di Paolo Valentino- Corriere della Sera – 2 Settembre 2026

Il rapporto con la Russia divide ancora la politica tedesca

Sono stati necessari più di quattro anni, perché la Grande Illusione giungesse veramente al suo epilogo. In fondo, non c’era riuscita neppure l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, con il crollo di tutte le certezze e i presupposti che avevano sorretto il modello politico ed economico della Germania per quattro decenni. Ancora fino a un anno fa, era infatti opinione diffusa tra politici, diplomatici e imprenditori tedeschi che, una volta passata la tempesta, prima o poi negoziata una tregua se non una pace tra Kiev e Vladimir Putin, allora tutto o quasi sarebbe potuto tornare all’antico con la Russia: il gas, le esportazioni, i rapporti politici in nome dell’ordine europeo, le relazioni culturali.

Certo, c’era stata la Zeitwende, la svolta epocale del cancelliere Scholz che per primo aveva avviato il riarmo della Germania. Era stata brutalmente troncata la dipendenza economica, con la definitiva chiusura dei gasdotti del Mare del Nord. Mentre Berlino aveva decisamente assunto la guida degli europei, nelle sanzioni e nello sforzo degli aiuti militari ed economici all’Ucraina.

Ma sotto traccia rimaneva, almeno in una parte della classe dirigente, una segreta speranza che non tutto fosse perduto della lunga storia di odio e amore che lega i due Paesi: da Caterina II, la principessa tedesca che si fece zarina; a Vladimir Lenin, il padre della Rivoluzione d’Ottobre, riportato in patria dentro un vagone blindato dai servizi segreti di Berlino per rovesciare il regime zarista; al Patto Molotov-von Ribbentrop che vide Stalin allearsi con Hitler, salvo poi sfuggire all’abbraccio mortale nazista al prezzo di 27 milioni di morti. C’erano state poi la Ostpolitik di Willy Brandt, i rapporti di buon vicinato con l’Est e l’Urss durante la Guerra Fredda e, dopo la caduta del Muro, il Wandel durch Handel, il cambiamento attraverso il commercio, di cui Gerhard Schröder, poi passato al libro paga del Cremlino, e Angela Merkel erano stati i più ferventi assertori.

Ora l’inganno è finito. Il cancelliere Merz e il suo ministro degli Esteri prendono il coraggio a quattro mani e accusano pubblicamente il Cremlino di essere dietro il drone pieno di esplosivo, trovato e disinnescato ai primi di agosto nell’aeroporto di Lipsia, uno degli hub usati per portare gli aiuti a Kiev.

Quello della Sassonia è l’ultimo e forse più grave episodio di una lunga ordalia che nel solo 2025 ha visto ben 320 tentativi di sabotaggio a infrastrutture fisiche, come quello del 3 ottobre scorso quando droni non autorizzati bloccarono il traffico sopra l’aeroporto di Monaco di Baviera, lasciando a terra più di 10 mila passeggeri.

Nello stesso anno, i servizi contro la criminalità informatica hanno individuato 334 mila casi di attacchi cibernetici, in massima parte attribuibili a organizzazioni di hacker collegate ai servizi e altre entità statali della Russia. Il danno economico causato all’economia tedesca da queste incursioni è stato stimato intorno ai 200 miliardi di euro. Fra gli obiettivi preferiti, i sistemi di controllo del traffico aereo, alterati e messi sotto stress con gravissimi rischi per la sicurezza.

Ma non è solo questo. Come e più che in altri Paesi, il Gru, l’intelligence militare russa, ha condotto sofisticate operazioni di disinformazione, tese ad influenzare i cicli elettorali tedeschi a livello federale, regionale e locale, puntando a polarizzare l’opinione pubblica sugli aiuti all’Ucraina.

Che queste attività non cadano in un vuoto politico è evidente nella linea e nelle promesse di Alternative für Deutschland, il partito dell’ultradestra nazionalista che i sondaggi danno largamente in testa nelle elezioni di domenica prossima in Sassonia Anhalt e al primo posto nelle rilevazioni nazionali. La leader di AfD, Alice Weidel, sostiene apertamente non solo la fine degli aiuti a Kiev, ma anche il ripristino di legami economici e di rapporti politici con la Russia di Putin.

In verità, come ha notato in una recente intervista Joschka Fischer, il rapporto con la Russia è la vera prova del fuoco che la Germania dovrà affrontare nei prossimi mesi e anni. Secondo l’ex ministro degli Esteri, l’identità europeista e occidentale, forgiata da Konrad Adenauer e che ha definito il Paese negli ultimi sette decenni, si trova di nuovo minacciata da quella prussiana e nazionalista, in cui si riconosce AfD, che si pensava sepolta sotto le macerie della Seconda Guerra Mondiale. Ma, avverte Fischer, se questa seconda identità dovesse prevalere, significherebbe la fine dell’Europa e di ogni progetto di integrazione. E la Germania tornerebbe a guardare a Est.