
Programma di Padre Livio – lunedì 2 marzo 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE:
I cinque minuti dello Spirito Santo
h. 08.55 – 09.30: UNO SGUARDO SULL’ATTUALITA’
+ La gravità della situazione in Medio Oriente nelle parole del Papa
“Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile”.
+ L’ascesa e il declino di un regime
+ Quattro settimane per quali obbiettivi?
+ Gli USA non possono esporsi a una guerra prolungata
+ Obbiettivo primario: rinuncia dell’Iran a costruirsi la bomba atomica
+ Obbiettivo successivo: distruggere l’industria bellica
+ Obbiettivo per ora impraticabile: cambiamento di regime
+ L’Islam scita dell’Iran puntava alla supremazia ma ha fallito l’obbiettivo
+ Mosca può permettersi di perdere Teheran?
+ Qualora avvenisse quali ricadute ci sarebbero in Ucraina?
h. 9.30- 9.40: VIATICO QUOTIDIANO
Pensieri sulla preghiera (78)
h. 9.40- 10.05: I SEGRETI DI MEDJUGORJE
20) Qual è lo scopo del Segno sulla collina delle apparizioni?
+ I Veggenti hanno chiesto un segno per la gente fin dai primi giorni
+ La Madonna ha promesso che avrebbe dato un segno
+ I Veggenti hanno visto e descritto il Segno promesso
+ IL Segno è al terzo posto nella numerazione dei Segreti
+ Il Segno viene dato perché la gente creda alle apparizioni
+ La Madonna ha detto che molti verranno di inginocchieranno ma non crederanno.
+ La Chiesa dovrà pronunciarsi sulla soprannaturalità del Segno promesso
h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO
h. 10.05: TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO
Libro di Padre Livio: Tutti e Segreti si realizzeranno (17)
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LA PROMESSA DELLA MADONNA A MEDJUGORJE

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GIOVANNI MINOLI – in “L’ARIA CHE TIRA” (LA 7)

La preghiera all’ Angelus domenicale
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano , domenica, 1. marzo, 2026 12:15 (ACI Stampa).
“Il Verbo fatto uomo sta tra la Legge e la Profezia: egli è la Sapienza vivente, che porta a compimento ogni parola divina”. Così sinteticamente il Papa commenta la pagina del Vangelo che racconta la Trasfigurazione di Gesù che “anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria. Infatti, mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio.
Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia, illuminando la nostra mente e il nostro cuore: la sua rivelazione è una sorpresa di salvezza! Ne restiamo affascinati? Il vero volto di Dio trova in noi uno sguardo di meraviglia e di amore?” Si chiede il Papa.
E aggiunge: “alla disperazione dell’ateismo il Padre risponde con il dono del Figlio Salvatore; dalla solitudine agnostica lo Spirito Santo ci riscatta offrendo una comunione eterna di vita e di grazia; davanti alla nostra debole fede, sta l’annuncio della risurrezione futura: ecco quel che i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma per capirlo occorre tempo (cfr Mt 17,9). Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia del Signore”.
Dopo la preghiera dell’Angelus di mezzogiorno il Papa ha espresso la sua preoccupazione per quanto succede in Medio Oriente ed Iran. “Stabilità e pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. DChi è Mojtaba Hosseini, figlio di Khamenei e nuova Guida suprema dell’Iran (a cui il padre aveva già spianato la strada )
di Andrea Nicastro- Corriere della Sera – 4 Marzo 2026
Il figlio di Khamenei, 56 anni, è la nuova Guida suprema. Ma con lui nulla può cambiare in Iran. Il ministro della Difesa israeliano Katz minaccia: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare»

GERUSALEMME – Le elezioni presidenziali del 2009 in Iran si trasformarono in un massacro. Il voto venne truccato a favore del conservatore Mahmud Ahmadinejad e la gente uscì di casa a protestare a milioni. Ricordo una strada larga dodici corsie e lunga dieci chilometri zeppa di iraniani che gridavano il nome che avevano scelto nelle urne. «Moussavi, Moussavi».
Dalla folla saliva un’energia potente, pacifica. Da groppo in gola. Mai visto niente di così partecipato né prima né dopo. Solo quel giorno saranno stati almeno due milioni. Chiamarono la protesta «Onda Verde», in onore del colore dell’Islam, e fu l’ultimo momento in cui la Repubblica Islamica avrebbe potuto conservare legittimità popolare. I manifestanti non chiedevano di diventare filoamericani o rinunciare all’indipendenza. Molti erano persino a favore di una gerarchia civile-religiosa. Però volevano contare nel futuro del Paese ed essere rispettati.
