Il pensiero del pontefice al popolo venezuelano, mentre si erge, forte, l’appello della Conferenza episcopale del Venezuela
Il bombardamento a Caracas | Il bombardamento a Caracas | Credit Aci Prensa
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano, domenica 4 gennaio 2026, 12:30 (ACI Stampa).
E dopo la recita dell’Angelus il papa ha lanciato un appello accorato per la situazione venezuelana: ” Con animo colmo di preoccupazione, seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela. Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti, e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica. Per questo prego, e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Sor Carmen Rendiles”.
Inoltre, ha espresso ancora la sua vicinanza “a quanti sono nel dolore a causa della tragedia avvenuta a Crans – Montana, in Svizzera. Assicuro la preghiera per i giovani defunti, per i feriti e per i loro familiari”.
Nella mattinata di oggi, intanto, riguardo alla grave situazione che si sta delineando nel Venezuela – a seguito del bombardamento di Caracas per poter catturare il presidente venezuelano Maduro (e la moglie) avvenuto alle due del mattino (le 7 in Italia) di sabato 3 gennaio – la voce dei vescovi del Venezuela echeggia forte oggi:“Perseveriamo nella preghiera per l’unità”, questo l’incipit del messaggio di accompagnamento e vicinanza che la Conferenza episcopale del Venezuela rivolge al popolo di Dio, attraverso i suoi canali sociali. Un messaggio, breve, conciso, senza troppe parole. Ma forte: “Alla luce degli eventi che si stanno verificando oggi nel nostro Paese, chiediamo a Dio di donare a tutti i venezuelani serenità, saggezza e forza”, scrive i vescovi dopo quanto accaduto a Caracas ieri, per catturare il presidente Maduro e la moglie e incriminarli e processarli per narcotraffico e terrorismo.
Inoltre nel messaggio, diffuso via sociale, viene espressa solidarietà ai “feriti” e alle “famiglie di coloro che sono morti”. Infine, un invito alla popolazione “a vivere più intensamente la speranza e la fervente preghiera per la pace” nei “cuori e nella società”. E aggiungiamo: “Rifiutiamo ogni forma di violenza”. C’è poi l’incoraggiamento all’“incontro” e al “sostegno reciproco” in questo momento così particolare della storia del Venezuela e del mondo. Il messaggio si conclude con l’invocazione alla Madonna di Coromoto perché accompagna il cammino di tutti.
Chiesa cattolica | CR 1931 31 Dicembre 2025 ore 09:00
di Redazione
Pubblichiamo oggi un brano tratto dall’Enciclica di Pio XII, Ad Coeli Reginam, dell’11 ottobre 1954.
L’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43).
Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore»(36) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.
Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor 6, 20) ci ha comprati».(37)
Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo».(38) E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò».(39) Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza».(40)
Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì secondo una certa «ricapitolazione»,(41) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano»(42) e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»;(43) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.
È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.
Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?».(44) E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli».(45) San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre».(46)
Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio XI di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere».(47)
Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione?
«Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita».(48) A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie;(49) e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno».(50)
Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.
Note
(36) S. IOANNES DAMASCENUS, De fide orthodoxa, 1. IV, c. 14: PG 94, 1158s.B.
(37) PIUS XI, Litt. enc. Quas primas: AAS 17(1925), p. 599; EE 5/147.
(38) Festum septem dolorum B. Mariae Virg., Tractus.
(39) EADMERUS, De excellentia Virginis Mariae, c. 11: PL 159, 508AB.
(40) F. SUAREZ, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II: éd. Vivès, XIX, 327.
La famosa formula degli zar ottocenteschi dell’Autocrazia-Ortodossia-Popolarismo è reinterpretata oggi dagli ideologi di Putin nella nuova triade Sovranismo-Tradizionalismo-Stato Sociale. Dove è però proprio quello ai “valori morali e spirituali” il riferimento meno chiaro, incapace di andare oltre la contrapposizione rispetto a quelli “distruttivi e degradati” dell’Occidente.
