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"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Il ‘Vecchio Anno Nuovo’ di una Russia ‘congelata nella guerra’

di Stefano Caprio – Asia News, 17 Gennaio 2026

Il Golem impantanato nel fango paludoso del “servire, pregare e partorire”. Impossibile credere a indagini sociologiche con dati statistici sempre meno accessibili. La frattura fra maggioranza ottimista e una significativa minoranza pessimista, ma prevale la visione per cui “tutto rimarrà come oggi”. La prospettiva apocalittica di Kirill e la lotta al ‘demone’ Bartolomeo.

Il 14 gennaio la Russia ha festeggiato lo Staryj Novyj God, il “Vecchio Anno Nuovo” del Capodanno secondo il calendario giuliano, raddoppiando così le occasioni per dimenticare il passato e prevedere il futuro, oppure – secondo lo spirito russo al contrario – per dimenticare il futuro ritornando al passato. Sotto le grandiose nevicate di questi giorni, che hanno seppellito soprattutto Mosca sotto una coltre impenetrabile di gelo liquido, in modo da non vedere quanto accade nei tanti Paesi del mondo sconvolti da sommosse e invasioni, i russi attendono la solenne conclusione del periodo degli Svjatki, le feste in maschera da Natale al Battesimo di Gesù del 19 gennaio, quando le maschere si levano per immergersi nella croce delle acque aperte nel ghiaccio dei fiumi e dei laghi, per scacciare i demoni che insidiano il futuro.

La doppia euforia del nuovo anno moltiplica le possibilità di esprimere i propri sogni e desideri, e i sociologi e analisti russi si scatenano nelle inchieste e sondaggi, per capire quale immagine si forma nel popolo guardando al corso degli eventi. La sensazione più diffusa che se ne ricava è che attualmente in Russia non esiste in realtà alcuna vera “immagine del futuro”, in quanto ormai da quattro anni in seguito all’invasione dell’Ucraina non si riesce a capire quali siano le vere intenzioni dei capi politici e religiosi, concentrati soltanto sulla distruzione del presente in nome di mitologie del passato.

Il corso della guerra russa oscilla tra la completa distruzione del malefico Occidente e l’occupazione militare di qualche chilometro di campagna nell’Ucraina devastata, tra la “guerra santa” e la “operazione militare speciale”. L’economia del Paese viene magnificata come fiorente e innovativa, ma i cittadini sono costretti a stringere sempre di più la cinghia e sborsare tutti i rubli rimasti per le tasse sempre più alte, a sostegno delle spese militari. E se anche si riuscisse quest’anno a concludere la santa operazione speciale, non si capisce che cosa potrà succedere dopo la tanto agognata Vittoria di Pirro-Putin.

L’impressione, da quanto affermano i semplici cittadini e gli stessi dirigenti della casta al potere, è che se si fermeranno le azioni militari la Russia rimarrà congelata, come in questi giorni di neve e vodka tra i capodanni e le sacre immersioni sotto-zero. Si rinchiuderà nella nuova realtà di una struttura demografica forzatamente alterata, di un’economia orientata agli standard bellici e di una legge dura e repressiva, e come se non bastasse, abbaglierà i Paesi vicini con ghirlande di “valori tradizionali” e testate nucleari. Il Golem impantanato nel fango paludoso del “servire, pregare e partorire” in realtà difficilmente potrà andare avanti con particolare vigore. Allo stesso modo non è detto che i russi, anche quelli che per un motivo o per l’altro, per fanatismo o per soldi si sono dedicati alla guerra contro i cugini della porta accanto, vogliano davvero trascorrere l’intera vita in uniforme color kaki.

L’unico dato su cui concordano tutti gli esperti e analisti è che è impossibile credere alle indagini sociologiche nella Russia di oggi, anche se in casi rari esse coincidano con dati statistici sempre meno accessibili dalle agenzie ufficiali, o con le considerazioni di prima mano dei ricercatori. I redattori di Novaja Gazeta hanno quindi deciso di evitare le previsioni sull’anno nuovo o sul prossimo decennio, chiedendo agli intervistati come immaginano la Russia tra cinquant’anni, quando certamente non ci saranno più i capi attuali e il mondo potrebbe essere radicalmente diverso in generale.

