno al capo una corona di dodici stelle?
- Sì.
- Descrivici allora questa corona di dodici stelle.
- Sono dodici stelle che non sono legate e sembrano stelle naturali, come quando noi le vediamo nel cielo.
- Non è una corona diciamo così, d’oro. Sono stelle vive.
- Sì, sembrano stelle vive e non hanno nessun legame.
- Le hai contate?
- Sì, tante volte.
- Sono dodici?
- Sì, sono dodici e con la loro luce danno alla Madonna una bellezza soprannaturale. Insieme alla Madonna c’è una luce che l’accompagna sempre, perché lei arriva nella luce che dà risalto alla sua persona.
- La luce è come un alone intorno?
- No
- Com’è allora?
- E’ una luce….
- Che emana da lei o che la investe?
- L’una e l’altra cosa.
- La Madonna è dunque avvolta dalla luce?
- Sì.
- Il secondo segno visivo è la nuvola sotto i suoi piedi. Guarda che, a mio parere, la nuvola è un segno importante. Infatti Gesù, nella sua seconda venuta, verrà sulle nuvole del cielo. La nuvola è un segno biblico di regalità celeste. La corona di dodici stelle poi fa riferimento alla donna vestita di sole di cui parla l’Apocalisse. La Madonna viene appare con questi due segni biblici che hanno certamente un significato.
- Per me è più semplice dire così: la Madonna posa su una nuvola e non tocca la terra.
- Non tocca per terra, sta su una nuvola, ha una corona di dodici stelle. E’ una creatura celeste, che in un certo senso ci ricorda il grande segno apparso nel cielo, di cui parla il capitolo XII dell’Apocalisse. In un modo semplice qui sono racchiusi profondi insegnamenti sulla Madonna.
- Una volta parlando con un teologo ci ha detto che noi, anche se eravamo ancora dei bambini, dicevamo in cinque minuti che lui diceva in un ora e mezzo di teologia. Noi non ne sappiamo nulla di teologia, ma con la Madonna abbiamo imparato nella semplicità una vita di preghiera, di offerta e a mettere Gesù al centro della nostra vita. Ecco, con la Madonna abbiamo imparato una vita nuova dove Gesù non è su da qualche parte in mezzo alle nuvole, nel cielo, ma è qui in mezzo a noi (continua).
Erba, sede di Radio Maria. 27 Febbraio 1998.
Nota: L’intervista di Padre Livio a Marija è stata rilasciata in lingua italiana.
La dizione orale è stata leggermente modificata nel testo scritto.
Il Papa: Luciani, la gioia del Vangelo vissuta senza compromessi

Francesco celebra sul sagrato della Basilica Vaticana, sotto la pioggia e alla presenza di 25mila fedeli, la beatificazione di Giovanni Paolo I, pastore mite e umile che ha saputo seguire Gesù senza riserve. Dopo la Messa, all’Angelus, il Pontefice invita a pregare per la pace nel mondo e in Ucraina. E al termine si concede un giro in papamobile in una piazza San Pietro dove il sole ha spazzato via le nuvole
Tiziana Campisi – Città del Vaticano
Auctoritate nostra Apostolica facultatem, facimus, ut venerabilis servus Dei Ioannes Paulus I, papa, beati nomine in posterum appellatur…
“Con la nostra autorità apostolica concediamo che il venerabile servo di Dio Giovanni Paolo I, Papa, d’ora in poi sia chiamato beato”: con questa formula Francesco eleva agli onori degli altari Albino Luciani. Dispone che lo si celebri ogni anno il 26 agosto, a ricordo del giorno in cui, nel 1978, venne eletto 263.mo successore di Pietro. È una celebrazione bagnata dalla pioggia quella della beatificazione del Papa del sorriso, che Francesco presiede in piazza San Pietro con oltre 500 concelebranti, fra cardinali, vescovi, sacerdoti e diaconi. Ma nell’atmosfera grigia c’è l’arcobaleno degli ombrelli dei 25mila fedeli raccolti sul sagrato della Basilica Vaticana, mentre il canto di giubilo dell’Alleluia accompagna il momento più toccante: nella loggia centrale della Basilica Vaticana viene svelato quell’indimenticabile volto dai tratti gentili e dall’espressione gioiosa. Con la candida veste talare, ritratto dall’artista cinese Yan Zhang, eccolo Giovanni Paolo I, con quel suo caratteristico sorriso che sembra abbracciare teneramente la piazza.