Il 2025 è stato un anno che ha lasciato tracce molto profonde nella ricerca dell’identità della Russia del futuro, come conseguenza e riassunto di un intero ventennio di “rinascita” dell’impero, dalle prime parole di rivincita nel 2004 alle azioni aggressive a partire dal 2008 del presidente Vladimir Putin nei confronti dell’Occidente “invasore”, della Georgia, dell’Ucraina e dei tanti paesi ex-sovietici “traditori”. L’arrivo a gennaio dell’amico Donald Trump sul trono americano ha suscitato quindi un moto di soddisfazione, culminato nel vertice di Ferragosto in Alaska che ha consacrato i due imperatori come i capi delle grandi potenze che si spartiscono il mondo, l’obiettivo principale delle tante “operazioni speciali” putiniane della guerra ibrida e catastrofica di questi anni.
Possiamo dunque considerare in qualche modo realizzata la “restaurazione ideologica” del regime moscovita al potere, che intendeva ridare vita nella nuova Russia a tutte le Russie del passato, dalla mitologica Rus’ di Kiev alla Terza Roma di Ivan il Terribile, dall’impero pietroburghese di Pietro il Grande all’Internazionale sovietica di Josif Stalin. L’espressione più completa delle tante smanie della “Grande Russia” era stata finora proposta dagli ideologi ottocenteschi, la famosa “triade zarista” dell’Autocrazia-Ortodossia-Popolarismo, oggi riproposta e rinnovata dal nuovo zar del Cremlino.
La nuova triade risulta all’orecchio meno efficace e apodittica di quella di due secoli fa, ma su di essa si insiste con dedizione ancora più ossessiva, celebrando il Sovranismo-Tradizionalismo-Stato Sociale, come risulta dai tanti documenti approvati quest’anno dal presidente-eterno Vladimir Putin fino alla Concezione dei Processi Sociali approvata e pubblicata sull’almanacco ufficiale del “Block-Notes della formazione sociale” di novembre-dicembre 2025. La sovranità della Russia è lo scopo più evidente perseguito con la contrapposizione e la guerra nei confronti del mondo intero, e la “socialità” erede del popolarismo zarista non è altro che il ritorno ad un sistema economico sempre più di tipo sovietico, con continue nazionalizzazioni e piani quinquennali che indicano il radioso futuro della società autarchica e “rivolta ad Oriente”.
L’ideale che rimane sempre piuttosto oscuro rimane quello della Tradizione e dei suoi “valori morali e spirituali”, che non si riescono a definire se non in contrapposizione a quelli “distruttivi e degradati” dell’Europa e dell’Occidente. A quale tradizione ci si riferisca non è molto chiaro, se a quella sovietica o a quella zarista, occidentalista o slavofila, kievliana, moscovita o pietroburghese, visto che le Russie del passato sono molte e assai diverse l’una dall’altra. I principati della Rus’ originaria erano in continuo conflitto gli uni con gli altri, tra le prime città di Novgorod, Kiev, Pskov, Vladimir e tante altre, e si può quindi considerare una “tradizione” anche l’attuale guerra “fratricida” della Russia con l’Ucraina, nel Caucaso e nelle terre della Bessarabia (Moldavia e Romania), dell’Ungheria e soprattutto della Polonia, il vero grande avversario storico e “speculare” per la conquista del dominio sull’Europa orientale.
La Moscovia del Quattrocento si era faticosamente liberata del Giogo Tartaro, che ha lasciato una traccia asiatica indelebile nell’animo russo, oggi tornata prepotentemente a galla. Il Gran Principe Ivan III il Grande ha cercato di riunificare le terre russe, diventando il modello della comunione dei popoli, la sobornost che oggi si ripropone come vocazione “tradizionale” della Russia. Suo nipote, il primo zar Ivan IV il Terribile, ha poi pensato di suddividere la Terza Roma in due livelli, zemščina e opričnina, la “terra dei sudditi” e quella dei “controllori”, i membri della Guardia Imperiale che opprimevano il popolo in nome della “vera fede”, galoppando per tutti i territori con le nere vesti monastiche, una lugubre visione dell’Ortodossia religiosa imperiale, anch’essa tornata di grande attualità sotto il minaccioso bastone del patriarca Kirill (Gundjaev).
