Russia-Ucraina: il dilemma dell’Occidente

 Corrispondenza romana 1996 -2 Settembre 2026 

di Roberto de Mattei

Fin dal 2022, su “Corrispondenza Romana”, confutavamo l’idea di chi era convinto che la guerra in corso tra Russia e Ucraina fosse una trappola ordita dalla Cia e dalla Nato ai danni di Vladimir Putin per destabilizzare la regione ed estendere il Nuovo Ordine Mondiale. Che le cose non fossero andate così lo documentava, sulla base dei fatti, uno dei maggiori esperti italiani di geopolitica, il prof. Aldo Giannuli, nel suo libro Spie in Ucraina. Gli errori dei servizi russi e occidentali, le cause e le dinamiche nascoste, della guerra (Ponte alla Grazie, Firenze 2022, cfr. https://www.corrispondenzaromana.it/la-disfatta-dellintelligence-in-ucraina/). A quattro anni di distanza la ricostruzione di Giannuli è confermata da un altro specialista internazionale, Shaun Walker, nel suo denso saggio: La guerra a cui nessuno credeva. Perché Kiev e i servizi segreti europei hanno ignorato gli allarmi sull’invasione dell’Ucraina (tr. it. Internazionale, Roma 2026).  

In un’inchiesta basata su più di cento interviste a funzionari, politici e diplomatici, Shaun Walker, dimostra come fino agli ultimi mesi del 2021, l’idea di una guerra su vasta scala fosse ritenuta inimmaginabile in Occidente. La Cia e l’M16 (i servizi segreti britannici) erano gli unici servizi di intelligence che avevano individuato il rischio di un’invasione, ma ne avevano sottovalutato gli effetti, ipotizzando una rapida vittoria russa. Nonostante gli avvertimenti provenienti dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, la maggior parte dei governi europei, le autorità ucraine e una parte dell’opinione pubblica non ritenevano credibile l’ipotesi di una guerra su vasta scala.

L’incredulità non derivava soltanto da errori di valutazione, ma anche da interessi politici, economici e psicologici. Per anni diversi Paesi europei avevano costruito con la Russia rapporti energetici e commerciali profondi. Accettare l’idea di un’invasione significava riconoscere il fallimento della politica di dialogo e interdipendenza perseguita dopo la fine della Guerra fredda. I leader di Francia e di Germania, Emmanuel Macron e Olaf Schulz. consideravano un “sciocchezza” l’ipotesi di un conflitto. I loro governi preferivano interpretare le minacce russe come uno strumento di pressione negoziale, perché questa lettura era più compatibile con le loro aspettative e con i loro interessi. Essi ragionavano secondo criteri di convenienza economica e strategica: un’invasione avrebbe danneggiato la Russia, provocato sanzioni devastanti e rafforzato la NATO. Il Cremlino, però, come sottolinea Walker, non agiva soltanto sulla base di un calcolo costi-benefici convenzionale. La leadership russa era influenzata da una visione storica e imperiale dell’Ucraina, che era considerata parte della Russia e fondamentale per il suo status di grande potenza.

Lo stesso Zelenskyi era convinto che l’allarme sulla guerra fosse una montatura degli Stati Uniti per fare pressione della Russia e temeva comunque che gli allarmi pubblici sull’imminenza dell’invasione potessero provocare panico, fuga dei capitali, crollo dell’economia e destabilizzazione politica. Per questo cercò di rassicurare la popolazione e di evitare dichiarazioni che potessero trasformare la previsione dell’attacco in una profezia capace di aggravare la crisi. Oleksij Reznikov, il ministro della difesa ucraino, era scettico sull’invasione, ma quando nel novembre 2021, in visita al Pentagono, chiese agli americani di inviare più armi e più efficaci, per aiutare il suo paese a difendersi, ricevette un netto rifiuto, con queste parole: «Immaginate di avere un vicino a cui hanno diagnosticato un cancro e che morirà fra tre giorni, vi limitate a offrirgli compassione, ma non le medicine più costose».  Gli americani e gli inglesi consideravano l’Ucraina come uno Stato fragile, e corrotto, incapace di resistere a un’offensiva russa e per questo offrirono la possibilità di espatriare e formare un governo in esilio a Zelensky, che rifiutò. 

