BLOG DI P.LIVIO DIRETTORE DI RADIO MARIA

"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

🌼. “Donna” di Madre Teresa di Calcutta🌼

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi
i giorni si trasformano in anni…
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è a colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro
che c’è in te.
Fai in modo che invece che compassione
ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare
usa il bastone.
Però non trattenerti mai!

Una reazione per nulla irrilevante

di Ernesto Galli della Loggia| 7 marzo 2026 – Corriere della Sera – 8 Marzo 2026

Non siamo Londra o Parigi, sull’attacco all’Iran il nostro Paese ha fatto quello che potevaLa guerra è una cosa orribile ma sul piano della comprensione del mondo ha un merito indiscutibile: è una straordinaria lezione di realismo, mostra le cose come stanno. Con la guerra, buone intenzioni, illusioni ideologiche, ambizioni malriposte vengono brutalmente spazzate vie e la realtà si mostra per quella che è. Non subito talvolta, ma dopo un po’ di tempo sì, immancabilmente. Non basta: contrariamente a quanto si sente ripetere spesso — che «la guerra non serve a nulla, non risolve nessun problema» — è piuttosto vero il contrario: e cioè che in realtà poche cose come la guerra valgono a cambiare le cose, spesso a cambiare tutto. Basta pensare a quanto accaduto in Europa con due guerre mondiali.
Spero si capisca che dico tutto questo non per amore della violenza, perché mi piaccia veder scorrere il sangue e crollare i palazzi sotto le bombe. Dico tutto questo solo perché penso che la guerra è una cosa maledettamente seria, forse la cosa più seria che ci sia, e delle cose serie è necessario parlare seriamente.

Come spesso accade, la politica italiana, invece, mostra difficoltà a farlo. In questi giorni, ad esempio, si sente parlare di continuo da parte dell’opposizione di un’Italia governata dalla destra che nel reagire all’iniziativa bellica degli Stati Uniti e di Israele sarebbe «a rimorchio» di altri Paesi europei come la Spagna, la Francia, la Gran Bretagna: loro sì capaci di alzare la voce, di farsi sentire. 

È un’accusa che sa di un certo velleitarismo di sapore nazionalistico, di una sopravvalutazione del nostro peso, e quindi è singolare che venga proprio da sinistra. Potrà dispiacere, a me personalmente dispiace, ma agli occhi del mondo l’Italia non ha la medesima tradizione e la medesima statura militare della Gran Bretagna o della Francia, entrambi Paesi dotati dell’arma atomica. E come dimenticare che la Spagna quando parla, parla sempre anche a nome di qualcosa come un semicontinente — l’America centro-meridionale — abitato da oltre mezzo miliardo di persone? Può forse vantare qualcosa di simile l’Italia? E dice nulla, infine, che in questa accusa di timidezza l’Italia sia di fatto in compagnia della Germania: entrambi Paesi rovinosamente sconfitti nella Seconda g+uerra mondiale?

Se ne convinca anche la sinistra: la storia non è acqua e le guerre lasciano conseguenze. Possono cambiare forse per sempre il peso politico di una Nazione e non tenerne conto rischia di esporre al massimo rischio che si possa correre nelle circostanze attuali: il rischio del ridicolo.

E invece, tutto sommato, aver detto di dichiarare illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale l’azione israelo-americana, aver fatto chiaramente capire che non saremmo per nulla entusiasti di una richiesta di Washington per l’uso delle sue basi militari sul nostro territorio, e infine aver inviato un’unità navale a difesa di Cipro non mi sembra da parte del nostro governo una reazione proprio irrilevante.

 Certo, se nel Mar Rosso avessimo una seconda portaerei che non abbiamo, se potessimo mandare a qualche Paese del Golfo una dotazione significativa di batterie antimissili, le cose sarebbero forse alquanto diverse. Ma non ricordo di aver mai sentito qualcuno a sinistra domandare la costruzione di una seconda portaerei o di accrescere la nostra produzione di armamenti. Bisogna pensarci prima, lo ripeto: quando ormai la parola è alle armi, sono le armi, non le parole, le sole cose che contano.