Ivan IV fece uccidere il metropolita Filipp (Kolyčev) nella sua cella di detenzione monastica, dove era rinchiuso per essersi rifiutato di benedire le guerre dello zar, e oggi i sacerdoti russi vengono scomunicati, imprigionati o cacciati all’estero se non pronunciano le litanie per ottenere la vittoria in Ucraina, riportando la Russia del Duemila a quella del Cinquecento. Questo è proprio quanto si propone nel Block-Notes ideologico, come scrive nella presentazione il direttore del dipartimento governativo sociale Boris Rapoport: “La politica statale deve basarsi anzitutto sull’esperienza storica della Russia”. Quindi ogni scelta deve in qualche modo ribadire e contraddire quelle precedenti, come accadde alla Russia dei Torbidi seicenteschi che provocarono continui scismi interni a livello sociale, politico, militare e religioso, o quella settecentesca che tra Pietro il Grande e Caterina II vide la successione delle imperatrici con i loro amanti, alternando quelli filo-germanici con quelli gallicani che parlavano soltanto il francese aristocratico, tranne poi rimanere terrorizzati dalla rivoluzione del 1792 e dalle mire imperiali di Napoleone.
La Tradizione russa corrisponde alla Ortodossia della triade zarista, la fede cristiana che nel periodo originario kievliano si sovrapponeva alle diverse varianti del paganesimo scandinavo e caucasico, lasciando in eredità una “doppia fede”, la tipica dvoeverie russa da non condividere con nessun altro e che riassume in sé tutte le altre fedi. La coincidenza della rinascita di Mosca con la rovina di Costantinopoli ha poi conferito alla religione russa un particolare impeto missionario, da “forza istitutrice dello Stato” a bastione della vera fede contro ogni avversario eretico o invasore, fino a ispirare la rivoluzione mondiale sovietica e la costruzione dell’ideale società comunista, tutto questo oggi sintetizzato nel compito di proclamare il “giusto mondo multipolare”, il nuovo regno dei cieli sulla terra. Anche in campo teologico e ascetico non ci si preoccupa di accostare ideologie e strutture del tutto contraddittorie tra di loro, come l’impero occidentalista che cancella il patriarcato o il regime ateista che lo restaura per metterlo al suo servizio, per poi riproporre una grottesca “sinfonia” di Stato e Chiesa nella Russia dei “due Vladimir” pietroburghesi, il presidente Putin e il patriarca Kirill.
Nell’introduzione di Rapoport la nuova Ortodossia non è semplicemente una “doppia fede”, ma presenta addirittura una tripla estensione: “Abbiamo tre fedi, perché crediamo nella Patria, crediamo in coloro che sono vicini a noi e crediamo nel futuro”. I valori morali e spirituali tradizionali collegano a quelli della “fede ortodossa” anche quelli “tipicamente umani”, e pazienza se gli uni contraddicono gli altri in qualche dettaglio, come la fedeltà coniugale e la necessaria “multipolarità” di ogni famiglia, come quella molto variegata del presidente, e secondo alcune inchieste di questi giorni anche quella del patriarca, che sarebbe riuscito a nascondere per decenni la moglie, facendo credere di avere altre preferenze. E comunque la definizione per esteso afferma che “la società tradizionale della Russia è costituita dalla famiglia delle famiglie nella continuità delle generazioni, la fedeltà a quanto viene tramandato e agli orientamenti morali e spirituali”, e ancora si specifica che “la società tradizionale non è una forma di stagnazione, ma uno sviluppo inarrestabile, che assume la linfa dalle proprie radici”.
A corredo della concezione ideologica ufficiale si illustrano i dati dei sondaggi ufficiali Vitsom, secondo i quali solo il 2% dei cittadini russi ritiene che la Russia debba mettere al centro dei suoi interessi l’economia, non si parla nemmeno dello sviluppo tecnologico, mentre si sottolinea la necessità di “sconfiggere ogni debolezza”, espressa con l’ambiguo termine antikhrupkost, “anti-fragilità”, affrontando e superando “tutte le sfide geopolitiche e ideologiche del mondo contemporaneo”. Si usano per specificare questo concetto anche termini di natura religiosa, dallo sviluppo alla “trasfigurazione e ascensione” della Russia alla gloria imperitura. Mentre l’Istituto Puškin di San Pietroburgo, massima autorità della lingua russa, ha decretato che la parola dell’anno 2025 è stata Pobeda, “Vittoria”, tanto auspicata quanto per ora rimandata forse a quest’anno nuovo per quanto riguarda la guerra in corso, e celebrata per gli ottant’anni dalla gloriosa fine della Grande Guerra Patriottica, l’evento celebrativo di ogni tradizione della Russia.
