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Stati Uniti e Russia alla ricerca del paradiso perduto

di Stefano Caprio – Asia News – 30 Marzo 2025

Fare la Russia e l’America “ancora grandi”, Maga o Russkij Mir, non è altro che il sogno di tornare al mondo in cui c’erano i due grandi imperi a cui si sottomettevano tutti gli altri Paesi. Non interessano le conquiste, ma le perdite subite, e ritornare in cima al mondo serve a superare le paure di perdite ulteriori.

L’ideale che più di tutti avvicina l’America alla Russia, in questi mesi di trattative fasulle per cercare una pace che nessuno dei due contendenti desidera veramente, è la ricerca del paradiso perduto, di una grandezza umiliata, di un dominio rimasto negli archivi del secolo passato. Fare la Russia e l’America “ancora grandi”, Maga o Russkij Mir, non è altro che il sogno di tornare al mondo in cui c’erano i due grandi imperi a cui si sottomettevano tutti gli altri Paesi, ognuno secondo la sua scelta di campo più o meno obbligata, lasciando uno spazio indefinito di “Terzo Mondo” su cui entrambi poggiavano il tallone.

La restaurazione della potenza annichilita è il principale leitmotiv di tutta la politica di Vladimir Putin in questo quarto di secolo, e l’argomento fondamentale della propaganda bellica dell’ultimo decennio, fino all’affermazione tragicomica che “se poi tutto il mondo verrà distrutto, noi andremo in paradiso e tutti gli altri scompariranno”. Questo è in effetti il vero obiettivo delle trattative da parte russa, che vorrebbe quanto meno la totale scomparsa del popolo ucraino, e possibilmente di buona parte degli europei. Non interessano le conquiste, ma le perdite subite, e ritornare in cima al mondo serve a superare le paure di perdite ulteriori, di rivelare la natura illusoria della propria superiorità, l’inconsistenza della propria missione nell’affermare valori morali del tutto artificiali, l’abbaglio di un consenso popolare costruito sul terrore e sull’indifferenza allo stesso tempo.

A metà gennaio di quest’anno, nei giorni dell’insediamento di Donald Trump, sul canale Rossija 24 mostrarono un documentario dal titolo “L’America che loro hanno perso”, del giornalista-americanista Mikhail Taratuta, che parafrasava il film del 1992 di Sergej Govorukhin, “La Russia che noi abbiamo perso”, girato subito dopo il crollo dell’Urss per cercare una matrice su cui costruire una nuova Russia indipendente. Il motivo dominante rimane il mito del “paradiso perduto”, con la nostalgia di un passato di cui non si sa esattamente che cosa si dovesse salvare, se un presunto benessere o un dominio coloniale, che i russi hanno gettato via mandando in rovina il sistema sovietico, e gli americani impicciandosi dei destini di popoli a loro incomprensibili, fino a produrre la reazione dell’estremismo islamico.

Govorukhin è stato uno dei più importanti narratori delle guerre russe nel periodo post-sovietico, in Cecenia, Asia centrale fino alla Jugoslavia, e morì per un infarto a soli 51 anni nel 2011, dopo essere stato anche un politico e deputato alla Duma di Mosca, e aver fondato associazioni per aiutare gli invalidi di guerra. Egli sognava la rinascita di una Russia ideale, quella dei principi e degli zar usciti dal giogo tartaro medievale, al posto del lugubre impero dei funzionari sovietici e anche delle classi sociali obbligate degli imperatori occidentalisti, da Pietro il grande a Nicola II. La “Russia dei grandi zar” prima delle rivoluzioni, da quella francese a quella sovietica, rappresentava secondo lui la “bellezza divina del potere”, quel senso di appartenenza al regno celeste che i messaggeri del principe Vladimir di Kiev provarono durante la liturgia imperiale a Santa Sofia di Costantinopoli, che spinse la Rus’ a immergersi nelle acque del battesimo ortodosso, perché “non sapevamo se ci trovavamo in cielo o in terra”, come racconta l’antica Cronaca di Nestor.

