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🔴LIVE🔴 Incontro di Padre Livio con la veggente Vicka di Medjugorje – Settembre 1987

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GIUBILEO: OGGI CONFESSIONLI ALL’APERTO AL CIRCO MASSIMO

UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero Spirituale sulla divinità di Gesù Cristo, cuore della fede

Cari amici, quello di Nicea è stato il primo Concilio della Chiesa Cattolica. Il Santo Padre presto vi si recherà perché quest’anno nel ricorre il 1700° anniversario; si tratta di un Concilio importantissimo perché ha stabilito la divinità di Gesù Cristo.
Proprio in vista del viaggio del Papa, il 2 luglio Roberto De Mattei ha pubblicato su Corrispondenza Romana un articolo dedicato al Concilio di Nicea. Per rafforzare anche dal punto di vista teologico la nostra fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, commentiamo l’articolo di Roberto De Mattei “Essere cristiani nello Spirito di Nicea”.

È ricorso quest’anno, nel mese di maggio, il 1700° anniversario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico della Chiesa e Papa Leone XIV ha annunciato di voler andare in Turchia, dove oggi Nicea si trova, per commemorare questo grande evento. Nicea ci può apparire come un luogo e come un tempo lontani, distante dalle preoccupazioni di ogni giorno, eppure tutto ciò che riguarda la storia della Chiesa deve essere per noi sempre attuale, perché è carico di insegnamenti che non si perdono nel tempo. Internet talvolta ci assorbe, leggiamo di tutto, crediamo di sapere tutto, ma dobbiamo chiederci quale posto ha nelle nostre occupazioni lo studio della storia della Chiesa, lo studio della teologia e della filosofia cristiana. Senza questo studio la vita spirituale di un cristiano non potrà mai svilupparsi, sarà solo superficiale e sentimentale, destinata ad inaridirsi.
Non dimentichiamo che molta teologia è nella preghiera, ad esempio nel Ti Adoro, nel Credo. Se pregassimo con il cuore avremmo già una robusta formazione teologica.

Cristiani significa essere discepoli di Gesù Cristo, ma come si può essere discepoli di Gesù Cristo, senza approfondirne la conoscenza? Nel suo primo discorso, alla Cappella Sistina, il 9 maggio 2025, il Papa ha detto: «Gesù va annunciato a tutti. Non come superuomo, come talvolta è considerato, ma come il Cristo, Figlio del Dio vivente». Fu il Concilio di Nicea, furono i primi quattro Concili della Chiesa, a chiarire la vera natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, promulgando le prime grandi verità di fede.
I due misteri principali della fede, come ci insegna il Catechismo di San Pio X, sono l’unità e la trinità di Dio, la divinità del Verbo Incarnato. Si tratta dei due capisaldi della fede cattolica messi a fuoco nei primi due Concili. Anche l’affermazione di Maria Madre di Dio è stata proclamata da Concilio, a Efeso e significa che il Figlio di Maria è il Figlio di Dio. È la professione di fede cattolica.

San Gregorio Magno ha paragonato i primi quattro Concili ecumenici della Chiesa ai quattro Vangeli: «Confesso che vennero con devozione i primi quattro Concili come i quattro libri del santo Vangelo» (Epistola I, 24: PL 77, col. 478). I quattro Concili a cui si riferisce sono Nicea (325); Costantinopoli I (381); Efeso (431) e Calcedonia (451). Essi formularono quelli che sono i dogmi fondamentali della Chiesa: il dogma trinitario e quello cristologico, assieme a quello, altrettanto importante, della Maternità divina di Maria.
L’affermazione di Maria Theotókos (Madre di Dio) è cristologica, indica che quel Bambino generato da Maria e concepito per opera dello Spirito Santo è il Figlio di Dio. Ovviamente questi Concili sono serviti per combattere le eresie che negavano Dio Santissima Trinità e, di conseguenza, la Trinità del Figlio.

