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"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Il ministro Crosetto: «Israele ha il timore che l’Iran usi l’atomica. Io sono preoccupato da un anno, così si rischia l’escalation»

di Fiorenza Sarzanini- Corriere della Sera – 15 Giugno 2025

Il ministro: «Il 5% per le spese militari? Obiettivo raggiungibile in 10 anni»

Ministro Crosetto, oltre un anno fa lei disse che la situazione tra Israele e Iran era la sua massima preoccupazione. Ora?
«È vero, ero molto preoccupato di ciò che poteva accadere per un motivo molto semplice, la corsa dell’Iran verso l’arricchimento dell’uranio e la costruzione della bomba atomica, era ed è inaccettabile per Israele. Perché l’Iran ha ribadito, più volte, che il suo scopo è distruggere non Israele — che non chiama nemmeno Stato di Israele, ma “entità sionista” — ma ogni presenza israeliana nella regione. Il giorno in cui l’Iran avesse la bomba atomica, non perderebbe un’ora: la userebbe e senza esitazione. Israele lo sa, lo ha sempre saputo, ed è la sua principale preoccupazione. Per questo non era difficile prevedere che prima o poi sarebbe partito un attacco rilevante».

Quindi lei ritiene che esista davvero il rischio di una guerra nucleare?
«Purtroppo, non possiamo escludere nulla. A ora, non ci sono segnali concreti di imminente impiego di armi nucleari da parte di Israele che invece vuole neutralizzare questi armamenti. Ma, come in ogni conflitto, e in questo caso ancora di più, è fondamentale agire con assoluta prudenza. È nostro dovere lavorare affinché la tensione si abbassi il prima possibile e si trovi una forma di nuova convivenza tra Israele e Iran. Altrimenti, il rischio di escalation è molto più grave rispetto ad altri scenari globali».

Quali?
«Il principale è quello di un allargamento del conflitto. Un’escalation potrebbe avere gravi ripercussioni sull’economia, sull’approvvigionamento energetico e sulla sicurezza interna. Lo Stretto di Hormuz sarà uno dei punti critici, nelle prossime settimane, ma anche a medio-lungo termine la situazione può avere conseguenze importanti, incluso un aumento del rischio di attacchi terroristici».

Anche in Italia?
«Da noi il rischio maggiore è quello di atti dimostrativi da parte di gruppi radicalizzati. Al momento, non ci sono segnali di organizzazioni specifiche con intenzioni dirette sull’Italia. Ma i nostri servizi di intelligence, così come le forze di polizia, operano con la massima attenzione e reattività come sempre. Sono stati rafforzati i dispositivi di sicurezza in tutto il Paese, ma senza creare allarmismi».

Trump ha detto di essere stato informato da Israele dell’attacco. L’Italia ha ammesso di essere all’oscuro. Non crede sia arrivato il momento di rivedere i nostri rapporti internazionali?
«No, semmai è arrivato il momento di rinsaldare i nostri rapporti internazionali. Dobbiamo rimanere saldamente ancorati alla Nato e all’Europa, ma al tempo stesso rafforzare la nostra autonomia strategica. In questo caso, non c’è stata alcuna comunicazione né all’Italia né ad altri Paesi europei, come Germania, Regno Unito o Francia. Ma era evidente da tempo, come ho già detto, che prima o poi ci sarebbe stato un attacco. L’attenzione doveva restare altissima».

Lei, più volte, ha invitato Netanyahu a fermarsi, ma i fatti dimostrano che le intenzioni sono altre. Che fare?
«La comunità internazionale deve continuare a chiedere a Netanyahu di fermare gli attacchi militari su Gaza. Hamas va combattuta, certo, ma in un altro modo. La popolazione civile palestinese deve poter tornare a vivere una vita normale, avere una casa, una terra, una prospettiva. Altrimenti non si uscirà mai da un conflitto perenne che, da troppo tempo, stringe quella regione come in una morsa».

Dopo l’elezione Trump disse che avrebbe fatto finire tutte le guerre in una settimana, ma la sua politica va in direzione opposta.
«Non lo penso, credo sia nel suo interesse far finire tutte le guerre, a Gaza come in Ucraina. Il problema è che non è così semplice: non basta la volontà di Trump per far finire una guerra. Come ha detto, parlando dell’Ucraina, c’è una sola persona che può fermarla in un secondo: chi l’ha iniziata, Putin».