E poi c’è la politica, la politica e le incertezze della guerra. Oggi non possiamo saperlo, ma se l’azione di Israele e degli Stati Uniti si concludesse domani con una vittoria, con una vittoria vera, e cioè con un cambio di regime a Teheran — cosa che in questo momento appare difficile ma non impossibile — allora nel Medio Oriente tutto muterebbe, nulla sarebbe più come prima. Il radicalismo islamista con tutte le sue propaggini terroristiche incorrerebbe in una sconfitta che è difficile non immaginare definitiva. Si aprirebbe così, innanzi tutto, la via al ristabilimento di un Libano finalmente pacificato nonché a un cambio completo della situazione all’interno del fronte palestinese, con possibilità di soluzioni per ora imprevedibili del conflitto secolare che lo contrappone alla controparte ebrea. 

Ma a quel punto nulla impedirebbe che intorno al duo Usa-Israele si consolidasse quasi naturalmente una sorta di patto di Abramo allargato con dentro oltre ai Paesi del Golfo e l’Arabia anche la Siria, il suddetto Libano, l’Egitto e la Giordania. Insomma una vera rivoluzione geopolitica dalle molte ripercussioni possibili, destinata comunque a cambiare da subito la situazione del Mediterraneo e del Nord Africa, di tutta l’area dal Mar Nero a Gibilterra.

E allora, se mai dovesse verificarsi una situazione del genere, potrebbe rivelarsi certamente utile il fatto di non avere oggi rivolto parole di fuoco contro il despota di Washington, di non esserci, oggi, precipitati a condannare, a dissociarci troppo ad alta voce dalle sue imprudentissime imprese. Senz’altro le anime belle, ammesso che ce ne siano, se ne dispiacerebbero ma a quel punto l’Italia e il suo governo potrebbero averne un vantaggio di qualche tipo. E magari, chissà, anche importante: capita, in politica.

Il Papa e l’8 marzo: «No alle giustificazioni, fermiamo le violenze sulle donne formando i giovani»

di papa LEONE XIV- Corriere della Sera – 8 Marzo 2026

Il Pontefice risponde alla lettera di una fedele: «Io, amata e rispettata da mio marito: mi sembra quasi un privilegio. Ma come possiamo fermare i femminicidi?»

«Camminare insieme nel rispetto reciproco». Nel numero di marzo di «Piazza San Pietro», la rivista voluta da papa Francesco, portata avanti con Leone XIV e diretta da padre Enzo Fortunato, così risponde il Pontefice a una lettrice che si domanda come fermare la violenza sulle donne. Giovanna da Roma si definisce «fortunata» perché amata e rispettata dal marito, ma s’interroga sul perché questo sembri, oggi, quasi un privilegio davanti a ogni nuovo caso di femminicidio. E si appella al Santo Padre «perché solo lavorando dal basso sulla cultura e sull’educazione dei giovani credo si possa contribuire a creare il rispetto per l’altro sesso». Pubblichiamo la risposta di Leone XIV alla lettera di Giovanna. Come scrive padre Fortunato nell’editoriale, «tra queste due voci passa un filo sottile ma forte, quello della speranza. Perché ogni parola che difende la dignità della persona è già un passo verso una civiltà più umana».

Giovanna, Lei pone un grande problema che per me è sempre fonte di grande sofferenza: la violenza nelle relazioni, e in particolare la violenza contro le donne. In un mondo spesso dominato anche da un pensiero violento, bisognerebbe sostenere ancora di più il genio femminile, come affermava San Giovanni Paolo II, il «genio delle donne», protagoniste e creatrici di una cultura della cura e della fraternità indispensabile per dare futuro e dignità a tutta l’umanità.
Forse anche per questo le donne sono colpite e uccise, perché sono un segno di contraddizione in questa società confusa, incerta e violenta, perché ci indicano valori di fede, libertà, eguaglianza, generatività, speranza, solidarietà, giustizia. Sono grandi valori, che invece sono combattuti da una pericolosa mentalità che infesta le relazioni producendo solo egoismo, pregiudizi, discriminazioni e volontà di dominio.

Questo atteggiamento, come ho detto durante l’omelia della solennità di Pentecoste (8 giugno 2025) durante la Santa Messa del Giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle nuove comunità, «spesso sfocia nella violenza, come purtroppo dimostrano i numerosi e recenti casi di femminicidio». La violenza, qualunque violenza, è la frontiera che divide la civiltà dalla barbarie. Non bisogna mai sottovalutare un atto di violenza e non abbiamo paura di denunciare la violenza, compreso quel clima giustificazionista oppure che attenua o nega le responsabilità. Camminare insieme nel rispetto reciproco della propria umanità non è un sogno, ma l’unica realtà possibile per costruire un mondo di luce per tutti.

