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di Giovanna Maria Fagnani – Corriere della Sera – 6 Settembre 2025
I ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline di Milano, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII. La sua insegnante sarà a Roma per la canonizzazione: «Ma preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo»

Valentina Quadrio, la maestra di Carlo Acutis, davanti all’Istituto Marcelline di Piazza Tommaseo
Primi anni Duemila. All’Istituto Marcelline di piazza Tommaseo, in classe di Carlo Acutis, il ragazzo milanese che domenica sarà proclamato santo, è in programma l’interrogazione di matematica. Carlo e due compagni, per salvarsi, decidono di far perdere tempo alla professoressa. E così, dopo l’intervallo, non rientrano in classe. Spariti. Li cercano l’insegnante, l’assistente al piano, i compagni, ma nessuno sa dove siano. Il tempo passa e l’apprensione aumenta. La prof e l’allora preside discutono in aula e decidono: «Chiamiamo i carabinieri». È a quel punto che Carlo, insieme ai sodali, salta fuori dall’armadio di classe gridando «“buuuu”!», facendo morir dal ridere i compagni e infuriare la docente, che metterà una nota sul registro: «Gli alunni Carlo (Acutis ndr), Carlo e Lorenzo sono spariti e poi usciti dall’armadio facendo “buuu”». Quella nota, che oggi ha un sapore comico, è uno dei ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII, dove, tuttavia, fece in tempo a studiare solo il primo anno e una parte del secondo, prima di venire a mancare per una leucemia fulminante. Tra le migliaia di persone che assisteranno alla canonizzazione a Roma, insieme ai genitori di Carlo, Antonia Salzano e Andrea Acutis e ai suoi fratelli, Michele e Francesca, 15 anni, ci sarà anche Valentina Quadrio, la sua maestra.
Carlo era nato a Londra, poi aveva fatto la scuola dell’infanzia al Collegio San Carlo. Quando arrivò da voi?
«Nel secondo quadrimestre di prima elementare. Conservo ancora la mia agenda e ho trovato un’annotazione del 2 febbraio 1998. Diceva “è arrivato Carlo”. Una settimana dopo mi sposai e lo rividi dopo il viaggio di nozze. Era timido, carino, educatissimo. E lo è rimasto per tutti i cinque anni delle primarie. Poi le cose cambiarono».
Alle medie come diventò?
«Le dico solo che la preside, in modo affettuoso, una volta mi disse: “Tu e il tuo Carlo, altro che bello tranquillo. È un sano farabutto”». E anche uno dei suoi migliori amici, alla notizia della beatificazione, ci disse: “Se lui diventa santo io divento buddista” All’inizio nessuno ci credeva, è sempre stato un ragazzo normalissimo, non ha mai fatto trapelare un comportamento particolarmente lodevole di santità. Abbiamo scoperto tutto dopo».
La nota per essersi nascosto nell’armadio sarà diventata leggendaria.
«Sì, ma non fu l’unica. Alle medie a volte si presentava senza aver fatto i compiti e, alla richiesta di spiegazioni, diceva ai prof che aveva avuto di meglio da fare. Si impegnava davvero solo nelle materie che lo interessavano, prendeva note nelle altre. Diceva candidamente che aveva lasciato i libri nella casa di Assisi e quindi non aveva studiato per quello. Era un tipo di alunno difficilmente incasellabile, ma è molto complesso valutare un ragazzino nella sua interezza: c’è tutto un mondo dietro ai voti».
Sembra la descrizione del tipico preadolescente. Alle primarie, invece, che studente era Carlo?
«Avevamo un legame molto forte. Io ero l’insegnante “tutor”, la maestra prevalente. Per intenderci, quella che sta con la classe per il maggior numero di ore. I nostri alunni spesso hanno entrambi i genitori che lavorano, magari anche all’estero. L’insegnante diventa un po’ una seconda mamma. Di Carlo mi aveva colpito il fatto che in cinque anni non l’ho visto litigare con nessuno».
È poco comune?