I risultati di questo “sondaggio estremo” non aggiungono sensazioni particolarmente favorevoli, rimanendo proiettati sulle immagini retoriche della “grande Russia guidata da una mano forte di un autocrate e popolata da famiglie numerose”.Tutt’intorno ci sono i robot dipinti come le ceramiche russe Gžel e una rete artificiale sovrana, addestrata sui testi di Dostoevskij, Dugin e del Domostroj medievale, il “codice di comportamento morale” dei tempi della Terza Roma, un futuro in cui risplende il passato più oscuro. Secondo i risultati pubblicati dal sito, il 56% della popolazione pensa che la Russia si estenderà sempre di più a livello territoriale, il 53% che aumenterà di molto il numero dei suoi abitanti, il 59% che la sua autorità nel mondo sarà sempre più forte, e ben il 73% è sicuro che ci sarà un’enorme crescita tecnologica. Anche se in realtà un segnale di preoccupazione viene indicato dal 23% degli intervistati, che ritiene che la Russia del futuro avrà una popolazione molto più ridotta di quella attuale.

Le proporzioni tra una maggioranza ottimista e una significativa minoranza pessimista si ritrovano anche a riguardo del tenore di vita della Russia futura, che per il 49% sarà più elevato, per il 25% non andrà oltre l’attuale e il 14% che immagina un continuo impoverimento. Tra i più scettici vi sono gli imprenditori, massacrati dalle politiche militari di questi anni. La domanda più complicata posta dai sondaggisti riguarda le libertà civili e politiche della Russia tra mezzo secolo, a cui oltre il 20% ha dichiarato di “non sapere che cosa rispondere”. Di quelli che hanno risposto, il 34% ritiene che ci saranno maggiori libertà, la stessa percentuale afferma che saranno uguali a quelle odierne, e il 12% che ce ne saranno ancora di meno. I più ottimisti sono i giovani negli anni dello studio, e i più pessimisti – guarda caso – sono gli imprenditori.

Nel complesso, tra le varie tendenze prevale quella che ritiene che “tutto rimarrà come oggi”, lo Stato proseguirà nella sua linea bellico-repressiva e la popolazione continuerà a sottomettersi e adattarsi. Sarebbe strano, del resto, se ci fosse oggi una convinzione diffusa che ci possano essere cambiamenti radicali sul breve e sul lungo periodo: l’impressione è che la Russia non presenterà il suo nuovo volto entro la fine di questo secolo, e il “congelamento” sarà il tipico inverno infinito prima di eventuali improvvisi “disgeli” e brevissime primavere.

Il fatto che la maggioranza dei russi non veda un luminoso futuro del Paese, peraltro, non significa che ciò che si immagina coincida con quanto si desidera. Negli ultimi anni, e come eredità di tradizioni secolari, i russi hanno imparato a mantenere dentro di sé i propri desideri più autentici, o ad esprimerli con grande circospezione; l’ultimo a parlare esplicitamente della “felice Russia del futuro” è stato Aleksej Naval’nyj, annichilito nel gelo del lager quasi due anni fa, il 16 febbraio 2024.

La speranza nel futuro è in effetti un argomento primario delle concezioni religiose, e molte delle previsioni sono condizionate dalle minacce della Chiesa ortodossa di finire all’inferno, accompagnati dal “diavolo in persona” individuato da dichiarazioni di ortodossi russi in questi giorni nel patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo (Archontonis). La prospettiva apocalittica predicata dal suo grande avversario, il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), accompagna ogni visione del presente e del futuro fin da prima dell’avvento dello zar Putin, come ha sottolineato la specialista di questioni religiose Vita Tatarenko, consigliera della presidenza ucraina. Ella ricorda che la propaganda della “guerra santa” era già in atto negli anni Novanta, anche se in modalità soft e implicita, ma già orientata sulla futura aggressione.

