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🔴LIVE🔴LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Lunedì 4 Agosto 2025

h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)


+h. 9.oo – 10.oo: PENSIERO SPIRITUALE

La Parole di Papa Leone al Giubileo dei giovani


h. 10. LOTTE E TENTAZIONI DEI PADRI DEL DESERTO (9)


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I ragazzi di Tor Vergata e quegli sguardi luminosi di chi ha sete di verità

di Susanna Tamaro – Corriere della Sera – 3 Agosto 2025

La Giornata mondiale della Gioventù ci ha aperto una finestra su un mondo che credevamo perso. Il tempo dello scrolling ossessivo sullo smartphone sembrava aver reso impossibile l’attenzione e i silenzi, e invece no

Che sorpresa il milione di ragazzi presente l’altra sera a Tor Vergata! Un Papa ancora poco conosciuto e una società in cui la presenza della Chiesa sembra essere ormai svaporata, faceva immaginare un ben altro esito. E che dire dei loro sguardi? Sguardi straordinariamente vivi e commossi, uno diverso dall’altro, come se la clonazione estetica imposta dai media non avesse mai attecchito nelle loro vite. Lo spirito del tempo — che è quello dello scrolling ossessivo e annoiato — sembrava aver reso ormai impossibile quel lungo tempo di attenzione, immobilità e silenzio che ha accompagnato l’adorazione eucaristica. Eppure è accaduto. Era come se tutta l’enorme spianata trattenesse il fiato, fissando emozionata il Santissimo che riverberava di luce dalla sua teca d’oro sull’altare.

Questa visione mi ha riportato agli anni della mia tormentata adolescenza, quella degli anni ’70, impregnati di un fanatismo ideologico che difficilmente lasciava scampo. Nata in una famiglia super laica, in una città laicissima come Trieste, covavo delle domande nel mio cuore a cui nessuno sembrava capace di rispondere. Una tra tutte: cosa rendeva una vita davvero degna di essere vissuta? Così a 16 anni, in autostop, avevo raggiunto Assisi. Lì sapevo che c’era stato un ragazzo inquieto come me che si era ribellato ai fanatismi del suo tempo, consegnandosi a una dimensione di libertà che trovava affascinante. E che cosa cercano i cuori inquieti, se non questo? Una libertà che non sia il tutto poter fare, ma il tutto poter leggere in una dimensione più grande. Un saper leggere che ci impedisce di venire trascinati via dalla, a volte inestricabile, complessità dei nostri giorni.

Ma mentre la mia generazione doveva destreggiarsi con furori ideologici partoriti nel Novecento — furori che hanno portato ovunque dolore e morte e la cui impronta è ancora visibile in sottotraccia nella nostra società — la generazione attuale si trova a vivere la più grande transizione antropologica dell’umanità. Non si tratta di un cambiamento di costumi ma di una vera e propria modifica nello sviluppo del cervello. L’uso eccessivo dello smartphone riduce infatti, specie nei bambini e negli adolescenti, il volume cerebrale, soprattutto nelle regioni subcorticali, quelle regioni che aiutano a regolare il comportamento e a controllare le emozioni. I tanti troppi episodi di insensata violenza giovanile ci parlano proprio di questa incapacità di controllo

Per riuscire a sfuggire a questa pericolosa e inquietante deriva, bisogna forse tornare a contemplare il meraviglioso albero dell’evoluzione. Il nome zoologico che ci definisce è l’homo sapiens sapiens. Guardandosi in giro, in questi tempi di devastanti guerre e odi di ogni tipo, è abbastanza difficile trovare appropriata questa espressione. Eppure, in quel sapiens si nasconde proprio la chiave di volta. Sapiens deriva dalla parola latina sapere, di origine indoeuropea, che significa: avere sapore, essere saggio. La differenza tra un cibo sciapo e uno salato la conosciamo tutti. Il nostro tempo vive nel culto del sapere, ma il sapere che ci viene proposto è propriamente tecnico e scientifico, slegato da ogni realtà più sottile. Dante ci ricorda invece che la sapienza è uno dei sette doni dello Spirito Santo. Non si tratta quindi qualcosa da acquisire con un programma, ma di una misteriosa emanazione che nasce dal cuore.

Quegli occhi luminosi e attenti ci parlano di una generazione che, nonostante sia cresciuta nell’ignavia educativa e tra cascami del nichilismo novecentesco, ha ancora una sete inestinguibile di verità, di bellezza e di costruzione di rapporti capaci di resistere all’usura del tempo, anche imparando a rinunciare a qualcosa — come ha detto la ragazza che ha posto una delle tre domande a papa Leone — perché la vita dell’uomo acquisisce senso non nel consumo ma nella costruzione che richiede, a volte, scelte difficili. La natura umana è forte e coraggiosa e, quando attinge alle sue risorse, non ha bisogno di droghe, pillole o corsi di resilienza.

Nel Giubileo della Speranza la visione di questo milione di ragazzi ci ha aperto una finestra su un mondo che credevamo perso per sempre. Il mondo di chi ha sete, ed è capace di mettersi in cammino alla ricerca dell’acqua che disseta. Forse quello che corrode la nostra società opulenta è proprio quella di non comprendere la grande arsura che la attraversa.

