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«Usa e Israele stanno vincendo la guerra»: la svolta di Al Jazeera sull’Iran

di Federico Rampini| 22 marzo 2026

Corriere della Sera

L’emittente basata in Qatar ha sempre avuto una linea filo-palestinese e anti americana. Ma un editoriale sostiene ora che quella di Washington è una strategia lucida: eliminare la minaccia iraniana

Gli esperti di Medio Oriente sono colpiti dalla svolta di Al Jazeera: un editoriale autorevole apparso sul suo sito sostiene che l’America e Israele stanno vincendo contro l’Iran. Questo network televisivo è il più importante del mondo, in lingua araba. Ha un’influenza notevole sulle élite e le opinioni pubbliche delle nazioni musulmane. Ha sempre avuto una linea editoriale pro-palestinese, anti-israeliana, e di conseguenza quasi sempre anti-americana. Di proprietà della famiglia reale del Qatar, Al Jazeera viene considerato il «braccio mediatico» dell’emiro Al Thani (il cognome, condiviso da vari membri della famiglia, è lo stesso anche per il primo ministro, il ministro della Difesa e tanti altri). Tutti gli osservatori ritengono che quell’editoriale su Al Jazeera, firmato da un autorevole esperto locale di geopolitica, strategia e dottrine militari, è stato non solo autorizzato ma sollecitato dall’emiro. 

La novità è di rilievo. Il Qatar ha sempre mantenuto una posizione di grande ambiguità, per non dire complicità, verso il regime degli ayatollah in Iran. Anche per ragioni geoeconomiche evidenti: Iran e Qatar condividono praticamente lo stesso giacimento di gas, uno dei più grandi del mondo, e devono trovare un modus vivendi per sfruttarlo. Perciò il Qatar si è sempre destreggiato fra i suoi rapporti con i potentati arabi sunniti del Golfo e il potente vicino sciita; ha ospitato a lungo i capi politici di Hamas, finanziandoli generosamente (peraltro con il beneplacito di Netanyahu, e degli americani fin dai tempi di Obama). A volte la politica estera del Qatar si è avvicinata così tanto all’Iran da scatenare tensioni gravi con i vicini arabi.

Perché questa sterzata di Al Jazeera, all’improvviso? La spiegazione sta nella scelta dell’Iran di attaccare militarmente il Qatar, non solo prendendo di mira la base militare americana che ospita (la più grande di tutto il Medio Oriente) ma anche infrastrutture energetiche e zone civili della capitale Doha. Quell’offensiva – così come accade con gli Emirati – sta compattando la coalizione araba a fianco degli Stati Uniti.

La lettura di Al Jazeera è istruttiva. Per non omettere alcun dettaglio ve ne propongo qui la traduzione integrale. Titolo: «La strategia USA-Israele contro l’Iran sta funzionando. Ecco perché». Firmato: Muhanad Seloom, docente di Politica internazionale e Sicurezza al Doha Institute for Graduate Studies.

«Due settimane dopo l’inizio dell’operazione Epic Fury, la narrazione dominante si era già stabilizzata: Stati Uniti e Israele sarebbero entrati in guerra senza un piano. L’Iran starebbe reagendo in tutta la regione. I prezzi del petrolio salgono, il mondo rischia un nuovo pantano mediorientale. Senatori americani parlano di errore strategico. I media elencano le crisi. I commentatori prevedono una guerra lunga. Questo coro è forte e, in parte, comprensibile. La guerra è brutta, e questa ha imposto costi reali a milioni di persone in Medio Oriente, compresa la città in cui vivo.

Ma questa narrazione è sbagliata. Non perché i costi siano immaginari, ma perché i critici stanno misurando le variabili sbagliate. Stanno contabilizzando il prezzo della campagna, ma ne ignorano il bilancio strategico. Se si osserva ciò che è accaduto ai principali strumenti di potere dell’Iran — il suo arsenale di missili balistici, l’infrastruttura nucleare, le difese aeree, la marina e la rete di comando dei proxy, le milizie che combattono guerre per procura — il quadro non è quello di un fallimento americano. È quello di una degradazione sistematica, per fasi, di una minaccia che le precedenti amministrazioni avevano lasciato crescere per quattro decenni.

Scrivo da Doha, dove i missili iraniani hanno fatto scattare gli allarmi e Qatar Airways ha iniziato voli di evacuazione. Ho vissuto quattro anni di guerra a Baghdad. Ho lavorato per il Dipartimento di Stato americano e ho consigliato agenzie di difesa e intelligence in diversi paesi. Non ho interesse a fare propaganda di guerra. Ma ho dedicato la mia carriera accademica a studiare come gli Stati autorizzano l’uso della forza, e ciò che vedo nella campagna attuale è un’operazione militare riconoscibile che procede per fasi identificabili contro un avversario la cui capacità di proiettare potenza sta crollando in tempo reale.

