
25 Marzo 2026 – di Roberto de Mattei – Chiesa cattolica | CR 1943
Le guerre in corso in Ucraina e Medio Oriente sono parti di una guerra ben più ampia che papa Francesco, in ripetute occasioni, ha definito «guerra mondiale combattuta a pezzi». Questa formula, ripresa da molti giornalisti ed analisti internazionali, esprime l’idea che i conflitti contemporanei non costituiscono uno scontro tra potenze, delimitato nel tempo e nello spazio, ma “frammenti” sparsi nel mondo di un’unica guerra. Una guerra che è definita “ibrida”, perché è combattuta anche in tempo di pace, spesso con l’inganno, utilizzando tutte le armi offerte dalle nuove tecnologie.
Eppure questa guerra che entra ogni giorno nelle nostre case, attraverso i social e i mass media, è il riflesso visibile di un’altra guerra, anch’essa planetaria, ma invisibile, iniziata con la creazione dell’universo e destinata a concludersi solo con la fine del mondo. Essa ha avuto origine nel peccato di Lucifero e degli angeli ribelli, compiuto di fronte a Dio all’alba del tempo. Nessuno può sottrarsi a questo conflitto, perché ogni uomo costituisce il campo di battaglia di uno scontro mortale, che prolunga sulla terra la lotta iniziata nel Cielo.
Una parte degli angeli decaduti, i demoni, fu precipitata all’inferno, ma Dio permise che un’altra parte rimanesse sulla terra per tentare l’uomo, cercando di condurlo alla dannazione eterna. I demoni, puri spiriti, dotati di intelligenza assai più perfetta di quella umana, impiegano tutte le loro capacità per allontanare l’uomo da Dio. Tuttavia, come spiega Tommaso d’Aquino, essi non possono agire senza il permesso divino, che consente la loro azione per mettere alla prova la fedeltà dell’uomo (Summa Theologiae, I, q. 114, a. 1).
L’azione dei demoni non si limita alle singole anime, ma si estende alle idee e alle istituzioni, per influenzare profondamente la società. Nella storia vi sono state epoche ordinate a Dio, come il Medioevo cristiano, e altre segnate da un rifiuto sistematico della sua legge, come avviene nella società contemporanea. Quando un’intera società si ribella a Dio, il rischio di perdere l’anima diventa altissimo e si rende necessaria una protezione celeste per contrastare l’azione del demonio.
E’ per questa ragione che nelle Litanie di San Giuseppe, approvate nel 1909 da san Pio X, appare l’invocazione «Sancte Ioseph… terror daemonum, ora pro nobis».
Pio IX, l’8 dicembre 1870, dichiarò san Giuseppe “Patrono della Chiesa cattolica” e Leone XIII, il 15 agosto 1889, gli dedicò l’enciclica Quamquam pluries. Di fronte ai mali che affliggevano la Chiesa e la società intera, «quando il potere delle tenebre sembra possa osare tutto a danno della cattolicità», afferma Leone XIII, oltre alla devozione alla Santissima Vergine Maria è necessaria quella a san Giuseppe. Infatti, il capo Sacra Famiglia, sposo della beatissima Vergine Maria e padre putativo del Figlio di Dio, per estensione dei suoi privilegi, «si deve reputare difensore e tutore della Chiesa, la quale è veramente la casa del Signore e il regno di Dio in terra».
Il legame di Giuseppe con Gesù e Maria è indissolubile. Non a caso, a Fatima, il 13 Ottobre 1917, mentre la folla assiste al miracolo del sole, i tre veggenti, Lucia, Giacinta e Francesco, videro la Sacra Famiglia con san Giuseppe e Gesù Bambino che benedicevano il mondo. Per questo Giovanni Paolo II, nell’enciclica Redemptoris Custos pubblicata il 15 agosto 1989, nel centenario della Quamquam Pluries, definisce san Giuseppe «minister salutis», in quanto cooperatore singolare al mistero dell’Incarnazione. Il Papa raccomanda anche la preghiera dedicata un secolo prima da Leone XIII al Beato Giuseppe, ricordandone le efficaci parole: «Allontana da noi, o padre amatissimo, questa peste di errori e di vizi…, assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre…; e come un tempo scampasti dalla morte la minacciata vita del bambino Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità».