Gli antitrinitari del IV secolo, seguaci del prete Ario, negavano la divinità di Cristo. Essi sostenevano che solo il Padre sarebbe l’unico e vero Dio. Il Verbo, intermediario tra Dio e il mondo, sarebbe invece di una sostanza diversa da quella divina. Nicea definì, contro gli ariani, che il Verbo è vero Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre e perciò veramente Dio. Il termine consustanziale esprime la perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre. Il Concilio di Costantinopoli confermò il simbolo niceno, stabilendo che lo Spirito Santo è veramente Dio come il Figlio e il Padre.
Gli ariani si erano così diffusi nella Chiesa cattolica che si arrivò a pensare che la Chiesa fosse diventata ariana. Lo stesso sant’Ambrogio quando fu nominato vescovo di Milano ebbe a che fare con un vescovo ariano che lo contestava e voleva scalzargli il posto. Ambrogio fu un grande combattente contro Ario. Per quanto affermassero la grandezza del Verbo, gli ariani dicevano che era una creatura negandone la divinità. Ma Cristo non è una creatura, è il Verbo eternamente generato dal Padre. Homoousion (in greco: ὁμοούσιον, homooúsion, letteralmente «stesso essere», «stessa essenza», dal greco ὁμός, homós, «stesso», e οὐσία, ousía, «essere» o «essenza») significa che Dio e Cristo sono della stessa sostanza, condividono la divinità. Questo termine è stato utilizzato anche per definire la natura dello Spirito Santo, terza Persona della Santissima Trinità. Il Padre e il Figlio sono uguali nella divinità, ma diversi nella Persona: il Padre è colui che genera, il Figlio è colui che è generato. Lo Spirito Santo è colui che è ispirato dal Padre e dal Figlio. Quindi, la loro identità personale è diversa ma la sostanza della natura è uguale ed è quella divina. Il Concilio di Costantinopoli ha aggiunto che lo Spirito Santo è come il Figlio e come il Padre; nel Segno della Croce professiamo la divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. C’è una sola sostanza divina a cui la Santissima Trinità partecipa, ma è diversa l’identità di ciascuna delle tre Persone. Il Padre è colui che genera; il Figlio è colui che è generato; lo Spirito Santo è ispirato da entrambi. C’è un’unica comunione divina nella comunione eterna delle tre Persone. È un mistero inabissabile quello della Santissima Trinità che sant’Agostino cercò di capire. Un giorno, mentre in riva al mare stava riflettendo proprio sul mistero della Santissima Trinità, gli apparve un angelo che gli porse un bicchiere e gli disse: “Prova a svuotare il mare con questo bicchiere”. Con un bicchiere non si può certamente svuotare il mare, allo stesso modo con il nostro intelletto non si può comprendere l’immensità della Santissima Trinità.

Il Concilio di Efeso affermò, contro l’eretico Nestorio, la maternità divina di Maria e l’unità vera e sostanziale dell’elemento divino e umano di Cristo nell’unità della Persona del Verbo, unico soggetto a cui dobbiamo attribuire la proprietà e le operazioni dell’una e dell’altra natura. Quando, in opposizione a Nestorio, un altro eretico, Eutiche, volle difendere l’unità sostanziale di Cristo, fino al punto di porre in essa non solo una Persona, ma anche una sola natura, il Concilio di Calcedonia stabilì che le due nature in Cristo sono unite in una sola persona ma distinte, non confuse, né mutate o comunque alterate.
Ario negava la divinità del Verbo, Nestorio negava la divina maternità di Maria. Ovviamente si tratta di concetti che capiremo in parte nell’Aldilà. Qualcosa possiamo capire anche adesso. In Gesù Cristo c’è un solo Io che è divino; difatti quando i farisei e i giudei volevano lapidarlo perché si diceva più grande di Abramo, Gesù rispose: “Prima che Abramo fosse, Io sono”. Quell’Io sono è quello di Jahvè, è l’Io divino, è l’Io di Dio, è l’Io del Verbo. Come quando i soldati nel Getsemani si accostano a Gesù per imprigionarlo e, conoscendo tutto quello che gli stava per accadere, chiese loro: «Chi cercate?».  Gli risposero: «Gesù il Nazareno». Gesù disse loro: «Io sono». Questa risposta li fece stramazzare perché era l’affermazione della divinità e quindi della generazione eterna del Verbo dal Padre. Si tratta, alla fine, di concetti semplici: c’è un solo Io in Gesù che è l’Io divino che opera sia attraverso la natura umana (quando mangia, quando beve…) sia attraverso la natura divina (quando fa i miracoli, quando fa profezie…). Il medesimo Io agisce attraverso la natura divina e attraverso quella umana; è pienamente Dio ed è pienamente uomo. In Cristo la natura divina e la natura umana sono distinte, non sono confuse, non sono mutate, non sono alterate e l’Io divino agisce sia attraverso la natura divina sia attraverso la natura umana.