L’attacco all’Iran ha peggiorato la situazione a Gaza.
«Sì, certamente. I conflitti si alimentano a vicenda: violenza chiama violenza. Ogni atto ostile contro l’Iran rafforza le spinte estremiste nei territori collegati a Teheran. A Gaza, in Libano o nel Mar Rosso, ci sono attori definiti “proxy” proprio perché rispondono direttamente agli input iraniani».

Resta fermo a non volere schierare truppe in Ucraina?
«Sì, è una posizione ferma. Sarebbe surreale farlo, proprio ora. E mi pare che anche la coalizione dei Volenterosi, dopo mesi di discussione, sia arrivata alle stesse conclusioni che io e il presidente Meloni abbiamo espresso già mesi fa».

E in altri teatri di guerra?
«Noi non mandiamo i nostri soldati in teatri di guerra. Mai. Li inviamo in aree dove si è stabilita una pace o durante fasi di tregua e per garantire la stabilità di quei Paesi. I nostri militari non vanno all’estero per combattere: non rientra, tra l’altro, nelle possibilità previste dalla nostra Costituzione».

I nostri arsenali militari sono quasi vuoti. In che modo continueremo a mandare armi all’Ucraina?
«È evidente che non possiamo lasciare le nostre scorte vuote. Stiamo attivando nuovi contratti e rivedendo la logistica. Ma continueremo a sostenere l’Ucraina, nei limiti del possibile, perché non si può lasciarla sola sotto un attacco che continua senza sosta, violando il diritto internazionale. Quando ci sarà una vera tregua e inizierà un realistico percorso di pace, allora cesseremo il supporto militare».

La Nato ci chiede di arrivare al 5% delle spese militari, ma noi fatichiamo anche a raggiungere il 2%.
«La Nato chiederà, probabilmente, come spese, un 3,5% in difesa e un 1,5% in sicurezza. È un obiettivo ambizioso, ma nessuno di noi pensa di raggiungerlo in uno o due anni. È ragionevole fissare il traguardo al 2035, con un aumento massimo dello 0,2% l’anno, così da renderlo compatibile con il nostro bilancio e senza toccare spese essenziali come sanità, welfare e istruzione. L’ho detto e ripetuto più volte».

Servono 40 miliardi. Dove li troverete?
«L’obiettivo è raggiungibile in dieci anni, non in sei mesi. In tal modo sarà possibile mantenere le compatibilità con tutte le altre priorità, senza tagliare servizi fondamentali».

Il piano Rearm Europe può diventare presto operativo?
«Rearm Europe, più che un piano definito, è un’idea che lascia agli Stati la libertà di contribuire secondo le proprie capacità. Il nostro compito è rispettare gli impegni Nato e gli assetti richiesti. Ogni Paese ha un ruolo assegnato. Così, contribuiamo anche a costruire un futuro sistema di difesa europea, basato sugli stessi criteri e principi della Nato».

I precari equilibri nella regione

di Federico Rampini| 13 giugno 2025 – Corriere della Sera

La decisione di colpire l’Iran e il suo programma nucleare pone gli Usa davanti a un bivio. Le ricadute in Medio Oriente e non solo

Il rapporto tra America e Israele torna al centro dell’attenzione mondiale, come lo fu durante l’Amministrazione Biden. Chi dei due ha più influenza sull’altro? È una questione irrisolta dai tempi della presidenza di Lyndon Johnson durante la Guerra dei Sei giorni (1967). Allora il leader democratico scelse un allineamento della Casa Bianca su Tel Aviv, che non era stato tale per i suoi predecessori. Oggi un’interpretazione descrive Donald Trump spiazzato, scavalcato, manipolato dal suo amico Benjamin Netanyahu. Israele era allarmato dal negoziato che gli americani stavano conducendo con gli iraniani in Oman; la denuncia degli ispettori Onu sull’avanzamento dei preparativi nucleari ha spinto all’attacco: per far fallire l’opzione diplomatica di Trump, metterlo di fronte al fatto compiuto, ricondurlo all’ovile, e al tempo stesso colpire le capacità iraniane finché c’è tempo. 

