Città del Vaticano, domenica 14 dicembre 2025, 12:17 (ACI Stampa).
Dopo la Messa celebrata per il Giubileo dei detenuti, Papa Leone XIV si affaccia dal Palazzo Apostolico in Piazza San Pietro per la recita dell’Angelus.
“Il Vangelo di oggi ci fa visitare in carcere Giovanni il Battista, che si trova prigioniero a motivo della sua predicazione. Ciò nonostante, egli non perde la speranza, diventando per noi segno che la profezia, anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia”, commenta il Papa.
“Chi cerca verità e giustizia, chi attende libertà e pace interroga Gesù. È proprio Lui il Messia, cioè il Salvatore promesso da Dio per bocca dei profeti? La risposta di Gesù porta lo sguardo su coloro che Lui ha amato e servito. Sono loro: gli ultimi, i poveri, i malati a parlare per Lui. Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa. E quello che fa è per tutti noi segno di salvezza. Infatti, quando incontra Gesù, la vita priva di luce, di parola e di gusto ritrova senso: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono. L’immagine di Dio, deturpata dalla lebbra, riacquista integrità e salute. Persino i morti, del tutto insensibili, tornano alla vita. Questo è il Vangelo di Gesù, la buona notizia annunciata ai poveri: quando Dio viene nel mondo, si vede!”, dice il Papa prima della preghiera mariana.
“Dalla prigione dello sconforto e della sofferenza ci libera la parola di Gesù: ogni profezia trova in Lui il compimento atteso. È Cristo, infatti, che apre gli occhi dell’uomo alla gloria di Dio. Egli dà parola agli oppressi, ai quali violenza e odio hanno tolto la voce; Egli vince l’ideologia, che rende sordi alla verità; Egli guarisce dalle apparenze che deformano il corpo. Il Verbo della vita ci redime così dal male, che porta il cuore alla morte. Perciò, come discepoli del Signore, in questo tempo d’Avvento siamo chiamati a unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per quello che Dio fa nel mondo”, conclude il Papa.
Poi, dopo la recita della preghiera mariana, il Pontefice passa ai consueti saluti. Il Papa ricorda in particolare i 124 martiri della diocesi spagnola di Jaén, beatificati ieri e quelli beatificati a Parigi. “Lodiamo il Signore per questi martiri, coraggiosi testimoni del Vangelo, rimasti fedeli alla Chiesa”, dice il Papa.
Giubileo dei detenuti 2025. Papa Leone XIV: “Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati”
Santa Messa in occasione del Giubileo dei detenuti
Papa Leone XIV | | Mirjana Gabric
Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano, domenica 14 dicembre 2025, 10:40 (ACI Stampa).
Papa Leone XIV presiede questa mattina l’ultimo grande evento di questo anno Santo, la Santa Messa nella Basilica di San Pietro dedicata ai detenuti. Sono loro i protagonisti di questo ultimo Giubileo, il Giubileo dei detenuti. L’evento, al quale sono iscritti circa 6000 pellegrini, è rivolto ai detenuti, con i loro famigliari, agli operatori delle carceri, alla polizia e all’amministrazione penitenziaria. I partecipanti provengono da circa 90 Paesi, tra cui Italia, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Polonia, Germania, Indonesia, Messico, Madagascar, Brasile, Colombia, Stati Uniti, Guinea Bissau, Filippine, Taiwan, Australia.
“Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato – «ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo» (Is 35,10) – ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione”, dice subito il Papa nell’omelia riferendosi all’evento e alla Liturgia di oggi.
“Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia. Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia”, continua il Pontefice nella sua omelia.
“Al Giubileo saranno presenti anche rappresentanti dalla Casa Circondariale Rebibbia Nuovo Complesso, dalla Casa Circondariale di Rebibbia femminile e dall’Istituto penale minorile di Casal del Marmo di Roma, da carceri di Brescia, Teramo, Pescara, Rieti, Varese, Forlì, dal carcere minorile San Vittore di Torino. Inoltre, arriveranno a Roma delegazioni di pellegrini organizzate dalla Pastorale penitenziaria del Portogallo, dalle diocesi spagnole di Barcellona, Siviglia, Asidonia-Jerez, Merida-Badajoz, Valencia, Cordoba, da Malta, dal Cile, e un gruppo di 500 pellegrini sarà accompagnato dall’Ispettorato Generale dei Cappellani delle carceri italiane”, hanno fatto sapere dal sito del Giubileo.
“Papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche «forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società» (Bolla Spes non confundit, 10), e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento. Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”, aggiunge Papa Leone.
“Carissimi, il compito che il Signore vi affida – a tutti, detenuti e responsabili del mondo carcerario – non è facile. I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più. Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti siano salvati. Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo”, questo l’augurio finale di Papa Leone XIV.
Le Ostie per la celebrazione sono state donate dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti attraverso il progetto «Il senso del Pane», che dal 2016 coinvolge più di 300 detenuti ogni anno nella creazione di ostie destinate a oltre 15.000 tra diocesi italiane e straniere, congregazioni religiose, parrocchie, monasteri e realtà cristiane. Le ostie che saranno consacrate durante l’Eucaristia del Giubileo dei Detenuti provengono dai laboratori eucaristici delle carceri di Opera, San Vittore e Bollate.
Canonizzazione: 27 dicembre 1726, Roma, papa Benedetto XIII
Luogo reliquie: Convento dei carmelitani scalzi
Collaboratore di Santa Teresa d’Avila nella fondazione dei Carmelitani Scalzi, Dottore della Chiesa, Giovanni della Croce risulta sempre più un affascinante maestro: le sue parole e il suo messaggio sanno di mistero, del mistero di Dio.
Nacque a Fontiveros in Castiglia (Spagna) nel 1542, da una famiglia poverissima. Orfano molto presto del padre; una madre laboriosa e intraprendente per far fronte alla fame. Il piccolo Juan venne subito colpito dalla durezza della vita. Provato nel fisico, ma temprato nello spirito, si diede da fare come infermiere per mantenersi agli studi cui si sentì portato.
Emerse ben presto la sua voglia di Dio e di Assoluto. A 20 anni decise di entrare nel noviziato dei Carmelitani. Arrivò al Sacerdozio a 24 anni, ma si scoprì dentro una gran voglia di una vita rigorosamente consacrata nel silenzio e nella contemplazione, una voglia che neppure i brillanti studi teologici nella prestigiosa università di Salamanca riuscirono a sopire.
Ci pensò Santa Teresa ad offrirgli una soluzione, invitandolo a partecipare alla Riforma dell’Ordine Carmelitano. Maestro dei novizi, attirò tanti giovani che desideravano condurre una vita come lui. Nello spazio di pochi anni, pieni di fatiche apostoliche sulle strade assolate o ghiacciate di Spagna, accanto a profonde sofferenze, incredibili ed esaltanti esperienze mistiche.
La sua perfezione ascetica, la sua vita d’orazione, la sua elevatezza. di spirito e d’ingegno, l’esperienza mistica personale e la conoscenza dell’ampia esperienza mistica del Carmelo Riformato, la vasta dottrina, la profonda interiorità, e soprattutto la viva fiamma d’amore che lo vivificava e lo consumava fecero di lui non solo un grande santo, ma anche un grande maestro.
Scrisse poemi e trattati che sprigionavano la sua sapienza mistica, quella che non viene dai libri e dagli studi, ma che si “sa per amore”.
Morì a Ubeda il 14 dicembre 1591, a soli 49 anni, facendo sue, in un trasporto d’amore, le parole del Cantico dei cantici: “Rompi la tela ormai al dolce incontro!”.
