Corrispondenza romana 1973

Prove di guerriglia urbana in Europa

21 Ottobre 2026 ore 14:29

di Roberto de Mattei

Un’ondata di violenze e devastazioni sta attraversando l’Europa in questo mese di ottobre. 

In Francia, le mobilitazioni hanno coinvolto decine di migliaia di persone a Parigi, Marsiglia, Lione, Bordeaux e Limoges. Qui, l’incendio del municipio e il crollo della sua torre hanno evocato le immagini della guglia di Notre-Dame divorata dalle fiamme nel 2019. Questa volta, però, il fuoco è stato appiccato da gruppi di manifestanti mascherati: un’aggressione deliberata contro un edificio che appartiene alla storia e all’identità della città.  

Il sindaco di Limoges Guillaum Guérin ha dichiarato che lo Stato ha abbandonato la sua città, come è accaduto a Parigi, dove il sindaco Emmanuel Grégoire ha affermato che vaste zone della capitale sono state liberamente devastate. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha presentato le dimissioni, che il presidente Emmanuel Macron ha respinto, pur riconoscendo che «in alcune città abbiamo perso il controllo». È un’ammissione politicamente pesante: uno Stato che non riesce a proteggere le proprie sedi istituzionali espone pubblicamente la propria debolezza. Poi, il 19 ottobre a Parigi e in altre città francesi è stato imposto il coprifuoco. Fin dall’8 ottobre Jean-Luc Mélenchon, leader de La France insoumise aveva scritto che «la Bastiglia è ripresa», attribuendo a una manifestazione studentesca il significato simbolico di una conquista rivoluzionaria. La protesta è divenuta, non solo in Francia. un’occasione per occupare la scena politica in vista delle elezioni del 2027. Anche in Italia, a Milano, Torino e Bologna, le strade sono diventate teatro di assalti, saccheggi e scontri con la polizia. Ma i settori della sinistra che cercano di trasformare la mobilitazione permanente in uno strumento di pressione sui governi, rischiano di essere scavalcati dalla piazza che pretendono di rappresentare. Quando nella protesta confluiscono anarchismo, antisionismo e propaganda islamista, il controllo politico del movimento diventa sempre più precario. Chi pensa di servirsi del disordine per conquistare il potere può scoprire che il disordine ha una propria dinamica, che sfugge ai calcoli dei suoi stessi sostenitori.

Protagonisti delle violenze urbane in Europa oggi sono soprattutto minorenni, che in Italia vengono chiamati “maranza”, un termine usato, spesso in modo generico, per descrivere ambienti giovanili nei quali si intrecciano culto della sopraffazione, ostentazione della forza e disprezzo di ogni regola.  Questo nuovo gruppo socio-culturale è costituito in gran parte da figli di immigrati della seconda o terza generazione, sradicati dalle tradizioni e dalla cultura dei loro padri, ma non integrati nella civiltà in cui sono approdati e verso la quale nutrono un odio spesso viscerale. Il nichilismo che caratterizza questa generazione, ribelle fin dalle scuole elementari, si manifestai nel rifiuto di ogni autorità: familiare, scolastica, religiosa, civile. Prima ancora della vetrina infranta, viene la convinzione che nulla meriti rispetto; prima dell’aggressione al poliziotto, c’è l’idea che ogni autorità sia un sopruso. Per anni l’intelligentsia di sinistra, dominante in Europa, ha insegnato a diffidare di ogni vincolo e dipendenza, confondendo l’educazione con la repressione e la disciplina con l’autoritarismo. Ora ci si stupisce che una parte dei giovani consideri la forza l’unico linguaggio efficace.

Il bacino di raccolta delle proteste giovanili non è solo politico, ma esprime un più ampio disagio sociale e soprattutto un profondo vuoto di valori, che si esprime in una furia devastatrice. Tuttavia nessuno crede alla spontaneità della protesta. I manifestanti vengono convocati sui social con slogan che, in Spagna, in Francia, in Belgio, in Italia hanno le medesime motivazioni: carovita, affitti, rivendicazioni giovanili e antagonismo politico. Nel nostro paese, la strategiadi un neonato “Movimento 17 ottobre” prevede una mobilitazione permanente con appuntamenti fissi ogni sabato pomeriggio alle ore 15 in diverse città italiane.