Una lettura alternativa evoca invece un coordinamento, una divisione dei compiti fra «poliziotto buono e poliziotto cattivo». La squadra di Trump si è convinta che nell’Oman gli iraniani li stavano menando per il naso, che quel negoziato non andava da nessuna parte, anzi nel frattempo procedeva la marcia verso la bomba atomica. Senza partecipare all’attacco israeliano, Trump avrebbe dato il suo via libera nella speranza che l’elettroshock di una immane disfatta militare convinca gli iraniani a cogliere il suo ramoscello d’ulivo e fare concessioni serie per una soluzione diplomatica. Trump aveva dato un ultimatum di 60 giorni alla delegazione iraniana, Israele ha attaccato al 61esimo.

L’America è di nuovo a un bivio, nei tanti colpi di scena che da quasi mezzo secolo la confrontano con la «questione persiana». Dopo aver perso quello che era stato il loro migliore alleato nel Golfo, con la caduta dello Scià nel 1979, tutti i presidenti Usa si sono confrontati ad un rivale sistemico che si è dato tre compiti messianici, scolpiti nella costituzione religiosa del regime teocratico: distruggere Israele e gli ebrei; invadere la Mecca e Medina, luoghi sacri dell’Islam sotto la tutela sunnita-saudita; cacciare il Grande Satana americano dal Medio Oriente. L’antagonismo irriducibile degli iraniani non escludeva però flessibilità e pragmatismo, donde i vari tentativi di dialogo, prima con Barack Obama e di recente con Trump: accordarsi sulle regole del gioco per una convivenza tra nemici.

Netanyahu tenta di riportare l’America verso un’opzione strategica diversa: al termine c’è il regime change, lo scenario di rovesciamento della teocrazia degli ayatollah. È un approccio che fu abbracciato dai neoconservatori di George Bush Junior con le guerre in Afghanistan e Iraq, ma anche da Obama in Libia. Quella stagione è stata ripudiata da Trump.

 Da ultimo è cresciuta l’influenza saudita sulla Casa Bianca. La prima visita del Trump bis all’estero è stata a Riad, snobbando Israele. L’altro migliore amico di Trump in Medio Oriente, colui che contende a Netanyahu la capacità di orientare la politica estera Usa, è il principe saudita Mohammed bin Salman (MbS). Di fronte alla tragedia di Gaza e del popolo palestinese, MbS ha rinviato sine die i suoi progetti di disgelo diplomatico con Tel Aviv. Anche per lui l’Iran costituisce una minaccia esistenziale, un pericolo permanente per la sopravvivenza del Regno arabo. Però MbS ha finito per abbracciare l’opzione realista di un accomodamento con gli ayatollah, sperando che sia anche il modo migliore per facilitare un cambio di leadership a Teheran. Ora MbS subisce da parte di Israele la stessa pressione, sollecitazione o ricatto che avviene su Trump: Netanyahu sta offrendo la prospettiva, allettante se verosimile, di accelerare i tempi di un regime change e togliere di mezzo una minaccia per tutta l’area. Altri regimi sunniti conservatori di quell’area osservano con cautela gli sviluppi, vedere l’Iran in ginocchio non è un brutto spettacolo per loro.

Quali possono essere le ricadute interne all’Iran? Il vecchio luogo comune per cui un’aggressione esterna ravviva il nazionalismo e compatta la popolazione attorno al regime, forse è superata. Lo spettacolo d’impotenza militare, le evidenti infiltrazioni del Mossad a Teheran, screditano una classe dirigente già odiata dalla maggioranza dei persiani. Non c’è un’opposizione pronta a guidare il Paese ma ci sono seconde e terze file di dirigenti giovani, che possono cogliere l’occasione per un’alternativa strategica a Khamenei. La caduta di Assad in Siria ha ricordato che despoti apparentemente incrollabili possono rivelare le loro fragilità all’improvviso.

Il mondo intero ha qualcosa da vincere o da perdere. L’Iran fa parte di un asse anti-americano e chiede aiuto ai suoi protettori. Per Putin questo colpo indebolisce uno dei suoi alleati e maggiori fornitori di droni. La Cina è preoccupata per le eventuali ripercussioni sui flussi di petrolio dal Golfo, da cui è ancora dipendente. Israele finora non ha colpito infrastrutture energetiche iraniane però si riserva di farlo. Fra le tante milizie filo-iraniane, i primi che potrebbero riprendere le loro azioni sono gli Houthi, nel Mar Rosso oppure contro paesi arabi e filoisraeliani del Golfo.