Le sue spoglie furono traslate nel Convento dei Carmelitani Scalzi a Segovia nel 1593, due anni dopo la sua morte. Il sepolcro è custodito in una cappella all’interno del convento, che è diventato un importante luogo di pellegrinaggio per devoti e studiosi interessati alla vita e alle opere del santo
APPROFONDIMENTO
Il suo linguaggio: poetico e pieno di immagini e simboli, il linguaggio della passione e dell’amore. Con spirito nuovo, da umanista rinascimentale, offre un valido aiuto per il cammino cristiano dell’uomo moderno. Il cammino che propone è necessario e il risultato possibile anche se può sembrare una cosa ardua
Giovanni della Croce invita alla rinuncia, che non è negazione di sé o abdicazione da sé, ma promozione del meglio di sé. L’opera di Giovanni della Croce, se non invita ad un approccio immediato, ridesta tuttavia sempre almeno curiosità e fascino. Sono molte le persone comunque che l’hanno preso sul serio, come Teresa di Gesù Bambino, Elisabetta della Trinità, Edith Stein…, e tanti altri, ci assicurano che l’itinerario proposto da Giovanni della Croce è accessibile. La sua spiritualità non sradica e non impone un programma fisso di vita. Pur rimanendo nei nostri quotidiani impegni, ci chiede di vivere nell’attenzione amorosa, un orientamento a Dio totale e rigorosamente esclusivo.
Il suo magistero orale e scritto, illumina tutto il percorso cui l’anima è chiamata per il raggiungimento del “Monte”, dei vertici della spiritualità ove si compie il mistero amoroso dell’unione con Dio.
La Chiesa ha riconosciuto il valore universale della dottrina ascetica e mistica di S. Giovanni della Croce proclamandolo Dottore Mistico della Chiesa Universale.
Quel che è certo è che tutti i pensieri, tutti i detti di S. Giovanni della Croce sono proprio articoli che regolano il modo di camminare sulle orme di Cristo. Un codice della strada, sì, della vera strada: l’imitazione di Cristo, di Colui che è Egli stesso via. Ed è altrettanto certo che il passaggio obbligato è quello della Croce.
MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria di san Giovanni della Croce, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani e dottore della Chiesa, che, su invito di santa Teresa di Gesù, fu il primo tra i frati ad aggregarsi alla riforma dell’Ordine, da lui sostenuta tra innumerevoli fatiche, opere e aspre tribolazioni. Come attestano i suoi scritti, ascese attraverso la notte oscura dell’anima alla montagna di Dio, cercando una vita di interiore nascondimento in Cristo e lasciandosi ardere dalla fiamma dell’amore di Dio. A Ubeda in Spagna riposò, infine, nel Signore.
La rivolta dei Decabristi il 14 dicembre 1825 vide gli ufficiali dell’esercito e gli intellettuali favorevoli alle riforme liberali cercare di prendere il potere dopo l’improvvisa morte dello zar Alessandro I, per finire poi schiacciati dalla repressione di Nicola I Icona del ricorrente alternarsi di “sistema” e “rivolta”, regime e anarchia, nella parabola della storia russa.
In questi giorni si susseguono in Russia due date molto significative: il 12 dicembre si è osservato il Giorno della Costituzione, ricordando la legge fondamentale approvata da Boris Eltsin nel 1993, un paio di mesi dopo le cannonate all’edificio del Soviet Supremo dove i parlamentari si erano asserragliati per contestare il nuovo potere filo-occidentale, seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Fu l’atto formale che sanciva la fine del regime comunista, con il passaggio all’economia di mercato e l’eliminazione degli istituti di pianificazione e controllo. Di quel testo ormai rimangono solo i contorni, essendo stato stravolto nel 2020 dalle modifiche volute da Vladimir Putin per consacrare il nuovo regime sovranista ortodosso della “verticale del potere”.
Il 14 dicembre si ricordano poi i duecento anni dalla rivolta dei Decabristi (in russo dicembre è dekabr), che nel 1825 cercarono di prendere il potere dopo l’improvvisa morte dello zar Alessandro I, che nonostante la gloria della vittoria su Napoleone non si era deciso a introdurre le riforme liberali tanto desiderate dagli ufficiali dell’esercito e dagli intellettuali russi. La rivolta fu soffocata dal nuovo zar Nicola I, fratello di Alessandro e dedito soltanto all’ordine e alla repressione in Russia e in ogni altro Paese, tanto da meritarsi il titolo di “gendarme d’Europa”.