🔴LIVE🔴 LA CONFESSIONE – Puntata 10 – LA GRAZIA DI RINASCERE

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Il Papa: vicini ai giovani di Gaza e Ucraina. Vi do appuntamento a Seoul

ANGELUS DEL PAPA

Leone XIV, al termine della Messa del Giubileo dei giovani, recita l’Angelus insieme al milione di ragazzi e ragazze presenti a Tor Vergata. Torna a ricordare Maria e Pascale, le due pellegrine decedute nei giorni scorsi, e rivolge un pensiero ai fedeli dei luoghi “insanguinati” dalla guerra. Poi rinnova l’invito alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2027 in Corea del Sud: “Continuiamo a sognare e sperare insieme”. Un saluto anche a tutti i giovani che non hanno potuto essere presenti a Roma

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Il pensiero è per tutti. Per i giovani di Gaza, dell’Ucraina, delle terre bagnate dal sangue provocato dai conflitti. Per Pascale, morta per un attacco cardiaco durante il cammino verso Roma, e per Maria, deceduta prima di intraprendere il viaggio. È per gli accompagnatori – vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, educatori – che si sono fatti carico di queste ‘carovane’ di ragazzi, anche giovanissimi. È per tutti coloro che parteciperanno nel 2027 alla Giornata Mondiale della Gioventù a Seoul, in Corea del Sud, e per i coreani che sventolano orgogliosi la loro bandiera. È anche, e soprattutto, per i “tanti giovani” che non hanno potuto partecipare all’evento di Roma, di quei Paesi “dove era impossibile uscire”.

03/08/2025

Leone XIV ai giovani: aspirate a cose grandi. Contagiate tutti con la testimonianza di fede

Il Pontefice celebra a Tor Vergata, nella periferia di Roma, la Messa del Giubileo dei giovani ed incoraggia a non accontentarsi. La pienezza dell’esistenza non dipende da ciò che…

Una “cascata di grazia”

Dal grande palco rosso, bianco e oro, posto nel cuore di Tor Vergata, lo sguardo di Papa Leone si estende al mondo intero, rappresentato dal microcosmo di volti e anime radunati nella spianata romana per il Giubileo dei giovani. Con i ragazzi di ogni età e Paese, il Pontefice ha celebrato la Messa. Poi recita l’Angelus e concede la benedizione finale, a sugello di quello che si preannunciava – e così si è confermato – come l’evento più imponente e partecipato dell’intero Anno Santo.

È stato una cascata di grazia per la Chiesa e per il mondo intero! E lo è stato attraverso la partecipazione di ognuno di voi. Per questo voglio ringraziarvi ad uno ad uno, con tutto il cuore.

Il ricordo di Maria e Pascale

Come già alla Veglia di ieri sera, Leone XIV vuole ricordare María e Pascale, “le due giovani pellegrine, una spagnola e l’altra egiziana, che ci hanno lasciato in questi giorni”. María Cobo, 20 anni, è morta il 30 luglio prima di giungere a Roma per motivi di salute. L’egiziana Pascale Rafic, 18 anni, è deceduta, invece, la scorsa notte per un attacco cardiaco mentre viaggiava in autobus verso la parrocchia di Artena, in provincia di Roma, dove si trovava per le celebrazioni del Giubileo. Leone ha ricevuto in Vaticano i compagni di viaggio della ragazza, ieri, quale segno di consolazione e incoraggiamento.

02/08/2025

Leone XIV ai giovani egiziani: la risurrezione è la fonte della nostra speranza

L’incontro del Papa con i pellegrini compagni di viaggio della 18enne Pascale Rafic, morta la notte scorsa mentre partecipava al Giubileo dei Giovani. Ci viene ricordato “in modo…

Vicini ai giovani nei Paesi in guerra

E sono parole di consolazione e incoraggiamento anche quelle che il Papa, in inglese, rivolge a tutti i ragazzi che vivono sotto il rumore delle bombe, nella paura degli attacchi, nell’orrore della perdita e della distruzione.

In comunione con Cristo, nostra pace e speranza per il mondo, siamo più che mai vicini ai giovani che soffrono i mali più gravi, causati da altri esseri umani. Siamo con i giovani di Gaza, siamo con i giovani dell’Ucraina, con quelli di ogni terra insanguinata dalla guerra.

È guardando a questo male che Leone, puntando dritto ai giovani che compongono l’oceano umano parato davanti ai suoi occhi, visibilmente umidi di commozione, pronuncia un chiaro appello: “Miei giovani fratelli e sorelle, voi siete il segno che un mondo diverso è possibile: un mondo di fraternità e amicizia, dove i conflitti non si risolvono con le armi ma con il dialogo”. “Sì, con Cristo è possibile! Con il suo amore, con il suo perdono, con la forza del suo Spirito”, afferma il Pontefice, ma ora in spagnolo.

Cari amici, uniti a Gesù come i tralci alla vite, porterete molto frutto; sarete sale della terra, luce del mondo; sarete semi di speranza ovunque: in famiglia, con gli amici, a scuola, al lavoro, nello sport. Semi di speranza con Cristo, la nostra speranza.

Verso la Gmg di Seoul nel 2027

“Sentinelle del mattino”, diceva Giovanni Paolo II. “Semi di speranza”, afferma Leone XIV. E conclude questo atto finale del Giubileo dando appuntamento a tutti a Seoul, nella Corea del Sud, per la Gmg 2027.

Dopo questo Giubileo, il “pellegrinaggio di speranza” dei giovani continua e ci porterà in Asia! Rinnovo l’invito che Papa Francesco ha rivolto a Lisbona due anni fa: i giovani di tutto il mondo si ritroveranno insieme al Successore di Pietro per celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù a Seoul, in Corea, dal 3 all’8 agosto 2027.

“Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33) sarà il tema della Giornata. “Proprio la speranza che abita nei nostri cuori ci dà la forza di annunciare la vittoria di Cristo Risorto sul male e sulla morte; e di questo voi, giovani pellegrini di speranza, sarete testimoni sino ai confini della terra”, afferma il Pontefice.

Vi do allora appuntamento a Seoul: continuiamo a sognare insieme, a sperare insieme!