Carissima Giovanna, La ringrazio per le Sue sollecitazioni sulla necessità di un’alleanza educativa sempre più forte. La Chiesa con le famiglie, la scuola, le parrocchie, i movimenti e le associazioni, le congregazioni religiose, le istituzioni pubbliche possono insieme condividere l’urgenza per realizzare progetti specifici per prevenire e fermare le violenze sulle donne. Come ho detto il 25 novembre scorso, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, «per fermare le violenze occorre cominciare con la formazione dei giovani, cominciare ad aprire tutti il cuore per dire che ogni persona è un essere umano che merita rispetto, quella dignità per uomo e donna, tutti». E poi ho aggiunto: «Bisogna togliere questa violenza e cercare la maniera per formare la mentalità, bisogna essere persone di pace, che vogliono bene a tutti».
Grazie Giovanna per la Sua lettera. Pregherò per Lei, per la Sua famiglia e i Suoi cari, e accompagno tutti con la mia benedizione.

🔴LIVE🔴 NON PRAEVALEBUNT – PUNTATA 2: Il mistero del male – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio


La santità come ferita aperta, al via la causa di beatificazione di Marco Gallo

Nato a Chiavari nel 1994, appassionato di sport e montagna, il 17 enne negli anni delle scuole superiori ha maturato un cammino di fede all’interno del movimento di Comunione e Liberazione. Nel 2011 ha perso la vita mentre si recava a scuola in un incidente stradale. Oggi si apre la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione

Daniele D’Elia – Città del Vaticano

Il 7 marzo si apre ufficialmente la causa di beatificazione di Marco Gallo. La Chiesa lo riconosce Servo di Dio. Un atto formale, si dirà. Ma prima ancora è una domanda lanciata dentro il nostro tempo. Io non credo ai santini. Non ho mai creduto ai santini. Mi mettono a disagio. Li appiccichiamo sulle tragedie come cerotti sulle ferite che non vogliamo guardare. E poi ci sentiamo a posto. Commossi. Assolti. Eppure ci sono storie che non si lasciano liquidare. Storie che non si fanno imbalsamare nella retorica. Storie che ti fissano.

Quella di Marco Gallo è una di queste. Diciassette anni. Una stanza. Un muro. Una frase: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Io quella frase l’ho riletta più volte. Non come si leggono le citazioni da calendario. Ma come si leggono le accuse. Perché è un’accusa. A noi. Ho visto madri urlare davanti a una bara bianca. Ho visto ragazzi spegnersi senza lasciare traccia, consumati da un vuoto che chiamiamo libertà. Ho visto adulti pieni di parole e poveri di senso. E poi leggo di un ragazzo di diciassette anni che, la sera prima di morire, scrive sul muro della sua stanza una domanda che attraversa duemila anni di storia. E mi si ferma il respiro. Non è una frase pia. È uno schiaffo. Viviamo in un tempo che consuma i ragazzi e poi si commuove. Li riempiamo di rumore, immagini, distrazioni. Li educhiamo alla superficie. E quando uno di loro osa fare una domanda vera, lo guardiamo con fastidio. O con una tenerezza condiscendente. Come si guarda un ingenuo.

Fame di verità

Ma che cosa significa, a diciassette anni, rifiutare di cercare tra i morti — nelle abitudini, nelle frasi fatte, nelle ideologie — e pretendere il Vivo? Non è devozione. È rivolta. Io non ho conosciuto Marco Gallo. Non ho stretto la sua mano. Ma conosco quell’età. Conosco il peso delle domande quando ti cadono addosso prima che tu abbia imparato a difenderti. Conosco la solitudine di chi non si accontenta. So quanto sia più facile ridere, distrarsi, uniformarsi. Lui no. Non ha fatto gesti clamorosi. Non ha guidato rivoluzioni. È andato a scuola. Ha studiato. Ha vissuto la sua adolescenza come milioni di altri ragazzi. Ma mentre molti cercavano distrazioni per non sentire il vuoto, lui cercava il senso. In concreto. Organizzava aiuto per studenti in difficoltà. Portava amici dagli anziani disabili. Li coinvolgeva. Li provocava. Non li lasciava comodi. Capite la violenza di questo gesto? In un mondo che insegna a competere, lui insegnava a servire. Frequentava la Scuola di Comunità. Andava a Messa. Si confessava. Meditava il Vangelo. Non per abitudine. Per fame. Fame di verità. E la verità, quando la prendi sul serio, ti cambia il modo di stare al mondo.