Le due date s’intrecciano in una rilettura della storia recente e antica della Russia, sempre in bilico tra i lunghi inverni delle “stagnazioni” dittatoriali e le esplosioni primaverili di nuovi stravolgimenti popolari, senza mai trovare un equilibrio delle sue diverse anime. Nel convegno sui due secoli dalla rivolta, che si è aperto a Mosca all’Accademia delle Scienze, uno degli storici più autorevoli, Jurij Pivovarov, propone come chiave interpretativa il pendolo tra samoderžavie (“autocrazia”) e samovlastie (“auto-potere”), due termini quasi identici per indicare la contrapposizione tra “sistema” e “rivolta”, tra regime e anarchia.
La Russia è storicamente portata all’eccesso nelle contraddizioni, e proprio a partire dall’epoca dei decabristi questo si articola in una serie di immagini opposte e successive: dalla “Santa Alleanza” di Alessandro I nel 1815 (la prima “Unione Europea”) si giunge nel 1853 alla Guerra di Crimea di Nicola I, con la Russia che si oppone all’Europa intera, per poi vivere le grandi riforme di Alessandro II con la liberazione dalla schiavitù della gleba nel 1861. Questa svolta sarebbe poi stata premiata da 80 tentativi di assassinio dello zar, conclusi con la sua morte nel 1881 per mano dei rivoluzionari, premessa della salita al potere dei bolscevichi dopo le rivoluzioni del 1905 e del febbraio 1917, prima della grande Rivoluzione d’Ottobre.
Anche i settant’anni di comunismo totalitario non sono stati certo sereni e uniformi; dopo la guerra civile del 1918-1920, c’è stata la lunga lotta interna al partito, vinta da Stalin nel 1930 dopo aver eliminato tutti gli avversari, instaurando il regime del terrore poi denunciato durante il “disgelo” di Khruščev nel 1957, e quindi sostituito da Brežnev nel 1964 con la restaurazione del controllo neo-staliniano. Gorbačëv ha quindi tentato la “rivoluzione gentile” della perestrojka nel 1986, per poi cedere al tentativo di golpe del Kgb nel 1991, sventato da Eltsin che sale sul carro armato inneggiato dal popolo, che il giorno dopo si raduna per rimuovere il monumento sulla piazza della Lubjanka, la sede del Kgb, che rappresentava il suo fondatore Feliks Dzeržinskij.
Non stupisce quindi che anche il regime “democratico” dello stesso Eltsin, inaugurato dalle cannonate del 1993, si sia poi trasformato in una serie di guerre e rivolte in Cecenia, Inguscezia e Transnistria, per poi convergere nell’attuale dittatura di Vladimir Putin, costruita sulla repressione delle manifestazioni di popolo organizzate da Aleksej Naval’nyj e sfociata nella guerra contro la Georgia, l’Ucraina, l’Europa, l’Occidente e l’Anticristo universale. Dal samovlastie eltsiniano, che dava a ciascuno la possibilità di prendersi “tutto il potere che è in grado di inghiottire”, siamo tornati al samoderžavie putiniano, un sistema di potere che non lascia alcuna libertà o speranza di cambiamento, fino al prossimo giro della bussola impazzita della Russia.
Si ripropone quindi ogni volta la domanda che gli studiosi stanno analizzando in questi giorni a proposito dei decabristi: si tratta soltanto di reazioni all’insoddisfazione per il ruolo della Russia nella storia, o di realizzazioni di ideologie in grado di formare nuovi sistemi statali, destinati a cambiare il volto del mondo intero? Questa è oggi la questione, se il putinismo sia destinato a esaurirsi e scomparire, o giungerà a dominare il resto del mondo, a cominciare dall’America dell’amico Trump. I decabristi venivano esaltati dai sovietici come inizio della grande epopea rivoluzionaria, per poi essere dimenticati con l’instaurazione del regime putiniano, che mal sopporta ogni parvenza di rivolta popolare.