Invece il sistema degli ayatollah li stritolò. I cortei vennero aggrediti da bande di picchiatori in motocicletta. Migliaia furono uccisi e arrestati. Le condanne a morte disgustose. Gli influencer che oggi animano il web della diaspora fuggirono dal Paese in quelle settimane. Moussavi, che pure si era sempre inchinato ai turbanti, è ancora prigioniero in casa.
A organizzare i brogli e coordinare la repressione fu un chierico appena quarantenne. Trasformò la sezione giovanile delle Guardie Rivoluzionarie nella macchina di repressione interna che oggi conosciamo come Basij. Indossava il turbante nero, concesso solo a chi vanta un’ascendenza di sangue (vera o millantata) con il Profeta. Si chiamava Mojtaba Hosseini Khamenei. Era il secondogenito della Guida suprema Ali Khamenei.
Diciassette anni dopo, ieri sera, quell’uomo ha preso il posto del padre alla guida della Repubblica Islamica. È lui il successore. E, in quanto tale, è già nel mirino di Israele. Lo ha detto esplicitamente il ministro della Difesa Katz, nelle prime ore del mattino del 4 marzo: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare».
Con questa nomina la Repubblica perde persino l’ipocrisia del nome. L’uomo che aveva aiutato a sfigurare la Repubblica in dittatura, ora la trasforma in ereditaria. Il padre ha lavorato bene per spianargli la strada. Ha accentrato il potere, gli ha concesso il controllo di enormi conglomerati economici.
Mojtaba Khamenei controllerebbe il 40% dell’intera economia nazionale. Le Guardie della Rivoluzione gli sono fedeli. I Basij restano un baluardo. Se Donald Trump sperava che qualcuno di più morbido salisse al potere dopo la morte del vecchio ayatollah è rimasto deluso. Con Mojtaba nulla in Iran può cambiare.
Come il padre a suo tempo, anche il 56enne erede ha bisogno di essere promosso d’ufficio al grado di ayatollah per prendere il posto del padre. Ha studiato teologia nei seminari di Qom, ma non ha ancora la competenza religiosa necessaria. Non importa. È abituato a ignorare le regole. Ha problemi più gravi davanti. La guerra, l’opposizione interna, la crisi economica, il rischio di essere ucciso.
La stessa procedura della nomina è ancora un mistero. Il presidente Masoud Pezeshkian aveva annunciato domenica che il successore sarebbe arrivato «anche in due, tre giorni». Ha mantenuto la parola. È riuscito a dare la sensazione che il sistema tiene, governa nonostante non abbia difese aeree e le spie abbiano infiltrato la rete. Usa e Israele hanno cercato di impedire l’elezione. Lunedì è stata distrutta a Teheran la sede dell’Assemblea degli esperti, quella sorta di Corte Costituzionale che doveva scegliere il successore. Ieri hanno sgretolato un ufficio dell’Assemblea a Qom e poi un palazzo a Teheran dove, dicevano gli israeliani, «era in corso la riunione per eleggere il sostituto di Ali Khamenei». Si sbagliavano. Ma la caccia a Mojtaba, c’è da giurarci, continua.ivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile. Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace.”
Un appello alla pace anche per il conflitto tra Pakistan ed Afganistan,“per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli.“
Il Papa si è detto “vicino alle popolazioni dello Stato brasiliano di Minas Gerais, colpite da violente inondazioni. Prego per le vittime, per le famiglie che hanno perso la casa e per quanti sono impegnati nelle operazioni di soccorso”.
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Il pensiero anche al Cameroun nel saluto di un gruppo di fedeli del paese che vivono a Roma: avrò la gioia di visitare il paese in aprile.

di Stefano Caprio – Asia News – 28 Febbraio 2026
I popoli del mondo sono stanchi della guerra, e si moltiplicano gli appelli del papa Leone XIV affinché “l’umanità possa avanzare verso una pace autentica e duratura”; ma questi richiami vengono ascoltati in modalità molto diverse nelle varie regioni del mondo devastate dai conflitti neo-imperiali.
Nel giro di un mese si sono succeduti gli anniversari che celebrano la nuova ideologia imperiale del mondo contemporaneo, tra Russia e America. Il 20 gennaio si è ricordato il primo anno del nuovo mandato di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, del Venezuela, della Groenlandia e di molto altro. Il 25 febbraio sono scaduti i 12 anni dall’occupazione russa della Crimea, quando nel 2014 è realmente iniziato il conflitto con l’Ucraina dopo l’Euromaidan. E il 24 febbraio è iniziato il quinquennio dell’invasione vera e propria dell’Ucraina, la guerra “speciale” che ha completato la precedente fase “ibrida”, anche se già molto sanguinosa.