«È una cosa eccezionale. Aveva un occhio da adulto nel notare se qualcuno era in difficoltà e questa non è assolutamente una capacità che hanno i bambini in prima elementare. Sono bimbi che stanno compiendo una scalata all’Everest: imparare a scrivere, leggere, fare dei conti in due mesi non è cosa da poco. Tutti hanno bisogno dell’aiuto della maestra. Lui, finiti suoi esercizi, si alzava e andava a aiutare uno dei compagni. Io gli dicevo: “Riposati, fai un disegno”. E lui: “Mi piace aiutare il mio amico”. Lo faceva con semplicità, senza farlo notare. Aveva una luce molto bella negli occhi, mi dava sensazione che trasmettesse serenità e poi aveva un’altra dote».
Quale?
«Se vedeva qualcuno litigare, si metteva di mezzo e cercava di farli ridere. Io avevo suggerito ai ragazzi, quando si arrabbiavano, di pensare a qualcosa di buffo, perché allegria e rabbia sono emozioni che non possono coesistere. Se qualcuno si azzuffava all’intervallo, lui gli diceva: “Non sprecate tempo” e si metteva a fare il giullare per farli ridere. Inoltre, in classe c’era un compagno che viveva una profonda crisi al seguito della separazione fra i genitori. La madre era andata via di casa e lui piangeva spesso. Carlo giocava con lui, lo prendeva sottobraccio. All’intervallo diceva a noi docenti: “Non preoccupatevi, chiacchiero io con lui”».
Quando ha capito che quel «di meglio da fare», invece di studiare, significava aiutare i poveri?
«Al suo funerale. E ne fui sconvolta. Avevo passato giorni a piangere, arrabbiata con “chi sta lassù”, per averci portato via lui, piuttosto che una delle tante persone orripilanti che ci sono al mondo. Ancora oggi preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo».
Cosa accadde alle esequie?
«La chiesa di Santa Maria Segreta era strapiena, una marea di persone, tanto che la folla arrivava fino alla piazza. E in mezzo agli amici, ai compagni di classe, agli amici della famiglia c’erano tutti i “suoi” senzatetto, li conosceva tutti per nome. Gli emarginati in mezzo all’alta borghesia: un colpo d’occhio notevole. È la magia di Carlo, che sapeva far coesistere gli estremi, cosa molto difficile anche per gli adulti. Era un ragazzo ricco, ma sempre in jeans e scarpe da tennis. I soldi della paghetta li usava per i poveri. E poi le tecnologie, il web, anche i social (Carlo Acutis è stato il primo santo ad avere un profilo Facebook mentre era in vita ndr) li ha usati per la diffusione della fede. Non ha preso da me… Durante il Covid, per la Dad, rivolgevo il pensiero a lui e gli dicevo: “Carlo dammi una mano tu, se no tiro già il pc dalla finestra”». E quell’aiuto lo ricevevo».
Carlo già alle medie andava a messa tutti i giorni.
«Faceva la comunione, si confessava. Faceva cose che non fanno i giovanissimi. Non ne aveva mai parlato, ma a volte qualcuno lo scopriva e perfino lo seguiva. Lui non obbligava nessuno, anzi creava la curiosità e che è l’arma migliore per far conoscere un argomento».
Sente ancora i suoi ex alunni, compagni di Carlo?
«Alcuni, ma di lui non parliamo. Ciascuno ha un ricordo suo e lo conserva nel cuore. Una di loro è diventata insegnante di sostegno. Un altro un pilota. Uno dei compagni, Andrea Pobbiati, già fragile, soffrì estremamente per la scomparsa di Carlo, che era praticamente l’unico a trattarlo da amico. A 22 anni morì a sua volta in circostanze drammatiche. Così come un’altra compagna, deceduta a un rave party».
Qual è l’ultimo ricordo che ha di Carlo?