SANTA MESSA DEL MATTINO A TOR VERGATA CON OMELIA DEL PAPA

Leone XIV ai giovani: aspirate a cose grandi. Contagiate tutti con la testimonianza di fede

Il Pontefice celebra a Tor Vergata, nella periferia di Roma, la Messa del Giubileo dei giovani ed incoraggia a non accontentarsi. La pienezza dell’esistenza non dipende da ciò che si accumula, dice nell’omelia, ma risiede in quello che “con gioia sappiamo accogliere e condividere”, l’amore di Dio che si manifesta in Cristo. È lui che disseta la sete del cuore e la risposta alle inquietudini

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

“Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo”

Arriva presto Papa Leone a Tor Vergata, come a voler stare vicino ai giovani il più possibile. Non sono nemmeno le 8 del mattino quando con la sua jeep bianca attraversa la spianata, ma le migliaia di ragazzi e ragazze che hanno trascorso la notte in sacchi a pelo e giacigli improvvisati non sonnecchiano, lo accolgono con una gioia incontenibile, alzando le braccia, urlando il suo nome, sventolando bandiere, striscioni, cappellini e qualunque altra cosa a portata di mano possa far notare la propria presenza. Oltre un milione, secondo le autorità, le persone riunite nella periferia di Roma – fra cui 20 cardinali, circa 450 presuli, tra vescovi e arcivescovi, e quasi 7 mila sacerdoti – per la Messa del Giubileo dei giovani per il quale si sono accreditati 850 operatori dell’informazione, tra giornalisti, fotografi, cameramen e videomaker.

LEGGI L’OMELIA DI PAPA LEONE XIV DELLA MESSA DEL GIUBILEO DEI GIOVANI

Un gruppo di ragazzi con una sagoma di Leone XIV

Un gruppo di ragazzi con una sagoma di Leone XIV (@Vatican Media)

Il buongiorno ai ragazzi

Giunto sul palco, prima di prepararsi per la liturgia, il Pontefice, saluta: “Buongiorno a tutti! Buona domenica! Good morning! Buenos dias! E bonjour, guten morgen! Spero che tutti voi possiate riposare un po’”. Poi invoca su tutti la benedizione di Dio e auspica che “la grande celebrazione in cui Cristo ci ha lasciato la Sua presenza nell’Eucaristia” sia “un’occasione davvero memorabile per ognuno di noi”, concludendo: “Quando siamo insieme come Chiesa di Cristo, seguiamo, camminiamo insieme, viviamo Gesù Cristo”.

Leone XIV mentre dà il buongiorno ai giovani

Leone XIV mentre dà il buongiorno ai giovani (@Vatican Media)

Guardare in alto

Dopo aver risposto ieri sera alle domande di tre ragazzi, che si sono fatti portavoce delle inquietudini, delle incertezze e dei dubbi delle nuove generazioni, nella sua omelia, pronunciata in italiano e in parte in spagnolo e inglese, il Papa inverte per un attimo i ruoli e pone lui tre interrogativi. “Cos’è veramente la felicità? Qual è il vero gusto della vita? Cosa ci libera dagli stagni del non senso, della noia, della mediocrità?”, chiede. E risponde riassumendo le “molte belle esperienze” fatte da tutti nelle scorse giornate giubilari: “Vi siete incontrati tra coetanei provenienti da varie parti del mondo, appartenenti a diverse culture. Vi siete scambiati conoscenze, avete condiviso aspettative, avete dialogato con la città attraverso l’arte, la musica, l’informatica, lo sport. Al Circo Massimo, poi, accostandovi al Sacramento della Penitenza, avete ricevuto il perdono di Dio e avete chiesto il suo aiuto per una vita buona”.

La risposta è da cogliere in tutte queste cose: “la pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo”, dice Leone XIV, e nemmeno “da ciò che possediamo”, è, invece in “ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere”, è nell’amore di Cristo.

Il Papa: vicini ai giovani di Gaza e Ucraina. Vi do appuntamento a Seoul

03/08/2025

Il Papa: vicini ai giovani di Gaza e Ucraina. Vi do appuntamento a Seoul

Leone XIV, al termine della Messa del Giubileo dei giovani, recita l’Angelus insieme al milione di ragazzi e ragazze presenti a Tor Vergata. Torna a ricordare Maria e Pascale, le …

Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle “cose di lassù”, per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità”, di perdono, di pace, come quelli di Cristo. E in questo orizzonte comprenderemo sempre meglio cosa significhi che “la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Carissimi giovani, la nostra speranza è Gesù.

Un gruppo di sacerdoti

Un gruppo di sacerdoti (@Vatican Media)

Gesù cambia le nostre vite

È “l’incontro” con Cristo Risorto a cambiare “la nostra esistenza, che illumina i nostri affetti, desideri, pensieri”, spiega il Pontefice, che prende spunto dalla prima Lettura, tratta dal Libro del Qoelet, la quale avverte che “tutto è vanità” e che ogni uomo dovrà lasciare quanto ha accumulato, per ricordare la “finitezza delle cose che passano”. Come fa anche il Salmo 90, che “ci propone l’immagine dell’erba che germoglia; al mattino fiorisce” e poi “alla sera è falciata e secca”.  “Due richiami forti, forse un po’ scioccanti, che però non devono spaventarci”, incoraggia Leone, perché “la fragilità di cui ci parlano” è in pratica “parte della meraviglia che siamo”.

Il palco di Tor Vergata

Il palco di Tor Vergata (@Vatican Media)

L’esistenza dell’uomo si rigenera costantemente nell’amore

E ricorre ancora alla natura il Papa per chiarire che la nostra vita è una rigenerazione d’amore. Come un prato che, “fatto di steli esili, vulnerabili, soggetti a seccarsi, piegarsi, spezzarsi”, si rigenera con nuovi steli per i quali “generosamente i primi si fanno nutrimento e concime, con il loro consumarsi sul terreno”, e si rinnova “anche durante i mesi gelidi dell’inverno, quando tutto sembra tacere”, perché “si prepara ad esplodere, a primavera, in mille colori”.