Volendo indicare la parola russa decisiva dell’ultimo quarto di secolo putiniano, certamente tocca esaltare la necessaria premessa della Vittoria, cioè Voina, la Guerra e i suoi surrogati, dalla “operazione antiterroristica in Cecenia” agli albori del regno di Putin, alla “costrizione alla pace” nei confronti della Georgia, la “primavera russa” in Crimea fino alla Svo, l’operazione militare speciale in Ucraina, visto che “guerra” è un termine che può pronunciare solo il patriarca Kirill dall’altare della cattedrale di Cristo Salvatore, intesa come “guerra santa”. La guerra in Russia riassume tutte le triadi ideologiche, l’economia e la società, il potere politico e quello religioso, e ad essa si riferiscono tutti i termini che riempiono le cronache quotidiane soprattutto nell’anno appena concluso, dai “droni” alle “trattative” che si richiamano a vicenda: più trattative sono in corso, più droni vengono scagliati, per festeggiare l’anno nuovo.
di Giuseppe Sarcina – Corriere della Sera – 4 Gennaio 2025
L’ora X è scattata alle 4.46, ora italiana: meno di 5 ore dopo Maduro era su una nave militare Usa. In azione 150 velivoli, tra droni, elicotteri e bombardieri. E la Delta Force nella fortezza di Fuerte Tiuna
L’operazione «Maduro out» è cominciata la scorsa estate, quando Donald Trump autorizzò la Cia a condurre «azioni sotto copertura» in Venezuela. Nel concreto: spiare i movimenti del leader, studiare le sue basi di appoggio e la sua rete di protezione.
Gli agenti della Cia si muovono sotto traccia, coniugando i vecchi metodi di infiltrazione con le tecnologie più avanzate, come i droni.
È plausibile, anche se ieri Donald Trump non ne ha fatto cenno nella lunga conferenza stampa da Mar-a-Lago che, nello stesso tempo, i servizi segreti Usa abbiano cercato una qualche sponda all’interno dell’apparato militare locale. Per quanto il blitz americano sia stato efficiente, è inevitabile immaginare che qualcuno abbia facilitato le cose, in un Paese da anni soffocato da controlli al limite della paranoia. Negli ultimi mesi, su una corsia parallela, il segretario di Stato, Marco Rubio, negoziava sotto banco con Maduro e sondava le figure più in vista del regime. Lo stesso Rubio, ieri ha confermato di aver offerto «più volte» una «via d’uscita» all’autocrate di Caracas. Quale? Nessuno lo ha spiegato. L’amministrazione Trump era pronta a offrire un salvacondotto al dittatore sudamericano, risparmiandogli il processo negli Stati Uniti? È uno delle diverse zone oscure di questa vicenda. In ogni caso, Washington, si è mossa su due livelli. Da una parte con una trama di spionaggio tessuta dalla Cia e dall’Fbi; dall’altra con un approccio politico.
Fallita la trattativa, il team politico, formato da Rubio, dal segretario alla Guerra, Pete Hegseth e dal consigliere per la Sicurezza interna, Stephen Miller, ha pianificato l’incursione, naturalmente insieme con i generali coordinati dal capo di stato maggiore delle forze armate, Dan Caine. Trump aveva approvato il piano quattro giorni prima, subito dopo Natale, ma le cattive condizioni del tempo avevano consigliato di aspettare il momento propizio.
