L’Ascensione non è un evento lontano. Lo ha detto il Papa, stamane, introducendo la preghiera del Regina Coeli
Di Marco Mancini
Città del Vaticano, domenica 17 maggio 2026, 12:11 (ACI Stampa).
L’Ascensione non è un evento lontano. Lo ha detto il Papa, stamane, introducendo la preghiera del Regina Coeli.
“A Gesù – ha spiegato Leone XIV – noi siamo uniti, come membra al capo, in un unico corpo, e il suo ascendere al Cielo attira anche noi, con Lui, verso la piena comunione con il Padre”.
“Tutta la vita di Cristo è un moto di ascesa, che abbraccia e coinvolge – ha aggiunto – attraverso la sua umanità, l’intera scena del mondo, elevando e riscattando l’uomo dalla sua condizione di peccato, portando luce, perdono e speranza là dove c’erano tenebre, ingiustizia e disperazione, per giungere alla vittoria definitiva della Pasqua”.
Dunque “l’Ascensione non ci parla di una promessa lontana, ma di un legame vivo, che attrae anche noi verso la gloria celeste, dilatando ed elevando già in questa vita il nostro orizzonte e avvicinando sempre più il nostro modo di pensare, di sentire e di agire alla misura del cuore di Dio”.
Il Papa ha ricordato che “di questo cammino di ascesa noi conosciamo la via. La troviamo in Gesù, come pure la vediamo tracciata nella Vergine Maria e nei santi: quelli che la Chiesa ci offre a modello universale e quelli della porta accanto, con cui viviamo le nostre giornate, papà, mamme, nonni, persone di ogni età e condizione, che con gioia e impegno si sforzano sinceramente di vivere secondo il Vangelo”.
“Con loro, col loro sostegno e grazie alla loro preghiera – ha concluso – possiamo imparare anche noi a salire giorno per giorno verso il Cielo, facendo oggetto dei nostri pensieri, e mettendo in pratica, con l’aiuto di Dio, quello che abbiamo ascoltato e veduto, facendo crescere, in noi e attorno a noi, la vita divina che abbiamo ricevuto nel Battesimo e che ci attira costantemente in Alto, verso il Padre, e diffondendo nel mondo frutti preziosi di comunione e di pace”.
Dopo aver recitato la preghiera mariana, il Papa ha ricordato la “Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che quest’anno ho voluto dedicare al tema custodire voci e volti umani in quest’epoca dell’intelligenza artificiale. Incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo alla quale orientare ogni innovazione tecnologica”.
“Da oggi a domenica prossima – ha aggiunto – si svolge la settimana Laudato Si dedicata alla cura del creato. In questo anno giubilare di San Francesco d’Assisi ricordiamo il suo messaggio di pace con Dio con i fratelli e con tutte le creature.
Purtroppo in questi ultimi anni, a causa delle guerre, i progressi in questo campo sono state molto rallentati, perciò incoraggio in membri del movimento Laudato Sì e a tutti coloro che lavorano per un’ecologia integrale a rinnovare l’impegno. La cura per la pace è cura per la vita”
Una grande festa che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua, nel cuore anche della tradizione bizantina. Un contributo dell’esarca apostolico di Grottaferrata
Ascensione del Signore, manoscritto siriaco del XIII secolo, Tur Abdin
Tutte le feste dell’anno liturgico, nella tradizione bizantina, hanno un chiaro contenuto teologico e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: «…per noi uomini e per la nostra salvezza… si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo». Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede.
Mi soffermo oggi nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bell’intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo.
Il primo testo liturgico del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: «Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro… Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima». Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito.
In questo testo troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. In questo tropario troviamo l’espressione: «…stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro…», mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase:«…restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro». Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio.
Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: «Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre». Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa.
In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli – e in alcuni dei testi troviamo menzionata anche la Madre di Dio – sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. Poi, l’immagine molto bella usata nel tropario: «…O tu che per me come me ti sei fatto povero…», per parlare dell’incarnazione.
Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascesa: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre… Con gli angeli anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti…».
Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del Salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: «Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima… Mentre tu ascendevi, o Cristo, … le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria… Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre». Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi.
In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli».
L’Ascensione del Signore porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, benché asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi».
Esarca apostolico dell’abbazia territoriale di Santa Maria di Grottaferrata
Cresce l’esigenza popolare di una politica di “sinistra”. Fra le richieste una tassa sui super-ricchi in risposta alla disuguaglianza sociale. I giovani si uniscono a gruppi radicali di sinistra in cerca della “verità” e si scontrano coi nazisti per le strade. In un clima di stanchezza qualsiasi rivendicazione riveste grande potenziale. Il calo costante, ma non ancora catastrofico, di Russia Unita e Putin.
La frase più a effetto nello spazio politico russo degli ultimi giorni è stata quella pronunciata dal leader storico dei comunisti del Kprf, Gennadij Zjuganov, quando il 22 aprile, giorno della nascita di Vladimir Lenin, ha affermato alla Duma di Stato che “se non prendete misure efficaci a livello economico, finanziario e sociale, in autunno ci aspetta la ripetizione del 1917, e noi non abbiamo il diritto di ripetere quell’esperienza”. Il grande avversario di Boris Eltsin, che preparò l’avvento di Vladimir Putin, non aveva certo in mente la rivoluzione bolscevica d’ottobre, ma la prima rivoluzione di febbraio, quando l’8 marzo (secondo il nuovo calendario) le donne di Pietrogrado si scagliarono contro gli inermi cadetti che proteggevano il Palazzo d’Inverno, mentre lo zar Nicola II era vicino al fronte per sostenere le armate nella catastrofica guerra con i tedeschi, e non si rese conto del crollo dell’impero.
Con la sempre più inevitabile caduta verso una crisi economica generale, in Russia cresce l’esigenza popolare di una politica “di sinistra”, che senza entrare nella pericolosa valutazione della “operazione militare speciale” possa difendere gli interessi delle classi sociali che maggiormente soffrono delle condizioni generate dall’inflazione galoppante e dagli aumenti dei prezzi al consumo, e dei giovani che non vedono reali prospettive per il futuro. Alcuni blogger vicini ai comunisti come Andrej Rudoj stanno raccogliendo milioni di follower su YouTube, nonostante il blocco che dovrebbe renderlo inaccessibile, salvo applicare i sistemi Vpn che le agenzie di controllo non riescono a sradicare dagli utenti. I levaki, i “simpatizzanti di sinistra”, propongono campagne per una tassa di lusso sui super-ricchi, considerando il livello sempre maggiore di disuguaglianza sociale, e piccoli gruppi radicali di marxisti-leninisti, trozkisti e maoisti sono tra i principali combattenti attivi per un internet libero.
“Maoisti: i russi hanno bisogno di comunicare! Smettetela di bloccare Telegram!”. Questo lo striscione appeso in una strada di Čeljabinsk già alla fine di marzo da attivisti dell’Unione Maoista degli Urali, come riporta Novaja Gazeta Evropa. Le forze di sicurezza locali se ne sono accorte, due persone sono state arrestate e secondo notizie non confermate la polizia avrebbe sequestrato dell’esplosivo a uno di loro. Il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (Pkr), di ispirazione trozkista, sta affiggendo ovunque volantini contro l’uso forzato del servizio patriottico di messaggistica Max, e distribuendo materiale di propaganda del partito agli ingressi delle fabbriche nella regione di Mosca. “Lenin ce l’ha fatta, quindi puoi farcela anche tu!” è lo slogan che diffondono ai lavoratori nei loro materiali di propaganda.