L’Europa ha la stessa vulnerabilità della Cina, in passato ha dovuto aspettare dagli americani una protezione per le sue navi mercantili sotto attacco. Le opinioni pubbliche europee, giustamente sensibili alla tragedia umanitaria di Gaza, hanno scarsa accortezza di un cambio di paradigma all’interno di Israele: quel Paese è sempre meno sensibile al giudizio internazionale; il suo establishment di sicurezza (dai militari ai servizi segreti) sembra coeso nel sostenere l’offensiva attuale e portare a compimento il «castigo» di tutti i colpevoli del 7 ottobre 2023.

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🔴LIVE🔴 CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – Puntata 367 – LA COMUNIONE DEI SANTI

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🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Satana sta risucchiando il mondo nel vortice di una guerra globale 

Buongiorno caro Padre Livio.

Come molti, sto seguendo con apprensione l’evoluzione dello scontro militare tra Iran e Israele. L’ennesimo teatro di guerra di un mondo che ormai sembra in fiamme, e che pare aver ceduto alla logica della guerra e della violenza come metodo privilegiato di risoluzione delle controversie tra gli Stati e tra i popoli.

Allo stesso tempo, non ho potuto fare a meno di ricordare che un anno fa, la sera del 15 giugno, la Madonna chiamò i suoi figli ad una novena di preghiera sul Podbrdo, a cui si unirono tantissimi fedeli in ogni parte del mondo, tra i quali me e la mia famiglia.

L’ intenzione richiesta della Madonna era proprio quella di pregare per la pace. Nel frattempo, in un anno abbiamo avuto il nulla osta della Chiesa su Medjugorje, l’apertura del Giubileo e un nuovo Papa (quasi fossero i frutti di grazia ottenuti dal Cielo mediante quella Novena).

Sembra proprio di trovarsi in una congiuntura critica del piano di Maria, in una cerniera che divide una fase dalla successiva, come se ci fosse un prima e un dopo.

La domanda dunque è: alla luce degli ultimi eventi, chissà se domani sera la Madonna chiamerà nuovamente i suoi figli ad una novena di preghiera?

Vero è che la Regina della Pace non è mai andata dietro (giustamente) alle notizie dei telegiornali, ma lei cosa si aspetta in questo senso? Quali sono stati i suoi pensieri in questi giorni riguardo agli ultimi eventi?

Dio la benedica per tutto quello che continua a fare con coraggio e determinazione, prego per lei!

Che la Madonna la custodisca e la illumini sempre.

Ave Maria

Gianmarco


Caro Gianmarco,

Non vi è dubbio che la Madonna, in momento come questi, chieda un impegno di preghiera particolare per la pace. Facciamolo personalmente, in famiglia e nei gruppi di preghiera.

La preghiera e il digiuno sono l’arma che satana teme di più e che è può ottenere miracoli, come la Madonna ci ha assicurato più volte.

A mio avviso la novena dello scorso anno è stata chiesta dalla Gospa anche  per ottenere dalla Chiesa il Nulla Osta, passaggio fondamentale per l’approvazione delle apparizioni che non tarderà ad arrivare.

Sinceramente non mi aspetto una replica della novena dello scorso anno, con la salita ogni sera al Podbrdo, ma piuttosto un messaggio di grande importanza per il prossimo 25 Giugno.

In una situazione particolarmente drammatica per la pace del mondo, nel momento in cui stava crollando il regime comunista a Mosca, la Madonna chiese, il 25 Agosto 1991, una novena di digiuno e di preghiera.

Satana sta risucchiando il mondo nel vortice di una guerra globale e ci riuscirà se non verrà fermato da una barriera di cuori ardenti che vivono e testimoniano la pace.

Ave Maria

Padre Livio

Il regime mutilato, i rischi per Khamenei, l’ipotesi colpo di Stato: gli scenari possibili

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 14 Giugno 2025

Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese

Dal terrazzo, Ghael vede Beit-e Rahbari – la «casa del leader» – la residenza dell’ayatollah Ali Khamenei che si trova nel centro di Teheran e che è munita di un bunker antinucleare molto sofisticato. «Ieri sera hanno provato a centrarla più volte », scrive in un messaggio con un’emoticon. La Guida suprema non dovrebbe trovarsi lì. Pare sia nascosto da qualche parte a Mashhad, la sua città d’origine. Ma non ci sono certezze.
Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese. Non c’è più: Hossein Salami, comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg); Mohammad Bagheri, capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane; Gholamali Rashid, capo del quartier generale Khatam Al-Anbiya; Esmail Qaani, comandante della Forza Quds delle Ircg; Amir Ali Hajizadeh, il responsabile della divisione aerospaziale, stratega dell’ultimo attacco allo Stato ebraico.

