Pensiero Spirituale sulla persecuzione di Gesù

Cari amici,

la Settimana Santa si apre con una domanda: che cosa ha fatto Gesù per meritare la persecuzione da parte del mondo?

Oggi la Chiesa rivive quanto aveva vissuto Gesù in prima persona in quei giorni. Domandarsi perché Gesù è stato condannato dal tribunale ebraico e romano è importante. La Provvidenza ha voluto lasciare scritta ben chiara la ragione per cui Cristo è stato condannato a morte, quale delitto ha commesso. Per quanto riguarda il tribunale ebraico sappiamo che, non trovando testimoni che confermassero le accuse che venivano fatte a Gesù, il sommo sacerdote ha chiesto a Gesù se era vero che Lui, pur essendo uomo, fosse il Figlio di Dio. Questa è la ragione sottintesa per cui Gesù è stato perseguitato e condannato a morte. È stato rifiutato da tutto il gruppo dirigente di allora, dal Sinedrio, dagli scribi e dai farisei, da Pilato, da Erode, pur non avendo commesso nessun delitto. Anzi, a quei tempi Gesù poteva essere chiamato “benefattore dell’umanità”, se non per i miracoli di guarigione che ha compiuto, per la sapienza che ha manifestato, senza contare la santità irriducibile della sua vita. Gesù è stato molto meticoloso in questo, ha perfino pagato le tasse, come racconta l’episodio del Vangelo quando ha mandato Pietro a togliere dalla bocca di un pesce una moneta proprio perché esigevano che pagasse. Gesù, come sta scritto, era anche un cittadino perfetto.

Gesù è stato condannato perché, rispondendo al sommo sacerdote che gli chiedeva se Lui era il figlio del Benedetto, gli risponde: «tu lo hai detto».

E il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio».
Gesù gli rispose: «Tu lhai detto; anzi vi dico che da ora in poi vedrete il Figlio delluomo seduto alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo». Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti, 
dicendo: «Egli ha bestemmiato; che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 
Ecco, ora avete udito la sua bestemmia; che ve ne pare?»
Ed essi risposero: «È reo di morte». Allora gli sputarono in viso e gli diedero dei pugni 
e altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «O Cristo profeta, indovina! Chi ti ha percosso?»
(Mt 26,68-68)

Gesù indica se stesso come il “Figlio dell’uomo” preannunciato dal profeta Daniele che verrà a giudicare il mondo, si attribuisce quindi ciò che è solo di Dio, cioè il giudizio sul mondo, sulla Storia, su tutti gli uomini. Dal punto di vista legale la condanna del Sinedrio, questa risposta di Gesù ha fatto sì che il sacerdote si stracciasse le vesti e gridasse “ha bestemmiato”, cioè ha detto di essere uguale a Dio, si è attribuito il potere di giudicare il mondo.

Gesù viene condannato perché si era qualificato Figlio di Dio, non era mai avvenuto nella Storia di Israele. Abramo, il Battista, Mosè non si erano mai attribuiti un titolo del genere, ma Gesù lo ha fatto perché Lui è il Verbi di Dio che si è fatto carne, lo ha manifestato ai suoi Apostoli e nella sua predicazione e lo ha testimoniato con la sua Persona. Gesù era Sapiente, Santo, Potente come mai nessun altro. 

Gesù lascia come testimonianza della Sua divinità il miracolo della Resurrezione. Risorgendo dai morti Gesù, pone fine a tutta la questione e toglie ogni dubbio: Lui è il Figlio di Dio, l’unico Salvatore e Redentore del mondo.

Pilato, con disprezzo, ha fatto apporre sulla Croce un cartello con scritta a chiare lettere la condanna di Gesù: Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei). Gesù si era proclamato Re, Figlio di Dio. Per questo motivo è stato rigettato, disprezzato, umiliato e maltrattato. Agli uomini del tempo questa attribuzione risultava assurda, inaudibile, scandalosa.

La stessa sorte tocca a Cristo e al Cristianesimo oggi: «l’uomo moderno non vuole Dio» (Messaggio del 25 gennaio 2023). L’uomo, sotto la spinta del maligno, attribuisce a se stesso un potere assoluto. Non vuole altri poteri che limitino il suo potere umano.

Anche oggi, dopo circa duemila anni, Gesù viene rifiutato, disprezzato, perseguitato e crocifisso. 

Da “La Lettura cristiana della cronaca e della Storia”