Una delle previsioni più drammatiche per il futuro della Russia riguarda infatti lo scontro delle due Chiese ortodosse in Ucraina, quella filo-moscovita Upz e quella autocefala Pzu. La prima dovrebbe essere eliminata per legge, ma nonostante il passaggio di circa 1.500 comunità a quella avversaria, essa mantiene una proporzione del doppio della seconda, e nel confronto si evidenzia la dimensione simbolica dello scontro di civiltà e scenari del futuro. L’Ucraina ha tardato a rispondere non tanto sul campo nel 2022, quanto sugli altari nel 1992, quando il suo metropolita Filaret (Denisenko) si illuse di chiudere la questione auto-proclamandosi patriarca di Kiev, titolo che conserva come “onorario” nel suo palazzo di sovietica memoria all’età di 97 anni, esempio supremo di un passato di contraddizioni che non vuole scomparire.

La “de-nazificazione” ideologica dell’Ucraina, giustificazione ufficiale della guerra, è un derivato della “de-ortodossizzazione” decisa insieme al patriarca di Costantinopoli oggi demonizzato, e le visioni del futuro non possono prescindere dalla visione religiosa che alimenta le previsioni e le speranze con motivazioni “superiori”. Quale Ortodossia, quale Cristianesimo ci sarà tra cinquant’anni in Russia, in Ucraina, in Europa e nel mondo intero? Questa domanda non rientra nei sondaggi dei vari specialisti e agenzie, ma riguarda veramente la consistenza e l’identità dei popoli del futuro.

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🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Sant’Antonio abate… “Tu sei pazzo”

Quella frase di Sant’Antonio abate è azzeccatissima perché attuale, proprio così Padre Livio, i tempi sono questi, pochi lo capiscono.

D’altronde per capire se questo è il tempo dell’inizio dell’Apocalisse basta, per chi crede veramente in Medjugorje, l’affermazione della Madonna quando ha detto che è la sua ultima apparizione sulla terra.

Se è così, e per me lo è, è evidente che la battaglia tra la Donna vestita di sole e il drago infernale avviene in questo tempo perché in futuro la Madonna non tornerà a visitare i suoi figli.

Poi è altrettanto vero che se uno non crede alle apparizioni della Regina della Pace, o ci crede solo in parte, escludendo il motivo centrale della sua venuta a Medjugorje, allora non può nemmeno credere che il tempo dell’Apocalisse sia già adesso.

Ave Maria,

Andrea


Caro Andrea,

il tempo dell’Apocalisse, come momento finale della storia della salvezza, messo bene in evidenza dal recente Catechismo della Chiesa cattolica (n. 675-677), fa parte della  professione di fede cristiana.

I Segni dell’Apocalisse nel nostro tempo sono visibili da una parte dalla straordinaria presenza della Regina della Pace, incoronata di dodici stelle, come mai prima è accaduto.

Dall’altra parte  dall’azione di satana “sciolto dalle catene”, che tenta di prevalere con la più grande impostura anti-cristica di sempre.

“La guerra distruttrice” (Suor Lucia) e la persecuzione alla Chiesa cattolica, con l’obbiettivo di distruggerla, divamperanno nel tempo dei Segreti, in particolare dal quarto al decimo.

In questo tempo la Madonna, con la Chiesa a Lei fedele, faranno crollare le potenze del male. Si salverà chi crederà, chi pregherà e chi si affiderà alla Divina Misericordia.

La Madonna ci ha più volte esortato alla fede e alla conversione, perché quando accadranno gli eventi dei segreti sarà tardi:

 “Io, come vostra Madre, vi amo e perciò vi ammonisco. Qui ci sono dei segreti, figli miei. Non si sa di che si tratta; ma quando lo si verrà a sapere, sarà tardi. (A Mirjana 28 Gennaio 1987)

Ave Maria

Padre Livio

🔴LIVE🔴 I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 44 – L’UNIONE DELLA FAMIGLIA

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APOFTEGMI DI SANT’ANTONIO ABATE

(1) Il santo padre Antonio, una volta, mentre era seduto nel deserto, si trovò in preda alla tristezza e a una fitta oscurità  di pensieri; diceva a Dio: “Signore, voglio salvarmi, ma i pensieri non me lo permettono. Che cosa farò nella mia tribolazione? Come mi salverò?” Ed ecco che, sporgendosi un po’, Antonio vede uno come lui, che sta seduto e lavora, poi si alza dal lavoro e si mette a pregare, poi torna a sedersi e ad attorcigliare corde, e poi di nuovo si alza a pregare: era un angelo di Dio, inviato per correggere Antonio e rassicurarlo. Allora sentì che l’angelo diceva: “Fa’ così, e ti salverai”. A queste parole, Antonio provò grande gioia e coraggio; e così facendo si salvò.