«Il regime si fondava sui capi di queste divisioni. Le figure del parlamento contano poco. Ha molto più potere e peso un generale delle Guardie della rivoluzione che il presidente Masoud Pezeshkian: gli attacchi sono stati studiati per paralizzare l’apparato della dittatura», dice al Corriere Beni Sabti, esperto iraniano dell’Inss di Tel Aviv, nato a Teheran. Benjamin Netanyahu ha minacciato che se l’Iran ucciderà civili, Israele risponderà colpendo figure politiche di alto profilo. «Molte di queste sono già state eliminate», commenta Sabti, e aggiunge: «Tutti gli uomini con un ruolo nell’Ircg – i pasdaran – non sono al sicuro, così come tutti i “nuovi” nominati da Khamenei. E’ l’avvertimento del presidente israeliano all’ayatollah e al suo cerchio del terrore. Gli sta dicendo “attenti, siete i prossimi”». 
La minaccia rafforza l’idea che negli obiettivi israeliani non ci sia solo la distruzione del programma nucleare e missilistico di Teheran, ma anche la destabilizzazione se non il tentativo di rovesciamento del regime.

Nella «lista di Netanyahu» potrebbe finirci il secondogenito della Guida suprema, Mojtaba, l’erede designato. È spietato, determinato a preservare la dinastia Khamenei a ogni costo, attraverso il controllo delle milizie, degli apparati di sicurezza e dei canali finanziari. Un altro uomo vicino al leader è Mohammad Bagher Ghalibaf, ultraconservatore, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, ex capo della polizia e sindaco di Teheran, Ghalibaf ha scalato le vette del potere, diventando il presidente del Parlamento. Fedelissimo alla linea della Guida Suprema, ma anche abile stratega, era un alleato stretto di Qassem Soleimani, il leggendario comandante della Forza Quds dell’Ircg, ucciso in Iraq per volere di Donald Trump, nel 2019. Un altro «amico» di Khamenei è Ali Larijani, ex comandante dell’Ircg. E’ stato capo della televisione di Stato per dieci anni, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e presidente del parlamento per oltre un decennio. Considerato un conservatore pragmatico, ha trattato sul nucleare con l’Europa.

Ma lo scenario peggiore – migliore per molti iraniani stremati da 46 anni di dittatura – è che il primo della lista di Netanyahu sia proprio lui, l’ayatollah. Non un obiettivo facile, visto gli altissimi livelli di sicurezza che lo circondano. L’uccisione del leader che dal 1989, dalla morte di Ruhollah Khomeini, guida la Repubblica islamica, aprirebbe scenari opposti e avrebbe conseguenze esplosive ben oltre il campo di battaglia. Dice al telefono con il Corriere lo scrittore ed esperto Arash Azizi: «Se Khamenei venisse ucciso, si attiverebbe un processo per eleggere un altro religioso al suo posto. Un organismo chiamato Assemblea degli Esperti, formato da clerici: una sorta di conclave. Mojtaba, suo figlio, è uno dei principali candidati. Tuttavia,  c’è la possibilità che l’uccisione di Khamenei sia talmente destabilizzante da spingere anche altri elementi all’interno del regime a farsi avanti e a cambiare il sistema. In tal caso, il vero potere potrebbe non risiedere più nell’ufficio della Guida Suprema».

Si innescherebbero lotte intestine che creerebbero ancora più disordine anche regionale, viso l’influenza su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove per decenni l’Iran  ha armato e sostenuto milizie locali. 
Se il dittatore cadesse,  le strade potrebbero tornare a riempirsi di manifestanti. Gente che sogna la fine della dittatura, che ha meno del 20% del popolo dalla sua parte. «Un’altra opzione è il colpo di stato. Le fazioni militari e coloro che sono legati agli oligarchi iraniani potrebbero prendere il controllo», dice Azizi. Va considerato, che in  Iran non esiste un leader dell’opposizione. 

