SUL LIBRO “TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO – LA PROMESSA DELLA MADONNA A MEDJUGORJE”
Esteri | CR 1940
4 Marzo 2026 ore 11:20
di Roberto de Mattei
L’intervento militare contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele ha suscitato un’ondata di polemiche nel mondo. La Corea del Nord, la Russia e la Cinahanno parlato di “aggressione illegale”, definendola una violazione del diritto internazionale. Putin ha usato termini come «cynical violation of law» (violazione cinica del diritto), mentre Pechino ha definito inaccettabile l’uccisione del leader iraniano Ali Khamenei.
In Occidente, la maggior parte dei giornali di sinistra, dal “New York Times” al “Guardian”, da “El Pais” a “Le Monde”, ha riecheggiato queste accuse. In Italia, il quotidiano “Il Manifesto” le ha espresse in questi termini: «L’aggressione statunitense e israeliana all’Iran è l’ennesimo colpo inferto al diritto internazionale. È la violazione clamorosa della norma fondamentale della carta delle Nazioni unite, che nel suo articolo 2 vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano»;è «la proclamazione ufficiale, da parte della più grande potenza militare del mondo, della legge del più forte quale nuova norma fondamentale dei rapporti internazionali» (“Il Manifesto”, 2 marzo 2026).
In realtà la legge del più forte è la norma delle relazioni tra gli Stati da più di due secoli.Il diritto internazionale è stato sistematicamente violato fin da quando Napoleone Bonaparte volle esportare in tutta Europa le idee della Rivoluzione francese sulla punta delle baionette. Lo stesso Stato italiano è stato fondato il 17 marzo 1861 attraverso la violazione del diritto internazionale, con l’aggressione e la distruzione. da parte del Regno di Sardegna, di legittimi Stati sovrani, quali erano lo Stato Pontificio, il Regno delle Due Sicilie, il Granducato di Toscana, il Ducato di Parma e Piacenza, il Ducato di Modena e Reggio.
Il principe Clemens von Metternich, che nel Congresso di Vienna (1814-1815) restaurò l’ordine politico europeo sconvolto dalla Rivoluzione francese, riassumeva il suo “sistema” di governo in queste parole: «la forza nel diritto» (Memorie, tr.it. Bonacci, 1991 p. 242). Il “sistema Metternich” presupponeva non solo l’esistenza di regole di diritto condivise da tutte le nazioni, ma anche la capacità di usare la forza per farle rispettare. Questo sistema fu ribaltato dalla Conferenza di Pace di Parigi che nel 1919-1920 ristrutturò l’Europa dopo la Prima guerra mondiale. Un ammiratore di Metternich, quale Henry Kissinger, nel suo Diplomacy (1994), ricorda che negli anni tra le due guerre mondiali, al cancelliere austriaco Metternich si sostituì, come architetto del nuovo equilibrio internazionale, il presidente americano Wilson, padre della Società delle Nazioni, creata nel 1919 per garantire il nuovo ordine internazionale.
La Seconda guerra mondiale, provocata dall’espansionismo nazionalsocialista, sancì il fallimento della Società delle Nazioni. Nel 1945 venne costituita l’Organizzazione delle Nazioni Unite per ricostruire la pace internazionale in nome della “forza del diritto”, ma la storia dell’ultimo dopoguerra è stata segnata da una molteplicità di guerre e interventi armati che hanno dissipato questa illusione: Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, Balcani, Medio Oriente. L’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, è stata l’ultima clamorosa violazione del diritto internazionale, davanti alla quale l’ONU ha mostrato, ancora una volta, tutta la sua impotenza. La ragione sta proprio nella mancanza di quella “forza nel diritto” a cui si richiamava il principe di Metternich come norma di governo. Quali sono infatti, nella società contemporanea, le regole del diritto e qual è l’autorità capace di imporle?