La reliquia di Giovanni Paolo I: uno scritto di suo pugno sulle virtù teologali
Albino Luciani, che da vescovo aveva scelto come motto la parola humilitas, presa in prestito da San Carlo Borromeo e da Sant’Agostino, che sentiva particolarmente vicino, ora si può venerare con pubblico culto. All’altare viene portata una sua reliquia: uno scritto autografo su un foglio bianco risalente al 1956 in cui si legge una riflessione spirituale sulle tre virtù teologali – fede, speranza e carità – che richiama il Magistero delle sue udienze generali del 13, 20 e 27 settembre 1978. A custodirla un reliquiario, opera dello scultore Franco Murer, con un basamento in pietra proveniente da Canale d’Agordo, paese natale di Giovanni Paolo I, sormontato da una croce intagliata su legno di un noce abbattuto dalla tempesta “Vaia”, nel Triveneto, nella notte tra il 29 e il 30 ottobre 2018.
Viene intonato il Gloria e la giornata uggiosa non scalfisce il clima di preghiera e di raccoglimento di fedeli e pellegrini. Fra le delegazioni ufficiali presenti quella dell’Italia, con il presidente Sergio Mattarella, e quella della Cina (Taiwan). La pioggia continua a cadere durante la Liturgia della Parola, poi, mentre Papa Francesco tiene la sua predica comincia a spiovere. Quel sorriso rassicurante di Giovanni Paolo I su piazza San Pietro, rassicurante e benevolo, e dal quale sembra irradiarsi luce, conforta, trasmette speranza. E in un angolo di cielo si fa spazio l’azzurro.
Albino Luciani, “la polvere su cui Dio si era degnato di scrivere”
Nella sua omelia Francesco spiega che Papa Luciani ha vissuto “nella gioia del Vangelo, senza compromessi, amando fino alla fine”, e “ha incarnato la povertà del discepolo, che non è solo distaccarsi dai beni materiali, ma soprattutto vincere la tentazione di mettere il proprio io al centro e cercare la propria gloria”. È stato un pastore mite e umile, seguendo l’esempio di Gesù, e si considerava “come la polvere su cui Dio si era degnato di scrivere”. Il Papa ricorda quel suo invito ad essere umili, come raccomandava Cristo, “anche se avete fatto delle grandi cose – affermava – dite: siamo servi inutili”.
Con il sorriso Papa Luciani è riuscito a trasmettere la bontà del Signore. È bella una Chiesa con il volto lieto, il volto sereno, il volto sorridente, una Chiesa che non chiude mai le porte, che non inasprisce i cuori, che non si lamenta e non cova risentimento, non è arrabbiata – una Chiesa non arrabbiata – non è insofferente, non si presenta in modo arcigno, non soffre di nostalgie del passato cadendo nell’indietrismo
Lo stile di Dio
Papa Francesco inserisce il ritratto di Giovanni Paolo I commentando il Vangelo odierno, che narra di una folla numerosa che seguiva Gesù. A questa gente Cristo “fa un discorso poco attraente e molto esigente: non può essere suo discepolo chi non lo ama più dei propri cari, chi non porta la sua croce, chi non si distacca dai beni terreni”. C’è da immaginare, osserva il Pontefice, “che molti siano stati affascinati dalle sue parole e stupiti dai gesti che ha compiuto; e, quindi, avranno visto in Lui una speranza per il loro futuro”. È quello che “capita anche oggi: specialmente nei momenti di crisi personale e sociale”, “quando “diventiamo più vulnerabili”. “Ci affidiamo a chi con destrezza e furbizia”, fa notare Francesco, “approfittando delle paure della società” e promette che risolverà i problemi, “mentre in realtà vuole accrescere il proprio gradimento e il proprio potere, la propria figura, la propria capacità di avere le cose in pugno”.
Lo stile di Dio è diverso da questa gente, perché Egli non strumentalizza i nostri bisogni, non usa mai le nostre debolezze per accrescere sé stesso. A Lui, che non vuole sedurci con l’inganno e non vuole distribuire gioie a buon mercato, non interessano le folle oceaniche. Non ha il culto dei numeri, non cerca il consenso, non è un idolatra del successo personale. Al contrario, sembra preoccuparsi quando la gente lo segue con euforia e facili entusiasmi. Così, invece di lasciarsi attrarre dal fascino della popolarità – perché la popolarità affascina -, chiede a ciascuno di discernere con attenzione le motivazioni per cui lo segue e le conseguenze che ciò comporta.
L’apparenza religiosa
Molti di quelli che seguivano Gesù forse vedevano in lui “un capo che li avrebbe liberati dai nemici”, prosegue Francesco, “che avrebbe conquistato il potere” per poi spartirlo, o “uno che, facendo miracoli, avrebbe risolto i problemi della fame e delle malattie”.