 I lanci di missili balistici iraniani sono diminuiti di oltre il 90%, passando da 350 il 28 febbraio a circa 25 il 14 marzo. Anche i droni mostrano lo stesso andamento: da oltre 800 il primo giorno a circa 75 il quindicesimo. Le cifre variano nei dettagli, ma convergono nella tendenza. Centinaia di lanciatori sono stati resi inutilizzabili. Secondo alcune stime, l’80% della capacità iraniana di colpire Israele è stato eliminato. Le capacità navali iraniane — motoscafi d’attacco, mini-sottomarini, mine — vengono distrutte. Le difese aeree sono state neutralizzate al punto che gli Stati Uniti volano con bombardieri non stealth sopra l’Iran, segnale di dominio aereo quasi totale.

La campagna ha attraversato due fasi: la prima ha neutralizzato le difese aeree, decapitato il comando e ridotto le infrastrutture di lancio. La seconda, in corso, colpisce l’industria della difesa e i siti produttivi. Non è bombardamento casuale: è una strategia per impedire la ricostruzione. L’Iran è ora di fronte a un dilemma: se usa i missili residui, espone i lanciatori; se li conserva, rinuncia a esercitare pressione. È una forza in declino, non in espansione».

«L’Iran era arrivato al 2026 con 440 kg di uranio arricchito al 60%, sufficiente per più armi nucleari. Era a meno di due settimane dalla produzione di materiale fissile per una bomba. La campagna ha colpito Natanz e reso inutilizzabile Fordow. Gli impianti necessari a ricostruire la capacità di arricchimento vengono sistematicamente distrutti. Si può discutere se la diplomazia fosse stata esaurita. Ma l’alternativa implicita dei critici — continuare a tollerare l’avanzata nucleare — è la politica che ha prodotto la crisi. I limiti dell’azione militare esistono: le conoscenze non si distruggono, e le scorte di uranio restano. Ma questi sono argomenti per una strategia diplomatica post-bellica, non contro la campagna».

«La chiusura dello Stretto di Hormuz domina le critiche. Ma è anche un’arma che si consuma: il 90% del petrolio iraniano passa da lì. Bloccandolo, l’Iran colpisce sé stesso e aliena la Cina, suo principale partner. Più dura il blocco, più aumenta l’isolamento. Nel frattempo, le capacità navali iraniane vengono distrutte quotidianamente. La questione non è se lo stretto riaprirà, ma quando e con quale capacità residua iraniana».

«L’escalation regionale viene vista come segno di fallimento. In realtà indica il contrario. La rete iraniana funziona su livelli di controllo. La campagna li ha colpiti tutti: la morte di Khamenei ha eliminato il vertice, la struttura dei Pasdaran è stata decapitata. Gli attacchi dei proxy sono risposte pre-autorizzate: segno di un sistema che anticipa la propria distruzione. I gruppi continueranno a colpire, ma in modo disordinato e sempre più costoso politicamente per i paesi ospitanti. Hezbollah è indebolito, le milizie irachene isolate, gli Houthi meno coordinati».

«La critica più forte è che manchi un “endgame”. La retorica di Trump ha contribuito alla confusione. Ma l’obiettivo è chiaro: disarmare strategicamente l’Iran, impedendogli di proiettare potenza. Non si tratta di occupare Teheran, ma di creare le condizioni per una soluzione duratura. Il problema è che la diplomazia non ha ancora raggiunto la fase militare».

«I costi sono reali: oltre 1.400 civili morti, danni economici globali, vittime americane. Ma i critici ignorano i costi dell’inazione: un Iran nucleare, capace di chiudere Hormuz e controllare la regione. 

Dopo 17 giorni, il leader supremo è morto, le capacità militari sono devastate, la rete di proxy frammentata. La guerra è imperfetta, la comunicazione politica confusa, il piano post-bellico incompleto. Ma la strategia — misurata sui risultati militari — sta funzionando».

Papa Leone XIV, Gesù ci invita ad uscire dagli spazi angusti dei sepolcri dell’egoismo

Non possiamo restare indifferenti davanti alla sofferenza di così tante persone vittime inermi dei conflitti

Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , domenica 22 marzo 2026, 12:15 (ACI Stampa).

Il racconto della risurrezione di Lazzaro, ci invita “a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nei sepolcri dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine”. Papa Leone XIV lo ha detto nella riflessione prima della recita della preghiera dell’Angelus alle dodici di oggi.

Dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico il Papa ha commentato il Vangelo che oggi viene proposto nella liturgia con il racconto della Resurrezione di Lazzaro “Nell’itinerario quaresimale, questo è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo”.

Il Papa prosegue citando Sant’Agostino, e dice che la Grazia del Cristo Risorto “illumina il mondo che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali.

 È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa. Niente di finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui”.

Gesù ci sprona ad “uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura”.

Dopo la preghiera il Papa parla dello “sgomento” per la situazione delle regioni lacerate da guerra e violenza “non possiamo rimanere in silenzio davanti alla sofferenza di così tante persone vittime inermi di questi conflitti. Ciò ferisce l’intera umanità”. Uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio. Il Papa chiede di perseverare nella preghiera perché cessino le ostilità e si aprano cammini di pace fondati sul dialogo e il rispetto della dignità.