Nella sua enciclica Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, Pio XII individuava la «radice profonda e ultima dei mali» nella «negazione di una norma morale universale», valida tanto per la vita individuale quanto per quella sociale e per le relazioni tra gli Stati. Causa della guerra, appena scoppiata, era «il misconoscimento» e «l’oblio della legge naturale», fondata in Dio come supremo legislatore. Nello stesso documento il Pontefice affermava: «Il nuovo ordine del mondo, la vita nazionale e internazionale, una volta cessate le amarezze e le crudeli lotte presenti, non dovrà più riposare sulla infida sabbia di norme mutabili ed effimere, lasciate all’arbitrio dell’egoismo collettivo e individuale. Esse devono piuttosto appoggiarsi sull’inconcusso fondamento, sulla roccia incrollabile del diritto naturale e della divina rivelazione».
L’idea di diritto naturale è stata esposta da Aristotele e Cicerone (De Re Publica III, 22; De Legibus I, 6, 12, 15), ma la sua formulazione più completa risale ai Dieci Comandamenti. La Legge naturale, iscritta nella natura umana, è assoluta e universale, e costituisce il fondamento sul quale devono appoggiarsi le relazioni internazionali perché abbiano stabilità e ordine. Senza un riferimento ad essa, le norme positive sono esposte alla volontà mutevole delle maggioranze o alla pressione delle potenze dominanti. Nel ventesimo secolo ogni tentativo di edificare un ordine al di fuori della legge naturale è fallito e la potenza è divenuta il fattore decisivo nei momenti cruciali della storia.
Inoltre, il richiamo a una norma internazionale condivisa non è sufficiente, se manca la capacità di imporre questa legge agli Stati. Dall’epoca napoleonica a oggi, il diritto è stato spesso invocato, ma raramente è stato sovrano. Oggi la struttura dei rapporti internazionali è intrinsecamente anarchica, perché manca un’autorità superiore capace di assicurare il rispetto delle regole. Come scriveva il politologo Hedley Bull in The Anarchical Society (1977), l’ordine internazionale è una “società di Stati” priva di governo mondiale. Negli ultimi settant’anni si è sviluppata una fitta rete di trattati, tribunali, organizzazioni multilaterali, regimi di controllo degli armamenti, senza che ciò impedisse il proliferare di guerre, annessioni territoriali o interventi militari ingiustificati. Se manca la “forza del diritto” ogni riferimento a norme universali è illusorio e la forza domina la scena pubblica.
Papa Leone XIV, fin dall’inizio del suo pontificato, ha affrontato spesso il problema della pace, ricordando giustamente che «la guerra non risolve i problemi, ma piuttosto li amplifica e produce ferite profonde nella storia dei popoli che richiedono generazioni per guarire» (Angelus del 23 giugno 2025). Tuttavia, la realtà contemporanea non è quella di un armonioso mondo multipolare regolato da istituzioni neutrali e da un comune spirito di dialogo, ma è quella di una ferrea competizione tra grandi blocchi che si contendono l’egemonia mondiale, sul piano economico, politico e militare. Da un lato un sistema guidato dagli Stati Uniti e dalle democrazie occidentali; dall’altro un fronte che gravita attorno alla Repubblica Popolare Cinese, alla Federazione Russa e ad altre loro propaggini in Eurasia e nel Medio Oriente. E così come la guerra tra Russia e Ucraina non inizia nel 2022, ma ha origini decennali, l’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, non è un’invenzione dell’amministrazione Trump, ma risale alla rivoluzione islamica in Iran del 1979.
Se l’operazione militare degli Stati Uniti avrà pieno successo, produrrà un indebolimento del fronte cino-comunista, di cui l’Iran rappresenta uno snodo strategico in Medio Oriente. Al contrario, un insuccesso dell’America sarebbe una sconfitta non solo dell’intero Occidente, ma della stessa Chiesa cattolica che, senza la protezione politica e militare che oggi ne garantisce la libertà, vedrebbe sempre più ridotta la possibilità di annunciare il Vangelo e dovrebbe forse affrontare un’epoca di persecuzioni mai vista nella sua storia. Per questo ogni cattolico che ha a cuore la vita della Chiesa, non può che augurarsi l’affermazione dell’Occidente nei giorni di drammatica crisi che stiamo vivendo.