(2) Il padre Antonio, scrutando l’abisso dei giudizi di Dio, domandò: “Signore, come mai alcuni muoiono dopo una vita breve, mentre altri diventano molto vecchi? E perché alcuni vivono in povertà, mentre altri sono ricchi? Perché uomini ingiusti sono ricchi e uomini giusti sono poveri?” Allora gli arrivò una voce che diceva: “Antonio, bada a te stesso. Questi sono giudizi di Dio, e a te non conviene conoscerli.” 

(3) Un tale fece questa domanda all’abate Antonio: “Che cosa devo osservare per piacere a Dio?” L’anziano gli rispose: “Osserva quello che ti ordino: dovunque tu vada, tieni sempre Dio davanti agli occhi; e qualunque cosa tu faccia, segui la testimonianza delle Sacre Scritture; in qualunque luogo tu ti stabilisca, non muoverti di lì dopo poco. Osserva questi tre comandi, e ti salverai”.

(4) Disse il padre Antonio al padre Poimén: “Questa è la grande opera dell’uomo: gettare su se stesso la propria colpa davanti a Dio, e aspettarsi tentazioni fino all’ultimo respiro”.

(5) Disse anche: “Nessuno,  che non sia stato tentato, potrà entrare nel regno dei cieli. Infatti –dice –  togli le  tentazioni, e  nessuno si salva.”

(6) Il padre Pambone interrogò il padre Antonio: “Che cosa devo fare?” Gli risponde l’anziano: “Non confidare nella tua giustizia, non darti pensiero di ciò che passa, domina la lingua e il ventre”.

(7) Il padre Antonio disse: “Ho visto tutte le reti del nemico dispiegate sopra la terra, e gemendo ho detto: ‘Chi riuscirà a sfuggirne?’  E ho sentito una voce che mi diceva: ‘L’umiltà”.

(8) Un’altra volta disse che ci sono alcuni i quali hanno macerato il corpo nell’ascesi ma, non avendo il discernimento, sono finiti lontano da Dio.

(9) Disse ancora che dal prossimo dipendono la vita e la morte: se infatti guadagniamo il fratello, guadagniamo Dio, se scandalizziamo il fratello, pecchiamo contro Cristo.

(10) Disse ancora: “Come i pesci restando all’asciutto muoiono, allo stesso modo i monaci, attardandosi fuori dalla cella o passando del tempo con persone del mondo, allentano la tensione alla pace interiore/  vita interiore. E’ dunque necessario che, come il pesce si affretta al mare, così noi ci affrettiamo alla nostra cella, perché non capiti che, attardandoci fuori, ci dimentichiamo di custodire dentro / della custodia interiore.

(11) Una volta disse: “Chi siede nel deserto e attende alla pace interiore, è liberato di tre guerre: quella dell’udito, quella del parlare e quella del vedere; gliene resta una sola, quella del cuore.”

(12) Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio, con l’intenzione di raccontargli delle visioni che avevano, e sapere da lui se erano vere o se venivano dai demoni. Avevano un asino, che morì durante il viaggio. Quando dunque arrivarono dall’anziano, questi, prevenendoli, disse loro: “Come mai l’asinello è morto per strada?” Gli chiedono: “Come fai a saperlo, padre?” E lui risponde: “I demoni me l’hanno fatto vedere”. Allora gli dicono: “Noi proprio per questo siamo venuti a interrogarti:  per non sbagliare,  perché vediamo delle visioni, e spesso sono vere”.  E l’anziano, con l’esempio dell’asino, li convinse pienamente che le visioni venivano dai demoni.