Oggi pomeriggio in san Pietro che oggi è chiesa stazionale si rinnova il rito di antichissima tradizione della Chiesa romana nel periodo quaresimale dell’ostensione della Reliquia

Maggiore del “Volto Santo”. L’appuntamento è alle 18:00, durante il canto delle litanie, i fedeli percorreranno le navate della Basilica. Dalla loggia della Veronica vi sarà l’ostensione della reliquia del Volto Santo (Velo della Veronica). Seguirà, all’Altare della Cattedra, la Celebrazione eucaristica.

╔•═•-⊰❉⊱•═•⊰❉⊱•═•⊰❉⊱ •LIVE BENEDIZIONE DI P.LIVIO+ Quinta Domenica di Quaresima ╚•═•-⊰❉⊱•═•⊰❉⊱•═•⊰❉⊱

Ilja II, Kirill e cinquant’anni di storia russo-sovietica

di Stefano Caprio –  Asia News – 22 Marzo 2026

La morte del patriarca che guidava la Chiesa ortodossa della Georgia dal 1977 e il cinquantesimo anniversario della consacrazione episcopale di quello di Mosca: due parabole che vengono esaltate nel “mondo russo” come “eroismo della fede che resiste all’eresia”. Ma rivelano anche la continuità tra la Russia attuale e la stagione staliniana.

In questi giorni vengono ricordate due figure molto caratteristiche dell’ultimo mezzo secolo di storia, nel passaggio dall’Unione Sovietica alla Federazione russa e dall’ateismo di Stato alla rinascita religiosa. Il 17 marzo è venuto a mancare il patriarca della Georgia, Ilja II, che sedeva sul trono ecclesiastico di Tbilisi dal 1977, quando aveva 43 anni, e il 14 marzo è stato festeggiato a Mosca il cinquantesimo anniversario dell’ordinazione episcopale del patriarca di Mosca Kirill, diventato vescovo ausiliare a Leningrado nel 1976, a soli 29 anni, per poi assurgere alla sede patriarcale accanto al Cremlino nel 2009. Dalla collaborazione al regime totalitario di Leonid Brežnev fino al sovranismo tradizionalista di Vladimir Putin, dall’eredità del dittatore georgiano Josif Stalin all’attuale governo filo-russo del Sogno Georgiano, i due patriarchi hanno rappresentato lo stretto rapporto della Chiesa con lo Stato, in qualunque variante della politica dei due Paesi eurasiatici ex-neo-sovietici.

Il corpo del defunto patriarca ortodosso georgiano Ilja II è stato esposto nella cattedrale patriarcale della SS. Trinità di Tbilisi, e il Sinodo riunito sotto la guida del luogotenente patriarcale Šio Mudžiri ha deciso che la cerimonia funebre si terrà il 22 marzo nell’antica cattedrale di Sioni a Tbilisi. Mentre giungono condoglianze anche dall’estero, il teologo Mirian Gamrekelašvili spiega come il katholikos “sia riuscito a conciliare l’autorità personale con la forza istituzionale della Chiesa, creando un culto della sua stessa personalità”.

Nel messaggio di congratulazioni del Sinodo russo a Kirill si afferma che “nelle condizioni non semplici dei nostri giorni, quando il nemico del genere umano semina la divisione e l’odio reciproco, quando con la mente ottenebrata e il cuore indurito il nemico lacera la veste di Cristo [frase della preghiera per la vittoria della Santa Rus’ nella guerra], la fedeltà ai voti episcopali e patriarcali è un’autentica testimonianza dell’eroismo della fede”. Il ministero di Kirill viene esaltato come la resistenza agli scismi, alla superstizione e all’eresia, un’altra citazione presa dal rito russo di consacrazione del vescovo, che risuona secondo le profezie della Terza Roma che salva il mondo, composte per le grandi celebrazioni ai tempi dello zar Ivan il Terribile.

La liturgia per l’anniversario patriarcale ha coinciso anche con la proclamazione del Trionfo dell’Ortodossia, la domenica della quaresima ortodossa che ricorda la vittoria della venerazione delle icone contro gli eretici “iconoclasti” nel IX secolo, uno dei momenti di maggiore affermazione degli ortodossi nei confronti di tutti i nemici. Come la scorsa domenica, questa era la festa liturgica di quando il giovane ieromonaco Kirill (Vladimir Gundjaev) venne consacrato vescovo di Vyborg nella Lavra del santo principe Aleksandr Nevskij a Leningrado, la meta conclusiva del grande Nevskij Prospekt, la spettacolare via centrale della capitale del nord con i grandi palazzi nobiliari e le chiese scenografiche del barocco russo pietroburghese.