Siamo fatti per questo. Non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore. E così aspiriamo continuamente a un “di più” che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. Di fronte ad essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto!

Alcuni giovani presenti alla Messa

Alcuni giovani presenti alla Messa (@Vatican Media)

È Dio che disseta la sete del cuore

La sete del cuore è dissetata da Dio, è la sintesi del Pontefice, e Sant’Agostino lo fa capire chiarisce che “l’oggetto della nostra speranza” non è la “terra”, né “qualcosa che deriva dalla terra, come l’oro, l’argento, l’albero, la messe, l’acqua”, cose che “piacciono, sono belle”, “buone”, ma non sono la speranza. “Ricerca chi le ha fatte, egli è la tua speranza”, diceva il vescovo di Ippona, che nelle Confessioni riconosce, rivolgendosi a Dio, “Tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo”. Riflessioni che riportano all’invito fatto da Papa Francesco durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona, esattamente due anni fa. Leone la ripete in spagnolo quell’esortazione “a confrontarsi con grandi domande” compiendo “un viaggio”, superando sé stessi, andando “oltre”. La risposta è in Cristo, che “come diceva San Giovanni Paolo II, alla veglia di preghiera della XV Giornata Mondiale della Gioventù, quella del 2000, suscita il desiderio di fare della propria vita qualcosa di grande, per migliorare sé stessi “e la società, rendendola più umana e più fraterna”.

Il Papa mentre innalza l'Eucaristia

Il Papa mentre innalza l’Eucaristia (@Vatican Media)

Coltivare l’amicizia con Cristo

Da qui l’invito di Leone a tenersi “uniti” a Cristo, a rimanere “nella sua amicizia, sempre, coltivandola con la preghiera, l’adorazione, la Comunione eucaristica, la Confessione frequente, la carità generosa, come ci hanno insegnato i beati Piergiorgio Frassati e Carlo Acutis”, e l’ultima importante raccomandazione ai giovani ad aspirare “a cose grandi”, “alla santità”, e a non accontentarsi “di meno”.  A ragazzi e ragazze che ora si preparano a fare ritorno nei loro Paesi, infine, l’incoraggiamento  a continuare “a camminare con gioia sulle orme del Salvatore” e

Contagiate chiunque incontrate col vostro entusiasmo e con la testimonianza della vostra fede! Buon cammino!

02/08/2025

Tor Vergata 2025, il Papa e la lezione di “bellezza” dei giovani del mondo

Venticinque anni dopo lo storico evento con Giovanni Paolo II, all’alba del nuovo millennio, la spianata alla periferia di Roma si riempie di volti e di corpi, di colori e di…

Un pensiero a chi non ha potuto lasciare il proprio Paese 

Il coro di “Papa Leone, Papa Leone” accompagna i saluti finali, con le mani del Successore di Pietro che stringono quelle di alcuni presenti e poi si muovono per dire “ciao” alla folla variegata che ha atteso questo momento per tutto un giorno e tutta una notte. Prevost, prima di salire sulla papamobile per un ultimo giro prima della partenza in elicottero, quasi a volersi trattenere ancora a lungo con questi “amici” torna al centro del palco ed esprime “un ultimo saluto”. “Grazie di nuovo a tutti voi”, afferma: grazie per la musica, per la preparazione da parte di tutti lungo questa settimana, grazie ai coreani che ospiteranno l’evento giovanile mondiale”.

Ma le ultime parole del Pontefice sono per gli assenti: “Chiedo che voi portiate un saluto anche a tanti giovani che non hanno potuto venire, stare qui con noi”, scandisce.

In tanti Paesi dove era impossibile uscire, ci sono posti dove i giovani non hanno potuto per le ragioni che conosciamo. Portate questa gioia, questo entusiasmo a tutto il mondo. Voi siete sale della terra, luce del mondo e portate questo saluto a tutti i vostri amici, a tutti i giovani che hanno bisogno di un messaggio di speranza. Grazie a tutti voi e buon viaggio!

🟢🌾🍇LIVE: SANTA MESSA DOMENICALE DI P.LIVIO- 🌾🍇 Benedizione: 🔔 18ma Domenica del Tempo Ordinario

La Russia ortodossa, centro della civiltà mondiale

di Stefano Caprio – Asia News – 3 Agosto 2o25

Mosca ha celebrato la variante russa della festa del Battesimo della Rus’ di Kiev con il patriarca Kirill che ha ricordato anche il “credente ateista” Stalin per esaltare il “nuovo Battesimo” della Russia post-sovietica. Mentre il metropolita di Crimea Tikhon a Sebastopoli ha inaugurato una grande mostra dedicata al principe Vladimir presentandolo come un vero “museo universale del cristianesimo”.

Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha celebrato la variante russa della festa del Battesimo della Rus’ di Kiev, due settimane dopo la data “gregoriana” osservata dall’Ucraina, esaltando la “russicità” dell’eredità battesimale, ma senza insistere sulla polemica con gli ucraini per l’attribuzione della scelta del gran principe Vladimir di Kiev. Al battezzatore “simile agli apostoli” è stato peraltro paragonato l’attuale padrone del Cremlino Vladimir Putin, in quanto “oggi a capo del nostro Stato c’è un uomo sinceramente ortodosso, non per convenienza politica, non per congiunture particolari, ma per propria libera scelta, in base alla propria fede profonda, ciò che si riflette sulla vita di tutto il nostro popolo”.