Raccontando le guerre seguite al crollo dell’impero coloniale sovietico, il regista sognava di trovare un nuovo “padre e monarca” secondo i principi più solenni dello zarismo, la triade di “autocrazia, ortodossia e popolarismo”, la narodnost che indica il riconoscimento da parte del popolo di una unione profonda, la sobornost universale che i russi vogliono instaurare a tutte le latitudini. Così un altro famoso regista russo, Nikita Mikhalkov, scelse di recitare nel 1998 come principale protagonista il ruolo dell’imperatore Alessandro III, in cima al cavallo bianco nel film del Sibirskij Tsirjulnik, “Il Barbiere di Siberia”, anch’egli affermando che “il potere deve mostrare al mondo intero il suo autentico volto meraviglioso”. Poco dopo la proiezione di questo quadro grandioso, che produsse un effetto notevole nell’animo dei russi, venne scelto come “padre del popolo” il più tetro e anonimo burocrate sovietico, l’agente segreto Vladimir Putin, forse proprio per permettere ad ogni russo di immaginare sé stesso sul trono dello zar.

La Duma di Stato ha sostituito quindi il Comitato Centrale, mettendo attori e registi al posto di operai e contadini, in una nuova tinteggiatura del potere che esaltasse la “bellezza” al posto della “lotta di classe”, come in empireo di nuovi santi e angeli del paradiso. Nel “Barbiere di Siberia” c’è la storia di una giovane americana che partorisce uno splendido bambino da un giovane cadetto russo, che per questo viene mandato al confino in Siberia, e lo stesso Mikhalkov spiegava questa scena come “la Russia perduta che diventa un’occasione di rinascita per la stessa America, che ha sempre invidiato la forza dello spirito russo, ma sono loro che ci hanno perso”, rievocando il titolo di Govorukhin. Questa è la vera motivazione “spirituale” della guerra russa in Ucraina, per attirare di nuovo l’amore perduto della giovane America alla bellezza superiore della Russia, ciò che si sta verificando proprio in quest’anno di ricomposizione dell’ordine mondiale di Oriente e Occidente.

Mikhalkov aveva debuttato alla regia nel 1974, in piena epoca brezneviana, con il film Svoj sredi čužikh, “Uno dei nostri in mezzo agli estranei, estraneo in mezzo ai suoi” nella versione completa del titolo, che era stato definito un eastern, vale a dire un western all’orientale che si ispirava agli “spaghetti-western” di Sergio Leone con Clint Eastwood. Girato tra la Cecenia e l’Azerbaigian, raccontava la requisizione dell’oro da parte dei sovietici alla fine della guerra civile dopo la rivoluzione del 1917, nella lotta tra čekisti, ufficiali dell’Armata Bianca e banditi, con grandi sparatorie e conflitti di massa in cui non si capisce da che parte stanno i protagonisti. Il tema di fondo era ancora di piena ispirazione sovietica, quella della “unione del partito con il popolo”, ma sempre per proporre un ideale di “fraternità militante” in grado di creare il paradiso sulla terra, poi disperso negli anni della perestrojka e del disfacimento del nuovo mondo della giustizia e della pace sovietica.

Il giornalista Taratuta negli anni Novanta faceva il conduttore televisivo di un programma sull’America, raccontando le meraviglie di quell’altro mondo che a lungo era stato esecrato come il “regno del male”. Nell’ultimo documentario invece si mostra come gli americani stessi “se lo sono persi da soli” nella “rivoluzione della cultura woke” che ha raggiunto il suo culmine negli anni della presidenza di Joe Biden, in quel “regime liberale” che protegge qualunque minoranza e opprime la maggioranza ancorata ai valori autentici, come nella “liberale San Francisco, una città con il 15% di omosessuali” o nella “super-liberale New York, che non fa altro che protestare contro i poliziotti che uccidono un delinquente tossicodipendente di pelle nera”. L’America è diventata “decadente, ignorante e transgender”, lasciando intendere che solo i russi possono salvarla, come si è dimostrato con l’operazione di de-nazificazione dell’Ucraina; come se volessero dire “ora arriviamo anche da voi!”, saltando a piè pari la grigia Europa, perché i russi amano specchiarsi direttamente negli americani.