Marco Gallo

Marco Gallo (Diocesi di Milano)

Una vita vissuta con il Vangelo come “questione decisiva”

Ho conosciuto ragazzi che si vergognano di dire che credono. Ho conosciuto adulti che riducono la fede a rito sociale. Ho visto una cultura che tollera tutto, tranne la radicalità. Marco era radicale. Senza urlare. Senza propaganda. Radicale perché coerente. Poi, una mattina del 5 novembre 2011, un incidente stradale ha interrotto tutto. Asfalto. Lamiera. Silenzio. Fine della cronaca. Inizio dell’imbarazzo. Perché la morte di un giovane è sempre uno scandalo. Ma diventa ancora più scandalosa quando quel giovane aveva osato interrogare la vita. E allora sì, la Chiesa apre la causa. Lo chiama Servo di Dio. E qualcuno sorriderà. Dirà: un altro santino. Un’altra storia edificante. Ma fermatevi. Non è santo perché è morto giovane. È morto giovane, e basta.

La domanda è un’altra: come ha vissuto quei diciassette anni? Li ha vissuti come se la vita fosse seria. Come se Cristo fosse vero. Come se il Vangelo non fosse un’opinione tra le altre, ma una questione decisiva. Questo è intollerabile per il nostro tempo. Perché se un ragazzo dimostra che si può vivere così, cade l’alibi. Cade la scusa del “non si può”, del “sono giovani”, del “più avanti”. No. Lui ha scelto adesso. La sua morte è una tragedia. Ma la sua vita è una provocazione. Che cosa ne facciamo di una domanda così? La incorniciamo? La trasformiamo in slogan? La svuotiamo finché non disturba più? O abbiamo il coraggio di prenderla sul serio? Diffido dei sistemi che addormentano le coscienze. Diffido del potere quando si traveste da consolazione. Diffido anche della religione quando diventa tranquillante. Qui non vedo tranquillanti. Vedo un ragazzo che ha rifiutato l’anestesia.

Una ferita che non si rimargina

C’è una differenza enorme tra credere per abitudine e credere per scelta. La prima è comoda. La seconda è una ferita aperta. In quella stanza Marco non stava ripetendo una formula. Stava combattendo. Con il tempo che gli era dato. Con i limiti della sua età. Con le paure che ogni adolescente conosce e che noi adulti fingiamo di aver dimenticato. La sua storia non è solo spirituale. È politica. Interroga il modo in cui cresciamo i nostri figli. Che cosa offriamo loro? Intrattenimento o senso? Carriere o verità? Sicurezze prefabbricate o libertà di cercare? Non so se diventerà santo. Non è questo il punto. Il punto è che la sua breve esistenza mette a nudo la nostra lunga distrazione. Un ragazzo ha scritto una domanda su un muro. La mattina dopo è morto. Ma quella domanda è ancora qui. Non consola. Non addolcisce. Ferisce. E forse la santità, prima di essere un’aureola, è proprio questo: una ferita che non si rimargina.

🔴LIVE🔴 I DIECI COMANDAMENTI – di Padre Livio – Puntata 93 – LA CONCUPISCENZA DEGLI OCCHI

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DE MARIA NUMQUAM SATIS

Chiesa cattolica | CR 1940

 4 Marzo 2026 ore 11:16

di Redazione

Riportiamo una parte dellaCostituzione apostolica. Munificentissimus Deus qua fidei dogma definitur Deiparam Virginem Mariam corpore et anima fuisse ad caelestem gloriam assumptam, del 1° novembre 1950, con la quale Pio XII ha definito il dogma dell’Assunzione al Cielo, in anima e corpo, della Beata Vergine Maria, Madre di Dio (AAS 42(1950), pp. 753-771).

Le ragioni del dogma dell’Assunzione

Poiché la chiesa universale nella quale vive lo Spirito di verità e la conduce infallibilmente alla conoscenza delle verità rivelate, nel corso dei secoli ha manifestato in molti modi la sua fede, e poiché tutti i vescovi dell’orbe cattolico con quasi unanime consenso chiedono che sia definita come dogma di fede divina e cattolica la verità dell’assunzione corporea della beatissima vergine Maria al cielo – verità fondata sulla s. Scrittura, insita profondamente nell’animo dei fedeli, confermata dal culto ecclesiastico fin dai tempi remotissimi, sommamente consona con altre verità rivelate, splendidamente illustrata e spiegata dallo studio della scienza e sapienza dei teologi – riteniamo giunto il momento prestabilito dalla provvidenza di Dio per proclamare solennemente questo privilegio di Maria vergine.