Gundjaev era figlio di una guardia del corpo di Stalin, e poco dopo la sua ordinazione sacerdotale era diventato il rettore dell’Accademia Teologica riaperta proprio dal dittatore, subito dopo la vittoria della Grande Guerra Patriottica. Da giovane monaco negli anni Sessanta accompagnava nei viaggi all’estero il metropolita Nikodim (Rotov), il punto di riferimento della Ostpolitik vaticana nei rapporti con la Russia sovietica, con la partecipazione al Concilio Vaticano II in cui si evitò la condanna del comunismo e si aprì un intenso dialogo ecumenico tra Roma e Mosca. Nikodim e Kirill soggiornavano abitualmente al Collegio Russicum di Roma, aperto nel 1931 per tentare una “missione russa” dei cattolici per salvare il cristianesimo dalla persecuzione ateista, e da vescovo e metropolita Kirill ha continuato a frequentare il collegio dei gesuiti fino al periodo conclusivo della storia sovietica, quando le relazioni si interruppero a causa delle rivolte in Ucraina dei greco-cattolici, condannate da Kirill e sostenute invece dal papa polacco Giovanni Paolo II.

Il metropolita più filo-occidentale e filo-cattolico della storia russa è poi diventato il primo patriarca a incontrare e abbracciare fraternamente il papa di Roma Francesco all’Avana nel 2016, ma allo stesso tempo è stato il primo grande ispiratore del sovranismo religioso dello zar Putin, assecondandolo nella interpretazione aggressiva e apocalittica dell’ultimo ventennio. Il dialogo ecumenico si era interrotto ufficialmente nel 1997, proprio su ispirazione del defunto patriarca georgiano, che all’Assemblea delle Chiese d’Europa convocata a Graz dichiarò che la Chiesa di Tbilisi considerava l’ecumenismo “un’eresia”, posizione assunta poi anche dai russi. Proprio Kirill fece interrompere le trattative che avrebbero dovuto realizzare il primo incontro tra il papa e il patriarca a Vienna dopo il consesso ecumenico, evitando così di essere preceduto dall’allora patriarca Aleksij II, che lui stesso aveva fatto eleggere nel 1990 al posto del metropolita di Kiev, Filaret (Denisenko), iniziando lo scisma con l’Ucraina che ha ispirato la guerra attuale.

Le scelte di politica ecclesiastica di Kirill, formatosi alla scuola del Kgb negli anni brezneviani e nella stessa generazione di Vladimir Putin, hanno attraversato le varie fasi del regime dalla stagnazione brezneviana alla perestrojka gorbacioviana, diventando poi il “metropolita oligarca” negli anni di Boris Eltsin che trafficava in alcolici e sigarette, e infine uno dei grandi ideologi della restaurazione imperiale putiniana. Cinquant’anni di rivolgimenti politici, economici, tecnologici e sociali in Russia e nel mondo intero, ma Kirill è ancora in sella al cavallo patriarcale-imperiale, dimostrazione vivente di un “mondo russo” che si trasforma in continuazione per rimanere sempre uguale a sé stesso, in sospeso tra Oriente e Occidente.

E davvero la Russia di oggi diventa sempre più simile a quella sovietica di Stalin e Brežnev, con le sue interminabili misure repressive che si formulano non soltanto nell’arresto e detenzione dei dissidenti, nella censura ad ogni espressione artistica e culturale, e in questi giorni nella forma più odiosa e insopportabile di imposizione, alle generazioni ormai dipendenti dalle connessioni e dalle applicazioni digitali. Da mesi è in atto la sospensione dell’internet mobile in tutte le regioni della Russia, e ora la misura si applica anche nelle capitali di Mosca e San Pietroburgo e nelle grandi città “per ragioni di sicurezza”. Ancora più urtante per la popolazione è la decisione di bloccare il messenger Telegram, l’unica “finestra di libera comunicazione” ancora a disposizione degli utenti generici e in particolare per i militari al fronte ucraino, che si stanno lamentando in maniera sempre più stizzita.

Come commenta Evgenij Dobrenko, editorialista di Radio Svoboda, “gli storici discuteranno a lungo su come sia stato possibile che la Russia sia giunta alla condizione attuale”, dopo aver vissuto i grandi cambiamenti e lo sviluppo irruente degli anni post-sovietici, sulle ali delle speranze di una vita di libertà e benessere come mai era accaduto nella storia russa, “o forse ce lo siamo soltanto sognato”, si chiede il politologo. Ora invece “ci siamo ritrovati nella solita palude di squallida schiavitù, lealtà ufficiale, autocensura e paura opprimente”. Ricordando diversi eventi, egli afferma che “alcuni indicheranno la sparatoria in parlamento del 1993 come il punto di non ritorno, altri la costituzione super-presidenziale, altri ancora le elezioni truccate, e altri ancora l’errore fatale nella scelta del successore… Mi sembra, tuttavia, che la decisione fatidica che ha determinato l’intero corso della storia russa moderna, sia stata presa proprio nel momento della nascita del nuovo Paese, quando la Federazione Russa si è dichiarata legittima erede dell’Unione Sovietica”.