Il Partito Comunista Russo (Internazionalista) ha organizzato una manifestazione a Novosibirsk contro la macellazione del bestiame, ed è anche tra i principali organizzatori di manifestazioni e picchetti in diverse città contro le restrizioni di internet. Operando in Russia, il Pkr Internazionalista riesce a criticare anche l’Unione Sovietica, e recentemente il suo gruppo su VKontakte è stato bloccato per questo motivo. Gli anarchici di Autonomous Action suggeriscono anche di scaricare tramite Vpn e con cautela distribuire materiale di propaganda contro la guerra con l’Ucraina, e pubblicano regolarmente fotografie di tali manifesti, provenienti da diverse città. “In Russia e altrove, i giovani si uniscono a gruppi radicali di sinistra perché cercano la verità. La politica radicale, soprattutto quella di sinistra, permette di vivere in uno stato di produzione continua di verità: si creano un’enorme quantità di testi, dichiarazioni e azioni pubbliche”, afferma un programmatore moscovita che in passato ha partecipato a gruppi radicali di sinistra simili, e che ha rilasciato anonimamente un’intervista a Novaja Gazeta.
Egli osserva che il pensiero radicale non è particolarmente interessato al raggiungimento degli obiettivi, ma piuttosto al processo stesso, quindi è inutile discutere di ciò che questi gruppi radicali sono in grado di realizzare nella Russia moderna. Secondo il programmatore, essi raggiungono qualsiasi risultato “più nonostante che grazie a”. I riferimenti a figure storiche – Trockij, Kropotkin, Mao, Che Guevara o Stalin – per questi attivisti rappresentano più una tradizione sub-culturale o addirittura religiosa, un modo più semplice per costruire una narrazione. “Perché sono diventato comunista al liceo e non un fan di Tolkien o un punk? Non ho una risposta, immagino fosse il desiderio di trovare un ambiente per la comunicazione intellettuale. Partecipavo a riunioni, picchetti e facevo parte di organizzazioni. Eravamo in pochissimi e ci conoscevamo tutti. Eravamo molto distaccati dalla società e dai suoi problemi”, ricorda il programmatore.
Ciononostante, tali movimenti non dovrebbero essere sottovalutati: “Se e quando in Russia si apriranno opportunità politiche, tutto ciò che è stato avrà importanza. Alcuni membri di gruppi di sinistra parteciperanno sicuramente alla nuova politica”. Le organizzazioni cambiano rapidamente ed è probabile che ne emergano di nuove, e rispetto alla fase della perestrojka gorbacioviana “la Russia democratica in sé non ha ottenuto nulla, ma i suoi membri hanno partecipato a molte iniziative”, osserva un ex-attivista. La richiesta di politica di sinistra in Russia è in realtà molto più ampia di quanto possano offrire i piccoli circoli marxisti e anarchici semi-subculturali; in un contesto di stanchezza per la guerra nella società russa, di crescenti perdite militari dirette, licenziamenti di massa, declino economico, aumenti delle tasse e azioni folli delle autorità come la macellazione del bestiame senza spiegazioni né indennizzi, in questo contesto qualsiasi rivendicazione sociale, qualsiasi critica alle autorità da parte della sinistra, ha un grande potenziale.
Il Vitsom, il centro filogovernativo di ricerca sull’opinione pubblica panrussa, sta registrando un calo costante, seppur ancora non catastrofico, del gradimento di Russia Unita e del presidente Vladimir Putin in persona. L’operazione Svo, l’aumento dei prezzi e lo stato del sistema sanitario sono le principali preoccupazioni dei russi. “Sono convinto che in una futura Russia democratica la sinistra deterrà la maggioranza in parlamento. Forse ci saranno diversi partiti”, sostiene Evgenij Stupin, ex deputato della Duma di Mosca e membro del partito comunista secondo cui “esistono già molte strutture e individui di sinistra in attesa dell’opportunità di unirsi alla lotta legale”.
I russi hanno una forte esigenza di giustizia sociale, il che indica una decisa svolta a sinistra, e purtroppo, una grande spinta al nazionalismo interno a causa del completo fallimento della politica migratoria, e anche perché ora in Russia ci sono molti militari, per lo più di destra. I liberali avranno la vita più difficile in questa situazione, anche perché la classe media, che tradizionalmente sosteneva Aleksej Navalnyj e altri movimenti liberali, sta lentamente scomparendo: molti hanno lasciato la Russia, altri sono caduti in povertà o, al contrario, si sono uniti all’élite. Lo stesso Stupin è stato costretto a lasciare la Russia nel 2023 a causa della minaccia di un procedimento penale, ma il suo pubblico combinato su Telegram e YouTube conta quasi un milione di persone, pubblicando molti video e articoli sui conflitti sociali in Russia.