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 4 Marzo 2026
il cardinale Pietro Parolin è intervenuto sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran in una lunga intervista ai media vaticani

«È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza». Dopo gli appelli alla pace di Leone XIV, è il suo segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, a intervenire sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran in una lunga intervista ai media vaticani.
Parolin: «Ripiombati nell’orrore della guerra»
Già prima all’intervento, il capo della diplomazia vaticana aveva condannato la repressione sanguinosa delle manifestazioni di piazza compiuta dal regime iraniano, «io mi domando come sia possibile che ci si accanisca contro il proprio stesso popolo», e anche ora spiega che non si può dimenticare: «Certamente no, anche questo è stato motivo di profonda preoccupazione. Le aspirazioni dei popoli devono essere prese in considerazione e garantite nel quadro legale di una società che garantisce a tutti di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie idee, e questo vale anche per il caro popolo iraniano», dice. «Al contempo ci si può chiedere se davvero si pensi che la soluzione possa arrivare tramite il lancio di missili e bombe».
Al direttore editoriale della comunicazione vaticana, Andrea Tornielli, il Segretario di Stato dice di vivere «con grande dolore» ciò che sta accadendo: «I popoli del Medio Oriente, comprese le già fragili comunità cristiane, sono nuovamente ripiombati nell’orrore della guerra, che spezza brutalmente vite umane, produce distruzione e trascina intere Nazioni in spirali di violenza dagli esiti incerti. Domenica scorsa all’Angelus il Papa ha parlato di una “tragedia di proporzioni enormi” e del rischio di una “voragine irreparabile”. Sono parole più che eloquenti per descrivere il momento che stiamo attraversando».
«Una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso»
Il giudizio sull’attacco di Usa e Israele è chiaro: «Ritengo che la pace e la sicurezza debbano essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali, dove gli Stati hanno la possibilità di risolvere i conflitti in modo incruento e più giusto. Dopo la Seconda Guerra mondiale, che ha causato circa 60 milioni di morti, i padri fondatori, con la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, volevano risparmiare ai figli gli orrori che essi stessi avevano vissuto. Perciò, nella Carta dell’Onu vollero dare indicazioni precise sulla gestione dei conflitti. Oggi, questi sforzi sembrano essersi vanificati. Non solo, ma come ha ricordato il Papa al Corpo diplomatico all’inizio dell’anno, “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e si pensa che si può perseguire la pace “mediante le armi”».
Gli strumenti della diplomazia
Del resto, «quando si parla delle cause di una guerra, è complesso determinare chi abbia ragione e chi abbia torto», ma una cosa è certa, prosegue il cardinale: «La guerra produrrà sempre vittime e distruzione, nonché effetti devastanti sui civili. Per questo, la Santa Sede preferisce richiamare alla necessità di utilizzare tutti gli strumenti offerti dalla diplomazia per risolvere le contese tra gli Stati. La storia ci ha già insegnato che solo la politica, con la fatica della negoziazione, e l’attenzione al bilanciamento degli interessi, può accrescere la fiducia tra i popoli, promuove lo sviluppo e preservare la pace».
L’importanza di una governance multilaterale
Anche la giustificazione della «guerra preventiva» non regge: «Come rileva la Carta dell’Onu, il ricorso alla forza va considerato solo come ultima e gravissima istanza, dopo che tutti gli strumenti del dialogo politico e diplomatico sono stati utilizzati, dopo aver valutato attentamente i limiti della necessità e della proporzionalità, sulla base di rigorosi accertamenti e motivazioni fondate, e sempre nell’ambito di una governance multilaterale. Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla “guerra preventiva”, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme. È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».
Il primato della potenza e dell’autoreferenzialità
La Santa Sede guarda con preoccupazione l’affermarsi di un «multipolarismo caratterizzato dal primato della potenza e dall’autoreferenzialità», considera il cardinale: «Vengono rimessi in discussione principi quali l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, le regole che disciplinano la stessa guerra». Cosa ancora più grave «è l’invocare il diritto internazionale a seconda delle proprie convenienze», aggiunge il Segretario di Stato Vaticano: «Mi riferisco al fatto che ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come “danni collaterali”».