Non c’è perché è vietato opporsi, chi lo ha fatto è stato ucciso o è in prigione. «Nessuna delle organizzazioni o figure dell’opposizione iraniana possiede attualmente la forza sufficiente per avere una reale possibilità di arrivare al potere. Una rivolta popolare spontanea potrebbe portare alcuni di loro in primo piano, ma oggi sembra difficile. Può anche essere che una fazione del regime, come i riformisti, prenda il controllo e gestisca i contatti con l’Occidente», conclude Azizi. Secondo Ali Vaez, direttore dell’International Crisis Group’s Iran  esperto Non esiste un’alternativa praticabile a questo regime, né all’interno né all’esterno dell’Iran. Perciò, un’implosione è destinata a sfociare o in una guerra civile o in un colpo di stato militare.

Spaesati e colti di sorpresa, i leader della Repubblica Islamica sono all’angolo, ma non possono permettersi di mostrarsi fragili. Sempre più assediati dalla paura per la propria sopravvivenza e segnati da un’umiliazione profonda, sembrano spinti verso l’escalation. In questo clima di tensione crescente, non è da escludere che Teheran scelga la via degli attacchi clandestini contro Israele, o peggio, decida di accelerare senza indugi il programma nucleare, destabilizzando ancora di più il Medio Oriente.

Iran-Israele, Papa Leone XIV: “E’ dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace”

Prima di concludere l’udienza giubilare nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha pronunciato un appello per la pace in Medio Oriente

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, sabato 14 giugno 2025, 10:28 (ACI Stampa).

Prima di concludere l’udienza giubilare nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha pronunciato un appello per la pace in Medio Oriente.

“In questi giorni giungono notizie che destano molte preoccupazioni. Si è deteriorata la situazione in Iran e Israele. In un momento così delicato – ha detto Leone XIV – desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune: nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro. E’ dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace avviando cammini di riconciliazione e favorendo soluzioni che garantiscano sicurezza e dignità per tutti”.

🔴LIVE🔴 Pensieri sui Vangeli Festivi: Santissima Trinità – di Padre Livio

Vangelo

Tutto quello che il Padre possiede, è mio; lo Spirito prenderà del mio e ve lo annuncerà.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,12-15

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Parola del Signore.

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BENEDETTO XVI

ANGELUS

Solennità della Santissima Trinità
Piazza San Pietro
Domenica, 7 giugno 2009

Cari fratelli e sorelle!

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica.

Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28).

La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

Netanyahu e la dottrina della forza: l’incubo atomica e i tempi forzati

di Davide Frattini|13 giugno 2025 – Corriere della Sera

Il leader israeliano, che ha ordinato l’attacco all’Iran nelle scorse ore, segue la linea di Begin: niente armi distruttive ai nemici. Il principio è chiaro: «Chi è più forte, sopra

La «dottrina Begin» decolla il pomeriggio del 7 giugno di 44 anni fa, quando 14 jet volano verso la periferia di Bagdad e demoliscono il reattore nucleare voluto dal dittatore Saddam Hussein

Prende il nome dal politico combattente che per primo porta la destra al potere in Israele e per primo firma la pace con un Paese arabo, l’Egitto. La dottrina stabilisce che la nazione non permetterà a nessuno tra i nemici (i tanti in Medio Oriente) di ottenere armi per la distruzione di massa. Stabilisce, soprattutto, che lo Stato ebraico «agirà da solo», senza aspettare il soccorso degli alleati, «quando l’esistenza del suo popolo è in pericolo».

Successe anche durante la Guerra dei Sei giorni del 1967 o nel raid in Siria del 2007 per smantellare le ambizioni atomiche del regime di Assad. Sta succedendo in queste ore con le ondate di bombardamenti sull’Iran: i piloti israeliani hanno percorso i 2.000 chilometri verso Teheran senza quel supporto americano che gli analisti e gli stessi generali consideravano essenziale.