L’ora X scatta quando a Washington sono le 22.46 di venerdì 2 gennaio (in Italia, le 4,46 di sabato 3 gennaio). La mobilitazione coinvolge reparti dei marines, dell’aviazione e soprattutto gli squadroni speciali anti-terrorismo Delta Force. Decollano oltre 150 jet da 20 basi, dislocate sulla terraferma, non solo negli Stati Uniti, o sulle portaerei. Lo schieramento è impressionante, una specie di campionario della potenza Usa: dagli F-35 ai bombardieri B-1, oltre ai droni e gli elicotteri. Per Trump è «la più imponente azione dai tempi della Seconda guerra mondiale». Le informazioni satellitari e le unità di intelligence nascoste a Caracas guidano l’avvicinamento della formazione aerea. È notte fonda quando i jet bombardano almeno quattro obiettivi nella capitale e dintorni: il porto La Guaira, l’aeroporto Higuerote e le postazioni de La Carlota e, infine, il vero obiettivo, il complesso militare super vigilato di Fuerte Tiuna dove Maduro dorme con la moglie Cilia Flores.
Per gli americani è fondamentale mantenere il fattore sorpresa: un solo errore e si rischia il fallimento. Il generale Caine ieri ha spiegato che erano stati studiati tutti i dettagli per «minimizzare» i danni ai civili. Al momento, non è ancora chiaro se ci siano state delle vittime. Trump lo ha escluso per quanto riguarda gli americani: «Non abbiamo perso un solo soldato o un solo mezzo». I droni e i bombardieri mettono fuori uso le batterie della contraerea, «aprendo la strada», ha detto Caine, agli elicotteri Apache con a bordo le unità dei Delta Force. Alle 2.01, ora di Caracas (l’una a Washington e le 7 in Italia), gli incursori entrano nel perimetro del compound di Fuerte Tiuna. Fanno saltare la corrente, superano le barriere di protezione e penetrano all’interno. Trump davanti alle telecamere ha commentato: gli scontri sono stati violenti. Ma, di nuovo, per ora non sappiamo se i soldati venezuelani di guardia siano stati uccisi.
La coppia presidenziale riposa al piano terra. In 46 secondi, stando alla versione di Trump, i «Delta» irrompono nella camera da letto. Maduro ha solo il tempo per alzarsi e tentare di rifugiarsi in un ambiente attiguo, una specie di bunker con la porta d’acciaio. Ma fa pochi passi, si volta verso la moglie immobile nel letto. Viene bloccato. È già in manette. Sono gli agenti dell’Fbi a notificargli il mandato di arresto spiccato dai magistrati di New York, perché, ha osservato Rubio, questo non è «un atto di guerra», ma «l’esecuzione di un ordine ricevuto dai giudici americani». La missione è quasi conclusa, ma manca il passaggio forse più delicato: portare fuori velocemente i due prigionieri, caricarli sugli elicotteri e uscire dallo spazio aereo del Venezuela. Al largo della costa è in attesa una squadra della marina militare Usa, guidata dalla portaerei Iwo Jima. Alle 4.29 locali (le 3.29 a Washington e le 9.29 in Italia) gli Apache si posano sul ponte della grande nave.
I jet di scorta rientrano nelle basi, la flotta si dirige verso le coste degli Stati Uniti. Trump posta la foto di «Maduro in catene», moderno Vercingetorige, ma in tuta grigia e con il volto seminascosto da enormi occhiali da sole.
di Federico Rampini| 3 gennaio 2026 – Corriere della Sera – 4 Gennaio 2025
Il timore che il nuovo ordine internazionale vada verso «tre imperi e tre autocrati» non è scontato. Sono ancora gli Stati Uniti a dare le carte
La cattura di Maduro è stata un successo sul piano militare che può trasformarsi in un disastro internazionale. Tanto più se Trump vuole davvero assumersi l’onere di un protettorato sul Venezuela, governandolo provvisoriamente da Washington. La tesi è suggestiva. È molto diffusa in Europa. Ucraina, Taiwan, sarebbero le prossime vittime di questo atto di prepotenza.
Affermando in modo brutale che il Venezuela fa parte della sfera d’influenza degli Stati Uniti, che lì possono agire a loro piacimento, Trump ha dato un implicito via libera a Putin e Xi Jinping per fare altrettanto nei rispettivi «cortili di casa». E quindi: io mi prendo il Venezuela, voi fate quel che vi pare con i vostri vicini, Kiev e Taipei non rappresentano interessi vitali per gli Stati Uniti. È una tesi fondata. Ma non è certo che Putin e Xi condividano questa interpretazione.