I primi quattro Concili della Chiesa stabilirono dunque che c’è un unico Dio, in tre persone e che Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha due nature, la divina e la umana, ma una sola Persona divina.
Da questi misteri scaturiscono quattro grandi verità:

1) Innanzitutto, la divinità di Gesù Cristo. Egli è Dio, la seconda delle persone divine. È Dio dall’eternità ed è tale per tutta l’eternità.

2) Dio però è anche uomo, e come ogni uomo ha anima e corpo, ha mente, volontà e sensi. Gesù Cristo ha tutte le facoltà e le qualità umane, perché, accanto a una natura divina, ha una natura umana.

3) In terzo luogo, le due nature di Gesù Cristo, la natura divina e la natura umane sono in Lui unite, ma non confuse. Gesù Cristo è nel medesimo tempo perfetto Dio e perfetto uomo.

4) Infine, è nell’unità della persona del Verbo che sussiste l’unione di Dio e dell’uomo. Ciò significa che la natura umana è in Gesù Cristo assorbita nella persona divina. La natura umana può essere mossa solo da quella divina, così come il corpo di ogni uomo è incapace di alcuna attività che non provenga dall’anima.
Chi ignora queste verità non può dirsi cristiano. Essere cristiani significa essere fatti ad immagine di Gesù Cristo, essere formati e trasformati da Cristo, ricevere la vita da Lui e per mezzo di Lui crescere nella vita divina.

Gesù Cristo è Dio, è il Verbo eternamente generato dal Padre e quindi lo è per tutta l’eternità. Dio è anche uomo, ha un’anima e un corpo uniti nell’Io divino. In Cristo non ci sono due Io distinti, quello divino e quello umano, c’è un solo soggetto. Gesù Cristo è allo stesso tempo pienamente Dio e pienamente uomo. La natura umana di Cristo è mossa da quella divina ed è permeata da quella divina; in Lui c’è una fonte di grazia inesauribile che dalla natura umana trabocca nella natura divina.

Dom Francesco Pollien, nel suo aureo libro “Cristianesimo vissuto” (tr. it. Edizioni Fiducia, Roma 2023), ci spiega che non può esistere vita cristiana se non si trovano riuniti i quattro caratteri che costituiscono Cristo: il perfetto elemento divino; il perfetto elemento umano; l’unione del divino con l’umano; l’annientamento dell’indipendenza umana di fronte a Dio.
La natura umana è totalmente unita e soggetta alla natura divina, attraverso la quale l’Io divino di Cristo opera attraverso la natura umana che è totalmente obbediente all’Io divino.

Il primo elemento è quello divino: il primato di Dio nella nostra vita. Se crediamo in Dio e comprendiamo chi è Dio, dobbiamo indirizzare tutta la nostra vita a Lui e alla sua gloria, cercando di ingrandire continuamente in noi la gloria di Dio.
Anche noi, con la nostra natura umana e attraverso la natura umana di Cristo, dobbiamo assimilarci al Verbo, alla sua Persona divina che è eternamente generata dal Padre.

Il secondo elemento è quello umano: dobbiamo sviluppare il corpo, il cuore, la mente, orientandoli al loro fine, che è Dio. Questo elemento ha come modello la natura umana di Gesù Cristo, in cui però tutto era perfetto fin dal principio. Per noi, al contrario, la perfezione è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.
Come tutta la natura umana di Cristo è orientata alla divinità, anche la nostra divinità dev’essere tutta orientata a Dio, al Verbo, perché attraverso la sua santa umanità ci uniamo alla sua divinità e attraverso la sua divinità partecipiamo della sua eterna generazione. Anche noi diventiamo figli di Dio. La natura umana di Cristo è perfetta, in Lui non c’è peccato. La nostra natura umana non è perfetta, a causa della nostra imperfezione e del retaggio del peccato originale; la perfezione, per noi, è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.