Il patriarca ha ricordato il detto che “la fede dello zar è la fede del popolo”, riferendosi al primo Vladimir e di riflesso anche all’ultimo Vladimir, passando per i tanti sovrani “sinceramente credenti” della storia russa, perfino durante il periodo sovietico. Ricordando le “varie leggende” che si tramandano riguardo al dittatore sovietico Josif Stalin, che Kirill ripercorre “senza commenti” sulla loro autenticità, il “padre dei popoli” georgiano incontrò nel 1943 l’allora Luogotenente patriarcale, il metropolita Sergij (Stragorodskij), rivolgendosi a “Vostra eccellenza” con il detto russo “Chi ricorda il passato perderà un occhio”, iniziando quindi “una nuova epoca dell’Ortodossia russa”. In effetti Stalin nominò Sergej patriarca, restaurando gran parte delle chiese e liberando molti vescovi dal lager, quindi anch’egli può a buon diritto essere inserito nella lista degli “eredi di Vladimir il Grande”.

Il ricordo del “credente ateista”, che usava la Chiesa per alimentare il culto della sua stessa personalità, serve al patriarca Kirill per dimostrare la continuità della fede in Russia anche attraverso la persecuzione sovietica, che “non è riuscita a sradicare l’Ortodossia dalle menti e dai cuori dei nostri uomini e donne”. Durante il dominio dell’ideologia ufficiale dei bezbožniki, i “senza Dio” comunisti, “c’erano ovviamente molte persone che rinunciavano alla fede in Dio per paura”, ma anche moltissimi che non rinunciavano ad esprimere la propria religiosità, anche se “non tutti avevano il coraggio di andare in chiesa”. Ricordando le sue stesse esperienze dei tempi sovietici, Kirill racconta che “alcuni invitavano segretamente il sacerdote a casa per la Pasqua”, e anche chi non faceva nulla di simile “rimaneva comunque un uomo credente”.

Quindi il patriarca assicura che “il Signore ha avuto misericordia della Russia, del popolo russo” nonostante le più terribili persecuzioni della storia contro la religione, grazie “alla fede dei nostri martiri e confessori, delle nostre nonne e madri, un po’ meno di quella dei nostri padri”, ma dopo la fine del regime ateista la Chiesa ortodossa ha ripreso il suo ruolo “civilizzatore”, che per secoli ne ha fatto la vera “forza istitutrice dello Stato”, un’espressione che risale al santo “martello degli eretici” di fine Quattrocento, Josif di Volokolamsk, a cui il patriarca ricorre molto spesso per dimostrare l’importanza della Chiesa nella storia russa.

Il “nuovo Battesimo” post-sovietico di trentaquattro anni fa è quindi il vero contenuto della festa dei 1073 anni di quello di Kiev, dimostrando che “gli eventi epocali e i mutamenti tettonici nella vita dello Stato non si sottomettono mai alla volontà dei politici, anche se questi cercano di dominarli, ma sono in realtà destinati a realizzare la volontà di Dio”, e quindi “noi siamo oggi eredi di questo miracolo divino, di questo dono della Sua misericordia”. Questo rinnova la vocazione della Russia a una missione universale per “scacciare il diavolo che intende separare l’uomo dal suo Signore e Salvatore”, proclama trionfalmente il patriarca.

Oggi invece la Russia vive “in condizioni molto favorevoli”, senza alcuna pressione nei confronti della Chiesa, e nessuno minaccia la vera fede, come accade invece in tanti altri Paesi del mondo. Oltre ai governanti ortodossi, anche l’intelligentsija “si è convertita” e la maggior parte dei migliori studiosi e specialisti nei vari settori della scienza “sono dei veri credenti”. Eppure la vera fede “richiede sempre grandi sacrifici”, ammonisce Kirill, ricordando il termine russo per l’ascesi, il podvig che presuppone lo dviženie, il “movimento” dello sviluppo interiore della personalità umana. “Non è possibile portare a termine il compito del lavoro e quello della guerra se l’anima è troppo debole, se non si afferma una giusta visione del mondo”, perché solo “quando l’anima è forte, allora sono forti anche le azioni”, ciò di cui oggi la Russia ha estremo bisogno, alludendo alla necessità di giungere alla vittoria nella guerra con l’Ucraina, pur senza nominarla esplicitamente.

Il rinnovamento della fede battesimale deve quindi “conservarsi e rigenerarsi sempre di più”, insiste il patriarca, poiché “la Russia è un grande Paese che esercita un enorme influsso sulla civiltà mondiale, e su tutto quello che avviene nel mondo”, allargando gli orizzonti ben oltre i confini del conflitto col vicino. Bisogna “saper coniugare la fede con la scienza, la tecnologia e ogni forma di sapere”, avendo particolari attenzioni per “coloro che vivono più a occidente di noi, che da tempo hanno rinunciato alla propria fede”. E questa testimonianza della Russia servirà anche a tutti gli altri popoli e alle altre religioni, per “riflettere adeguatamente sui destini degli Stati e delle regioni del mondo”.

Per questo la fede dei russi dev’essere sempre più autentica, conclude Kirill, “senza ipocrisie, senza limitarsi al formale adempimento dei propri compiti, senza avere paura dei poteri superiori, ma soltanto con il timor di Dio per essere dei buoni servitori dei Suoi piani per la Russia e per il mondo intero”, con la preghiera di tutti i santi e i martiri, dei Vladimir e dei sovrani ortodossi o pseudo-ortodossi “illuminatori della Russia”. A questi appelli patriarcali ha risposto subito con grande zelo l’altra personalità di primo piano della gerarchia ortodossa russa, il metropolita di Crimea Tikhon (Ševkunov), inaugurando in questi giorni la grande mostra dedicata al Krestnyj Otets, il “padrino di Battesimo” della Russia, il principe Vladimir il grande, che fu battezzato proprio a Chersoneso sulle rive della penisola sul mar Nero, prima di far immergere la popolazione di Kiev nelle acque del fiume Dnepr.