(13) Nel deserto c’era un tale che andava a caccia di animali selvatici. Costui vide il padre Antonio che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Allora l’anziano, volendolo convincere che ogni tanto bisogna compiacere i fratelli, gli dice: “Metti una freccia nel tuo arco, e tendilo”, e quello lo fece. Gli dice: “Tendilo un’altra volta”, e lui lo tese. Gli dice ancora: “Tendilo”. Allora il cacciatore gli dice: “Se lo tendo oltre misura, l’arco si rompe”. E l’anziano gli risponde: “Così è anche per l’opera di Dio: se tendiamo troppo l’arco con i fratelli, ben presto si spezzano. Perciò ogni tanto si deve accondiscendere ai fratelli.” A queste parole, il cacciatore fu preso da compunzione e,  molto edificato dall’anziano, si allontanò.  Anche i fratelli, rassicurati, si ritirarono nei loro luoghi.

(14) Il padre Antonio sentì parlare di un giovane monaco che in viaggio aveva operato un prodigio: aveva visto degli anziani che camminavano ed erano affaticati: allora  aveva dato ordine a degli asini selvatici di venire, di caricarsi degli anziani e di portarli fino ad Antonio. Gli anziani dunque riferirono al padre Antonio il fatto. Ed egli dice: “Questo monaco mi sembra una nave piena di tesori, ma non so se arriverà in porto.” Ed ecco che qualche tempo dopo il padre Antonio incomincia all’improvviso a piangere, a strapparsi i capelli, a lamentarsi. I discepoli gli dicono: “Perché piangi, padre?” E l’anziano rispose: “Una grande colonna della Chiesa poco fa  è caduta – si riferiva al giovane monaco –  ma, dice, andate da lui a vedere che cosa è successo.” I discepoli vanno e trovano il monaco seduto su una stuoia che piange la colpa  commessa. Vedendo i discepoli dell’anziano, dice “Dite all’anziano che supplichi Dio di concedermi dieci giorni soli, e spero di fare ammenda”. E nello spazio di  cinque giorni morì. 

(15) Un monaco fu lodato dai fratelli alla presenza del padre Antonio. Allora, presolo da parte, egli lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo, e avendo trovato che non lo sopportava, gli disse: “Mi sembri un villaggio tutto adorno sul davanti, saccheggiato dai predoni sul retro”.

(16) Un fratello disse al padre Antonio: “Prega per me”. L’anziano gli dice: “Né io né Dio possiamo avere pietà di te, se tu stesso non ti dai da fare e non preghi Dio”.

(17) Una volta degli anziani si recarono dal padre Antonio, e con loro c’era il padre Giuseppe. Allora l’anziano, volendo metterli alla prova, propose loro una frase della Scrittura, e cominciando dai più giovani chiese loro che cosa significasse. Ciascuno rispondeva secondo le proprie capacità. Ma l’anziano a ciascuno diceva: “Non hai ancora trovato”. Ultimo tra tutti interroga il padre Giuseppe: “Secondo te che cosa significa questa parola?” Risponde: “Non lo so”. Gli dice il padre Antonio: “Il padre Giuseppe ha trovato davvero la strada, perché ha detto: ‘Non so’.”

(18) Alcuni fratelli partirono da Scete per andare a trovare il padre Antonio. Imbarcandosi, trovarono un anziano che voleva anche lui andare là. I fratelli però non lo conoscevano. Seduti nella nave, conversavano delle parole dei Padri, di quelle della Scrittura e anche dei loro lavori manuali. L’anziano taceva. Arrivati all’ormeggio, si scoprì che anche l’anziano andava dal padre Antonio. Quando giunsero, Antonio disse loro: “Avete trovato un buon compagno di viaggio in  questo anziano!” Poi all’anziano disse: “E tu, padre, ti sei trovato con dei buoni fratelli.” L’anziano risponde: “Buoni lo sono, ma il loro cortile non ha porta e chi vuole può entrare nella stalla e slegare l’asino.” Voleva dire che chiacchieravano di qualunque cosa venisse loro alla bocca.