Il terzo elemento è l’unione del divino e dell’umano, attraverso l’azione della grazia, che porta alla nostra anima la vita divina. Non possiamo fare nulla di buono senza l’azione della grazia divina che vivifica le nostre facoltà umane. Questo elemento corrisponde all’unione, senza confusione, delle due nature in Cristo, quella umana e quella divina.
Mentre la natura umana e quella divina di Cristo sono unite alla Persona del Verbo, per noi questa unità tra la natura umana e il Verbo avviene attraverso la grazia dello Spirito Santo che ci purifica, che ci eleva e che ci unisce strettamente a Cristo.

Infine, il quarto elemento è la completa sottomissione dell’umano al divino, della nostra volontà alla volontà di Dio, in modo che, per così dire, ci sia una sola Persona, che non è la nostra, ma quella di Gesù Cristo che vive in noi. È quanto avviene in Cristo, in cui l’unica Persona divina, assorbe le due nature.
La generazione dei miei nonni sapeva benissimo queste cose. Conoscevano bene il pensiero di Ario, di Nestorio; sapevano benissimo che la natura umana e quella divina erano unite nella Persona di Cristo. Sapevano bene che cosa vuol dire nella vita essere uniti a Cristo facendo la sua santa volontà, che è una sola insieme a quella del Padre e dello Spirto Santo.

La nostra vita di cristiani è un germe che deve svilupparsi, tendendo verso la perfezione dei quattro caratteri che abbiamo ritrovato in Cristo. Questo è il grande orizzonte, la grande meta dell’anima cristiana: un Cristianesimo vissuto, forte e virile, carico di grande passione, ma senza nulla di languido e di mellifluo. In tal modo alla domanda di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?», potremmo rispondere, con le nostre parole e con la nostra vita, come rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-20).
Questo articolo è bellissimo e ci fa capire la grandezza inafferrabile, inconcepibile del mistero di Cristo e di Dio Santissima Trinità che Lui stesso ci ha rivelato inviando Suo Figlio sulla terra. Meditando queste Verità possiamo anche capire come la nostra vita cristiana con Maria dev’essere una tensione continua a Suo Figlio Gesù, per essere una sola cosa con Lui. È così che anticipiamo già su questa Terra la vita eterna e siamo già nella pienezza, nella gloria perché in qualsiasi momento della giornata o della notte possiamo entrare in noi stessi e vivere questa intimità con Cristo vivo in noi.

Da: “Lettura cristiana della cronaca e della Storia”

🔴LIVE🔴LOTTE E TENTAZIONI DEI PADRI DEL DESERTO – Di P. Livio – Puntata 8

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🔴LIVE🔴PERDONO DI ASSISI – Catechesi di P. Livio

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🔴LIVE🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Gli appelli della Chiesa contro «l’inutile strage»

di Andrea Riccardi| 31 luglio 2025 – Corriere della Sera

La lettera del 1917 di Benedetto XV ai potenti della terra, l’intervento di Paolo VI all’Onu e il sogno di Papa Francesco: aboliamo la guerra

Più di cent’anni fa, il 1° agosto 1917, Benedetto XV inviava una lettera ai Capi di Stato belligeranti, chiedendo a governi e popoli in guerra di «tornare fratelli». È un documento ancora attuale e di riferimento. C’è in esso un’espressione, non invecchiata nonostante il tempo passato: «questa lotta tremenda, la quale apparisce ogni giorno di più inutile strage». La locuzione, «inutile strage», è transitata nel lessico corrente, come definizione tra le più appropriate della guerra. Il papa volle che fosse mantenuta, mentre la Segreteria di Stato del diplomatico card. Gasparri, ne voleva la soppressione.

La locuzione divenne subito popolare, alternativa alle propagande belliche, tanto che il papa fu accusato di disfattismo, incolpato — così dal generale Cadorna — della sconfitta di Caporetto. Gelida l’accoglienza dei cattolici francesi. Si passò all’insulto: Benedetto fu chiamato «crucco» (tedesco) o «Maledetto XV».
Oggi, guardando al dramma di Gaza, bombardata e affamata, vediamo ancora un’«inutile strage». Non c’è ragione, se non quella della forza. E non è «inutile strage» il tributo di vite pagato ogni giorno dagli ucraini da tre anni e mezzo?