«Venne a trovarci in estate, prima di cominciare il liceo classico al Leone XIII. Io stavo tornando a casa e lui era in piazzetta. Gli ho detto: “Ma guarda che bel ragazzo sei diventato”. Gli occhi erano sempre stupendi, sorridenti, quelli di una persona che ti fa sentire bene. Mi ha raccontato che sarebbe andato al Leone e io ho replicato: “Sempre tutto vicino a casa perché sei un lazzarone”. Lui si mise a ridere. Era una giornata stupenda, aveva il sole alle spalle, pensava alle vacanze che si avvicinavano».
Adesso è ancora arrabbiata con «Chi sta lassù»?
«Faccio ancora fatica ad accettare quello che è accaduto, ma da due anni a questa parte tantissime persone, da tutto il mondo, hanno chiesto di parlare con me e con gli altri che lo hanno conosciuto. Tra loro anche non credenti e non praticanti. Mi capita di accompagnare gruppi di pellegrini, qui a Milano. Sono più serena perché so che Carlo può aiutare tante persone. Adesso sono felice di dargli una mano nella diffusione della nostra cristianità».

Gianni Santucci – Corriere della sera, 05/09/2025
La madre di Acutis, canonizzato domenica
MILANO «Sono la prima convertita di mio figlio».
Sorriso.
«Prima non credevo praticamente a niente».
Domenica Carlo Acutis, adolescente milanese, morto a 15 anni nel 2006 a causa di una leucemia, e da allora al centro d’una venerazione popolare globale come «santo di Internet», sarà canonizzato da papa Leone XIV. Sua madre, Antonia Salzano Acutis (che per Piemme ha appena pubblicato l’ultimo libro «ufficiale» dedicato a suo figlio, Spiritual insight ) risponde al telefono nel pomeriggio di ieri.
Che santo sarà Carlo?
«Un santo che ha incarnato valori condivisibili da tutti, dai credenti e dai non credenti. Ad esempio l’amore per gli animali, per l’ambiente. Da piccolo al mare sentiva una specie di missione che lo divertiva: partiva col canottino e andava a raccogliere sporcizia e pezzi di plastica in acqua».
Che ragazzo era?
«Solare, socievole, generoso. Santo è colui che vive una vita evangelica e Carlo era molto parco. Se provavo a comprargli un paio di scarpe nuove mi diceva di no, gli bastavano quelle che aveva, “compriamo invece qualcosa per i poveri”. In una società ripiegata su se stessa e ossessionata dall’avere, Carlo rompe gli schemi con la sua semplicità».
Il Papa è statunitense; suo figlio è conosciuto negli Stati Uniti?
«Molto. Tutto è iniziato dalla mostra sui miracoli eucaristici. Carlo aveva fatto una raccolta di foto e testi estremamente puntigliosa. Quella mostra, disponibile online, ha iniziato subito a essere allestita nelle parrocchie di tutto il mondo. Negli Usa l’hanno fatto diecimila parrocchie. Carlo, ragazzo italiano e non ancora santo, è stato così scelto dalla Cei americana come testimonial del revival eucaristico».
Come si spiega questo «successo»?
«Carlo faceva il catechista, aveva l’intento di far comprendere la reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Con un semplice computer, dalla sua stanza in casa a Milano, ebbe quell’intuizione della mostra. Carlo è stato scelto da Dio come suo strumento. Tantissime persone si sono riavvicinate alla fede, hanno ricominciato ad andare a messa. Come sia stato possibile che abbia toccato tanti cuori è un mistero insondabile. Io ne resto stupita».
Il «santo di Internet» venerato nel Paese di Microsoft e Apple. Vede una connessione simbolica?
«Dalla nascita di Internet allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, credo che il messaggio di Carlo sia potente e persistente. La tecnologia e i mezzi tecnologici possono essere molto utili, ma anche molto oscuri. Hanno una dark side. Pedopornografia, istigazioni al suicidio. Carlo era appassionato di tecnologia, ma la usava con moderazione. Anche in questo credo possa essere un modello».
Come fa un adolescente a trovare la moderazione?