L’idea che Trump avalli un nuovo ordine internazionale fondato su «tre imperi e tre autocrati», liberi di spadroneggiare calpestando il diritto internazionale e imponendo la logica bruta della forza, piace in Europa perché è così che Trump viene descritto fin dall’inizio. Ci sono però dei fatti che contraddicono questo teorema. Putin e Xi hanno vissuto ieri una sconfitta, simile a quella che avevano subito il 21 giugno 2025 di fronte ai bombardamenti Usa sui siti nucleari dell’Iran.
Russia e Cina hanno costruito delle coalizioni internazionali, in funzione antiamericana e antioccidentale, e per la seconda volta in sette mesi si rivelano incapaci di difendere i loro alleati. Teheran non venne protetta né dai russi né dai cinesi nonostante tutte le armi che vende a Mosca e tutto il petrolio che vende a Pechino. Maduro non è stato difeso né dai russi né dai cinesi nonostante l’antico sodalizio con Putin e gli intrecci economici con la Repubblica Popolare.
Queste sono prove d’impotenza, che altre nazioni e altre classi dirigenti osservano per trarne delle conseguenze. L’impero cinese, così avanzato nella sua penetrazione in tutto il mondo, è però un impero di serie B se non contrasta questi atti di forza degli Stati Uniti. Tutti i leader del mondo misurano i rapporti di forze, e al momento l’America non appare in declino.
L’operazione «chirurgica» che è stata la cattura di Maduro, Putin sognava di farla con Zelensky nel febbraio 2022. Non ci è riuscito e da quattro anni l’armata russa è impantanata al fronte, perché la resistenza eroica degli ucraini glielo ha impedito, mentre nulla di simile si è visto ieri in Venezuela. Ma gli ucraini possono combattere perché ricevono armi americane e finanziamenti europei. Il sostegno continua sotto Trump. E di recente, grazie alla preziosa intercessione degli europei, Trump sembra essersi convertito a un piano di pace che accoglie molte richieste di Zelensky. In questa conversione un ruolo lo ha svolto il segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani, che su Maduro è un «falco».
In quanto a Xi Jinping, respingerebbe con sdegno i paragoni tra Venezuela e Taiwan. Giudicherebbe inaccettabile parlare di «sfere d’influenza». Per lui Taiwan è una provincia ribelle, non ha nulla a che vedere con la relazione tra Stati sovrani come Usa e Venezuela. Da anni Xi annuncia che si prenderà l’isola perché è un suo sacrosanto diritto. I cinesi sono attenti alle questioni di principio. Quando organizzano le periodiche simulazioni di attacco all’isola respingono ogni critica come un’interferenza nei loro affari interni. Se l’America di Trump vorrà davvero difendere Taiwan è tutt’altro che certo, come non era sicuro ai tempi di Biden, Obama, Bush. L’unica certezza è che Trump ha appena venduto a Taipei le più importanti forniture militari della storia. E Pechino non l’ha presa bene.
Per valutare i riflessi dell’operazione Maduro sull’ordine internazionale bisogna guardare anche in altre direzioni. In America latina anzitutto. Dove i candidati di destra hanno vinto elezioni recenti in Argentina, Cile, Ecuador: non tanto per un «effetto emulazione» verso Trump, ma perché le stesse cause strutturali che hanno fatto vincere Trump agiscono anche altrove. Emigrazione illegale (tanta dal Venezuela ridotto alla fame da Maduro), narcotraffico, violenza criminale, sono le cause di questo spostamento a destra.
Poi bisognerà valutare come il blitz in Venezuela viene recepito dall’elettorato statunitense. Che certo non è rimasto sorpreso da un’operazione lungamente annunciata, e con tanti precedenti storici, ma dalla sua brevità e mancanza di costi. Bush padre, un repubblicano moderato e multilateralista, ci mise molto più tempo e subì gravi perdite umane per catturare il narco-dittatore Noriega a Panama.
Trump però imbocca una strada pericolosa, ed estranea all’isolazionismo dei Maga, se davvero si prende il compito «provvisorio» di governare il Venezuela. Questo assomiglia al «nation building» che lui stesso rimproverava a Bush figlio e Obama.