Quel 1917 fonda il «ministero» di pace dei papi, un filo rosso negli ultimi due secoli, delegittimando la guerra («non c’è guerra giusta», diceva Francesco) non solo religiosamente, ma per i mali provocati. Ancora Bergoglio: «Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato». L’autorità della Chiesa viene dalla memoria: parla di pace, perché ricorda le tante tragedie della guerra. All’ONU Paolo VI si presentò così: «Noi quali esperti di umanità». Poi lanciò la sfida: «Jamais plus la guerre!». L’autorità della Chiesa viene pure dal farsi voce della povera gente travolta dalla guerra: «voce dei morti e dei vivi», dice Paolo VI.

La Chiesa cattolica, un’internazionale di popoli, vive ogni conflitto, specie la guerra mondiale, come una lacerazione interna. Il papa si vuole «imparziale» tra i combattenti, impegnato per la pace e l’aiuto umanitario (così dal 1914). L’ideale è vivere insieme — scrive Benedetto — «con spirito conciliante, tenendo conto… delle aspirazioni dei popoli, e coordinando, ove occorra, i propri interessi a quelli comuni del grande consorzio umano». In questa visione s’inserisce oggi l’insistenza vaticana sui due Stati, israeliano e palestinese. Nel testo due punti sono decisivi per finire la guerra: l’arbitrato e il disarmo. Sul riarmo, il papato è stato sempre critico con un pensiero non lontano da un militare, il presidente Eisenhower: «Dobbiamo guardarci dalla conquista di un’influenza senza limiti… del complesso militare-industriale».
L’arbitrato si sviluppa, nel tempo, nella fiducia nel dialogo e nelle istituzioni internazionali alla luce del necessario rispetto del diritto. 

La lettera del 1917 non si ferma ai principi, avanza problemi da risolvere: la liberazione del Belgio dai tedeschi, la restituzione delle colonie alla Germania, il contenzioso tra Roma e Vienna, l’Armenia (il papa aveva difeso gli armeni, vittime del genocidio ottomano), la rinascita della Polonia e altro. Si evoca il diritto, ma non si esclude il compromesso «di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura con disarmo». Il valore degli interventi papali è presentare sempre, pure quando l’opinione generale è rigidamente divisa, l’alternativa della pace attraverso il negoziato.

Posizioni simili oggi poco ispirano gli attori internazionali. Siamo nell’età della forza, fuori dalla legalità internazionale, con il discredito della diplomazia e delle sedi internazionali. La politica della Santa Sede è invece per passare dall’età della forza a un’«età negoziale»: un «un moto negoziale della storia, che esige, a tutti i livelli, l’abbattimento dei muri e la sostituzione dei muri con i ponti», diceva La Pira.

Così si è espresso Leone XIV: «incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano». La storia conferma per la Chiesa (e non solo) che la guerra è un’inutile strage. Bisogna voltare pagina e inaugurare «un’età negoziale». La proposta nasce da un sogno, espresso da Francesco: «Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia».

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Venerdì 1 Agosto 2025

h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


+h. 9.oo: PENSIERO SPIRITUALE

La divinità di Gesù Cristo è il cuore della fede

(Essere cristiani nello Spirito di Nicea – di R. De Mattei- CR 1905)


h. 9.30 – IL PERDONO DI ASSISI


h. 10. LOTTE E TENTAZIONI DEI PADRI DEL DESERTO (8)