Nella celebre omelia del 29 giugno 1972, Paolo VI parlò del “fumo di Satana” entrato da qualche fessura nel tempio di Dio. Oggi questo “fumo” sembra avvolgere il mondo intero e san Paolo esorta i cristiani a combattere contro «i dominatori di questo mondo di tenebra» (Ef 6, 12). Gesù Cristo, però, sconfigge ed umilia i padroni delle tenebre. Il suo solo Nome esercita una potenza assoluta sul mondo infernale: «In nomine Iesu omne genu flectatur… caelestium, terrestrium et infernorum» (Fil 2,10). «Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi… nei cieli, sulla terra e negli inferi».Tutti coloro che hanno fede in me, dice ancora Gesù, «in mio nome scacceranno i demoni»; «In nomine meo daemonia eicient» (Mc 16,17), cioè, con l’aiuto della grazia di Dio saranno capaci di resistere alle insidie e alle tentazioni di Satana. Tuttavia, il ruolo di vincitrice delle potenze infernali spetta, dopo Cristo, in modo eminente alla sua divina Madre, Maria, alla quale la Scrittura attribuisce la vittoria sul demonio con le parole «Ipsa conteret caput tuum» ; «Lei stessa schiaccerà il tuo capo» (Gen 3,15). Infatti, afferma Pio IX nella Costituzione Ineffabilis, con la quale definì l’Immacolata Concezione:«La gloriosissima Vergine fu la riparatrice dei suoi progenitori; la vivificatrice dei posteri; colei che l’Altissimo, da tutti i secoli, si era scelta e preparata; che fu da Dio preannunciata, quando disse al serpente: “Porrò inimicizia fra te e la donna”; che senza dubbio schiacciò il capo velenoso dello stesso serpente» (Costituzione apostolica Ineffabilis Deus dell’8 dicembre 18754). Gesù Cristo, davanti al cui Nome tremano gli inferi, è il vincitore assoluto sul demonio, ma Dio, che comunica ai suoi santi, per partecipazione, ciò che è proprio di Cristo in modo perfetto, havoluto associare Maria a questa vittoria. Maria a sua volta non volle mai operare senza la stretta collaborazione del suo Sposo, al quale la Trinità aveva affidato la custodia di Lei e del Figlio. Pe questo san Giuseppe partecipa in modo misterioso, ma reale alla vittoria sul demonio, che è al centro dell’opera della Redenzione. La Chiesa gli ha giustamente attribuito il titolo di “terrore” dei demoni e con queste parole lo invochiamo, pregandolo di dissipare il caos infernale in cui è immerso il mondo e di sostenerci nell’ora delle ultime tentazioni al momento della morte

Programma di Padre Livio – Venerdì 27 Marzo 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE
h. 9.00-10.00: CATECHESI PASQUALE
1. Il male: Qual è la sua origine?
h. 10.00 – 10.25: SENZA DIO NON C’E’ FUTURO (1)
di Massimo Gaggi| 26 marzo 2026- Corriere della Sera 27 Marzo 2026
Hegseth, liquidato come un personaggio ridicolo, si sta imponendo non solo come ministro della Guerra — il poliziotto cattivo che, mentre Trump dice di voler negoziare, minaccia di annientare l’Iran a forza di bombardamenti «intelligenti» — ma anche come condottiero di una crociata dei nazionalisti cristiani contro l’islam
Quando, arrivato alla Casa Bianca, Donald Trump nominò Pete Hegseth ministro della Difesa, le reazioni furono di incredulità e sarcasmo, anche a destra. Un ex ufficiale di fanteria, conduttore televisivo della Fox, con una pessima fama: abusi di alcol e sessuali, disastri finanziari.
Un passo falso del presidente: era atteso un cambio di cavallo. Invece Trump lo difese fino in fondo (ci volle il voto del vicepresidente JD Vance per far passare la sua nomina al Senato) e continuò a proteggerlo dalle tante richieste di dimissioni arrivate quando ruppe le regole di segretezza del Pentagono o quando convocò generali Usa da tutto il mondo per un incontro di indottrinamento ideologico.
Con Trump, aspirante Nobel della Pace, travestito da pompiere di ogni conflitto, Hegseth sembrava servire soprattutto come volto di propaganda televisiva. Poi la svolta: il segretario alla Difesa che diventa ministro della Guerra, il bombardamento dei siti nucleari iraniani a giugno, il blitz in Venezuela con la decapitazione del regime e , ora, la guerra contro la repubblica degli ayatollah.
Perché lanciare un attacco che lo danneggia sugli unici due fronti che contano per lui, i sondaggi di popolarità in vista delle elezioni e i mercati? Trascinato da Netanyahu? Puro istinto di un Donald che, ignorando i moniti dei militari, si illude di poter fare dell’Iran un altro Venezuela? Desiderio di mettere alle strette la Cina togliendole il petrolio di Teheran, dopo quello sudamericano?