La scelta di perpetuare l’immagine storica della Russia è stata proprio quella di conservare l’immagine di superpotenza imperiale, ispirata dal Concilio giubilare del 2000 in cui l’ancora metropolita Kirill fece approvare il documento sulla “Dottrina sociale della Chiesa russa”, il vero programma politico del nuovo presidente Putin. La “verticale del potere” putiniana ha quindi eliminato ogni forma di autonomia sociale e politica, asservendo anche gli oligarchi nella lealtà alla politica dello Stato, incarcerando o esiliando coloro che non si assoggettavano. La Russia è stata affidata agli organi di sicurezza e di forza, eredi del Kgb sovietico, unica struttura sopravvissuta al crollo dell’impero insieme alla Chiesa ortodossa.

La Russia attuale ricorda una vecchia battuta dei tempi sovietici secondo cui, qualunque cosa si cerchi di costruire, si finisce sempre per ritrovarsi con un fucile d’assalto Kalašnikov. Se uno storico dell’Urss dovesse stilare un elenco delle varie iniziative legislative, proibitive, politiche, ideologiche, educative e culturali adottate in Russia nell’ultimo decennio, e soprattutto negli ultimi quattro anni, e confrontarle punto per punto con le pratiche sovietiche, rimarrebbe sbalordito dalle somiglianze. In sostanza, consapevolmente o inconsapevolmente, il sistema attuale sta ricreando il modello sovietico di governo, istruzione, cultura e così via, quasi a partire dalle cellule staminali. Questo processo “è ormai irreversibile”, commenta Dobrenko, poiché “il Paese ha ripreso un percorso già attraversato e prevedibile”. Basandosi sulla mitologia sovietica della grandezza imperiale, della “giustizia sociale” e di un “senso di profonda soddisfazione popolare”, a malapena ci si ricorda com’era una volta, e non ha più alcun senso ricordare fin dove ha portato. Ancora un anniversario è stato ricordato nei giorni scorsi, quando settant’anni fa, il 25 febbraio 1956, il segretario del partito Nikita Khruscev presentò in seduta segreta del XX Congresso del Pcus la relazione “Sul culto della personalità e le sue conseguenze”, denunciando i crimini di Stalin. Kirill aveva allora 10 anni, e Putin soltanto 4, consacrando poi l’intera vita a restaurare il culto della Russia. Per ricordare quell’evento, nei giorni scorsi è stato radunato il Consiglio superiore storico-militare, presieduto dall’ideologo super-putiniano Vladimir Medinskij, affermando che le repressioni staliniane furono “necessarie per sconfiggere i traditori e le quinte colonne alla vigilia della guerra”, che si è poi conclusa con la grande Vittoria, in questo modo riabilitando Stalin, il patriarca georgiano dell’impero russo

La dittatura del martirio. Il sentimento tragico dell’Iran celebra il sacrificio, non la vittoria

Siegmund Ginzberg – 21 mar 2026

La decapitazione del regime prosegue. Nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Il sacrificio di Hussein, mito fondante, e la scelta di Mojtaba Khamenei

Sembra se la siano proprio cercata. Ali Khamenei sapeva benissimo di essere nel mirino. Sapeva benissimo di non potersi fidare di nessuno, men che meno dei suoi. Al tempo della breve guerra che avrebbe dovuto, anzi a detta di Trump aveva già “totalmente obliterato” le speranze nucleari iraniane, era sparito, aveva interrotto ogni contatto. Poi, alla vigilia di questa nuova guerra, aveva convocato una riunione con i suoi massimi collaboratori nel posto più ovvio, il bunker di casa sua. Come dire: eccomi, mandate i missili.

Ali Larijani, il potentissimo reggente di fatto dell’Iran dopo l’uccisione della guida suprema, si era fatto vedere e intervistare alla testa di un corteo, mentre piovevano missili sulla città. “Noi siamo qui. I loro capi si nascondono sull’isola di Epstein”, aveva dichiarato. Come dire: eccomi, provateci ad ammazzarmi. Detto fatto. Con lui è stato ucciso il nuovo capo dei pasdaran. Di Mojtaba Khamenei non si sa se è vivo o solo mezzo vivo. La decapitazione dei successori continua a ritmo serrato. Al punto che si fatica a tenerne il conto. Sopravvivere è quasi una macchia. Se qualcuno sfugge, o per un po’, il sospetto è che si sia defilato perché è stato lui a tradire gli altri. Se questa decapitazione permanente sia efficace o controproducente è un altro paio di maniche.

Intanto, quel che sorprende è la rapidità con cui, nella Teheran crivellata da droni, bombe e missili, compaiono, dalla notte al mattino, murales freschi che raffigurano i leader martirizzati. Più infaticabili di Banksy e dei suoi seguaci sui muri di Bristol. L’iconologia dei martiri è una tradizione che non si è mai interrotta. Ritratti dei caduti in guerra, le gigantografie dei leader assassinati, hanno proliferato sulle facciate degli edifici, incombono sul reticolo ormai fitto di sovrappassi e cavalcavia che attraversano come cicatrici tutta la città. Sono propaganda tanto scontata da essere diventata “sottofondo invisibile”. Sono onnipresenti. Ma invisibili, per assuefazione, ai presunti destinatari del messaggio. Quanto lo erano diventati, causa eccesso, le statue di Stalin e di Mao, o i magnifici, coloratissimi poster dei tempi della Rivoluzione culturale. Colpivano la fantasia dei visitatori occidentali. Ma non più quella dei cinesi. Che a Teheran ci tengano ancora a rinfrescarli ogni notte potrebbe però essere un ulteriore segno della resilienza del regime.

