
Storia | CR 1974 28 Ottobre 2026
di Roberto de Mattei– Corrispondenza Romn
Il 23 ottobre 1956 le strade di Budapest si riempirono di giovani. Portavano bandiere ungheresi dalle quali sarebbe stato strappato lo stemma comunista: quel vuoto al centro del tricolore divenne il simbolo di una nazione che voleva riappropriarsi del proprio destino. La sera, la grande statua di Stalin fu abbattuta. Del monumento rimasero gli stivali sul piedistallo: un’immagine quasi grottesca del potere che aveva preteso di dominare le coscienze e sembrava improvvisamente vacillare.
Settant’anni dopo, la rivolta ungherese conserva una forza che nessuna commemorazione di circostanza dovrebbe attenuare. Fu la ribellione di un popolo contro una dittatura sostenuta dalle armi sovietiche, ma anche la smentita sanguinosa di una menzogna: quella secondo cui il comunismo avrebbe rappresentato l’emancipazione dei lavoratori. A Budapest gli operai combattevano, accanto agli studenti, contro lo Stato che pretendeva di governare in loro nome.
Dopo la guerra, l’Ungheria era stata progressivamente assoggettata a un regime modellato sull’Unione Sovietica. Il dominio di Mátyás Rákosi aveva significato polizia politica, arresti, processi manipolati, collettivizzazione e persecuzione religiosa. Il partito voleva controllare ogni spazio della vita sociale. La Chiesa cattolica costituiva un ostacolo particolarmente temuto, perché custodiva un’autorità e una fedeltà che non dipendevano dallo Stato.
La morte di Stalin nel 1953 e la denuncia di alcuni suoi crimini da parte di Nikita Chruščëv, nel febbraio 1956, avevano alimentato speranze di cambiamento. Le agitazioni polacche rafforzarono l’attesa. Il 23 ottobre gli studenti ungheresi scesero in piazza chiedendo libertà politiche e il ritiro delle truppe sovietiche. Davanti alla sede della radio, la polizia politica aprì il fuoco sui dimostranti. La protesta divenne insurrezione. I primi carri sovietici incontrarono una resistenza inattesa. Nelle vie della capitale, ragazzi armati di fucili e bottiglie incendiarie sfidarono una delle maggiori potenze militari del mondo.
Tra le richieste degli insorti vi era la liberazione del cardinale József Mindszenty, arcivescovo di Esztergom e primate d’Ungheria. Nato nel 1892, era stato nominato arcivescovo nel 1945 e creato cardinale da Pio XII nel 1946. Aveva già conosciuto il carcere sotto il regime delle Croci Frecciate, nel 1944. Quando i comunisti avviarono la conquista della società ungherese, Mindszenty difese le scuole cattoliche, le associazioni, la libertà dell’educazione e l’indipendenza della Chiesa. Il regime comprese che, per consolidare il proprio dominio, doveva piegare il primate. Arrestato il 26 dicembre 1948, fu sottoposto a violenze fisiche e pressioni psicologiche, quindi trascinato davanti a un tribunale in un processo-farsa predisposto per screditarlo. L’8 febbraio 1949 venne condannato all’ergastolo.
Il caso Mindszenty mostrava il volto della persecuzione comunista: colpire il pastore, isolarlo dal gregge, demolirne pubblicamente l’autorità. Il carcere non cancellò però il suo prestigio. Agli occhi di tanti ungheresi il Cardinale rimase il simbolo della resistenza cattolica.
Da Roma, Pio XII seguì gli avvenimenti con partecipazione intensissima. Il 28 ottobre pubblicò l’enciclica Luctuosissimi eventus, invitando la Chiesa universale a pregare per l’Ungheria insanguinata e per gli altri popoli dell’Europa orientale privati della libertà, mentre il cardinale Mindszenty, liberato il 30 ottobre, raggiungeva Budapest accolto da manifestazioni di entusiasmo.