Da solo ha deciso Benjamin Netanyahu, perché Israel Katz è il ministro della Difesa che si è scelto per evitare ogni concorrenza politica ed Eyal Zamir guida lo Stato Maggiore da pochi mesi. Ha deciso da solo anche se i generali lavoravano al piano da anni e Bibi, com’è soprannominato, ci pensava assiduamente dal 2009, quando è tornato al potere fino a diventare il premier più longevo nella Storia del Paese. Sapeva — ha avvertito gli israeliani in un discorso — che l’attacco preventivo si sarebbe trasformato rapidamente in conflitto con la rappresaglia iraniana. La notte delle città accesa dai traccianti e dalle esplosioni, le fiamme sui grattacieli di Tel Aviv, i boati nelle strade…

«In ogni generazione si levano contro di noi per distruggerci», recitano i bambini e i genitori alla cena che apre la Pasqua ebraica. Una visione che Netanyahu ha ereditato più cupa dal padre Benzion, studioso per tutta la sua lunga vita (è morto a 102 anni) dell’Inquisizione e delle persecuzioni contro gli ebrei. Il primo ministro ha scelto di forzare la mano all’amico Donald Trump (o almeno di allontanarne quella che cercava di trattenerlo per la giacca) e di forzare i tempi per fermare l’orologio che in una piazza di Teheran tiene il conto da qui al 2040, data massima fissata dagli ayatollah per la distruzione di Israele.

L’offensiva contro il regime islamico segue «la dottrina Begin». Eppure Netanyahu sembra superarla e voler applicare a tutte le relazioni, anche interne al Paese, il motto pubblicato su una copertina che Time gli dedicò: «Chi è forte sopravvive». Per lui la vittoria contro Hamas deve essere «totale», nonostante i terroristi fondamentalisti siano stati decimati e non siano considerati più in grado di commettere mattanze come il 7 ottobre 2023, 1.200 israeliani uccisi. 

Deve andare avanti la guerra che non finisce mentre i palestinesi ammazzati a Gaza superano i 55 mila e la popolazione affamata rischia ogni giorno la vita per accaparrarsi uno dei pasti distribuiti da un gruppo americano, nel caos organizzativo previsto dalle Nazioni Unite ormai escluse dagli aiuti umanitari.

Per lui anche le «concessioni» possono trasformarsi in una minaccia esistenziale: da qui il suo no a uno Stato palestinese, la volontà di rioccupare i 363 chilometri della Striscia e pure di tenersi una volta per tutte la Cisgiordania. Un espansionismo che, anche quando non è territoriale, vuole proiettare forza e ostinazione. Un espansionismo che — avvertiva già nel 1967 lo scrittore Amos Oz — sarebbe diventato «eterna annessione». E in questi due anni guerra permanente.

Doppio fronte. Israele ha sparato il primo colpo: «È la guerra». L’Iran contrattacca

Lucia Capuzzi venerdì 13 giugno 2025 – Avvenire

All’alba i bombardamenti sugli impianti nucleari: 78 vittime. Poi la replica degli ayatollah con tre ondate di missili e droni. Almeno 15 feriti. In azione anche i caccia Usa

La seconda ondata di attacchi israeliani è arrivata in serata, ad appena dodici ore di distanza dalla prima. E si è concentrata su Fordow, il più protetto degli impianti nucleari iraniani. Che non si trattasse di «un’operazione» lo avevano già anticipato fonti militari all’alba di venerdì. E lo ha confermato il capo dell’esercito Eyal Zamir mentre una nuova pioggia di missili si abbatteva nella parte occidentale del Paese, fino a toccare la periferia di Teheran. «Stiamo continuando con tutta la forza, a un ritmo elevato, al fine di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati».

Ufficialmente si tratta di impedire a Teheran di dotarsi dell’atomica, secondo Tel Aviv il vero proposito del programma nucleare portato avanti dagli ayatollah. È questa la minaccia «che siamo determinati a rimuovere – ha detto in tv il premier Benjamin Netanyahu –. Siamo disposti ad andare avanti tutto il tempo necessario. Saremo ricordati come la generazione che ha agito in tempo per la sicurezza di tutti». L’armamentario retorico non è nuovo. Il leader del Likud lo ripete da oltre vent’anni. Stavolta, però, cogliendo di sorpresa l’opinione pubblica nazionale e internazionale, ha imboccato la via sulla quale finora non aveva osato inoltrarsi: la guerra aperta con il nemico di sempre.