Con le manifestazioni praticamente vietate, la pressione sui media sempre più forte e le elezioni prive di competizione, è difficile valutare la rilevanza di qualsiasi idea politica. Diverse testate giornalistiche di sinistra russe contano decine di migliaia di iscritti su Telegram e centinaia di migliaia su YouTube. Sebbene i loro numeri siano inferiori a quelli di molti liberali o nazionalisti, la sinistra sta gradualmente recuperando terreno. Ci sono poche figure pubbliche di estrema sinistra, in parte a causa del rischio di persecuzione. L’insegnante e attivista sindacale indipendente Andrei Rudoj è uno dei blogger più popolari, con oltre 350 mila iscritti su Telegram e YouTube, ed è anche riuscito a lasciare la Russia evitando l’arresto. Un altro noto personaggio pubblico di sinistra, il filosofo marxista Boris Kagarlitskij, ha dichiarato che non avrebbe lasciato la Russia per principio, e sta attualmente scontando una condanna a cinque anni per “giustificazione del terrorismo”.
Un’altra fonte d’incitamento per i movimenti di sinistra è stata l’ascesa dell’estrema destra, e l’innegabile fascistizzazione dello Stato nel suo complesso. Ad esempio, il Fronte Studentesco Antifascista, che opera legalmente in Russia e ha organizzato proteste contro la Scuola Ivan Il’in presso l’Università Statale Russa di Scienze Umanistiche, che hanno portato alle dimissioni del rettore dell’università, ha pubblicato materiale critico sul reclutamento di studenti in milizie paramilitari, e ha anche lanciato una campagna per introdurre una tassa di lusso per finanziare i sussidi abitativi per i giovani. I giovani di sinistra si scontrano frequentemente con i nazisti per le strade delle città russe, e forse anche per questo Putin comincia a parlare di “fine della guerra”, per evitare che ne inizi una molto distruttiva all’interno della Russia stessa.
Il crociato calvinista Hegseth, il convertito Vance, il cattolico convenzionale Rubio. Le fratture profonde e i conflitti latenti all’interno del mondo cristiano di fronte a un presidente che rivolge sguaiati attacchi contro papa Leone XIV
Le guerre tra cattolici e protestanti che l’America non ha mai combattuto sui campi di battaglia si manifestano oggi in forme nuove. Lo scontro aperto fra Donald Trump e Leone XIV, aggressione al papato con diversi e inquietanti precedenti nel vecchio mondo, ha fatto emergere le fratture profonde e i conflitti latenti nei rapporti all’interno del mondo cristiano in relazione al potere politico. La decisione di Trump di portare lo scontro ai livelli inauditi di trollaggio social, per poi mandare il suo vice, JD Vance, a impartire lezioni di teologia al Vicario di Cristo, hanno fatto riaffiorare dinamiche di scontro teologico-politico nella fase storica in cui i cattolici si sono affermati come dominante forza sociale e politica negli Stati Uniti.
Il cattolicesimo è la singola denominazione cristiana più rappresentata fra la popolazione ed è una presenza dominante nelle istituzioni, dalla Corte suprema al governo, dove oltre il 30 per cento dei membri del gabinetto è cattolico. Nessun presidente aveva indicato tanti cattolici fra i vertici dell’amministrazione. Anche la delegazione di funzionari del Pentagono che nel gennaio scorso ha preparato per il nunzio apostolico negli Stati Uniti un incontro irrituale e assai poco amichevole era composta quasi interamente di cattolici.