Noi, che abbiamo posto il Nostro pontificato sotto lo speciale patrocinio della santissima Vergine, alla quale Ci siamo rivolti in tante tristissime contingenze, Noi, che con pubblico rito abbiamo consacrato tutto il genere umano al suo Cuore immacolato, e abbiamo ripetutamente sperimentato la sua validissima protezione, abbiamo ferma fiducia che questa solenne proclamazione e definizione dell’assunzione sarà di grande vantaggio all’umanità intera, perché renderà gloria alla santissima Trinità, alla quale la Vergine Madre di Dio è legata da vincoli singolari. Vi è da sperare infatti che tutti i cristiani siano stimolati da una maggiore devozione verso la Madre celeste, e che il cuore di tutti coloro che si gloriano del nome cristiano sia mosso a desiderare l’unione col corpo mistico di Gesù Cristo e l’aumento del proprio amore verso colei che ha viscere materne verso tutti i membri di quel Corpo augusto. Vi è da sperare inoltre che tutti coloro che mediteranno i gloriosi esempi di Maria abbiano a persuadersi sempre meglio del valore della vita umana, se è dedita totalmente all’esercizio della volontà del Padre celeste e al bene degli altri; che, mentre il materialismo e la corruzione dei costumi da esso derivata minacciano di sommergere ogni virtù e di fare scempio di vite umane, suscitando guerre, sia posto dinanzi agli occhi di tutti in modo luminosissimo a quale eccelso fine le anime e i corpi siano destinati; che infine la fede nella corporea assunzione di Maria al cielo renda più ferma e più operosa la fede nella nostra risurrezione.

La coincidenza provvidenziale poi di questo solenne evento con l’Anno santo che si sta svolgendo, Ci è particolarmente gradita; ciò, infatti, Ci permette di ornare la fronte della vergine Madre di Dio di questa fulgida gemma, mentre si celebra il massimo giubileo, e di lasciare un monumento perenne della nostra ardente pietà verso la Regina del cielo.

La solenne definizione

«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».

Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.

Affinché poi questa Nostra definizione dell’assunzione corporea di Maria vergine al cielo sia portata a conoscenza della chiesa universale, abbiamo voluto che stesse a perpetua memoria questa Nostra lettera apostolica; comandando che alle sue copie o esemplari anche stampati, sottoscritti dalla mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti assolutamente da tutti la stessa fede; che si presterebbe alla presente, se fosse esibita o mostrata.

A nessuno dunque sia lecito infrangere questa Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, o ad essa opporsi e contravvenire. Se alcuno invece ardisse di tentarlo, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.

🟥ADESSO 🙏DA RADIO MARIA IN #MEDIORIENTE- #QATAR #Doha

Testimonianza di Armando e Ilaria D.R
Una famiglia italiana cattolica che vive a Doha (Qatar)

«Cos’è l’Iran per noi israeliani, qual è il percorso che porterà a termine la guerra»

di Nadav Eyal – Corriere della sera – 7 Marzo 2026

«Anche Shimon Peres attribuiva a Teheran la responsabilità della mancata pace con i palestinesi». «Attaccando le infrastrutture petrolifere il regime degli ayatollah non potrebbe sopravvivere»

Per tutti gli israeliani, l’Iran rappresenta qualcosa di profondamente personale. Sono cresciuto in Israele negli anni Ottanta e Novanta. Molti ricorderanno gli accordi di pace di Oslo, che accesero le più grandi speranze per la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Molti ricorderanno l’assassinio di Yitzhak Rabin. Ma pochi ricordano le feroci contestazioni di cui fu oggetto, il fallimento degli accordi di Oslo, e il motivo per cui Benjamin Netanyahu sconfisse Shimon Peres, succeduto a Rabin. La risposta palese sta nella catena di attentati suicidi messa in atto da Hamas, che destabilizzarono l’opinione pubblica israeliana. Israele aveva firmato un accordo di pace, e ricevette in cambio una valanga di attentati come non si erano mai visti fino ad allora nel corso del conflitto. 