Con l’aiuto di 007 infiltrati da tempo, un’ondata di raid ha colpito «duecento obiettivi e quattro sistemi russi per la difesa aerea». Tra questi l’impianto di Natanz, cuore del programma nucleare, Busher, l’unico sito già in funzione, la base di Parchin e la città santa di Qom. A Isfahan è stata registrata «un’enorme esplosione» . Al di là dell’ampiezza del raggio di azione, non si conosce l’entità dei danni, dato che le centrifughe sono nascoste in strutture sotterranee. Come ha confermato il direttore dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea), Rafael Grossi, il sito di Natanz è stato raggiunto dagli ordigni ma non ci sono tracce di radiazioni nei dintorni. Distrutto, invece, un complesso non precisato in superficie. Almeno 78 persone sono morte negli attacchi, tra cui una ventina di vertici delle forze armate e di figure di spicco del regime che ha promesso vendetta. «Tel Aviv non uscirà indenne», ha detto in tv l’ayatollah Ali Khamenei, il quale – ha precisato Tel Aviv – non è fra i bersagli «come non ci interessa un cambio di leadership». Netanyahu, però, si è rivolto alla popolazione per chiedere di «levare la propria voce contro quanti vi hanno oppresso». Cioè gli ayatollah che sono in un momento di fragilità. Nei venti mesi di offensiva israeliana in seguito al massacro del 7 ottobre, i suoi proxy – da Hezbollah ad Hamas agli Houthi – sono stati ridotti ai minimi termini. Le stesse difese iraniane sono state indebolite.

Lo scenario è molto cambiato dal 2018, quando l’allora ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zavad paragonò Netanyahu «al ragazzino che grida di continuo: “Al lupo, al lupo” sul programma nucleare iraniano e minaccia senza mai agire». Soprattutto a Washington c’è l’amico Donald Trump e non l’inviso Barack Obama, tra i fautori dell’accordo con Teheran. Il premier ha detto di avere informato in anticipo il presidente repubblicano. Lo stesso tycoon ha ammesso di «sapere tutto». Il sostegno – o silenzio assenso – della Casa Bianca è stato indubbiamente importante nello spingere Netanyahu portare all’estremo il concetto di «vittoria totale» più volte evocato nella guerra di Gaza. Non a caso l’attacco è avvenuto alla vigilia del negoziato in Omar sul programma nucleare tra Usa e Iran, facendo saltare il vertice previsto per domani. Il sospetto che possa trattarsi di una pressione in perfetto stile Trump per ammorbidire la controparte è spontaneo. In ogni caso, l’azione, secondo il racconto del premier israeliano, è stata preparata dallo scorso novembre, dopo l’uccisione del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Programmata per aprile, è stata rinviata fino a ieri, «per varie ragioni», non meglio precisate. Il giorno precedente – giovedì – il premier si era recato al Muro Occidentale e, secondo l’antica tradizione di preghiera, aveva lasciato un bigliettino in una crepa dei mattoni. Poco dopo è scattata l’operazione “Rising lion”, citazione biblica dal Libro dei Numeri. «E siamo solo all’inizio», hanno precisato le forze armate israeliane. La scommessa di Netanyahu è, comunque, ardita. Un “ridimensionamento” dell’Iran può cambiare l’assetto del Medio Oriente. E consentire al leader di recuperare credibilità in termini di sicurezza dopo il colpo durissimo del 7 ottobre.

La partita, però, è estremamente delicata. Anche ferito, l’Iran ha voluto rispondere. Un primo “assaggio” è stato il lancio di un centinaio di droni, intercettati dallo scudo Iron Dome. Poi, in serata, la seconda e la terza ondata con 150 missili balistici. Il portavoce dell’esercito, Effie Defrin, ha interrotto le trasmissioni tv per chiedere alla popolazione di andare nei rifugi «fino a nuovo ordine». «Teheran ha la capacità di provocare danni significativi», ha spiegato. La contraerea – con l’aiuto dei caccia Usa, affermano gli iraniani – ha cercato di neutralizzare gli ordigni: vari di questi però hanno raggiunto il territorio israeliano. Esplosioni sono state registrate a Tel Aviv, dove sono caduti tra sette vettori e sono stati danneggiati alcuni edifici, Haifa, Gerusalemme, Ramat Gan, nel Golan, ferendo almeno 14 persone. Due jet israeliani – sottolineano gli ayatollah – sono stati abbattuti e una pilota catturata. Affermazione smentita da Tel Aviv. Il rischio maggiore è che la reazione di Teheran potrebbe non limitarsi ad attacchi tradizionali. A oltre 600 giorni dall’attacco di Hamas, invece di ridursi, il fronte continua ad allargarsi. In Medio Oriente e non solo.

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