La storia di questo intreccio può essere raccontata attraverso tre protagonisti della contesa. Il crociato calvinista Pete Hegseth, segretario del Pentagono e forza propulsiva dietro la guerra in Iran; il convertito Vance, che si opponeva alle avventure militari americane nel mondo e ora si trova costretto a incrociare le lame con il Papa per provare la sua fedeltà a Trump; il cattolico convenzionale Marco Rubio, delegato a qualunque cosa dal presidente, che non perde occasione per segnalare la sua preferenza per lui quando si guarda al futuro.
Il guerriero protestante
Per capire Pete Hegseth occorre conoscere il nome di Douglas Wilson, il suo teocrate di riferimento. Wilson è un pastore presbiteriano di Moscow, Idaho, animatore di un movimento che intende rifondare la civiltà occidentale su basi cristiane riformate e critico fervente della presenza visibile dei cattolici nella vita sociale e politica degli Stati Uniti. È l’architetto di una teologia politica che ha trovato nella vittoria di Trump il suo momento di massima influenza, ed Hegseth è il suo messaggero più potente. La sua retorica religiosa applicata alla guerra – che ha chiaramente ispirato Leone a castigare con crescente chiarezza l’uso strumentale della fede per giustificare le guerre – mescola il linguaggio della crociata e il patriottismo americano. I soldati sono guerrieri per la civiltà cristiana che combattono le forze del male in nome di un ideale in cui Dio e la nazione non si distinguono più. Hegseth ha costruito un’identità pubblica di tipo religioso in cui lui è il campione dell’Occidente cristiano che non si vergogna della propria fede e la rappresenta ovunque, anche sui missili che si abbattono sugli infedeli.
Questa visione ha conseguenze pratiche nella gestione del Pentagono. Le purghe di ufficiali e funzionari considerati non allineati hanno prodotto attriti con la componente cattolica dell’amministrazione. È diventato ormai pubblico lo scontro con Dan Driscoll, segretario dell’Esercito, e con altri funzionari che sono nell’orbita di Vance, uomini che si riconoscono in un cattolicesimo post-liberale e diffidano dell’ardore calvinista di Hegseth. Per lui, il cattolicesimo romano ha sempre avuto qualcosa di sospetto, configurandosi come autorità che non si ferma ai confini dello Stato.
Il convertito in difficoltà
La storia religiosa di Vance è diventata un fatto politico ed elettorale. La sua conversione al cattolicesimo nel 2019 è stata interpretata ora come percorso spirituale autentico, ora come marketing identitario, ora come esperienza culturale che deriva dall’influenza con Peter Thiel (che non è cattolico ma è stato allievo e amico del cattolico René Girard) e con l’ambiente post-liberale di Patrick Deneen e altri intellettuali convertiti. La sua prima identità pubblica era quella del testimone degli zoticoni degli Appalachi traditi dalle dinamiche della globalizzazione e dimenticati dalla politica. L’autore di Elegia americana sbatteva in faccia alla classe dirigente il suo disprezzo verso milioni di americani bianchi e marginalizzati. La sua conversione al cattolicesimo ha costruito sopra quella base un ulteriore strato di identità, che lo ha reso il portatore di una dottrina politica, il post-liberalismo, che promette di riformare i termini in cui il diritto naturale informa il diritto positivo, cambiando così la relazione fra la fede e la vita pubblica.
Vance ha scelto così di scrivere un secondo libro, per ridefinire il perimetro della sua identità in vista della fase post-Trump, e ha deciso di intitolarlo Communion, un racconto del suo approdo alla fede che si muove dentro il genere editoriale della memorialistica protestante. Il problema è che questa identità è entrata in collisione con la realtà. Vance è la voce critica nell’amministrazione sull’interventismo militare, e con la guerra in Iran si è trovato a difendere una campagna che il Papa ha condannato con parole durissime. La sua risposta teologica a Leone XIV, un convertito di sei anni che spiega al Pontefice come interpretare Agostino e Tommaso, è stata letta da molti cattolici come un atto di arroganza straordinaria. Il cattolicesimo post-liberale che incarna aveva sempre rivendicato l’autonomia della Chiesa dalla politica, mentre lui si è trovato a usare la teologia come arma politica per coprire la sua fedeltà a Trump.