Il 3 gennaio era stata celebrata una festa preventiva delle date imperiali, con l’operazione speciale “impeccabile” degli americani a Caracas e il rapimento di Nicolas Maduro, l’amico di Putin. Eppure questa azione non si può considerare un nuovo inizio di guerra fredda tra Usa e Russia, ma un episodio sintomatico della nuova era del neo-imperialismo, senza bisogno di tante ideologie e con facili scambi di bandiere a tutte le latitudini. Non siamo in realtà di fronte alla nuova contrapposizione di due blocchi mondiali, Oriente contro Occidente, Nord globale contro Sud globale. Al di là delle facili retoriche di regime, è la realizzazione di un nuovo sistema, in cui le grandi potenze agiscono sulla base di logiche “multipolari” di potere e di affari.
L’operazione Absolute Resolve in Venezuela non deve essere considerata come “una guerra” secondo la dirigenza americana, così come non si può chiamare “guerra” l’invasione dell’Ucraina. La prima è una “azione delle forze dell’ordine contro la delinquenza internazionale”, la seconda è la “difesa dei russi del Donbass dal genocidio neo-nazista”, con formulazioni sempre più variopinte e grottesche a seconda della regione e della storia locale. Nelle ultime trattative di Ginevra tra russi, ucraini e americani, il capo-delegazione russo Vladimir Medinskij ha giustificato le pretese di Mosca risalendo al Battesimo di Kiev del 988, che secondo la ricostruzione storica sarebbe da attribuire al Cremlino come eredità “morale e spirituale”, in una disputa medievale mai risolta sull’identità della Russia e dell’Ucraina.
Un relitto del passato appare del resto lo stesso diritto internazionale, completamente ignorato sia in Crimea e nel Donbass, sia a Caracas, senza consultare non soltanto l’Assemblea dell’Onu, ma neppure il Congresso americano, per non parlare della psichedelica Duma di Mosca. L’ultima assemblea generale dell’Onu ha approvato una generica risoluzione di “sostegno della pace in Ucraina” con 107 voti a favore, 12 contrari e 51 astenuti in ordine sparso, mentre le prospettive di pace e ricostruzione della striscia di Gaza vengono discusse nel fantasioso Board of Peace di Trump che ne è il “presidente a vita” e il cui obiettivo, secondo lo statuto, è quello di “promuovere la stabilità, restaurare governi affidabili e legittimi e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate dai conflitti”. Il biglietto d’ingresso a questa “struttura di sostegno dell’Onu” costa un miliardo di dollari, tranne i biglietti omaggio offerti a spettatori e “osservatori”, e raduna 24 Paesi sui 60 invitati allo spettacolo.
Come osservano diversi commentatori, questi eventi nell’arena internazionale possono essere considerati una trasformazione del neo-colonialismo, tipico della seconda metà del XX secolo, nella nuova forma del neo-imperialismo in cui si risolve la svolta globalista dell’inizio del XXI secolo. Non si parla più di “lotta al comunismo” in nome dei valori liberali; semmai la “missione civilizzatrice” viene sbandierata dagli ex-comunisti contro la “degradazione liberale”, con varianti retoriche sempre più nebulose e contraddittorie.
Il neo-imperialismo russo si distingue principalmente da quello americano non tanto per i contenuti, quanto per il linguaggio della retorica. Gli americani individuano dei valori universali per giustificare le proprie azioni, come la sicurezza, il diritto, la lotta alla criminalità, mentre la Russia agisce secondo la logica degli “ambiti storici d’influenza”, negando ai Paesi vicini ex-sovietici (e non solo) una soggettività statale autonoma e integrale. Queste pretese della Russia, generate dal risentimento per la fine dell’impero sovietico, risalgono a molto prima delle date celebrate in questi giorni, ricordando ad esempio l’invasione russa della Georgia nel 2008, quando l’allora presidente ad interim della Russia, Dmitrij Medvedev, affermò direttamente che Mosca aveva “interessi privilegiati” in molte regioni del mondo, a partire dallo spazio post-sovietico, dichiarazione da lui rilasciata quando era ancora sobrio e moderato.