Come afferma la psicologa e pubblicista Kira Merkun su Radio Svoboda, la ricerca del paradiso perduto è “un derivato dell’illusione infantile dell’onnipotenza”, quando ci si sente forti e sicuri accanto ai genitori, soprattutto all’ombra del padre. Il paradiso è “una proiezione del proprio Io ideale” nei confronti della realtà esterna, sia essa la Cecenia, la Crimea, il Donbass, l’Ucraina, l’Europa o l’America. “Tutto va bene se arriviamo noi”, pensano i russi, che invadono il giardino del vicino scavalcando le recinzioni per rubare le mele dall’albero, e così “si creano le sette totalitarie”, afferma la Merkun, nella fantasia del proprio mondo dominato dal padre onnipotente, che si rivela quindi come un criminale assoluto, “il nazismo è la simulazione del paradiso” che giustifica ogni guerra e ogni sterminio.

Si ha l’impressione che i russi siano frustrati non tanto o non soltanto per la perdita della grandezza sovietica, ma per la dissoluzione di quel mondo americano che tanto li aveva illusi dopo il comunismo, con i chewing-gum e le crocchette di pollo, e i filmetti porno sempre a disposizione, e ora “ci tocca rimettere a posto quel mondo degradato”. È la negazione che rivela il livello più grande dell’affermazione, quel “ti odio” che significa “ti amo follemente” da parte dell’orfano abbandonato dai genitori, e la Russia è l’eterno orfano dell’intera storia dell’Occidente, lasciato in balia delle steppe siberiane e dei valichi caucasici. La mancanza di un vero padre genera nei russi un invincibile senso di colpa, un bisogno di redenzione e di ritorno al paradiso perduto, un archetipo universale vissuto come esclusivo e apocalittico: la Russia vuole prendere il posto di Dio, anche a costo di distruggere l’uomo.

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RITAGLI DI PAGINE INEDITE

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🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 290 – ORIGINE, FONDAZIONE E MISSIONE DELLA CHIESA

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⭐SEDE DI RADIO MARIA IN IRAQ-PIANA DI NINIVE – ERBIL

NELLA PIANA DI NINIVE SONO CONCENTRATI BUONA PARTE DEI CRISTIANI DELL’IRAQ, DOVE E’ ANCORA VIVO L’ARAMAICO, LA LINGUA PARLATA IN PALESTINA AI TEMPI DI GESU’ E CON LA QUALE LA MADONNA SPESSO PREGA A MEDJUGORJE.

LE PERSECUZIONI IN AFRICA

Hic sunt leones
Una riflessione sulla complessità del fenomeno degli attacchi alle comunità cristiane

di Giulio Albanese – L’Osservatore Romano, 28/03/2025

Ogni volta che in Africa o nel vicino Medio Oriente viene perpetrata un’azione terroristica ai danni di una comunità cristiana, la notizia riscuote solitamente una notevole risonanza sulla stampa occidentale. Tuttavia, dietro il clamore mediatico, rimane spesso inesplorata la complessità del fenomeno. Le persecuzioni, e in particolare i loro retroscena, hanno da sempre costituito una materia ostica, difficile da comporre in una visione d’insieme coerente. Per affrontare correttamente una realtà tanto articolata, è bene rammentarlo, occorre conoscerla nei dettagli, negli effetti, nelle cause, e non ridurla a una semplice analisi per compartimenti: il risultato finale, infatti, non coincide con la mera somma delle singole componenti.

Ciò significa, in sostanza, guardando ad esempio alla questione delle persecuzioni in senso lato, che queste, se opportunamente valutate, non possono prescindere dalle cause e concause che oggi le generano, sia nei Paesi dove esse si manifestano (ideologie dominanti, politiche perverse, legislazioni arcaiche…), sia nel contesto più generale della globalizzazione, al cui interno certe dinamiche trovano terreno fertile. Tutti questi fattori interagiscono tra loro, a volte rendendo la matassa estremamente intricata. Per tali motivi occorre operare un sano discernimento sulle scelte da praticare, se vogliamo davvero segnare la svolta, quella del riscatto, dell’affermazione dei diritti e dunque dell’agognato cambiamento.

Ma procediamo con ordine. È bene rammentare che il termine persecuzione, dal latino persequi, nel lessico italiano si applica prevalentemente all’ambito religioso, in riferimento all’azione di un determinato potere costituito, allorché esso configura come un delitto e punisce conseguentemente l’adesione a una determinata credenza religiosa e tutti gli atti che ne conseguono.