Più Trump li dà per battuti, sgominati, completamente distrutti, imploranti secondo ogni logica solo di potersi arrendere, più quelli continuano, contro ogni logica, a dar segni di sfida, rispondere colpo a colpo, tirar fuori missili dal cappello. Ci si interroga sulle ragioni della resilienza. Non c’è solo la stranezza per cui i leader massimi iraniani sembrano tenerci proprio ad essere uccisi. Ci sono radici profonde nel modo di sentire iraniano, nella particolare cupezza dello sciismo iraniano.

Miguel de Unamuno aveva chiamato “sentimento tragico della vita” il veder nero che avrebbe portato la Spagna alla gran voglia di autodistruzione della guerra civile. Unamuno sarebbe diventato poi un formidabile interprete del “caballero dalla triste figura”, e del suo scudiero Sancio Panza, che “no es estupido”, dubita continuamente delle panzane di Don Chisciotte, ma continua a seguirlo. Il titolo completo del libro di Unamuno, dei primi del Novecento, era, significativamente: El sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos. Negli uomini e nei popoli.

Le nazioni hanno i loro miti fondatori, i loro eroi. Quello dell’Iran sciita non è un conquistatore, un vincitore. Non è carismatico. Non è un liberatore. Non è neanche un profeta. E’ un perdente. Una vittima. Un leader il quale, pur accerchiato da forze militarmente soverchianti, pur dopo aver perso in battaglia tutti i suoi comandanti, pur ridotto alla sete e alla fame, rifiuta di arrendersi. Preferisce farsi uccidere, piuttosto che fare atto di sottomissione.

La leggenda si intreccia alla storia. E come succede spesso, anche in questo caso poté più la leggenda che la storia. Nel 680 si erano già succeduti diversi califfi alla testa dell’islam quando Hussein, nipote di Maometto, figlio di sua figlia Fatima e del suo genero Ali, rifiutò di dichiarare fedeltà al califfo di Damasco, Yazid. Hussein era in viaggio, con la famiglia e una scorta armata verso l’oasi di Kufa, dove i suoi avevano fomentato una rivolta contro Yazid. La notizia del fallimento della rivolta raggiunse Hussein a metà cammino. La carovana fu intercettata presso Karbala da un esercito del califfo. Gli tagliarono le vie di ritirata, i rifornimenti, persino l’accesso all’acqua. Si narra che uno dei suoi luogotenenti fosse riuscito a raggiungere l’Eufrate, ma rifiutò di bere, perché i suoi compagni rimasti accerchiati non potevano dissetarsi. La battaglia era impari: poche decine di uomini (la leggenda dice 72) contro migliaia. Hussein fu ucciso con tutti i suoi. La sua testa portata a Damasco con le donne e i bambini fatti prigionieri.

Il sacrificio di Hussein a Karbala è il mito fondante dell’islam iraniano.  Lo si insegna ai bambini  e si tramanda di generazione in generazione

Il sacrificio di Hussein a Karbala è il mito fondante dell’islam iraniano. E’ profondamente radicato nella psiche nazionale. Lo si insegna ai bambini sin dalla più tenera età. E’ più che semplice nazionalismo. E’ un culto della sofferenza subita dal leader a nome di tutta la sua comunità. La favola si tramanda di generazione in generazione. Il culto è capillare. Non c’è vetrina, non c’è casa in cui non ci sia un santino, un’immagine di Hussein il martire, bello e rifulgente come un Cristo giovane, o insanguinato e morente ai piedi del suo cavallo, o addirittura con una scimitarra conficcata in testa. Ashura, il decimo giorno del mese di Muharram, il giorno detto di Ashura in cui si svolse il massacro di Karbala (quest’anno ricorre il 25 giugno), è la ricorrenza più sacra per l’islam sciita. E’ un po’ come la fuga dall’Egitto per gli ebrei, la Pasqua per i cristiani. La narrazione ha una forza che supera qualsiasi cosa sia avvenuta nella realtà storica, persino qualsiasi cosa sia tramandata dai testi sacri.