(19) Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio e gli chiesero: “Dicci una parola: come ci salveremo?” L’anziano risponde loro: “Avete udito la Scrittura? E’ quello che ci vuole per voi.” Ma essi: “Anche da te, Padre, vogliamo sentire qualcosa”. E l’anziano: “Il vangelo dice: ‘Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra’(Mt 5, 39).” Gli rispondono: “Non siamo capaci di farlo.” Allora l’anziano dice: “Se non siete capaci di porgere anche l’altra, almeno tenete ferma la prima”. Gli rispondono: “Nemmeno di questo siamo capaci”. E l’anziano: “Se non riuscite a  fare neppure questo, non restituite il male che avete ricevuto.” Rispondono: “Non siamo capaci neppure di questo.” Allora l’anziano dice al suo discepolo: “Prepara loro una polentina: sono deboli.  Se di questo non siete capaci e di quello non avete voglia,  che cosa posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere”.

(20) Un fratello che aveva rinunciato al mondo e aveva dato le sue sostanze ai poveri, ma aveva trattenuto per sé qualcosa, si recò dal padre Antonio. L’anziano, conoscendo la cosa, gli dice: “Se vuoi diventare monaco, va’ in quel villaggio, compera della carne, legatela sul corpo nudo e in questo modo  vieni qui.” Avendo il fratello eseguito l’ordine, i cani e gli uccelli gli lacerarono il corpo.  Quando si presentò all’anziano, questi gli chiese se aveva fatto come gli aveva consigliato, e quello gli fece vedere il corpo tutto dilaniato. Allora sant’Antonio gli dice: “Coloro che hanno rinunciato al mondo, ma vogliono tenere dei beni, in questo modo vengono fatti a pezzi dai demoni combattendo contro di loro.” 

(25) Disse il padre Antonio: “Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, e quando vedranno uno che non è impazzito,  gli si rivolteranno contro dicendogli: ‘Tu sei pazzo!’ perché non sarà come loro”.

(27) Tre padri avevano l’abitudine di andare ogni anno a trovare il beato Antonio. Due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell’anima, una stava in assoluto silenzio e non domandava nulla. Dopo molto tempo il padre Antonio gli dice: “Ecco, è tanto tempo che vieni qui e non mi chiedi nulla”. E quello rispose: “A me basta solo vederti, Padre.”

(29) Un fratello in un cenobio fu calunniato con l’accusa di impurità. Levatosi, andò dal padre Antonio.  Ed ecco che i fratelli dal cenobio  vennero per prendersi cura di lui e riportarlo indietro. Allora cominciarono ad accusarlo: “Tu ti sei comportato così”. E lui si difendeva: “Non ho commesso nulla di questo genere”. Capitò lì a proposito l’abate Pafnuzio detto Cefala, che disse questa parabola: “Ho visto sulla riva di un fiume un uomo gettato nella melma fino alle ginocchia, ed alcuni,  sopraggiunti per dargli una mano, lo hanno affondato nella melma fino alla gola.” Allora il padre Antonio disse loro, riferendosi al padre Pafnuzio: “Ecco un uomo vero, capace di curare e di salvare le anime”. Perciò, presi da compunzione all’udire le parole degli anziani, si inginocchiarono davanti al fratello e, ammoniti dai padri, lo ricondussero al cenobio.     

(32) Disse il padre Antonio: “ Io non temo più Dio, lo amo. Infatti l’amore scaccia il timore (1Gv 4, 18)”.

(33) Disse anche: “Abbi sempre davanti agli occhi il timore di Dio. Ricordati di colui che fa morire e fa vivere (1 Sam 2,6). Odiate il mondo e tutto ciò che contiene, odiate ogni soddisfazione   del corpo. Rinunciate a questa vita affinché viviate per Dio. Ricordate che cosa avete promesso a Dio: infatti ve lo  chiederà nel giorno del giudizio. Sopportate la fame, la sete, la nudità, le veglie, piangete, gemete, affliggetevi nel vostro cuore; giudicate se siete degni di Dio; disprezzate la carne, per salvare la vostra anima.

