Pensiero Spirituale sulla differenza fra peccato mortale e peccato veniale

Cari amici, la Confessione di Natale è certamente un momento fondamentale per vivere appieno questa festa. Gesù Bambino viene a nascere nel cuore di ciascuno di noi; pertanto, deve trovare una culla degna di riceverlo. Quando, al termine della Confessione si riceve l’assoluzione, il cuore è ricolmo di gioia ed è irradiato dal perdono di Dio, è un cuore degno di accogliere Gesù Bambino.

C’è una netta distinzione fra peccato mortale e peccato veniale. Nel mondo d’oggi si è perso il senso del peccato; non è chiaro che il peccato nella sua radice ontologica è il distacco della creatura dal Creatore.

Dalla radice dell’egoismo e dell’orgoglio, che allignano nelle profondità del cuore, prolifera la varietà dei peccati, le cui sfumature solo Dio può conoscere. La natura umana ferita dal male è un verminaio inesauribile. L’arte e la letteratura si alimentano nella descrizione della potenza di tenebre che opera nell’uomo. È un abisso che non sembra mai toccare il fondo. La Sacra Scrittura, più di qualsiasi altro libro di religione o di filosofia, apre squarci di luce impressionanti sulla malvagità umana, indicando però nel medesimo tempo la medicina che guarisce. Gesù, che si presenta come il medico delle nostre anime, non ha esitazioni ad additare la radice del male e le sue innumerevoli manifestazioni:

“Dal cuore…provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo” (Mt 15, 19-20). San Paolo a sua volta elenca impietosamente le innumerevoli manifestazioni dell’egoismo umano, che egli chiama opere della carne: “Le opere della carne – afferma – sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio” (Gal 5, 19-21).

Quest’ultima affermazione di San Paolo pone il problema della gravità dei peccati, perché, come anche l’apostolo Giovanni afferma, ci sono peccati che conducono alla morte e dei peccati che invece non conducono alla morte (1 Gv 5, 16-17). La Chiesa al riguardo fin dall’inizio ha distinto i peccati in mortali e veniali. Per preparare la confessione è necessario avere chiara davanti agli occhi questa diversità, della quale anche noi facciamo la quotidiana esperienza. Premesso che la nostra conoscenza dei peccati è imperfetta e che solo Dio sa esattamente ciò che vi è nel cuore di ogni uomo, è possibile dare indicazioni per distinguere il peccato mortale da quello veniale.

“Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore. Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca” (Catechismo Chiesa Cattolica 1856). Si tratta di una distinzione fondamentale. Infatti, nel caso del peccato mortale abbiamo assolutamente bisogno di una vera e propria resurrezione spirituale, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione. Senza di essa rimaniamo spiritualmente morti e non veniamo ammessi alla vita eterna.

Nel caso del peccato veniale invece sussiste la grazia santificante e la divina figliolanza, anche se indebolite e oscurate: “Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità e quindi della beatitudine eterna” (Giovanni Paolo II – Reconciliatio et Paenitentia, 17). Perché venga rimesso non è necessario il sacramento della Riconciliazione, ma un semplice pentimento, anche se la Chiesa raccomanda di confessare anche i peccati veniali. Non deve essere infatti sottovalutata la pericolosità dei peccati veniali che indeboliscono l’anima e la predispongono a commettere colpe più gravi. “L’uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia, non devi dare poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce riempiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza allora resta? Si faccia innanzi tutto la Confessione” (Sant’ Agostino).

Il peccato “mortale”, che viene chiamato così perché distrugge la vita divina che è stata infusa nell’anima, è una violazione grave della legge di Dio. Perché sia tale si richiede che concorrano tre condizioni: “È un peccato grave quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena avvertenza e deliberato consenso” (Giovanni Paolo II – Reconciliatio et Paenitentia). Se manca anche una di queste tre condizioni il peccato perde parte della sua gravità divenendo veniale.

La gravità della materia “è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre (Mc 10,19). La gravità della materia è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori di per sé è più grave di quella fatta a un estraneo” (Catechismo Chiesa Cattolica 1858). La gravità della materia di certi peccati è evidente e facilmente percepibile dalla coscienza: l’omicidio, l’aborto, l’adulterio, la bestemmia, la mancata santificazione delle feste, gravi danni materiali o morali causati al prossimo, ecc. In alcuni casi invece (ad esempio il furto, la menzogna, la calunnia, l’invidia, ecc.) la gravità della materia ha bisogno di un’attenta valutazione e, se necessario, del consiglio del confessore. Le circostanze possono aggravare o alleggerire la gravità di un peccato.

Perché un peccato sia mortale non bastano la materia grave, ma si richiedono anche la piena consapevolezza e il pieno consenso: “Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto e della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza di cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato, ma, anzi, lo accrescono. L’ignoranza involontaria può attenuare, se non annullare l’imputazione di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave” (Catechismo Chiesa Cattolica 1859-1860).

Di straordinaria acutezza è l’affermazione di Santa Faustina Kowalska, secondo la quale “il peccato è secondo la conoscenza e la luce dell’anima” (Diario, 1, 52). Il rapporto di ogni anima col Creatore è di estrema delicatezza. Solo lo Spirito Santo conosce le risposte o i rifiuti alle sue illuminazioni e ai suoi inviti. Quando Santa Giovanna d’Arco, sotto la pressione di un tribunale ecclesiastico locale, aveva deciso di abiurare, rinnegando “Le voci” che l’avevano guidata nella sua missione, esse la avvertirono che stava correndo il rischio di perdersi eternamente. Allora ritirò l’abiura e affrontò le fiamme del rogo. Successivamente la Chiesa la elevò all’onore degli altari.

È facile o è difficile commettere un peccato mortale? In un certo senso è vera l’una e l’altra cosa. È più facile per chi vive nella tiepidezza, ed è più difficile per chi vive nel fervore. In ogni caso “il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti, la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio” (Catechismo Chiesa Cattolica 1861).

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della storia”