Caro amico, la Confessione di Natale sia per te una Resurrezione spirituale, che ti libera da tormenti di un vita nel peccato e che ti faccia gustare la gioia dei figli di Dio.
Vostro padre Livio

L’arte insuperabile di satana è quella di presentare il peccato come un bene desiderabile. L’astuta serpe conosce a fondo l’uomo e sa che Dio lo ha orientato al bene. Infatti il libero arbitrio decide di scegliere ciò che l’intelletto gli presenta come un bene. Persino chi si toglie la vita pensa che questa tragica scelta possa arrecargli un beneficio, liberandolo da un peso ormai divenuto insopportabile. L’essenza della tentazione consiste nel porgere il male “sotto colore di bene” ( S. Caterina da Siena). Dopo aver lasciato entrare nel suo cuore il sibilo del maligno, Eva “vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhio e desiderabile” (Gn 3, 6). Se satana presentasse il male nella sua realtà, non avrebbe seguaci. L’inganno è la sua arma obbligata per catturare le anime. Come un pescatore, egli getta l’esca perché il pesce abbocchi, attirato dal boccone appetitoso. Quando si illude di goderselo è ormai troppo tardi.
E’ diffusa la falsa opinione che i peccatori si godano la vita. Se qualcuno di loro, dopo essersela goduta, si converte in tempo per salvarsi l’anima, non è raro sentire il brontolio dei buoni: “Troppo comodo – dicono – godersi la vita e poi, al momento buono, convertirsi”. Questa mentalità ritiene che il male sia allegro e che il bene sia triste. Pensa che l’osservanza dei comandamenti sia un supplizio, mentre la vita libertina sia una delizia. Non solo la logica, ma anche l’esperienza mostrano la falsità di queste considerazioni. La verità è che il male fa male e che il bene fa bene. Dio è giusto e sapiente. Se infatti il male facesse bene, tutti lo inseguirebbero. Viceversa se il compimento del bene comportasse svantaggi, tutti lo eviterebbero. Satana per sedurre ha dunque bisogno di presentare il male camuffato da bene.
Tuttavia, non appena viene mangiato il frutto, che il maligno ha abilmente presentato alla nostra fame di mondo, l’incanto si rompe e quella che era un’illusione di felicità si trasforma in delusione. Infatti il desiderio, momentaneamente appagato, rispunta più prepotente di prima, mentre diminuisce la nostra capacità di dominarlo. “ La bestia mai non sazia la bramosa voglia, ma dopo il pasto ha più fame che pria” (Dante). Gesù ha sintetizzato la delusione del peccato con parole che non passeranno: “ Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” (Gv 4,13). Il peccato diviene arsura mai placata e fame mai soddisfatta. Chi cerca il potere e la gloria punta sempre più in alto; chi cerca il denaro non ne ha mai abbastanza; chi cerca i piaceri, ne ha bisogno di sempre nuovi. Il peccato diviene un tormento per la carne mai sazia.
In questa prospettiva che senso ha l’espressione popolare secondo la quale i dissoluti “si godono la vita”. Non è forse meglio dire che la sprecano? C’è da credere alle loro dichiarazioni di felicità? C’è da prendere sul serio le loro risate sguaiate? La condizione esistenziale del drogato ha il pregio di togliere la foglia di fico sotto la quale il libertino vorrebbe nascondere la sua infelicità. Dopo il paradiso artificiale, il drogato mostra la sua miseria e rivela l’inganno satanico. Quando lo trovi morto su una panchina, hai davanti a te l’immagine plastica dell’opera del demonio, che è bugiardo e assassino. D’altra parte, come essere così sciocchi da pensare che da Dio ci venga un male e dal demonio un bene? Eppure l’uomo, dopo aver mangiato il frutto, non sette volte ma settanta volte sette, rimanendone avvelenato, continua imperterrito a ritenerlo desiderabile. E’ proprio a causa di ciò che la bontà del Salvatore ha istituito il sacramento della confessione, al quale poter ricorrere durante l’intera vita.