In questa prospettiva, la fenomenologia persecutoria — in particolare quella di matrice islamista — è riscontrabile in diverse aree dell’Africa. Tuttavia, nel tentativo di comprenderla appieno, non è sufficiente individuare esclusivamente le parti in causa — vittime e carnefici — ma occorre anche analizzare le ragioni profonde che alimentano tali azioni criminali, responsabili ancora oggi di sofferenze indicibili.

La posta in gioco è alta perché occorre evitare la perniciosa deriva del cosiddetto «scontro delle civiltà» fortemente voluto dagli estremisti. Infatti, è evidente che l’intento dei gruppi jihadisti è quello di strumentalizzare la religione per fini eversivi, eliminando chiunque si opponga al loro delirio di onnipotenza. Ridurre, dunque, la galassia delle forze d’ispirazione jihadista esclusivamente nella prospettiva di una lotta globale contro l’Occidente, sotto una struttura di comando centralizzata indicata come al-Qaida o Isis, significa non cogliere la complessità del fenomeno in cui entrano in gioco spesso questioni locali, proprie dei singoli Stati in cui operano le suddette cellule eversive. Basti pensare, ad esempio, al movimento al-Shabaab in Somalia o Boko Haram in Nigeria che hanno trovato ispirazione nei conflitti in atto nei rispettivi territori tra le oligarchie locali per il controllo del territorio e del potere.

Queste formazioni hanno sempre colpito chiunque osteggiasse il loro progetto d’imporre la Sharìa, la legge islamica: musulmani, cristiani, animisti… Peraltro, da un punto di vista numerico, i terroristi hanno ucciso in questi anni più musulmani che cristiani e ogni volta che hanno perpetrato attentati contro chiese e istituzioni cristiane (al-Shabaab in Kenya dopo che il governo di Nairobi era intervenuto militarmente in Somalia e i Boko Haram in Nigeria e nel vicino Camerun) e l’hanno fatto perché queste azioni sarebbero state riprese dalle testate giornalistiche internazionali, avendo così risonanza a livello mondiale. Messaggi mortiferi, dunque, ispirati da un’ideologia in netto contrasto con il sentimento religioso e spirituale dei grandi monoteismi.

Rimane il fatto che queste formazioni criminali operano in diversi settori del continente africano. Sono, ad esempio, molto attive nel triangolo geografico compreso tra Niger, Mali e Burkina Faso, dentro il vasto perimetro della regione saheliana. Per non parlare del settore orientale della Repubblica Democratica del Congo (Nord Kivu) o del Mozambico Settentrionale, dove a pagare il prezzo più alto è la stremata popolazione civile.

È comunque importante precisare che vi sono altri Paesi islamici in Africa in cui i cristiani si trovano spesso ad affrontare situazioni difficili, determinate, ad esempio, dalle limitazioni imposte dai vari sistemi giurisprudenziali, che riducono fortemente le facoltà dei cristiani nell’ambito lavorativo e più in generale del «diritto civile». Questo indirizzo, con varie accentuazioni e sfumature, si riscontra dal Marocco, dove la presenza cristiana è ridotta ad un «piccolo resto» senza pretesa alcuna di proselitismo, tassativamente proibito dall’ordinamento vigente nel Paese, all’Algeria, terra di martiri, dove, in questi anni, la comunità cristiana ha pagato a caro prezzo con il sangue il suo tributo contro il terrorismo accanto alla popolazione inerme. Basti pensare all’eroico sacrificio dei sette monaci trappisti di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine, trucidati nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996. Anche in Egitto, il Cristianesimo copto è soggetto ai condizionamenti giuridici sanciti dalla Costituzione che, pur garantendo la libertà religiosa, proclama l’Islam come principale fonte legislativa, condannando l’apostasia alla pari di un reato per alto tradimento. Sempre in questo Paese, dove il dissenso politico viene represso, la costruzione di un luogo di culto per i cristiani necessita di un lungo e spossante iter burocratico.