L’esposizione occupa la parte principale del grande museo del “Nuovo Chersoneso”, il complesso ecclesiastico-museale creato per iniziativa di Tikhon sulle rovine dell’antica città, nella periferia della capitale Sebastopoli. In essa si aprono sette grandi sale, con molti oggetti sacri e storici, ma anche grandi schermi e una sala-teatro con uno schermo a cupola per le proiezioni cinematografiche. Il metropolita ha invece nominato direttamente l’Ucraina, affermando che “il Battesimo è una festa di unione dei popoli, dei russi e degli ucraini e di tutti gli altri popoli che nella storia si sono uniti alla Russia”, e il museo di Sebastopoli non sarà soltanto una manifestazione limitata alla Russia, ma un vero “museo universale del cristianesimo”.

Rileggendo la storia millenaria, Tikhon afferma che “molte volte ci sono stati tentativi di distruggere e dividere la Russia, da parte di altri Stati, ma noi abbiamo sempre saputo superare e annientare questi complotti, anche versando il nostro sangue”. Egli ha ricordato gli scontri iniziati nel 1654, da lui definiti “la prima operazione militare speciale” per riunire l’Ucraina alla Russia, quando la rivolta dei cosacchi di Bogdan Khmel’nitskij separò i territori “ucraini” di confine dal regno di Polonia, sottomettendoli allo zar di Mosca Aleksij, il secondo zar della dinastia Romanov. Il metropolita ricorda che allora “furono necessari tredici anni di combattimenti”, alludendo alla necessità di andare fino in fondo anche nella guerra attuale, per quanti anni saranno necessari. Oggi per il metropolita “il sangue dei fratelli non soltanto divide, ma anche unisce, magari non subito, ma ci arriveremo, il tempo guarisce ogni cosa”.

Dopo la solenne liturgia nella cattedrale della Dormizione del Cremlino, il patriarca e tutti i metropoliti hanno guidato un solenne corteo, con le reliquie e l’icona del santo principe Vladimir per giungere alla piazza Borovitskaja, dove si erge il monumento al battezzatore eretto nel 2016, con la curiosità del cappello degli zar, la Šapka Monomakha di foggia tatara, che gli zar hanno adottato soltanto nel Cinquecento con l’incoronazione di Ivan in Terribile. Anche in questo si evidenzia la sovrapposizione delle figure storiche del Mondo Russo, dove non contano le date, ma le loro interpretazioni odierne.

Nella litania celebrativa è stata inserita la preghiera “per il nostro Paese da Dio custodito e per il suo presidente Vladimir Vladimirovič, le autorità e l’esercito vincitore, per poter vivere nella pace e nella purezza della fede”. Il Battesimo è un evento che si rinnova nella spiritualità e soprattutto nella ricostruzione di un mondo unitario, ciò che per i russi caratterizza veramente la dimensione politico-religiosa, essendo l’unico Paese al mondo in cui il sacramento diventa fondazione dello Stato, e proiezione di un impero universale.

Giubileo dei Giovani 2025, la diretta | La marea di giovani per il Papa che cita Francesco: «Aspirate a cose grandi, se siete inquieti siete vivi». Più di un milione alla messa a Tor Vergata

di Redazione Roma e Gian Guido Vecchi

«Le autorità stimano che nell’area di Tor Vergata e nelle aree limitrofe sia presente oltre un milione di persone», fa sapere la sala stampa vaticana

10:13 | 03 Agosto

Iniziato il deflusso sotto il controllo della sala della questura 

Sono iniziati i primi deflussi dei pellegrini da Tor Vergata, dove è in corso il Giubileo dei giovani e la messa celebrata da Papa Leone XIV. I gruppi in uscita dall’area giubilare sono tenuti sotto controllo dalla sala Grandi eventi della questura di Roma, che sta gestendo l’arrivo alle fermate della metropolitana dove sono stati disposti servizi di accoglienza per i ragazzi in uscita.

10:11 | 03 Agosto

«Affacciamoci alla finestra per l’incontro con Dio»

Il Papa invita i giovani ad affacciarsi alla finestra dell’incontro con Dio: «Dopo la veglia vissuta ieri sera insieme ci ritroviamo per celebrare l’Eucarestia. Possiamo immaginare di ripercorrere in questa esperienza il cammino dei discepoli di Emmaus, che prima si allontanavano da Gerusalemme intimoriti e delusi, andavano via convinti che dopo la morte di Gesù non ci fosse più niente in cui sperare, e invece lo hanno accolto come compagno di viaggio e lo hanno riconosciuto, i loro occhi si sono aperti e l’annuncio gioioso della Pasqua ha trovato posto nel loro cuore. La liturgia odierna ci aiuta a riflettere sull’incontro con Cristo Risorto». E ancora il Santo Padre ricorda che «la fragilità di cui ci parlano» i discepoli di Gesù «è parte della meraviglia che siamo»: «Noi pure siamo fatti così, siamo fatti non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera nel dono e nell’amore, e costantemente speriamo in un di più, sentiamo una sete grande e bruciante che nessuna bevanda può estinguere. Di fronte ad essa non inganniamo il nostro cuore, cercando di spenderla con surrogati inefficaci, ascoltiamola e facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci alla finestra dell’incontro con Dio». 

9:59 | 03 Agosto

La citazione di Francesco: «Se assetati, non siete malati ma vivi!»