BLOG: blogdipadrelivio.it


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I dazi come arma «tuttofare»: così Trump li sta usando per dettare la politica estera (e interna)

di Federico Rampini – Correre della Sera – 1 Agosto 2025

Trump usa le tariffe in diversi modi: gli «avvisi» al Canada se riconoscerà la Palestina e al Brasile su Bolsonaro Donald Trump non conosce la parola “fine”. È capace di rimangiarsi la parola data, di ritrattare un accordo annunciato. Così il tormentone dei dazi rimane aperto a sorprese, ripensamenti, colpi di scena. Chissà quando arriverà a un approdo stabile, se mai ci arriverà. D’altronde questo presidente ha voluto stracciare e rinegoziare i patti commerciali che lui stesso aveva raggiunto con Canada e Messico nel suo primo mandato. Oltre a decine di aspetti fluidi e in corso di definizione con l’Unione europea, il Giappone, la Corea del Sud (tre partner con cui ha annunciato un accordo di massima, salvo dettagli da precisare, appunto), su altri fronti è cominciato l’utilizzo delle tasse doganali come arma geopolitica. Trump minaccia di colpire il Canada se si ostina a riconoscere lo Stato palestinese; il Brasile se si accanisce a perseguire in via giudiziaria l’ex presidente Bolsonaro accusato di tentato golpe; l’India se continua a comprare petrolio dalla Russia.

Retroterra

In ciascuno di questi casi le sortite di Trump hanno un retroterra specifico. Trump non esclude in via di principio che la Palestina abbia diritto a uno Stato, pensa però che in questa fase non ne esistano le condizioni né a Gaza né in Cisgiordania. Sui procedimenti contro Bolsonaro sono state sollevate obiezioni da molte parti, non solo trumpiane (la Corte costituzionale di Brasilia è notoriamente politicizzata). Infine i dazi all’India sarebbero un modo per colpire Putin. Si tratta in quest’ultimo caso di sanzioni indirette, il cui vero bersaglio sarebbe la Russia, che finora ha continuato a esportare energie fossili in mezzo mondo (Europa inclusa) perché il regime sanzionatorio è un colabrodo.

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Trovare di volta in volta delle spiegazioni per alcune delle nuove minacce di Trump, non toglie che esse siano dirompenti. I dazi diventano un’arma tuttofare, dagli utilizzi multipli. Finché vengono presentati solo come uno strumento per sanare squilibri delle bilance commerciali, siamo in un ambito economico, controverso ma delimitato. Tuttavia il 47esimo presidente li usa — o li minaccia — anche per piegare altri Paesi alla sua volontà su questioni di politica estera e perfino interna. Un accordo ritenuto valido sul terreno commerciale, può saltare se il Paese si mette di traverso alle priorità geopolitiche di Washington.

Stiamo entrando in un mondo nuovo, le cui regole del gioco cambiano sotto i nostri occhi. Tra gli analisti più lucidi c’è lo storico americano Walter Russell Mead: un conservatore non trumpiano, seguace della realpolitik di Henry Kissinger. Mead spiega che Trump sta mettendo a frutto l’immenso potere di pressione che l’America ha accumulato nei decenni su due fronti: come mercato di sbocco delle merci altrui (di gran lunga il più ricco e aperto) quindi locomotiva di traino della crescita europea o asiatica; e come fornitrice di protezione militare a tanti alleati, nella Nato, in Medio Oriente, in Estremo Oriente. Minacciando di togliere l’uno e l’altro — il mercato di sbocco Usa e la protezione armata — vuole strappare concessioni a getto continuo. Non solo sul terreno commerciale, anche su quello politico.

La geoconomia

«The name of the game», la definizione del nuovo gioco al quale stiamo tutti partecipando (volenti o nolenti), è «geoeconomia». Secondo una definizione data dallo stratega militare Edward Luttwak ben 35 anni fa, la geoeconomia è «l’intreccio della logica del conflitto con il metodo del commercio». Un’altra descrizione classica è questa: «l’uso di strumenti economici per promuovere e difendere gli interessi nazionali». Tali strumenti comprendono dazi, politiche industriali, vincoli regolatori, svalutazioni aggressive della valuta, acquisizioni di proprietà estere, controlli sull’export di energia e terre rare. Jonathan Black, vice consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, è stato citato sul Financial Times per questa riflessione: «L’intersezione tra interessi economici e sicurezza è la sfida sistemica del nostro tempo. Essa domina sempre più l’agenda non solo dei vertici internazionali e dei governi, ma anche dei consigli di amministrazione aziendali». Non è una novità assoluta. Poiché geoeconomia evoca una fusione tra l’economia, la geopolitica, le dottrine militari, è bene ricordare che negli anni 70/80 quando eravamo invasi dal Giappone, le business school occidentali si misero a insegnare ai manager l’etica marziale dei samurai; nel 2000 con l’inizio del «secolo cinese» fu la volta di Sun Tzu, «L’arte della guerra»