Una specificità iraniana è la truculenza e la cupezza. Tra i molti colori delle bandiere dell’islam, il verde, il rosso, una per tribù, preferiscono il nero. Così come neri, in segno di lutto, sono i turbanti dei discendenti diretti di Maometto. Ancora oggi è tradizione celebrare l’Ashura (il decimo giorno) con processioni in cui i fedeli si autoflagellano a sangue, talvolta con catene e punta di flagello taglienti, lamentando il martirio dell’imam Hussein. Quella iraniana è l’unica cultura islamica ad aver fatto culto dell’immagine umana, altrimenti proibita dal Corano, e aver fatto arte teatrale del martirio. Il tazieh, dal termine arabo “condoglianza”, è una rappresentazione teatrale, un reenactment del dramma di Karbala, che fa il paio, per popolarità e resilienza, con i Mistery plays e le Passioni medievali europee. E’ una via crucis drammatizzata all’estremo, in cui lo spettatore viene coinvolto emotivamente. Non solo dalla fiction cinematografica, come ne La passione di Cristo di Mel Gibson (film del 2003, anno di guerre di vendetta per l’attentato alle Torri gemelle). Nell’Oberammergauer Passionsspiele bavarese, che tanto piaceva a Hitler, l’accento è sul realismo collettivo, sulla violenza esasperata, partecipata da attori e spettatori. Dal 1600 in poi l’intera popolazione del villaggio di Oberammergau, che era stato quasi annientato dalla peste, recita la passione di Cristo e rivive con odio l’accanimento degli ebrei nei confronti del condannato. I nazisti ne andavano matti. Ovvio: giustificava lo sterminio.

Una specificità iraniana è la cupezza. Ancora oggi è tradizione celebrare l’Ashura con processioni in cui i fedeli si autoflagellano a sangue

Un grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, ha dato del tazieh, spettacolo cui assisteva sin da quando era bambino, un’interpretazione cinematografica memorabile. La sua cinepresa non si fissa tanto sul palcoscenico, quanto sulle reazioni degli spettatori. Uomini, donne, bambini riuniti per la festa cambiano atteggiamento mano mano che la rappresentazione si addentra nella dolorosa vicenda. I sorrisi si spengono nel momento in cui Hussein, circondato nel deserto, manda ad attingere acqua dal vicino Eufrate per la sua gente assetata da giorni, e arriva a pregare i suoi nemici di salvare almeno i bambini. Gli spettatori cessano di bere il tè, smettono di sbucciare i pistacchi e le loro guance si rigano di lacrime. Ho rivisto pubblicata da qualche parte in questi giorni una foto del fotografo iraniano Morteza Nikoubazl Nur scattata nel 2023, in occasione del 44esimo anniversario della rivoluzione iraniana. E’ tristissima. Mostra una bambina in ciador, una scolaretta con gli occhiali, che sotto lo sguardo di un gigantesco murale di Khamenei ritratto su uno sfondo di fiori, con una mano imbraccia un missile di cartone, evidentemente costruito nell’ora d’arte a scuola, con l’altra fa il segno V di vittoria.

Tazieh, autoflagellazioni, recite rituali si tenevano regolarmente nell’Iran che ho conosciuto ai tempi della cacciata dello Scià. Sono proseguite ai tempi della guerra in cui Saddam Hussein bersagliava Teheran con i suoi missili Hussein (così nominati non in onore della persona del dittatore iracheno, ma in sfregio alla figura sacra agli iraniani del loro primo martire). Continuano imperterrite ai giorni nostri. Si svolgono per strada, nei cortili delle moschee, nelle scuole coraniche o nei teatri circolari in cui la scena si svolge al centro, non a un estremo della sala. Gli stessi in cui si tengono le esibizioni tradizionali degli uomini forti, dei muscolosi giocolieri dalle grandi mazze. Anche questo culto dei muscoli ha una sua corrispondenza speculare in occidente, nei ring del wrestling americano, tutto spettacolo, tutta scena, ma poco sangue.

Il mito fondatore del cristianesimo è la tortura e crocifissione di un uomo, che soffre come soffrono gli uomini in carne ed ossa, anche se lui non è solo uomo, è al tempo stesso Dio. La principale ricorrenza è la nascita, cosa anch’essa umanissima. Seguita, ma a distanza, dalla resurrezione, che invece non lo è. La principale ricorrenza ebraica è Pesach, la liberazione dall’oppressione egiziana, il passaggio del Mar rosso. O almeno è tale nei miei ricordi d’infanzia, perché è una festa completamente laica, una serata di narrazione, canti, cena e festa in famiglia che non comporta andare al tempio o la presenza di ministri del culto. Non c’è forse popolo che non sia stato preso di mira, pestato, nei secoli, quanto il popolo ebraico. Hanno cercato di sterminarli e di costringerli alla conversione, a un cambio forzato di regime, anzi, peggio, di identità. E quelli, duri, ostinati, a resistere.

C’è stato persino chi, nel tentativo di rintracciare le origini dei rituali dell’Ashura sciita ha addirittura ipotizzato che siano stati influenzati dalla tradizione ebraica. “In ogni generazione si leverà qualcuno che cercherà di sterminarci… In ogni generazione ciascuno deve considerarsi come se fosse uscito dall’Egitto”, recita la Haggadah (il racconto) di Pesach. “Come se in ogni luogo fosse Karbala dinanzi ai miei occhi e ogni momento fosse Ashura”, recita la tradizione sciita. Pesach però non è una celebrazione di sofferenza, di martirio, ma di festosa vittoria su un tiranno, il Faraone, incomparabilmente più forte e più potente. Non è celebrazione della vendetta, e nemmeno promessa o minaccia di vendetta. E’ una festa in allegria. Non è celebrazione del lutto. Gli ebrei non celebrano eventi luttuosi, nemmeno il più luttuoso di tutti, l’Olocausto. Celebrano semmai i massacri sventati. La cifra è il ricordo, non la vendetta.