Eppure al gruppo dei decabristi faceva riferimento anche il giovane Aleksandr Puškin, vate della riscoperta dell’anima russa dopo un secolo di occidentalismo e oggi tanto celebrato dai russi quanto odiato dagli ucraini, per aver sottratto loro il primo vero grande poeta e scrittore ucraino, Nikolaj Gogol, facendolo innamorare della Grande Russia. Nel corso sui “Fondamenti e principi della statualità russa”, obbligatorio oggi in tutte le scuole di ogni ordine e grado della Russia come le lezioni di marxismo e materialismo dialettico ai tempi sovietici, la rivolta del 1825 viene completamente oscurata, rileggendo la storia con la chiave della censura di Nicola I, la Okhrana madre dei servizi speciali, fino al Kgb e all’attuale Fsb, la scuola di potere di Putin e perfino del patriarca di Mosca Kirill.
I nobili e ufficiali che si radunarono nella piazza del Senato di San Pietroburgo il 14 dicembre 1825 intendevano proprio eliminare l’autocrazia, impedendo la salita al trono di Nicola I, un colpo di Stato in preparazione da anni e accelerato dalla morte inattesa di Alessandro I nella città meridionale di Taganrog, dove si era recato per far curare la moglie. La scomparsa dello zar-vincitore è uno dei grandi misteri della storia russa, essendo avvenuta in età ancora relativamente giovane a 48 anni, e non essendo stata compiuta una vera autopsia. La leggenda successiva vede lo zar trasformato nello starets Fedor Kuzmič, predicatore itinerante della Siberia, e nessun regime successivo ha mai voluto verificare a chi appartengano veramente le spoglie sepolte nella tomba della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo di San Pietroburgo insieme agli altri zar dell’epoca moderna, dove sono peraltro deposti anche l’ultimo zar Nicola II con la sua famiglia, con resti altrettanto dubbi recuperati dalle fosse comuni sugli Urali.
L’incertezza sui destini degli zar e della loro memoria riflette il bisogno di riscrivere continuamente la storia della Russia, che costituisce oggi una delle motivazioni principali dell’ideologia sovranista e imperiale dello zar Putin. “La Crimea è nostra”, “il Donbass è sempre stato russo”, la volontà di attribuirsi il Baltico, il Caucaso, l’Asia centrale e magari altre regioni del mondo dall’Africa al Sudamerica, caratterizzano una ricerca spasmodica di un’identità che non è legata veramente alla terra, ma alle sfere superiori del cielo ideologico. Questa era anche la contraddizione interiore di Alessandro I, che entrando trionfalmente a Parigi nel 1814 aveva pensato di poter riunificare tutti i popoli e perfino le Chiese, unendo nella “Santa” Alleanza gli ortodossi russi con i cattolici austriaci e i protestanti prussiani.
La guerra ucraina di Putin si richiama esplicitamente alla vittoria di Stalin sui nazisti, ma non meno significativa è la memoria del periodo seguito alle guerre napoleoniche, in cui la premessa ideologica era proprio la contrapposizione tra potere assoluto e rivoluzione liberale, tra samoderžavie e samovlastie. I decabristi derivavano in parte da una società segreta formata a Mosca nel 1818, il Sojuz Blagodenstvija, “l’Unione della Prosperità”, che intendeva formare un movimento popolare di orientamento liberale, per costruire una società senza alcuna forma di dittatura e di schiavitù, un sogno romantico che si ripropone spesso nella storia, lasciando quasi sempre il passo a nuove forme di autocrazia. Gli ideali della società liberale presupponevano un riavvicinamento tra gli intellettuali e il popolo, come era avvenuto durante la guerra contro Napoleone, con l’incontro tra gli ufficiali e i soldati più umili.
Fu poi il grande scrittore russo Ivan Turgenev a descrivere questo incontro nelle Memorie di un cacciatore, dove il nobile narratore durante la caccia s’imbatte in una serie di figure di basso livello, come i contadini Khor e Kalinič che vivono nel bosco ed esprimono sentimenti di autentica dignità umana. Turgenev coniò per descrivere questi incontri un termine oggi di nuovo molto diffuso, il populizm dal latino russificato (lo scrittore inserì poi nei suoi romanzi altri termini diventati universali, come anarkhizm e nigilizm), profetizzando la grande ambiguità dei tempi in cui viviamo nel terzo millennio, tra le illusioni sovraniste dei nuovi imperatori e le confusioni populiste delle ideologie artificiali, in attesa di un mondo nuovo e di nuove rivoluzioni.