Si può andare dietro al Signore, infatti, per varie ragioni e alcune, dobbiamo riconoscerlo, sono mondane: dietro una perfetta apparenza religiosa si può nascondere la mera soddisfazione dei propri bisogni, la ricerca del prestigio personale, il desiderio di avere un ruolo, di tenere le cose sotto controllo, la brama di occupare spazi e di ottenere privilegi, l’aspirazione a ricevere riconoscimenti e altro ancora. Questo succede oggi fra i cristiani. Ma questo non è lo stile di Gesù. E non può essere lo stile del discepolo e della Chiesa. Se qualcuno segue Gesù con questi interessi personali, ha sbagliato strada.
La sequela di Cristo è scelta totalitaria facendosi carico della propria croce
Ma Gesù dice apertamente che seguirlo “significa anche ‘portare la croce’: come Lui, farsi carico dei pesi propri e dei pesi degli altri, fare della vita un dono, non un possesso, spenderla imitando” il suo amore generoso e misericordioso per noi. Sono “scelte che impegnano la totalità dell’esistenza”, chiarisce il Papa, e per questo Gesù invita a non anteporre nulla a questo amore, né “gli affetti più cari” né “i beni più grandi”. E per questo occorre “guardare a Lui più che a noi stessi, imparare l’amore, attingerlo dal Crocifisso”, lì dove esso “si dona fino alla fine, senza misura e senza confini”. Perchè “la misura dell’amore è amare senza misura”. Francesco attinge agli insegnamenti di Papa Luciani per far comprendere che l’amore di Dio per gli uomini “non si eclissa mai dalla nostra vita, risplende su di noi e illumina anche le notti più oscure”, Giovanni Paolo I diceva infatti che “siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile”.
E allora, guardando al Crocifisso, siamo chiamati all’altezza di quell’amore: a purificarci dalle nostre idee distorte su Dio e dalle nostre chiusure, ad amare Lui e gli altri, nella Chiesa e nella società, anche coloro che non la pensano come noi, persino i nemici. Amare: anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati. Amare così, anche a questo prezzo, perché – diceva ancora il beato Giovanni Paolo I – se vuoi baciare Gesù crocifisso, “non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore”.
Vivere la vita fino in fondo, non a metà
Occorre puntare in alto, rischiare, non accontentarsi “di una fede all’acqua di rose”, esorta il Papa, perché “se per paura di perderci, rinunciamo a donarci” lasceremo incompiute “le relazioni, il lavoro, le responsabilità che ci sono affidate, i sogni, e anche la fede”, e finiremo col vivere a metà e “senza fare mai il passo decisivo, senza decollare, senza rischiare per il bene, senza impegnarci davvero per gli altri”. E invece, sottolinea Francesco, Gesù ci chiede di vivere il Vangelo, perché solo così si potrà vivere una vita fino in fondo. Senza compromessi. Che è quello che ha fatto Albino Luciani.
Preghiamo questo nostro padre e fratello, chiediamo che ci ottenga “il sorriso dell’anima”, quello trasparente, quello che non inganna: il sorriso dell’anima; chiediamo, con le sue parole, quello che lui stesso era solito domandare. E diceva così: “Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri”.
Quando Francesco conclude l’omelia la pioggia è totalmente cessata. Le parole del Papa, a suggello degli insegnamenti di Giovanni Paolo I, regalano un senso di pace. L’esempio limpido di fede di Albino Luciani, quella semplicità che lo rendeva vicino alla gente, appaiono mete possibili per tutti. La liturgia prosegue e le nuvole cominciano a diradarsi. Viene consacrata l’Eucaristia, quell’offerta totale a Dio di Cristo che Papa Luciani ha incarnato è vivida. In maniera composta, tra i fedeli, si snodano sacerdoti e diaconi per distribuire le particole. Prima di terminare la Messa Francesco recita l’Angelus e invita a pregare Maria per la pace nel mondo e in Ucraina. E intanto, in piazza San Pietro, fa capolino il sole. Il Pontefice sale sulla papamobile e percorre i viali tra i posti a sedere nell’emiciclo del Bernini e lo salutano centinaia di pellegrini. Ora la giornata è totalmente cambiata, le nuvole sono sparite e hanno fatto spazio ad un celeste cielo terso e pulito. E dalla Basilica Vaticana continua a sorridere il beato Giovanni Paolo
(Vatican news – 4 Settembre 2022))