Quella conclusasi a Karbala era una delle tante guerre per la successione che hanno insanguinato tutti gli imperi, a ogni latitudine e a ogni epoca. E’ all’origine della separazione tra le due principali branche dell’islam, gli sciiti che sono 200 milioni, e non vivono solo in Iran, e i sunniti, che sono un miliardo e mezzo. Nel millennio e mezzo trascorso, hanno continuato a odiarsi, e spesso ad ammazzarsi. Era cominciata già molto prima di Karbala. E non era finita a Karbala. Non contrapponeva musulmani ad ebrei, e ancora nemmeno musulmani a crociati, ma tribù musulmane ad altre tribù musulmane, anzi cordate di famiglia ad altre cordate di famiglia. Ali, il genero a cui Maometto aveva affidato, secondo la leggenda, la guida dell’islam dopo la propria scomparsa (molti storici insistono invece che non scelse successori), fu ucciso con una spada avvelenata. Non dai nemici, ma dal sicario di un clan prima suo alleato, e poi divenuto rivale.

Gli sciiti si chiamano così da shiat Ali, il partito di Ali, cioè della famiglia di Ali. Capita ancora nelle migliori famiglie, e non solo in Oriente, che la successione sia una questione di famiglia. Il figlio di Ali, Hussein, il martire di Karbala, fu ucciso perché non riconosceva il califfo, cioè il capo della sua religione. Uno studio densissimo dell’islamista dell’Università di Bristol, Toby Mathiessen, The Caliph and the Imam. The Making of Sunnism and Shiism (Oxford University Press 2023) racconta per filo e per segno, in quasi mille pagine comprese note e bibliografia, le infinite giravolte dei rapporti tra sciiti e sunniti nei tredici secoli trascorsi da Karbala. Niente è scontato come vorrebbero le tradizioni di fazione. Individuare un filo diritto di continuità è impossibile. Guai a chi pensa si possa semplificare. I califfi sunniti si scannano tra di loro per il potere, talvolta addirittura cambiano setta confessionale per convenienza. Altrettanto volatili sono le strategie dei leader sciiti. Capita che i vincitori vincano e poi si pentano di aver vinto. Come il saudita Mohammed Bin Salman, per il quale l’ayatollah Khamenei era fino a qualche anno fa “il nuovo Hitler del medio oriente”. E ora potrebbe arrivare alla conclusione che sarebbe stato meglio trovare un modus vivendi con l’Iran. “Caos, missili e droni che volano tutt’attorno, campi, porti e impianti petroliferi che vanno a fuoco è proprio l’ultima cosa che Mbs avrebbe voluto”, dice chi se ne intende.

La successione per via ereditaria farebbe orrore a Khamenei padre. Ma quando Trump ha detto di disapprovare Mojtaba, non c’è stata scelta

Che i leader della shia iraniana si succedano di padre in figlio, per diritto ereditario, avrebbe fatto orrore a Khomeini (che dopotutto aveva rovesciato una monarchia ereditaria, quella dello Scià), e anche al suo successore Khamenei. L’uno e l’altro si erano guardati bene dall’indicare come successori i propri figli. L’idea che a succedere a Khamenei padre fosse il figlio faceva storcere il naso anche ai maggiorenti del regime. Larijani, uno dei papabili, si era dichiarato contrario. C’è chi sostiene che ammazzarlo sia stato un favore fatto ai puri e duri. Quelli che lo osteggiavano perché laico e non ayatollah, forse perché troppo intellettuale (si era laureato con una tesi su Kant e l’illuminismo), perché troppo spregiudicato e pragmatico. Temevano diventasse l’Andropov del cambio di regime in Iran, il capo del Kgb che spiana la strada a un Gorbaciov.

Era stato Donald Trump a combinare il guaio. Quando dichiarò che il successore di Khamenei avrebbe dovuto avere la sua approvazione, e disse che Khamenei figlio, Mojtaba, non gli andava bene. Era come dirgli: non avete altra scelta che eleggere Mojtaba. Una nomination al contrario, che ha finito col bloccare le alternative e a zittire, sgomentare, confondere persino l’opposizione agli ayatollah. Un invito alla perpetuazione del regime, altro che al cambio di regime!

🔴LIVE🔴 NON PRAEVALEBUNT – PUNTATA 16: Cristianesimo e altre religioni


DAL LIBANO – MARZO 2026 – IL CRISTO REDENTORE ELEVATO SOTTO I BOMBARDAMENTI

La statua del Cristo s’innalza sul Jabal al-Salib, il Monte della Croce, nella valle della Bekaa, presso la città cristiana di El Qaa, confinante con la Siria.
Una testimonianza di fede e di amore : gli abitanti di El Qaa hanno voluto esprimere la loro gratitudine al Salvatore per la Sua protezione.

Il monumento del Cristo ha un’altezza di 15 metri e attende la realizzazione di una chiesa alla sua base.

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