Lo schema del 2008 portò alla formazione delle “repubbliche indipendenti” dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, “quasi-annesse” alla Russia, mentre quelle della Crimea e del Donbass sono state inserite nella Federazione pur senza averle conquistate integralmente; anzi, sono rimaste in bilico perfino in questi giorni, grazie alla controffensiva ucraina facilitata dalla sospensione dei collegamenti russi ai satelliti Starlink di Elon Musk, forse il personaggio più simbolico di questo tempo di totale disorientamento nei cieli e sulla terra. A luglio del 2021 era stato pubblicato un articolo di Vladimir Putin “Sull’unità storica di russi e ucraini”, in cui spiegava che l’Ucraina era il frutto di un errore storico, da attribuire all’insufficiente visione civilizzatrice del capo rivoluzionario Vladimir Lenin, in parte corretto dallo spirito “missionario” del dittatore georgiano Josif Stalin.
Non a caso, il proclama putiniano era apparso due mesi dopo l’inizio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, l’evento simbolico della fine del neo-colonialismo proprio su un territorio dove si era conclusa la guerra fredda tra i due grandi blocchi coloniali di Oriente e Occidente. I russi hanno quindi interpretato questa svolta come il “via libera” alla costruzione del neo-imperialismo, radunando alle frontiere dell’Ucraina masse di soldati mentre gli americani li ritiravano dall’aeroporto di Kabul, lasciando i propri ex-coloni in balia dei talebani, diventati i nuovi grandi amici del Cremlino.
Si può ricordare un’altra data simbolica, il 12 febbraio 2016, quando giusto 10 anni fa avvenne lo storico abbraccio all’aeroporto dell’Avana tra il patriarca ortodosso di Mosca Kirill e il papa di Roma Francesco, incrociando le origini latino-americane del pontefice con la giurisdizione pastorale del patriarca sulla terra cubana di eredità latino-sovietica. Quell’incontro non servì a risolvere il contenzioso millenario tra cattolici e ortodossi, ma costituì un’ottima giustificazione per benedire l’intervento dei russi in Siria, fermando le velleità americane. La Siria è stata per la Russia un’ottima palestra di formazione delle “guerre ibride”, favorendo la creazione di compagnie militari pronte ad ogni intervento “speciale” come i ceceni kadyrovtsy e i “musicisti” della Wagner di Evgenij Prigožin, i principali protagonisti dell’invasione russa in Ucraina.
Gli anniversari del passato recente e remoto s’intrecciano, si accavallano e si contraddicono, senza lasciar intravvedere quali potrebbero essere le nuove svolte storiche del futuro prossimo e lontano. I popoli del mondo sono stanchi della guerra, e si moltiplicano gli appelli del papa Leone XIV affinché “l’umanità possa avanzare verso una pace autentica e duratura”; ma questi richiami vengono ascoltati in modalità molto diverse nelle varie regioni del mondo devastate dai conflitti neo-imperiali. Gli ucraini confidano nella loro forza di resistenza e nella speranza di una ricostruzione materiale e morale del Paese, senza farsi inghiottire dal mostro putiniano, e i palestinesi sognano di rivedere la luce da sotto le macerie, magari per vivere nella nuova stazione turistica della Gaza trumpiana.
Gli americani sono dilaniati tra il sostegno alla nuova ideologia imperial-commerciale e la difesa delle libertà di ogni forma di espressione morale e sociale, mentre gli europei, esperti storici delle guerre intestine di ogni genere, faticano a comprendersi tra loro per esprimere una posizione capace di influire sulle pretese neo-imperiali di Mosca e Washington, con il silenzioso sguardo di Pechino che sembra assai compiaciuto dallo svolgersi degli eventi mondiali. I più disorientati di tutti appaiono peraltro proprio i russi, nonostante l’ossessiva propaganda patriottica interna che penetra nelle famiglie e nelle scuole a cominciare dagli asili, perfino dagli asili-nido dei figli generati a suon di rubli dalle ragazze minorenni.
La società russa considera la guerra un evento inevitabile, da sopportare passivamente o sfruttare economicamente, a seconda delle regioni povere o delle metropoli ricche in cui si vive. Sprofondare nelle trincee fangose del Donbass non è poi tanto peggio del lavoro oscuro nelle miniere della Siberia, la paga è migliore e la morte una garanzia per la famiglia. Il popolo russo non capisce il suo destino perché non vuole capirlo, e secondo i capi del Cremlino non deve capirlo, deve accettarlo passivamente fidandosi della protezione dall’alto. Questa protezione appare assai poco credibile e soffocante, e non si vedono vie d’uscita per chissà quanto tempo, sperando di non dover commemorare troppi quinquenni di guerra universale.