 Giannuli lo ribadisce in un nuovo libro: non solo l’intelligence europea, ma anche i servizi segreti russi sbagliarono ogni previsione, sia sulla capacità di resistenza ucraina, sia sull’atteggiamento occidentale in materia di sanzioni e di fornitura di armi all’Ucraina e, cosa peggiore, dimostrarono di non avere alcuna realistica percezione del grado di efficienza delle proprie truppe (I servizi segreti e la guerra, Ponte alle Grazie, Firenze 2025). L’invasione russa non produsse il rapido collasso dell’Ucraina previsto da Mosca. Kiev resistette, il governo rimase operativo e la popolazione reagì alla guerra con una mobilitazione nazionale. Anche l’Occidente, inizialmente diviso e prudente, finì per adottare sanzioni e fornire un sostegno militare sempre più consistente all’Ucraina. La guerra modificò così gli equilibri europei: rafforzò la NATO, accelerò il riarmo dei Paesi europei e mise in discussione la dipendenza energetica dalla Russia.

Ora siamo arrivati a questo punto: la Russia non può permettersi di perdere la guerra; l’Occidente non può permettersi che la Russia la vinca; l’Ucraina, infine, non può accettare una pace senza vinti né vincitori che, sotto l’apparenza del compromesso, consacri la mutilazione della sua integrità territoriale e della sua identità storico-culturale.

Per la Russia, la sconfitta rappresenterebbe il fallimento dell’intero disegno strategico perseguito dal Cremlino: dimostrare che Mosca è ancora una grande potenza capace di modificare con la forza gli equilibri europei. Una sconfitta incrinerebbe il suo prestigio internazionale, ma avrebbe anche profonde ripercussioni sulla stabilità interna del regime. Per questo Mosca può accettare soltanto un accordo che le consenta di rivendicare almeno una parte degli obiettivi raggiunti come una vittoria.

L’Occidente, d’altra parte, non può permettere che la Russia vinca, se per vittoria si intende il riconoscimento delle conquiste territoriali ottenute con la forza e la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato subordinato a Mosca. Una simile conclusione comprometterebbe la credibilità politica e militare dell’Alleanza atlantica e incoraggerebbe la Russia e altre potenze a perseguire i propri obiettivi, facendo dell’Ucraina il precedente di nuove aggressioni.   

L’Occidente si trova tuttavia davanti a un dilemma. Deve fornire all’Ucraina mezzi sufficienti per impedire la vittoria russa, ma teme che una sconfitta totale di Mosca possa provocare un’escalation incontrollabile, fino al ricorso alle armi nucleari o alla destabilizzazione della Federazione Russa. Da questa contraddizione deriva una strategia spesso esitante: sostenere Kiev quanto basta perché non soccomba, ma non quanto sarebbe necessario perché riconquisti tutti i territori occupati. Per l’Ucraina, infine, una pace che congelasse semplicemente la linea del fronte non sarebbe una soluzione neutrale. Essa trasformerebbe le conquiste militari russe in un fatto compiuto, lascerebbe milioni di ucraini sotto occupazione e offrirebbe a Mosca il tempo necessario per riorganizzare le proprie forze. 

Nasce così una tragica situazione di stallo: nessuno può accettare la sconfitta, ma nessuno sembra in grado di conseguire una vittoria completa senza rischiare di provocare un allargamento del conflitto. «Per ora, l’unica aspettativa concreta è che la guerra si concluda o per il crollo economico della Russia o per il collasso psicologico degli ucraini» (Giannuli, I servizi segreti e la guerra, cit., p. 123). Nel frattempo, prosegue una lenta ma inesorabile escalation bellica. Quale sarà il suo punto d’arrivo? Nella storia accade talvolta che gli eventi sfuggano al controllo dei loro protagonisti e, sospinti da una propria dinamica interna, finiscano per diventare ingovernabili.

In questo contesto, il 25 agosto, un aereo militare statunitense è atterrato all’aeroporto moscovita di Vnukovo. A bordo si trovava il direttore della Cia, John Ratcliffe, giunto nella capitale russa per una serie di colloqui riservati con i vertici dei servizi segreti russi, tra cui il direttore dell’FSB, Aleksandr V. Bortnikov.  

La misteriosa missione ricorda quella compiuta dal suo predecessore William Burns nel novembre del 2021, quando Joe Biden lo inviò al Cremlino per comunicare a Putin che Washington era a conoscenza dei preparativi dell’invasione dell’Ucraina e per ammonirlo sulle conseguenze che ne sarebbero derivate. Tre mesi dopo, il 24 febbraio 2022, le armate russe varcarono il confine ucraino. Che cosa teme Donald Trump e che cosa accadrà nei prossimi mesi? Il futuro ce lo svelerà.