«Carlo si informava. Quando aveva 8 anni gli zii gli regalarono una Playstation. Qualche tempo dopo lesse un articolo di alcuni medici americani che mettevano in guardia contro il rischio di dipendenza creato dai videogiochi. Allora decise che avrebbe giocato un’ora alla settimana, non di più. Era equilibrato in tutto. Pensiamo oggi a quel suo atteggiamento: resta un messaggio di fronte al devastante rischio di dipendenza dagli smartphone, che riducono la comunicazione con le famiglie e tra gli stessi adolescenti».
Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, lei disse: «Ma cosa vogliono con i telefonini, digitalizzare anche l’anima dei ragazzi?».
«Purtroppo anche i genitori sono molto impreparati di fronte ai rischi di un uso smodato e di una dipendenza dalla tecnologia. E dunque anche su questo Carlo può essere un bell’esempio. Ha fatto prima l’aiutante e poi il catechista, i mezzi tecnologici li ha usati prima di tutto per annunciare Cristo. L’ultimo anno, quello in cui è morto, passò l’estate a costruire un sito per il volontariato dei gesuiti. Rinunciava al gioco e allo svago se sentiva quel bisogno».
Non sembra l’estate di un ragazzo allegro.
«Al contrario, Carlo era affabile, espansivo, estremamente altruista. È sempre col sorriso e con la gioia che si spendeva per la fede e per gli altri, magari quando si faceva accompagnare d’inverno in giro per il quartiere a portare cibo ai clochard. Il volontariato è un valore. Ed è un valore, anche questo, nel quale si possono riconoscere credenti e non credenti».

Preti che ritengono la Chiesa odierna non più la Chiesa Cattolica
Carissimo Padre Livio,
La seguo sempre e lei riesce a darmi la luce per guardare ai nostri tempi.
Le scrivo per aiutarmi a risolvere un dubbio che mi sta logorando come un tarlo. Nella Chiesa odierna c’è molto modernismo, e questo è un errore che pure la Madonna ha chiaramente denunciato.
Ci sono alcuni preti, che nello zelo di denunciare il modernismo, si sono spinti fino a mettere in dubbio la legittimità dell’intera Chiesa, compresi gli ultimi due Papi. Sono entrati in conflitto con la Chiesa, e ne sono usciti o sono stati sospesi.
Se non mi ricordo male, lei ha chiarito che, nonostante certi errori che vediamo nella Chiesa, la Chiesa è guidata da Gesù Cristo in persona, e nonostante gli alti e bassi, la Verità è, e sempre sarà, nella Chiesa Cattolica, e i Papi sono scelti dallo Spirito Santo e non si mette in dubbio la legittimità della loro elezione.
Per cui, le posizioni di quei preti che vanno contro il Papa e la Chiesa, fino a decidere di uscire dalla Chiesa e/o essere sospesi sono sbagliate.
Le scrivo queste cose, perché dopo aver seguito per vari anni Don… online, con molti benefici per la mia fede, sono rimasta molto turbata e scandalizzata dalla sua decisione di uscire dalla Chiesa dicendo che è tutto sbagliato e questa non è più la vera Chiesa Cattolica.
Grazie per una sua breve risposta, e che Dio la benedica sempre,
Silvia
Cara Silvia,
Un grande Padre della Chiesa, San Cipriano, affermava che “Ubi Petrus, ibi Ecclesia”. (“Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa”).
L’Obbedienza è la virtù che satana odia di più ed è per questo che dobbiamo viverla “perinde ac cadaver” (nello stesso modo di un cadavere), come si esprimeva Sant’Ignazio di Loyola e, ancora prima di lui, san Francesco.
Invece, se noi Sacerdoti restiamo umili e fedeli, sarà la Chiesa a prendersi cura di noi e della nostra anima, quando il mondo ci avrà abbandonato.
Preghiamo per i Sacerdoti e per le vocazioni sacerdotali.
Che Dio benedica anche te.