(35) Il padre Antonio disse: “Chi batte una sbarra di ferro, prima ha l’idea di ciò che ne vuol fare: una falce, o una spada o un’ascia. Così anche noi dobbiamo sapere a quale virtù  tendiamo, per non faticare a vuoto.”

(36) Disse ancora: “L’obbedienza e la continenza ­domano le bestie feroci”.

(37) Disse anche: “Conosco monaci che dopo molte fatiche sono caduti e sono arrivati a uscire di senno, per avere confidato nella loro opera trascurando il precetto che dice: ‘Interroga tuo padre ed egli te lo annunzierà”.

(Apoftegmi tratti dal libro: ”Lotte e tentazioni dei Padre del deserto”- Padre Livio – Edizioni Sugarco)

La profezia di Sant’Antonio si è avverata….

PENSIERO QUOTIDIANO

L’Apocalisse fa parte del Credo cristiano

La Divina rivelazione e il conseguente Magistero  della Chiesa pongono all’inizio della storia umana Dio creatore e al termine la venuta di Cristo Redentore, che giudicherà il mondo secondo giustizia, dando agli uomini il premio o la pena eterna.

Nel medesimo tempo pongono al centro della storia umana l’incarnazione del Verbo, la sua opera di evangelizzazione e la sua Passione, morte e resurrezione per la salvezza del mondo.

La visione cristiana della storia è completata da un attenzione particolare, che viene da Gesù Cristo stesso, alla parte finale di questo lungo cammino di Redenzione, quando satana, sciolto dalle catene, tenterà di replicare la ribellione dell’Eden, spingendo l’umanità al rifiuto della fede e della Croce.

Il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica  (n. 675) evoca infatti la presenza di una impostura anti-cristica che accompagna l’intero cammino della Chiesa ma che, nel tratto finale del percorso, assumerà i connotati di un vero e proprio rinnegamento della salvezza cristiana e di un ritorno alle ideologie mondane.

I segni di questo capovolgimento drammatico sono sotto gli occhi di tutti, ma si tratta di occhi accecati da una concezione della storia ormai divenuta egemone, che esclude Dio creatore e Cristo redentore, per proporre la visione di una materia eterna che genera se stessa secondo i criteri del caso e della necessità.

 Non c’è da meravigliarsi che l’umanità  neopagana proceda verso l’autodistruzione, come se fosse un elemento necessario dell’eterno ritorno della materia. C’è invece da scandalizzarsi che i cristiani  abbiamo dimenticato ciò che Dio ha rivelato e ciò che la Chiesa insegna.

L’Apocalisse infatti è la vera chiave di interpretazione del momento attuale, una fase della storia in cui satana regna, come ha rivelato la Regina della pace.

La sua presenza così straordinaria  rivela che è vicino il momento della liberazione del popolo degli umili, di coloro  che attendono dal Cielo la salvezza e la pace.

A loro accadrà quello che il grande eremita Sant’Antonio abate diceva di se stesso: « Verrà un tempo in cui gli uomini impazziranno, ed al vedere uno che non sia pazzo, gli si avventeranno contro dicendo: – Tu sei pazzo! a motivo della sua dissomiglianza da loro. » 

AIUTIAMO RADIO MARIA IN SIRIA (ALEPPO – DAMASCO)

Ciao a tutti, vi mando la testimonianza di un ascoltatore siriano (ex musulmano) inviato allo studio mobile della Giordania:

Cara Radio Mariàm, sono un ascoltatore siriano e vivo in Giordania. Sono un ex musulmano, ora convertito al Cristianesimo.
Ho ricevuto il battesimo qualche anno fa. Non posso nascondere il mio grande entusiasmo nell’iniziare con voi e nel far parte di questo servizio, offrendo anche un piccolo contributo alla Chiesa, a Radio Maria, a tutti coloro che vi operano, nonché alla fede e ai fedeli, affinché io possa crescere spiritualmente, imparare e beneficiare della vostra esperienza.
Quando avrò l’opportunità di incontrarvi e di ricevere una spiegazione completa, sul funzionamento della radio, potrò comprendere meglio e individuare l’ambito in cui potrei collaborare con voi. Sono pienamente disposto a mettere a disposizione tutte le mie energie e il mio tempo, con amore, sincerità e dedizione. In qualunque ambito riterrete opportuno affidarmi un incarico, mi impegnerò al massimo e continuerò a formarmi per raggiungere il miglior livello possibile, nel dare un contributo utile e significativo, con l’aiuto di Dio.
Sono un credente, membro della Chiesa, ho seguito un percorso di formazione spirituale sotto la guida di un sacerdote, ho ricevuto il sacramento del Battesimo e frequento regolarmente la Chiesa.