Una cosa è certa: c’è una differenza abissale tra parlare di persecuzioni e viverne da vicino il dramma, guardando negli occhi chi, giorno dopo giorno, sopravvive in quella condizione estrema. Per capire davvero, bisogna esserci, vedere, ascoltare e toccare con mano. Alcuni anni fa, grazie al supporto di un’organizzazione umanitaria, mi fu possibile entrare in un Paese africano, a stragrande maggioranza musulmana, sconvolto dalla guerra e retto dalla Sharìa, la legge islamica. Per tutelare la piccola e coraggiosa comunità cristiana ancora presente, non posso tuttora rivelare nomi né luoghi. Ma non dimenticherò mai ciò che vidi. Chiesi quasi subito di poter visitare i resti di alcune chiese. La prima tappa fu la cattedrale locale: un cumulo di rovine. Più tardi, in clandestinità, raggiunsi un vecchio sacrestano in un villaggio a una settantina di chilometri dalla capitale. L’edificio della parrocchia era stato brutalmente sventrato così come il campanile. Ma fu l’altare a lasciarmi senza fiato: la mensa sacra spezzata in due, come se si volesse infrangere, simbolicamente, il cuore stesso della fede. Con dignità composta, il vecchio mi raccontò di essere riuscito a salvare i registri dei battesimi. Li custodiva gelosamente in casa, nascosti come reliquie. Gli chiesi se fosse in contatto con una piccola comunità di religiose che operava nella capitale. Mi rispose che una volta al mese riceveva da loro flaconi di medicine in cui erano celate le particole. Prima di andarmene, gli donai una coroncina del rosario. Scoppiò a piangere come un bambino che ritrova qualcosa di perduto, e mi chiese di benedirla. Poi la nascose con cura in una bisaccia, su cui spiccava la scritta Allāh Akbar. A bassa voce, quasi temesse che qualcuno potesse udirlo, mi sussurrò che, per lui, quelle parole erano dedicate al Dio dei cristiani. Nessuno lo sapeva.

E proprio per questo, non si può restare in silenzio. Le parole si fanno responsabilità. Come ammonì Papa Francesco durante la sua visita a Tirana, «nessuno può permettersi di prendere a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti».

Pensieri sui Vangeli Festivi: 4° domenica di Quaresima – di Padre Livio

Vangelo

Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15,1-3.11-32
 
In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
 
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
 
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
 
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Parola del Signore.

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

 

Con la sua voce debole il messaggio è ancora più forte

Caro Padre Livio,
ho appena ascoltato il commento al messaggio del 25 marzo e ne sono stata commossa.
La sua voce “sofferente” rendeva ancora più vibranti le sue parole e quel “vi voglio bene” alla fine mi ha toccato il cuore.
Chissà come deve essere sentire quel “vi amo” detto da Maria! 
Vorrei anche dirle che sono stupita dalla sua tenacia nel continuare a invitare il suo gregge alla conversione: lei é davvero un collaboratore instancabile di Maria 🙂
In questi giorni vivo una grande difficoltà interiore, ho fatto qualche passo indietro nel cammino e ora faticosamente cerco di tornare al passo…
Ho tanto bisogno delle sue preghiere per me e per i miei cari lontani da Dio…
Ci conto tanto Padre Livio e anch’io la penso con affetto e prego per lei!
Gabry


Cara Gabry,

il cammino spirituale, come ci testimonia il Vangelo e la vita dei Santi, è impegnativo e bisogna ricominciarlo ogni mattino.

Dobbiamo lottare contro nemici formidabili: la nostra natura umana indebolita dal peccato, il mondo con le sue seduzioni e la sua ostilità, il demonio con i suoi inganni e i suoi assalti.

Solo lottando ogni giorno e perseverando fino alla fine ne usciamo vincitori, con l’aiuto indispensabile della grazia di Dio.

Per questo dobbiamo ogni giorno coltivare la preghiera e la unione con Gesù e Maria, perché solo il loro amore ci rende capaci di resistere alle insidie del male.

Dobbiamo anche essere consapevoli che il nostro esempio ha un ripercussione silenziosa sulle anime che entrano in contatto con noi e che si rialzano o cadono a seconda di come noi camminiamo.

Questo ci deve spronare a lottare ogni giorno sorretti dall’amore gioioso che Gesù e Maria riversano nei nostri per invigorirli e portali alla vittoria.

Grazie per le sue preghiere. Anch’io prego volentieri per lei e la sua famiglia e chiedo ogni giorno a Gesù e a Maria di benedire in modo speciale la grande famiglia di Radio Maria.

Ave Maria

Padre Livio

🔴LIVE🔴🙏⭐️CATECHESI GIOVANILE⭐️P.LIVIO: LA VITA E’ UNA MISSIONE – Puntata 9🙏

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