Ave Maria
Padre Livio
Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Parola del Signore
Dalla nostra Radio Maria Lesotho: quando si trasmette una Santa Messa in un villaggio di pastori! Qui la fede in Gesù e Maria è ben radicata ed è commovente guardare le loro danze mentre ricevono l’Eucarestia. Sono immagini uniche!



Il Lesotho è uno Stato dell’Africa meridionale completamente circondato dal Sudafrica e privo di uno sbocco al mare.
Il suo territorio è prevalentemente montuoso, interamente collocato sopra i 1000 metri di altitudine e dominato dalla catena del Drakensberg e dalla vetta del monte Thabana Ntlenyana, che con i suoi 3482 metri è il più alto dell’Africa del Sud.
Le frequenti e persistenti siccità colpiscono pesantemente soprattutto la popolazione rurale, la maggior parte dei poco più dei 2 milioni di abitanti del Paese che vivono fuori dai principali centri urbani, e sono all’origine di carestie, condizioni igienico sanitarie precarie ed epidemie.
Siccità e altri fenomeni estremi, quali inondazioni e invasioni infestanti di cavallette, sono aggravati dalle precarie condizioni economiche e sociali di un Paese molto povero e con un’economia fortemente dipendente da quella del grande vicino sudafricano.
Radio Maria qui e’ tanto amata: come una mamma perché porta “mamma Maria
Nel suo libro “Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura”, lo scrittore delinea la figura del beato piemontese che sarà canonizzato domenica 7 settembre. Un giovane immerso nel suo tempo, impegnato nella vita sociale e politica, esempio di una fede caritatevole e coraggiosa in un’epoca non facile per gli ideali cristiani: “Rinunciava al sonno e alle ore di studio per stare con i bisognosi”
Eugenio Murrali – Città del Vaticano – 5 Settembre 2025
Era un ragazzino Pier Giorgio Frassati, quando una mattina d’inverno una mendicante bussa alla porta con un bimbo scalzo in braccio. Lui non ha soldi da darle e, commosso da quella visione di povertà, si toglie le scarpe e gliele dona. Sono molti gli episodi che raccontano la santità di Frassati e che Vincenzo Sansonetti ha riportato con grande cura nella sua biografia, dedicata a questo giovane, morto a ventiquattro anni nel 1925. “La sua prima virtù – nota l’autore – è l’atteggiamento del cuore, la sua accettazione della volontà di Dio”. Frassati era un uomo capace di coniugare in sé il coraggio dell’impegno civile e politico e una profonda carità, nutrita dall’amore per il Cristo eucaristico. Il riconoscimento della sua piena santità, come osserva il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti nell’invito alla lettura del libro, avviene insieme a quella di Carlo Acutis, in un giorno che vede insieme “due Santi del nostro tempo, un luminoso esempio per tutti i ragazzi del mondo.
“Sono rimasto cristiano”
Sansonetti dedica molto spazio al contesto storico, non semplice, nel quale Frassati ha agito: “Il nuovo secolo vede una situazione nuova: agli imperi subentreranno gli Stati nazionali, in cui c’è una visione laica, gli ideali risorgimentali e postunitari mettono un poco in difficoltà la Chiesa. E non solo – prosegue l’autore – per quel che segue alla breccia di Porta Pia e alla fine del potere temporale dei Papi, ma anche per un modo diverso di affrontare la vita che dà meno spazio alla dimensione cristiana”. Frassati affronta questa situazione in un’ottica nuova, aiutato dall’educazione dei gesuiti, dagli incontri che fa nella vita, iscrivendosi all’Azione cattolica, alla Federazione universitaria cattolica italiana, militando nel Partito popolare.

La copertina di “Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura” di Vincenzo Sansonetti
La forza e la prontezza con cui difende gli ideali cristiani emergono dalle pagine in cui Sansonetti descrive il corteo di giovani riuniti a Roma nel 1921 per il congresso nazionale della Gioventù Cattolica Italiana, l’imboscata delle guardie a cavallo, l’arresto di Pier Giorgio, che, pur essendogli stato offerto il rilascio immediato una volta che gli agenti comprendono di chi fosse figlio, risponde: “Uscirò quando usciranno anche i miei compagni”. Rigoroso nel quotidiano, in un’altra occasione Frassati, a un compagno di università che lo vede uscire dalla chiesa della Crocetta di Torino con rosario in mano e gli chiede se sia diventato bigotto, ribatte: “No, sono rimasto cristiano”.