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

Leone XIV e la Città di Dio

FONTE IMMAGINE: EWTN

di Roberto de Mattei – CR 1933, 14 Gennaio 2026 

Mi è capitato spesso di riferirmi a sant’Agostino e in particolare al suo capolavoro La Città di Dio. All’inizio di questo 2026, ho scritto che il De civitate Dei di sant’Agostino ci offre una chiave interpretativa della storia, che ci consente di andare oltre la lettura puramente contingente degli eventi politici ed economici e ci rimanda a un conflitto più profondo, tra opposte visioni dell’uomo e del mondo (https://www.corrispondenzaromana.it/comunismo-e-anti-comunismo-in-unora-decisiva-della-storia/). 

Sono stato colpito dunque dal discorso che il Papa ha fatto il 9 gennaio di quest’anno ai membri del Corpo diplomatico (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/january/documents/20260109-corpo-diplomatico.html).  Un discorso che è incentrato proprio sulla Città di Dio di sant’Agostino e di cui vorrei citare i passi salienti, con le stesse parole di Leone XIV: «Ispirato dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., – dice il Papa – Sant’Agostino scrive una delle opere più poderose della sua produzione teologica, filosofica e letteraria: il De Civitate Dei, La Città di Dio. Come ha osservato Benedetto XVI si tratta di un’“opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia  (Benedetto XVI, Catechesi 20 febbraio 2008).(…) Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo. Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei)”, e “la città terrena, incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.

Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. (…) Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca.  

Se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” (S. Agostino, De Civ. Dei, XIX, 13), che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena (Ibid., XIV, 28). Tuttavia, come nota Agostino, è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi (Ibid., XIX, 4. 4).  L’orgoglio offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo. Non a caso all’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio».

Qual è dunque l’insegnamento di sant’Agostino riproposto da Leone XIV? È l’insegnamento sempre attuale della Città di Dio: la consapevolezza che la storia dell’umanità è attraversata da una radicale alternativa, da due visioni del mondo e della storia inconciliabili tra loro. Da una parte vi è la visione trascendente, che riconosce Dio come principio e fine di ogni realtà e orienta a Lui non solo la vita personale, ma anche quella sociale, culturale e politica, a livello nazionale e internazionale. Dall’altra vi è la visione immanente, che rinchiude l’uomo nell’orizzonte del finito, escludendo Dio dalla storia e riducendo ogni criterio di verità, di giustizia e di bene alla misura dell’uomo stesso. La prima visione è fondata sull’umiltà, di chi non confida nelle proprie forze, ma tutto attende da Dio. La seconda visione, al contrario, nasce dall’orgoglio: dall’auto-adorazione dell’uomo che pensa e agisce come se Dio non esistesse e pretende di costruire la società prescindendo da Lui.

Tra queste visioni del mondo, tra queste due città, non c’è compromesso possibile. Sant’Agostino ci insegna che nelle epoche più drammatiche della storia, come fu il V secolo e come lo è il nostro, è doveroso abbandonare la neutralità e schierarsi, perché la vita dell’uomo e quella della Chiesa è lotta di ogni giorno e in ogni campo, ma a condizione di cogliere l’aspetto soprannaturale di questa lotta, di comprenderne il carattere religioso e metafisico. Combattere dunque, ma con lo sguardo rivolto alla Città di Dio e non a quella degli uomini; combattere, in una parola, per l’avvento del Regno di Cristo, in Cielo e in terra: un Regno che non è un miraggio, ma è l’unica meta reale e ideale per la quale valga veramente la pena vivere e, se necessario, morire. 

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