I più attrezzati

Alcune aree del mondo hanno sempre pensato in termini di geoeconomia. Forse per questo oggi la nazione che sembra meglio attrezzata, anche culturalmente, ad affrontare gli shock multipli di Trump è la Cina. Nel pensiero dei suoi leader comunisti, Xi Jinping in testa, non è mai esistita una linea di demarcazione precisa fra strategia militare, strategia industriale, innovazione tecnologica, politica estera e politica interna. Il tutto fa parte di un approccio «olistico»: per Pechino ogni ramo dello Stato, ogni settore dell’economia privata, nonché le istituzioni accademiche e scientifiche, devono contribuire a rafforzare il Paese in vista della sfida finale con gli Stati Uniti per l’egemonia. In tempi non sospetti (2010) Pechino non esitò a mettere in ginocchio il Giappone con un embargo sulle terre rare, per un castigo squisitamente politico

Noi impreparati

Di fronte a un ritorno in forze della geoeconomia l’Europa è sbigottita e impreparata. Era sì abituata a presidenti Usa che perseguivano gli interessi nazionali cercando però di tener conto di quelli degli alleati, e ammantando comunque il discorso geopolitico di valori comuni. Con Trump tutto si riduce ai nudi rapporti di forze. Su questo terreno l’Europa paga ritardi enormi, la lista è lunga: le mancano una difesa, dei campioni Big Tech, delle politiche industriali, un’attenzione strategica all’approvvigionamento di risorse rare, un vero mercato dei capitali. Trump ha una sorta di istinto animale nell’intuire le debolezze multiple nei partner; mentre è costretto a scegliere la prudenza e il compromesso quando ha di fronte la Cina. L’uso dei dazi come arma dai multipli scopi rientra in questo cinico revival della geoeconomia. Non è detto che sia l’America il vincitore finale, però la solidità della sua economia (l’ultimo dato è la crescita del 3% del Pil) consiglia di non sottovalutare la possibilità che infligga molti più danni agli altri — Cina esclusa? — di quanti possa subirne.

IL PERDONO DI ASSISI

Dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria. (Si può applicare per sé o per i defunti)

Titolo: Il perdono di Assisi

Ricorrenza: 2 Agosto

Il 2 agosto si ricorda Santa Maria degli angeli e del perdono, Madonna alla quale è dedicata una Basilica in Assisi, e dove Ella apparve a San Francesco, il quale svolse parte della sua opera nella cosiddetta Porziuncola, una chiesetta ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio nella quale fondò l’Ordine dei Frati Minori, da lui stesso rimodernata e sistemata e presso cui si ritirava in preghiera e meditazione.

Proprio qui si narra che un giorno di luglio del 1216 San Francesco si trovasse a pregare quando gli apparve in tutto il suo fulgore la Madonna seduta alla destra di Gesù Cristo e circondata da angeli la quale gli chiese in che modo poter esaudire il suo desiderio di mandare tutti in paradiso. San Francesco rispose prontamente:

“Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Quale altruistica richiesta! Che tutti quelli che nel corso degli anni si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avessero ottenuto la completa remissione delle loro colpe, quello che viene conosciuto come il Perdono di Assisi.

Gli fu infatti risposto di recarsi dal Papa in carica, ovvero il Pontefice Onorio III il quale dopo averlo ascoltato e concessa l’indulgenza gli chiese se volesse un documento, ma il frate rispose sicuro: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.

Così il 2 agosto di quell’anno San Francesco promulgò il Grande Perdono per ogni anno in quella data a coloro che fossero andati nella chiesetta della Porziuncola, oggi all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli.

IL PERDONO DI ASSISI
COME OTTENERE L’INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI

(Si può applicare per sé o per i defunti) Dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria

CONDIZIONI RICHIESTE:

  1. Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa francescana, cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l’indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).
  2. Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).
  3. Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica (negli otto giorni precedenti o seguenti).
  4. Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un’Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
  5. Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.

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