Voci che reclamano pace e giustizia
Ma «non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese», fa notare il cardinale Parolin: «Vorrei richiamare l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. La Santa Sede ribadisce con forza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili e delle strutture civili come residenze, scuole, ospedali e luoghi di culto, nelle operazioni militari, e chiede che sia sempre tutelato il principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita». Quale speranza resta, in tutto questo? «I cristiani sperano perché confidano nel Dio fatto uomo, che nel Getsemani intimò a Pietro di rimettere la spada nel fodero e che sulla Croce ha vissuto in prima persona l’orrore della violenza cieca e insensata. Sperano anche perché, nonostante le guerre, le distruzioni e le incertezze e un diffuso senso di smarrimento, da tante parti del mondo continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia. I nostri popoli chiedono pace. Questo appello dovrebbe scuotere i governanti e quanti operano nel contesto delle relazioni internazionali, spingendoli a moltiplicare gli sforzi per la pace».
IL DIRETTORE PADRE FADI – 4 Marzo 2026
“In questi giorni difficili che il Libano sta attraversando, giorni pieni di paura e ansia, e il rumore dei bombardamenti è diventato parte della nostra vita quotidiana,
e le scene di distruzione ci spezzano il cuore…
Molti di noi sono esausti. Il nostro spirito è sfinito, i nostri pensieri sono confusi e a volte sentiamo di non avere più la forza di andare avanti.
Case sono state distrutte, famiglie sfollate, madri piangono per i loro figli e i giovani si chiedono: dove stiamo andando? E cosa ci aspetta ancora?
Ma anche in questa oscurità, c’è ancora luce. C’è ancora speranza. C’è ancora preghiera capace di sollevarci dal cuore del dolore.
Qui, dal cuore di questa sofferenza, Radio Maria Libano continua la sua missione. Non solo una stazione radiofonica…
Siamo compagni di preghiera, siamo una parola di consolazione, siamo una voce che ci ricorda che Dio è ancora al nostro fianco.
Nei momenti di paura, piantiamo speranza. Nei momenti di divisione, piantiamo amore. E nei momenti di rumore, offriamo un momento di calma e pace.
La nostra missione oggi è più importante che mai: stare accanto a ogni casa ferita, accanto a ogni persona malata,
accanto a ogni persona che si sente sola. Preghiamo insieme,
e portiamo il Libano nelle nostre preghiere, chiedendo al Signore di proteggere questa terra e la sua gente. La tempesta può essere forte,
ma la nostra fede è più forte. La notte può essere lunga, ma l’alba sta sicuramente arrivando. Radio Maria Libano…
La voce della speranza nel cuore del dolore, e la voce della fede di fronte alla tempesta.
Continuiamo insieme. Preghiamo insieme.
E crediamo che il Libano risorgerà.
E chiediamo a tutti voi,
di pregare con noi
per il Libano, per il Medio Oriente e per tutti i paesi arabi.
Affinché la fede possa rimanere,
il fondamento che protegge
ogni cuore umano.”
di Andrea Nicastro – Corriere della Sera, 4 Marzo 2026
Il figlio di Khamenei, 56 anni, è la nuova Guida suprema. Ma con lui nulla può cambiare in Iran. Il ministro della Difesa israeliano Katz minaccia: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare»

GERUSALEMME – Le elezioni presidenziali del 2009 in Iran si trasformarono in un massacro. Il voto venne truccato a favore del conservatore Mahmud Ahmadinejad e la gente uscì di casa a protestare a milioni. Ricordo una strada larga dodici corsie e lunga dieci chilometri zeppa di iraniani che gridavano il nome che avevano scelto nelle urne. «Moussavi, Moussavi».