Shimon Peres dava la colpa a Teheran

Fu un colpo mortale a ogni iniziativa di pace. Si comprese, a posteriori, grazie a una serie di indagini che suscitò enorme scalpore all’epoca, che Hamas aveva stretto alleanza con Teheran, e che l’Iran finanziava e incoraggiava simili operazioni. Ebbi modo di conoscere bene Shimon Peres nei suoi ultimi anni, dopo la presidenza di Israele. Fino alla fine della sua vita, Peres addossò la colpa agli iraniani. E questo è soltanto uno dei tanti esempi dei gravissimi danni inflitti da Teheran a tutta la regione. Ed è per questo che oggi la guerra riscuote ampi consensi tra la popolazione israeliana. Ma le guerre, si sa come cominciano e non si sa come finiscono. Una valutazione prudente lascia ipotizzare quale sia il duplice obiettivo della campagna militare israelo-americana contro l’Iran. Il primo è dinamico: uccisioni mirate, erosione sistematica delle capacità militari, raid sugli impianti nucleari, specie le basi missilistiche e le infrastrutture del regime.

Il messaggio di Natanyahu in lingua farsi

Oltre ad eliminare le principali figure della leadership iraniana, Khamenei compreso, l’aviazione israeliana ha colpito e distrutto la sede dei servizi segreti iraniani fin dalle prime ore dell’attacco. Dal Mediterraneo fino alla penisola coreana, a migliaia di chilometri di distanza, pochi governi sono riusciti a sopprimere un così gran numero dei propri concittadini come il regime di Khamenei. È probabile, inoltre, che verranno intensificati gli attacchi contro altri regimi repressivi. Con il discorso in lingua farsi del primo ministro Netanyahu, generato grazie all’IA e rivolto direttamente al popolo iraniano, Israele ha aperto ufficialmente un canale verso il cambio di regime a Teheran. Nulla di simile era stato tentato dalla prima guerra del Libano ad oggi. In base alle valutazioni in corso, la traccia indicata prevede, come prima fase, la neutralizzazione delle capacità militari. 

I piani secondo Eisenhower

La seconda riguarda la trasformazione politica. È difficile immaginare che Washington e Gerusalemme si siano lanciate in una simile impresa senza un’attenta programmazione per il dopo. Il presidente Eisenhower ebbe a dire, «I piani non servono, ma la pianificazione è indispensabile». Il senso è lampante: i piani ben di rado si svolgono esattamente come previsto, ma il processo stesso di pianificazione è decisivo. Nella seconda fase della guerra, vedremo l’introduzione di misure tese a produrre una ristrutturazione interna del regime o addirittura un cambiamento più profondo e sistemico. Non me la sento di azzardare ipotesi più precise, ma ieri il presidente degli Stati Uniti si è espresso con grande franchezza, indicando di avere già in mente chi potrebbe essere il candidato destinato a guidare l’Iran dopo Khamenei. Le incursioni mirate, decise in base a informazioni di alto livello, sono operazioni complesse e pericolose, e ancora più rischiosi sono i tentativi di provocare un cambio di regime. Ma gli Usa e Israele hanno saputo costruire, di comune accordo, un quadro eccezionale di fiducia, scambio di informazioni e coordinamento operativo. 

Dettagli tattici

Il presidente americano non agisce esclusivamente in senso astratto, ma sa calarsi nei dettagli tattici – quali saranno gli sviluppi, che cosa potrebbe non funzionare, e quali sono i piani alternativi. Se Trump non fosse stato pienamente convinto sia delle possibilità di successo che dei vantaggi potenziali per gli interessi nazionali statunitensi, non se ne sarebbe fatto nulla. Quel calcolo, incentrato sugli interessi dei cittadini americani, determinerà la durata e la portata della campagna militare.

La rappresaglia indiscriminata contro gli stati arabi, in primo luogo gli Emirati e il Bahrain, rappresenta un grave errore strategico da parte dell’Iran. Si è trattato di una violazione fondamentale del codice regionale, una sorta di «dopo di me, il diluvio». Il risultato prevedibile è stato in rafforzamento del già formidabile spiegamento difensivo tra Stati Uniti, Israele, e stati arabi come Giordania, Emirati, Bahrain e Arabia Saudita. Negli ultimi giorni, il capo di Stato maggiore Zamir si è consultato con le controparti militari di diversi stati arabi.