Le cause sono varie, ma ce n’è anche una sottovalutata, forse non ancora centrale, ma molto pericolosa. Hegseth, liquidato come un personaggio ridicolo, si sta imponendo non solo come ministro della Guerra — il poliziotto cattivo che, mentre Trump dice di voler negoziare, minaccia di annientare l’Iran a forza di bombardamenti «intelligenti» — ma anche come condottiero di una crociata dei nazionalisti cristiani contro l’islam: lui che ha il motto di quella del 1096, deus vult, tatuato sui bicipiti.
Solo per dare una scossa ai Maga contrari alle guerre, delusi da Trump? Forse, ma dietro di lui si agitano evangelici che usano linguaggi estremi, apocalittici: attendono rotture e la seconda venuta di Cristo. Ce ne sono anche alla Casa Bianca. Mentre diversi soldati raccontano di comandanti che presentano il dispiegamento di truppe intorno all’Iran come parte del piano di Dio.
AL TERMINE DEL SANTO ROSARIO PER LA PACE
Il parroco di Luino don Cesare Zuccato racconta la conversione del fondatore della Lega negli ultimi anni di vita: dalla malattia alla riscoperta della fede, fino alla confessione nella sua casa di Gemonio. «Un uomo cambiato, che ha fatto i conti col Padreterno»
Francesco Anfossi – Famiglia cristiana
24 marzo 2026
Don Cesare Zuccato, parroco di Luino, il paesino affacciato sul Lago Maggiore che ha dato i natali a Piero Chiara, è il sacerdote che ha accompagnato Umberto Bossi nel suo cammino di conversione cristiana.
L’aggettivo è d’obbligo, nel caso del fondatore della Lega, avendo attraversato parecchi periodi spirituali (ve lo ricordate il dio Po?) con una discreta fama di mangiapreti (polemizzò anche con papa Giovanni Paolo II, oltre che con i vari “vescovoni”).
«Ma il Bossi che ho conosciuto io, segnato dalla malattia, era ben diverso. Ha compiuto un vero e autentico percorso di fede cristiana», spiega il cinquantasettenne don Cesare. «Ci eravamo conosciuti attraverso un comune amico, il senatore Giuseppe Leoni, tre o quattro anni fa, e lui ha cominciato a frequentare la Messa, accompagnato da Leoni e dalla consorte Emanuela nella chiesa di Buguggiate, di cui ero parroco prima di trasferirmi, lo scorso autunno, a Luino.
«Se vuole un particolare, gli piaceva che a Messa durante la liturgia suonasse l’organo, me lo chiedeva espressamente “Con la Messa ci vuole l’organo”, diceva». L’ultimo incontro è avvenuto nell’abitazione di Gemonio della famiglia Bossi, «una casa normale, senza alcuna pretesa di lusso, l’ho anche confessato ma naturalmente sui contenuti della confessione non le dirò nulla.
L’unica cosa che le posso dire, la mia impressione in generale, che esula dal segreto confessionale, è che in fondo ha sempre ascoltato quel che diceva la Chiesa, anche se poi, soprattutto in gioventù, la interpretava a modo suo». E il dio Po? «Io non parlo del Bossi politico ma della persona, sul dio Po non le dirò nulla perché non posso.
Ma la mia impressione è stata quella di un uomo che ha fatto i conti con Dio, che si è sempre interrogato di fronte a Padreterno, che ha ripercorso la sua vita, quello che gli è successo, e ha sempre cercato il rapporto con il Signore, oltre che il suo perdono».
Poi don Cesare passa a raccontare gli episodi avvenuti dopo quella confessione. «Abbiamo detto tutti insieme il Padre Nostro, insieme a Giuseppe Leoni e alla signora Emanuela, su suo invito, e poi ci siamo salutati. Ci eravamo dati appuntamento a prima di Pasqua. Non pensava certo che la sua vita terrena si sarebbe spenta da lì a un mese, era malato, ma lucido, sereno, stava relativamente bene, faceva i suoi ragionamenti e anche molte battute.
Lo ricordo come un colloquio di profonda fede e umanità. In questi anni era molto affascinato da papa Francesco, che seguiva con grande attenzione, riferendomi le sue parole. Ha certamente fatto un bilancio della sua vita alla luce della fede, questo glielo posso dire ed è una cosa molta bella secondo me».
In quelle conversazioni Bossi parlava spesso della sua passione politica. «Mi aveva colpito una frase che mi aveva detto durante uno dei nostri incontri, che in fondo potrebbe essere un insegnamento anche per tutti gli amministratori pubblici: diceva che fare politica è come essere innamorati, per cui ti viene la passione per le cose che succedono, per i cambiamenti che si possono fare, non è soltanto un lavoro.
Questa cosa qui mi ha proprio colpito e secondo me è una cosa bella. E poi le dicevo della casa in cui viveva, della vita che faceva, come un pensionato qualunque, da quello che ho visto, non era certo un politico che si era arricchito».