La ragione di fondo per cui quello che satana offre non potrà mai dare la felicità risiede nella stessa struttura dell’uomo. Egli è stato creato per Dio e sarà sempre affamato finché non si nutre di Lui. L’inganno satanico consiste nell’illudere l’uomo di essere felice senza Dio. La nostra generazione in particolare è affascinata dallo slogan secondo il quale “senza Dio si vive meglio”. In realtà, come giustamente è stato osservato, oggi abbondano sempre più le persone “sazie e disperate”. Alla fine la falce inesorabile della morte rade al suolo la messe sterminata delle illusioni, rivelandone l’intrinseca vanità. Il peccato nella sua essenza è allontanamento da Dio, che è la fonte della verità, della bontà, della bellezza, della libertà e quindi della felicità. Non c’è dunque da meravigliarsi se il peccato sia menzogna, malvagità, bruttezza e quindi fonte di angoscia, di schiavitù e di infelicità. Di tutto questo se ne rende conto ogni peccatore quando, raggiunto dalla grazia, rompe l’inganno satanico e apre gli occhi sulla propria situazione esistenziale.
Il peccato è tormento anche per un’altra ragione. Quando l’uomo compie il bene si sente contento e in pace. La voce interiore della coscienza lo approva e lo incoraggia. Si tratta di un’esperienza universale che ognuno può verificare nella sua vita. Il compimento del bene è premio a se stesso, perché un’intima allegria si diffonde in ogni fibra dell’anima. Al contrario il male commesso viene rimproverato dalla voce interiore della coscienza. Dio ha impresso nell’anima umana una luce interiore che la orienta verso il bene. Quando l’uomo la disattende e compie il male, percepisce dentro di sé un rimprovero che non è facile soffocare. Esso diviene un tormento interiore, che ha lo scopo di riportare l’uomo sulla retta via. Certo, l’uomo può decidere di rimuoverlo e di seppellirlo sotto la coltre dell’autogiustificazione e dell’oblio. Ma così facendo diviene un uomo “senza coscienza”, inaffidabile e pericoloso.
Ci sono uomini che, dopo aver commesso i più orrendi delitti, non provano nessun rimorso, come quei coccodrilli che, dopo essersi mangiati un uomo, si distendono placidi a digerire sotto i raggi dorati del sole. Sono forse felici o in pace? Oppure si sono degradati al di sotto delle bestie? La coscienza può essere falsificata, oscurata e persino cancellata. Si tratta infatti di una voce che non dà tregua e che non permette sogni tranquilli. Il tentativo di eliminarla dal proprio intimo è una forma di suicidio dell’anima gravido di funeste conseguenze. Quando la coscienza ha cessato di rimordere, l’uomo non è più tranquillo, ma semplicemente è una larva di uomo. Nel momento in cui la grazia tocca il cuore e la coscienza si risveglia, allora cadono le squame dagli occhi accecati e ci si rende conto che, al seguito del padrone infernale, ci si riduce a contendere le carrube ai porci ( Lc 15, 15).
S. Caterina da Siena ha denunciato con parole di fuoco la falsa opinione secondo cui la vita libertina è una vita felice. Lei chiama i peccatori “martiri di satana”. Martiri nel senso che sono martirizzati dal demonio. Lo sono nei sensi, che invano cercano di soddisfare; lo sono nel cuore che inquinano col male; lo sono nell’anima che sprofondano nelle tenebre. La vita che, senza Dio, sarebbe più felice, alla prova dei fatti è un anticipo dell’inferno. Non c’è da meravigliarsi che satana dia alle anime ciò che lui possiede: l’eterna infelicità. Il peccato è un veleno, non un liquore. E’ una droga che illude e che uccide. Vederlo nella sua verità è una luce di sapienza che pochi ricevono in dono e che richiede una grande purezza di cuore.
La forza di questa dottrina spirituale risiede nel fatto che la sua verità può essere verificata nella propria vita. Ognuno di noi, che abbia vissuto in balia del male e che poi abbia avuto la grazia della conversione, può testimoniare a se stesso come ci si sente quando si è prigionieri della carne, del mondo e del demonio. Nel medesimo tempo può fare un paragone fra la sua situazione attuale di figlio di Dio, che si affatica sulla via del bene, e quella precedente, quando percorreva la strada spaziosa della perdizione. Il figliol prodigo, ritornato alla casa paterna, ben difficilmente la abbandonerà un’altra volta, alla ricerca di felicità illusorie.