 Dove puntare oggi la nostra attenzione? Innanzitutto, sulle defezioni. Gli organismi di sicurezza iraniani – dall’esercito alla Guardia rivoluzionaria, dalla polizia al Basij – si presentano in servizio? Come reagiscono davanti alle manifestazioni? 

Ultimo obiettivo, le infrastrutture petrolifere

L’Occidente spera di vedere segnali di «armi che cambiano direzione», quando le forze ufficiali del regime si uniscono all’opposizione. Ieri è stato diffuso il filmato di un drone che attacca le forze del Basij a Teheran. Si presume che proseguiranno gli attacchi di questo tipo. Altra questione cruciale riguarda una decisione che spetta a Washington, se attaccare – anche solo simbolicamente – le infrastrutture iraniane del gas e del petrolio, che finora sono state rispettate. L’attacco alle infrastrutture energetiche, anche l’accenno a un futuro attacco, sarà il segnale inequivocabile per Teheran che i suoi giorni sono contati.

Senza le entrate petrolifere, lo Stato iraniano non può sopravvivere. Impossibile pagare gli stipendi. Se gli Stati Uniti sceglieranno questa opzione, ciò significa che è stato deciso di abbattere il regime senza altri indugi, o di inviare un ultimo messaggio: riformate il regime, o sarete annientati.

Tra le possibilità di cui si discute oggi – continuazione dell’ordinamento attuale, riforma interna sotto il vessillo della Repubblica Islamica, colpo di stato o rivoluzione – i governi occidentali propendono decisamente per quest’ultima. La preferenza, tuttavia, non è garanzia di successo. 

*Nadav Eyal è un giornalista, vincitore del Sokolov Award, il premio Pulitzer israeliano. In Italia il suo libro «Revolt, la ribellione nel mondo contro la globalizzazione» è stato pubblicato da La Nave di Teseo. Eyal è Senior Scholar and adjunct professor alla Columbia University’s School of International and Public Affairs (SIPA)
(traduzione di Rita Baldassarre)

Le speranze di Putin e l’incognita Trump

di Paolo Lepri| 6 marzo 2026 – Corriere della Sera – 7 Marzo 2026

Il presidente americano non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti

Trump e la guerra in Ucraina. Ecco la madre di tutte le incognite, a poco più di quattro anni dall’avvio dell’«operazione militare speciale», ora che si è aperto un nuovo, sconvolgente conflitto e che il presidente americano, come è accaduto due giorni fa, torna ad accusare Volodymyr Zelensky di essere «un ostacolo» per la pace.

Tra chi cerca la soluzione di questo enigma c’è il direttore dell’Osservatorio sulla Russia dell’Istituto francese di relazioni internazionali, Dimitri Minic, autore del saggio Pensée et culture stratégiques russe. A suo giudizio «The Donald» non è riuscito a imporre un accordo perché ha sottovalutato la resilienza dell’Ucraina, l’unità dell’Europa e le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente a uno scenario in cui Kiev potrebbe essere abbandonato dagli Stati Uniti. Vedremo. 

Il pericolo è che il tempo giochi proprio a favore della Russia nonostante che la situazione sul terreno risulti meno negativa del previsto e che il Cremlino, osserva Minic in una intervista a Le Monde, sia forse destinato a pagare il prezzo di essersi rivelato «incapace di difendere i suoi partner nel mondo, come il Venezuela, la Siria e l’Iran».

Le premesse di quanto sta avvenendo vanno cercate nella strategia di sicurezza nazionale pubblicata a Mosca nel 2021. Uno dei suoi punti-chiave, in un mondo ritenuto «ostile», è la convinzione — continua il trentaduenne studioso francese — che l’Occidente sia «ontologicamente debole», cosa che permette di sperare nella possibilità di «modificare» lo status quo.

La politica estera di Vladimir Putin ha così nell’Europa il suo nemico principale. Lo crede anche l’autore di Pensée et culture stratégiques russe, secondo cui Mosca è già in guerra contro il nostro continente usando «mezzi indiretti, militari o no». «Le azioni di sovversione russa si sono intensificate dal 2022. Non bisogna interpretare la guerra contro l’Ucraina — prosegue — esclusivamente come una guerra imperiale.

La Russia auspica l’implosione della Nato e dell’Unione europea e vuole estendere la propria influenza politico-militare in Europa. Pensa di riuscirci trasformando gli Stati occidentali dall’interno». Alcuni spettatori di questa partita, aggiungiamo, hanno una benda davanti agli occhi.

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