Il Papa poi ricorda, parlando in spagnolo, le parole pronunciate da Papa Francesco alla Gmg di Lisbona: «Non allarmiamoci allora se ci troviamo interiormente assetati, inquieti, incompiuti, desiderosi di senso e di futuro. Non siamo malati, siamo vivi!». Poi in inglese ha aggiunto: «Nei giorni scorsi avete fatto molte belle esperienze. Vi siete incontrati tra coetanei provenienti da varie parti del mondo, appartenenti a diverse culture. Vi siete scambiati conoscenze, avete condiviso aspettative, avete dialogato con la città attraverso l’arte, la musica, l’informatica, lo sport. Al Circo Massimo, poi, accostandovi al Sacramento della Penitenza, avete ricevuto il perdono di Dio e avete chiesto il suo aiuto per una vita buona».

9:55 | 03 Agosto

«Contagiate chiunque incontrate con il vostro entusiasmo!»

Leone XIV ai giovani: «Tornando nei prossimi giorni nei vostri Paesi, in tutte le parti del mondo, continuate a camminare con gioia sulle orme del Salvatore, e contagiate chiunque incontrate con il vostro entusiasmo e con la testimonianza della vostra fede! Buon cammino!».

9:50 | 03 Agosto

«Fate cose grandi e non accontentatevi, come Frassati e Acutis»

«Fate grandi cose e non accontentatevi, se siete inquieti vuol dire che siete vivi.  Sull’esempio anche dei santi, come i giovani Frassati e Acutis che saranno canonizzati il 7 settembre prossimo»:  lo chiede il Papa ai giovani riuniti a Tor Vergata. 

9:47 | 03 Agosto

«La pienezza della vita non dipende da ciò che accumuliamo»

Prosegue il pontefice: «La pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo né, come abbiamo sentito nel Vangelo, da ciò che possediamo. È legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere». Precisa: «Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle “cose di lassù”, per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, di perdono e di pace. In questo orizzonte comprenderemo sempre meglio cosa significhi che `la speranza non delude´».

9:38 | 03 Agosto

Il Papa: «Non spegniamo la nostra sete con surrogati inefficaci»

Siamo fatti «non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore»: sono le parole di Papa Leone XIV nell’omelia della messa presieduta nella spianata di Tor Vergata, in conclusione del Giubileo dei Giovani. «Aspiriamo continuamente a un “di più” – prosegue – che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. Di fronte a essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto!».

9:16 | 03 Agosto

Il saluto di Leone XIV: «Buongiorno a tutti, buona domenica!»

(Gian Guido Vecchi) «Buongiorno a tutti, buona domenica!». Prima della messa Leone XIV, vestito ancora in bianco senza i paramenti della celebrazione, saluta dal palco ragazze e ragazzi di Tor Vergata. Sono un milione e hanno passato la notte nella spianata ai piedi dei Castelli romani. Prevost lo ripete in spagnolo, in francese, in tedesco. «Spero che abbiate riposato un po’», dice in inglese: «Fra poco inizieremo la celebrazione della messa che è il più grande dono che Cristo ci ha lasciato, la sua stessa presenza reale nell’Eucaristia. Che Dio vi benedica tutti e che questa sia un’occasione davvero memorabile per ciascuno di voi. Quando siamo insieme come Chiesa di Dio , noi seguiamo, camminiamo insieme, viviamo con Gesù Cristo. Buona celebrazione a tutti!».

9:15 | 03 Agosto

I giovani del Giubileo

Hanno passato la notte tra le tende e i sacchi a pelo, le borracce e i rosari, alla vigilia della lunga veglia di preghiera e poi per la messa del mattino i giovani del Giubileo. Sono arrivati da 146 paesi e hanno raggiunto Roma in ogni modo per ascoltare le parole di Leone XIV e poi trovare, in qualche modo, una traccia di Cristo.

9:13 | 03 Agosto

Un milione a Tor Vergata

Le previsioni della vigilia sono state rispettate. E così la marea umana che ha animato, a Tor Vergata, il Giubileo dei Giovani ha fatto registrare un numero record: «Siamo un milione di giovani pellegrini da tutto il mondo», dicono. In serata il Papa ha lasciato la veglia come era arrivato, in elicottero. 

Giubileo, chitarre, sacchi a pelo, rosari: la veglia dei ragazzi da tutto il pianeta. Quei 96 ettari di fede e allegria

di Fabrizio Roncone-Corriere della Sera – 3 Agosto 2025

Urla e applausi per Leone con la croce. E selfie con il sindaco Gualtieri Papa Leone XIV viene avanti con passo deciso: impugna forte una Croce, e la tiene ben alta. Un gesto simbolico che la folla coglie e sottolinea ondeggiando, dentro un tuono di urla e di applausi.
Poi, il Santo Padre affronta, con una certa agilità, la scalinata del gigantesco altare. E da lassù ora ci osserva, per lunghi minuti, in silenzio, con un sorriso. Quel sorriso.

Adesso, però, aspettate.

Perché l’attesa è stata piena di immagini e sensazioni che vanno raccontate. Sono appunti mentali presi tra i giovani arrivati da tutto il mondo, nel più grande accampamento del mondo, sulla spianata di Tor Vergata, al tramonto, con il sole che sparisce lentamente dietro il profilo dei Castelli Romani, mentre si alternano, nell’intrattenimento, cantanti e gruppi musicali, c’è pure il Volo, ma poi chi se ne importa del Volo, perché i pellegrini della gioventù sono distratti dalla loro personale mistica allegria, dall’euforia di una fede senza sovrastrutture, senza deviazioni bigotte, travolti solo dalla contagiosa voglia di esserci ed è questa, in fondo, tra le tende e i sacchi a pelo, le borracce e i rosari, alla vigilia della lunga veglia di preghiera, l’impressione più forte e clamorosa: le chiese nel pianeta saranno pure mezze vuote, però è un fatto, è un dato certo che un formidabile popolo di ragazzi, giunto da 146 Paesi diversi, ha camminato sin qui per ascoltare le parole di Leone XIV e poi trovare, in qualche modo, una traccia di Cristo.