 I giovani, per la gran parte a volto coperto, si posizionano in punti strategici, scegliendo obiettivi precisi contro cui scatenare la loro violenza. La protesta sociale fornisce il terreno; i gruppi militanti selezionano i bersagli; la comunicazione digitale moltiplica la mobilitazione e l’emulazione. 

Gli apparati di sicurezza francesi e occidentali segnalano che le proteste e i disordini vengono alimentati o accelerati da campagne di disinformazione e da influencer online finanziati o orientati direttamente dall’estero, nell’ambito della cosiddetta guerra ibrida per destabilizzare il tessuto sociale ed economico europeo. 

Andrea Morigi, in un servizio su “Libero” del 20 ottobre, documenta l’interesse di Mosca e Teheran a soffiare sul fuoco delle rivolte che incendiano l’Europa. L’ideologo russo Aleksander Dugin ha commentato sui social che «Più caos c’è, meglio è». «Questi europei – ha aggiunto – vogliono combattere contro la Russia: come pensano che ciò possa accadere quando non riescono a garantire nemmeno un minimo di ordine nelle loro stesse città?». Anche il primo ministro albanese Edi Rama avanza il sospetto di una regia internazionale dietro i focolai di guerriglia urbana che si sono accesi in Europa, Tirana compresa, nel giro di pochi giorni. Le migliaia di profili falsi e attacchi informatici, attribuiti all’Iran dall’intelligence albanese, ne costituisce una conferma.  attivati nel suo paese.   

L’analista Marta Ottaviani ha scritto a sua volta su “Quotidiano Nazionale” del 19 ottobre: «Le proteste europee offrono a Mosca un’occasione per alimentare il caos senza necessariamente provocarlo. I servizi russi possono sfruttare le tensioni già esistenti attraverso provocazioni e campagne di disinformazione, amplificando tanto le violenze dei manifestanti quanto gli interventi della polizia. L’obiettivo è esasperare le divisioni sociali, delegittimare i governi e indebolire la fiducia nelle istituzioni democratiche. È una strategia già sperimentata dal Cremlino: la sua guerra ibrida ha come prima caratteristica l’impalpabilità, tanto che molti studiosi per questo la chiamano ‘guerra grigia’. Non è un caso che le proteste di ieri siano state seguite da vicino anche da Rybar, influente canale Telegram fondato da Michail Zvinchuk, ex funzionario del ministero della Difesa russo. Il canale ha pubblicato una cartina aggiornata delle proteste in Francia, Italia e altri Paesi europei, accompagnata da un’analisi che prevede una successione di crisi nazionali, più che una rivolta generalizzata. Sul fronte opposto, il canale bielorusso d’opposizione NEXTA ha richiamato l’attenzione sul sostegno offerto in passato da Mosca ai gilet gialli francesi, suggerendo il rischio di nuove strumentalizzazioni delle proteste da parte del Cremlino. Di certo, quello visto nello scorso fine settimana, è solo l’inizio, alla vigilia di un 2027 pieno di elezioni nei Paesi europei».

La guerra ibrida trova il suo terreno favorevole nelle società sempre più frammentate e nelle istituzioni disorientate e divise. Ciò che sta accadendo mostra quanto rapidamente una protesta possa trasformarsi in una crisi dell’autorità e dell’ordine pubblico. Lo spettro dell’“ingovernabilità urbana” torna ad affacciarsi sul continente mentre l’Europa deve fronteggiare gravi minacce ai suoi confini. Chi rinuncia a governare le proprie città finisce per consegnarle a chi sa organizzarvi la paura.

Missili e bombe intanto continuano a cadere sull’Ucraina, divenuta un avamposto di quell’Europa, che il presidente americano Donald Trump sembra volere consegnare ai suoi nemici.