Il 1° novembre, con una seconda enciclica, la Laetamur admodum, il Papa espresse la sua gioia per la ritrovata libertà dei cardinali József Mindszenty e Stefano Wyszyński arcivescovo di Gniezno e Varsavia, che dopo essere stati allontanati dalle loro rispettive sedi, erano stati rimessi nei loro posti di onore e di responsabilità.
L’illusione durò pochi giorni. Il governo di Imre Nagy aveva annunciato il ritorno al pluralismo politico e, il 1° novembre, la neutralità dell’Ungheria e l’uscita dal Patto di Varsavia. All’alba del 4 novembre l’esercito sovietico sferrò un nuovo, massiccio attacco. Mosca impose il governo di János Kádár. La resistenza continuò disperatamente, mentre l’Occidente, nel pieno della crisi di Suez e davanti al rischio di uno scontro diretto con l’URSS, non intervenne militarmente.
Il 5 novembre Pio XII pubblicò la terza enciclica, Datis nuperrime. Denunciò la distruzione delle istituzioni appena ricostituite e la servitù imposta con armi straniere. Richiamando il sangue di Abele, ricordò che Dio giudica anche le ingiustizie dei governanti e delle nazioni. Pochi giorni dopo nel radiomessaggio del 10 novembre il Papa pose al mondo una domanda: «Può il mondo disinteressarsi di questi fratelli, abbandonandoli al destino di una degradante schiavitù?». Ma l’intervento più impegnativo fu il Radiomessaggio natalizio del 23 dicembre in cui Pio XII rivelò di avere pensatoalla possibilità di bandire una crociata per difendere l’Ungheria oppressa.
Il bilancio fu terribile: oltre 2.500 ungheresi uccisi e circa 200.000 profughi. Seguirono arresti, condanne e repressioni. Nagy sarebbe stato impiccato nel 1958. Mindszenty trovò rifugio nella legazione statunitense a Budapest, dove rimase fino al 1971 dopo quasi quindici anni di isolamento, testimonianza vivente della libertà negata alla sua patria.
Durante l’VIII congresso del PCI, nel dicembre 1956 Giorgio Napolitano, deputato da tre anni, elogiò senza mezzi termini l’invasione sovietica di Budapest, affermando che l’intervento sovietico aveva contribuito a impedire la controrivoluzione e a «salvare la pace nel mondo». Solo 50 anni dopo scrisse, in un libro, di essersene pentito.
Anche il socialista Sandro Pertini, che aveva già esaltato Stalin il giorno dopo la sua morte, in un articolo ripreso dall’“Unità” il 3 novembre, denunciò lo «spettro della reazione» e il «clericalismo conservatore», dichiarandosi spiritualmente vicino ai comunisti ungheresi. Alessandro Frigerio, nel suo libro Budapest 1956. La macchina del fango. La stampa del PCI e la rivoluzione ungherese: un caso esemplare di disinformazione (Lindau, Torino 2016), ricostruisce accuratamente come la stampa socialcomunista italiana delegittimò gli insorti e giustificò la repressione sovietica, con particolare attenzione alle responsabilità del segretario del PCI Palmiro Togliatti, e dei fratelli Giuliano e Giancarlo Pajetta.
Sandro Pertini divenne presidente della Repubblica dal luglio 1978 al giugno 1985, e Giorgio Napolitano, dal maggio 2006 al gennaio 2015. La Repubblica italiana ebbe dunque come suoi supremi rappresentanti, per oltre quindici anni e mezzo, due socialcomunisti che, nei giorni della tragedia ungherese avevano apertamente giustificato l’intervento militare sovietico. Nei settant’anni che ci separano dalla Rivoluzione ungherese nessun rappresentante della destra anticomunista ha mai ottenuto la presidenza della Repubblica. Le cause di beatificazione dei venerabili servi di Dio, Pio XII e József Mindszenty, non procedono con la celerità con cui altre figure ecclesiastiche sono state elevate agli altari negli ultimi decenni. Ci auguriamo che sotto il pontificato di Leone XIV possano anch’essi raggiungere la gloria degli altari e che l’anniversario dell’eroica rivolta ungherese non vada dimenticato.