Dalla folla saliva un’energia potente, pacifica. Da groppo in gola. Mai visto niente di così partecipato né prima né dopo. Solo quel giorno saranno stati almeno due milioni. Chiamarono la protesta «Onda Verde», in onore del colore dell’Islam, e fu l’ultimo momento in cui la Repubblica Islamica avrebbe potuto conservare legittimità popolare. I manifestanti non chiedevano di diventare filoamericani o rinunciare all’indipendenza. Molti erano persino a favore di una gerarchia civile-religiosa. Però volevano contare nel futuro del Paese ed essere rispettati.
Invece il sistema degli ayatollah li stritolò. I cortei vennero aggrediti da bande di picchiatori in motocicletta. Migliaia furono uccisi e arrestati. Le condanne a morte disgustose. Gli influencer che oggi animano il web della diaspora fuggirono dal Paese in quelle settimane. Moussavi, che pure si era sempre inchinato ai turbanti, è ancora prigioniero in casa.
A organizzare i brogli e coordinare la repressione fu un chierico appena quarantenne. Trasformò la sezione giovanile delle Guardie Rivoluzionarie nella macchina di repressione interna che oggi conosciamo come Basij. Indossava il turbante nero, concesso solo a chi vanta un’ascendenza di sangue (vera o millantata) con il Profeta. Si chiamava Mojtaba Hosseini Khamenei. Era il secondogenito della Guida suprema Ali Khamenei.
Diciassette anni dopo, ieri sera, quell’uomo ha preso il posto del padre alla guida della Repubblica Islamica. È lui il successore. E, in quanto tale, è già nel mirino di Israele. Lo ha detto esplicitamente il ministro della Difesa Katz, nelle prime ore del mattino del 4 marzo: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare».
Con questa nomina la Repubblica perde persino l’ipocrisia del nome. L’uomo che aveva aiutato a sfigurare la Repubblica in dittatura, ora la trasforma in ereditaria. Il padre ha lavorato bene per spianargli la strada. Ha accentrato il potere, gli ha concesso il controllo di enormi conglomerati economici.
Mojtaba Khamenei controllerebbe il 40% dell’intera economia nazionale. Le Guardie della Rivoluzione gli sono fedeli. I Basij restano un baluardo. Se Donald Trump sperava che qualcuno di più morbido salisse al potere dopo la morte del vecchio ayatollah è rimasto deluso. Con Mojtaba nulla in Iran può cambiare.
Come il padre a suo tempo, anche il 56enne erede ha bisogno di essere promosso d’ufficio al grado di ayatollah per prendere il posto del padre. Ha studiato teologia nei seminari di Qom, ma non ha ancora la competenza religiosa necessaria. Non importa. È abituato a ignorare le regole. Ha problemi più gravi davanti. La guerra, l’opposizione interna, la crisi economica, il rischio di essere ucciso.
La stessa procedura della nomina è ancora un mistero. Il presidente Masoud Pezeshkian aveva annunciato domenica che il successore sarebbe arrivato «anche in due, tre giorni». Ha mantenuto la parola. È riuscito a dare la sensazione che il sistema tiene, governa nonostante non abbia difese aeree e le spie abbiano infiltrato la rete. Usa e Israele hanno cercato di impedire l’elezione. Lunedì è stata distrutta a Teheran la sede dell’Assemblea degli esperti, quella sorta di Corte Costituzionale che doveva scegliere il successore. Ieri hanno sgretolato un ufficio dell’Assemblea a Qom e poi un palazzo a Teheran dove, dicevano gli israeliani, «era in corso la riunione per eleggere il sostituto di Ali Khamenei». Si sbagliavano. Ma la caccia a Mojtaba, c’è da giurarci, continua.

Programma di Padre Livio –Mercoledì 4 Marzo 2026
h. 8.50 : Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
8.50: Pensiero spirituale
9. 00 -10-00: “Tutti i Segreti si realizzeranno- La promessa della Madonna a Medjugorje” –
Intervista a Padre Livio del Prof Giuseppe FERRARI, Segretario Nazionale GRIS, Gruppo di ricerca e di informazione socio-religiosa.
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h. 10: “Tutti i Segreti si realizzeranno” (19 puntata)