In questo tempo di guerra.

In questo tempo di TikTok.

Non è il momento di fare paragoni con quanto, proprio qui, accadde venticinque anni fa. È impietoso ripercorrere quei giorni adesso. Eravamo agli inizi di un nuovo millennio e i nostri animi erano attraversati da pensieri pieni di ottimismo, le Torri Gemelle erano ancora nel panorama felice di New York, l’Europa unita sembrava una possibilità di concreto e diffuso benessere: i Papaboys arrivarono cantando Jesus Christ you are my life e Giovanni Paolo II li accolse divertito, scherzando sul chiasso provocato, per poi distribuire parole di speranza, che davvero, come sappiamo, alimentarono la speranza (contribuendo, anche, alla costruzione del personaggio Wojtyla). Papa Prevost, l’altro giorno, nell’estemporaneo incontro avvenuto in piazza San Pietro, ha invece subito ribaltato il concetto, dicendo: «Siete voi la speranza».

Non è ovviamente semplice individuarla, decifrarla. Però ci sono delegazioni arrivate dall’Ucraina e da Gazadalla Siria e dal Myanmar. Si cammina tra i bivacchi, in circolo cantano accompagnati dalle chitarre. Sotto una tenda dormono tre ragazzi arrivati dall’Amazzonia. «Scherzi?», si scandalizzano Alejandro e Paloma, una coppia proveniente da Madrid, dalla parrocchia di San Jerónimo el Real. «Nessuno di noi oserebbe svegliarli… Erano stremati dalla fatica del viaggio». Santiago aggiunge che suo fratello maggiore, Pedro, partecipò — dodici anni fa — alla veglia dei giovani sulla spiaggia di Copacabana, alla fine del Gmg di Rio de Janeiro. «Era il primo viaggio di papa Francesco. Oh, quanto ci manca…». Se manca, non sembra. Poco evocato. Poche tracce. Sebbene la sua tomba, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, sia meta di continui pellegrinaggi, qui il Papa degli ultimi sembra lontano, già distante nella memoria.

Si tratta — ripeto — di impressioni, lampi. Ecco, poi c’è anche questo da dire: l’organizzazione sembra funzionare davvero bene. Parliamo di numeri importanti: siamo dentro un’area grande 96 ettari, con tre varchi di accesso, con 5 milioni di bottigliette che, da ore, vengono distribuite dai 3 mila volontari della Protezione civile. Gli steward sono 4.300, 500 gli addetti della Santa Sede, 6 mila gli uomini delle forze dell’ordine, che vigilano anche grazie all’aiuto di una sala operativa di 500 metri quadrati e 122 telecamere di videosorveglianza. Poco fa è comparso il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Accolto, come ormai accade di frequente, da applausi e richieste di selfie (è molto popolare sui social). E dice una cosa vera: «Questi ragazzi sono il popolo della pace, della solidarietà e della fraternità».

Guardate: in situazioni come questa, il rischio di scivolare nella pozzanghera della retorica è molto alto. Però, sul serio, stando insieme a questi giovani si subisce una straordinaria trasfusione di valori rari, di emozioni preziose. È qualcosa di inatteso. Ed è un segnale che non tutto — forse — per la loro generazione è andato perduto nelle ottuse autostrade del web, della rete percorsa con lo sguardo inchiodato sui cellulari. Perché questi ragazzi (aiutati anche dai missionari digitali) hanno deciso di partecipare fisicamente. Di esserci. Come se la loro spiritualità avesse bisogno di concretezza, di simboli, della confessione — tutti già confessati in massa, poche ore fa, al Circo Massimo — e di ascoltare, dal vivo, il Papa.

Ecco, appunto: tra quanto arriva? Un mantra, più che una domanda. Occhiate al cielo, dove anche le poche nuvole s’apprestano a svanire nel buio (giornata calda, non caldissima). Un ragazzo romano annuncia solenne che il Santo Padre arriverà tra mezz’ora. Lo sa, perché ha uno zio che lavora in Vaticano (succede sempre, a Roma, che si abbia uno zio molto informato).

L’attesa è elettrica perché appare chiaro a tutti che le parole di un Papa rivolte ai giovani sono destinate a segnarne il pontificato. Non solo: a questa folla — che sembra avere un livello di istruzione medio alto, tra loro ci sono numerosi universitari — non sfugge che si tratta del primo pontefice nordamericano. Né che abbia scelto un nome all’apparenza obsoleto, sperduto nel tempo, in realtà significativo: Leone, il nome del primo Papa a riconciliare, con la Rerum Novarum, la cristianità con la modernità. Un nome, quindi, che da una parte a questa gioventù militante promette una certa persistenza progressista, dall’altra lo inquadra in una prospettiva più ampia, di fatto lo incardina nella storia della Chiesa.

Anche di questo, parliamo. Mentre vengono distribuiti alcuni pasti freddi e due ragazze siciliane accendono con il Bluetooth una cassa portatile e così, in questo spicchio di accampamento, tutti cominciano a ballare Could You Be Loved di Bob Marley.

Dura poco.

Ecco l’elicottero dell’Aeronautica militare. Ecco Leone XIV che è già sulla Papamobile (gli lanciano una maglia della Roma, presa al volo da un uomo della scorta). E poi — ora indossa la stola rossa — eccolo sull’altare. Sta per rispondere alle domande di tre giovani pellegrini.

Silenzio, ascoltiamolo.

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