Il “latinos” tra fede e mercato
Marco Rubio è l’erede di un’altra epoca culturale. La sua storia di figlio di esuli cubani e di cattolico “latinos” che ha sperimentato, nel suo percorso di fede, anche altre confessioni e denominazioni, rimandano a un momento che Trump ha molto a cuore, gli anni Ottanta. Era l’era in cui i cattolici americani conservatori hanno forgiato l’alleanza con Ronald Reagan, ammiratore personale e alleato di Giovanni Paolo II nel nome della lotta all’Unione Sovietica, conclusa con l’epocale successo di quella stagione. È il cattolicesimo incarnato da figure come George Weigel, storico convinto che la dottrina sociale e il capitalismo democratico siano profondamente compatibili, oppure di padre Robert Sirico, fondatore dell’Acton Institute, che ha costruito per decenni il ponte teologico tra la fede e il mercato. Questa tradizione ha prodotto think tank e riviste e formato generazioni di funzionari politici. Ha costruito la narrazione secondo cui un cattolico americano poteva essere pienamente fedele a Roma e pienamente fedele al progetto americano, senza dover scegliere.
Il limite di questa tradizione è che funzionava nella misura in cui la politica americana e la Chiesa non entravano apertamente in conflitto. Quando c’era accordo, come sulla Guerra fredda, cattolicesimo e Partito repubblicano andavano senza problemi a braccetto, mentre quando le strade erano in conflitto, come sulla guerra in Iraq, gli esponenti di questa corrente hanno teso a minimizzare l’attrito, appellandosi a giudizi prudenziali su cui si poteva divergere con il Vaticano. Rubio è l’erede diretto di questa filosofia flessibile, ed è per questo che è prezioso per Trump.
Il segretario di Stato è il cattolico responsabile che sa come non irritare l’America protestante, sa invocare i valori cristiani senza disturbare chi non li condivide. Il suo cattolicesimo non costituisce una minaccia, perché si adatta sui desideri della politica e non protesta quando ci sono frizioni. Non c’è ormai occasione pubblica in cui Trump non esprima in qualche forma la sua preferenza per Rubio nel conflitto elettorale che verrà, e dal punto di vista del tipo religioso-politico che rappresenta, si capisce una ragione più profonda per questa preferenza. Rubio è il tipo di cattolico che l’America non teme, perché ha già interiorizzato la lezione che la nazione impone: la fedeltà al progetto nazionale e alla sua religione civile – un surrogato gnostico del protestantesimo – viene prima di quella a Roma, quando le due entrano in conflitto.
Lei si applica molto a spiegare ogni giorno i Segreti di Medjugorje ma, da quando se ne parla, sono passati quarantacinque anni e nulla è accaduto di quello che si temeva.
Nel frattempo, Medjugorje si è modernizzata e arricchita e anche i veggenti si sono adattati al clima generale. Non le sembra che, dopo quasi mezzo secolo, sia il caso di cambiare argomento?
La saluto cordialmente.
Nicola da Rimini
Caro Nicola,
Nel descrivere il quadro generale di questo “quasi mezzo secolo” ti è sfuggito un particolare importante. È il fatto che la Madonna continua a scendere dal Cielo sulla terra ogni giorno.
Perché lo fa secondo te? Il motivo deve essere grave e lo ha anche spiegato: “Satana vuol distruggere la vita, la natura e il pianeta sul quale vivete”. Queste parole sono del Gennaio 1991, ma ora suonano molto più attuali.
Noi però ci siamo stancati e, ignari del pericolo, siamo presto ritornati alla fiera delle vanità. Esattamente come ai tempi di Noè quando gli uomini “mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti” – (Lc 17,27).
I Veggenti conoscono la data di ogni segreto. Sanno quando il tempo delle prove incomincia e quando finisce. Purtroppo, noi non siamo capaci di aspettare e di perseverare.