Vicino ai bisognosi
Molti episodi testimoniano la santità di Frassati, proclamato beato da Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990. Sansonetti dà conto dei tanti gesti di generosità concreta di un giovane la cui fede intensa si esprime anche all’interno di un contesto familiare che guarda con freddezza alle sue idee cristiane. Lo scrittore spiega che a Torino i poveri vivevano spesso in soffitte insalubri e lavoravano nelle case dei benestanti, che abitavano ai piani nobili. Pier Giorgio spesso andava a trovare questi bisognosi, si intratteneva con loro, ascoltava i loro problemi. Capitava che queste persone dovessero spesso trasferirsi e lui li aiutava: “Siccome queste persone – racconta Sansonetti – non erano in grado di organizzarsi e di pagare un trasloco, affittava un carretto su cui venivano caricate le poche masserizie di queste famiglie indigenti e lui, insieme a uno o a due amici, trascinava il carretto per le vie di Torino fino alla nuova destinazione, tanto è vero che i compagni della Fuci avevano inventato che avesse creato una società: ‘Frassati trasporti’”. “Ciò che lo distingue dagli altri – si legge nella biografia – è il fatto che si abbassi per avvicinarsi agli umili, gli ultimi, e non come gesto paternalistico, ma come esito di una fede vissuta”. Una notte, vedendo un povero che trema in strada, si toglie il suo bel cappotto nuovo e glielo regala. Spesso va in ospedale per confortare i malati.

La tomba di Frassati all’interno del Duomo di Torino
Il funerale di Pier Giorgio
“Il 6 luglio, giorno dei funerali di Pier Giorgio – scrive Sansonetti – , la stretta cerchia di conoscenti e familiari, cominciando dai suoi increduli genitori, resta sorpresa e sbalordita vedendo migliaia di uomini, donne e bambini dei quartieri più miseri e abbandonati, i poveri della Torino semplice e umile, allineati lungo le strade che conducono alla chiesa”. Un’immagine che racconta l’esistenza di Frassati, il suo amore per il prossimo, la sua dedizione vissuta, non formale, agli scartati, le sue non poche difficoltà a essere compreso nella sua famiglia, che solo dopo si renderà davvero conto di chi fosse davvero quel ragazzo generoso, innamorato dell’Eucarestia. Sua madre, Adelaide, era una donna dalla fede tiepida, suo padre Alfredo, uomo intelligente, liberale, fondatore del quotidiano La Stampa, era agnostico e faticava a capire le scelte di questo figlio, che, tra l’altro, si era iscritto al Politecnico di Torino per conseguire una laurea in ingegneria industriale meccanica, con indirizzo minerario, “per poter ancora di più servire Cristo tra i minatori”. Dopo la morte del figlio, Alfredo intraprenderà un percorso interiore che, anche grazie alla corrispondenza epistolare con il futuro Paolo VI, lo porterà, infine, alla conversione.
L’amore per Cristo eucaristico
Pier Giorgio cerca di non rinunciare mai alla messa quotidiana. La passione di questo ragazzo per la montagna e l’alpinismo è nota, ma prima di partire per una scalata, all’alba, lui decideva di andare a messa, trascinando anche gli amici della Fuci. Tanto era il suo trasporto verso l’Eucarestia, che Frassati poteva restare per ore in adorazione di fronte al tabernacolo, di giorno e di notte: “La sua era una fede concreta, lui si confrontava con tutto ciò che fa parte della vita, con le circostanze del quotidiano, ma senza rinunciare a nutrire la sua fede. Non c’era dualismo nella sua vita tra la fede e le opere, erano strettamente collegate”.
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