diFederico Rampini – Corriere della Sera – 25 Ottobre 2026

Il vizio di processare la società. Quando la collettività diventa «colpevole» e i violenti vengono giustificati. Capire il disagio non significa assolverlo

La violenza di alcuni giovani nasce dalle ingiustizie sociali? Di fronte ai saccheggi e agli assalti contro le forze dell’ordine, torna un vecchio riflesso delle élite: cercare le colpe della società anziché quelle degli aggressori. La sindrome ha molti antefatti: dagli anni Settanta alla jihad. Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo? La domanda sembra generosa, animata dalla volontà di capire. Nasconde una trappola. La ricerca di cause profonde scivola nell’invenzione delle attenuanti.
Il desiderio di spiegare diventa tentazione di giustificare. Le vittime finiscono sul banco degli imputati. Gli aggressori ricevono la patente di rappresentanti del disagio sociale.

È un riflesso che abbiamo visto negli anni di piombo italiani; poi davanti al terrorismo islamico; o nelle tante rivolte precedenti delle periferie francesi: se qualcuno usa la violenza contro la nostra società, dobbiamo avere qualche colpa che spiega la sua rabbia. La violenza, il saccheggio, l’aggressione diventano sintomi di una malattia collettiva. E se invece la malattia fosse nell’ideologia che trasforma il risentimento in odio, la frustrazione in vendetta, il vittimismo in licenza di aggredire? Per non parlare della «voglia di Rolex e di Vuitton» che anima certe razzie… Se fosse vero che il disagio economico produce violenza, dovremmo trovare vandali e terroristi soprattutto fra i più poveri. La storia racconta qualcosa di diverso.

Perché questa inclinazione ad accusare sempre la società aggredita? Perché una parte delle élite intellettuali prova imbarazzo nel condannare gli aggressori e preferisce cercare le presunte colpe delle loro vittime? La mia generazione ha conosciuto questa deformazione. Le Brigate Rosse si proclamavano avanguardia rivoluzionaria della classe operaia. Una parte del mondo politico e culturale prese sul serio quella pretesa, cercando nei mali del capitalismo italiano e nelle insufficienze della democrazia la spiegazione della lotta armata.

In realtà fra i protagonisti del terrorismo rosso erano prevalenti gli universitari, giovani provenienti da ambienti benestanti, che avevano avuto opportunità negate a molti operai. Le Brigate Rosse non furono una rivolta dei poveri. Anzi. Basta ricordare alcune delle loro vittime. Guido Rossa era un operaio dell’Italsider di Genova, sindacalista della Cgil, comunista. Viene assassinato dalle Brigate Rosse nel gennaio 1979 perché ha denunciato un loro militante. Accanto a loro ci sono poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti come Walter Tobagi, docenti universitari. Persone che hanno pagato con la vita la difesa delle istituzioni democratiche. Oggi chi ricorda i loro nomi? Quanti studenti conoscono Guido Rossa? E quanti invece hanno incontrato nei programmi universitari le teorie di Toni Negri, il filosofo dell’Autonomia operaia e apologeta della sovversione, divenuto una figura di prestigio in molti ambienti accademici internazionali?

Il meccanismo si ripete con la jihad. Ricordo il massacro del Bataclan nel novembre 2015, gli attentati a Bruxelles nel marzo 2016. Ho vissuto in Belgio e in Francia, conosco quelle società, la loro varietà etnica, linguistica e culturale, la rappresentanza politica delle minoranze. E ricordo le spiegazioni dopo le stragi: emarginazione, razzismo, islamofobia, mancanza di integrazione. Spiegare così il jihadismo cancellava elementi essenziali: le reti di reclutamento, l’indottrinamento religioso, l’ideologia totalitaria dello Stato islamico, i finanziamenti coi petrodollari iraniani e arabi. I profili sociali dei jihadisti non corrispondevano allo stereotipo dell’immigrato povero e discriminato: molti provenivano da famiglie benestanti. La radicalizzazione non aveva nulla a che fare con la povertà. I diritti degli immigrati non apparvero mai nei documenti ideologici dei jihadisti, impregnati solo di odio verso l’Occidente, la sua liberaldemocrazia, i suoi valori.

Il capo di Al Qaeda, Osama Bin Laden, regista dell’attacco alle Torri gemelle l’11 settembre 2001, proveniva da una famiglia miliardaria saudita. Molti protagonisti del terrorismo rivoluzionario, islamista o di estrema sinistra, hanno avuto accesso a istruzione e opportunità. Non è la miseria a produrre il fanatismo. Le ideologie trasformano individui benestanti in assassini convinti di servire una causa superiore.

Oggi un facile sociologismo ripropone anche la narrazione del conflitto generazionale. Gli anziani sono numerosi, difendono pensioni e prestazioni sanitarie. I giovani sono una minoranza demografica in declino. Da qui a spiegare le razzie nei negozi di lusso con il benessere dei nonni c’è un’incongruenza. La maggioranza dei giovani che non può permettersi una casa non lancia pietre contro i poliziotti né sfonda vetrine per arraffare merce.
I miti culturali contano. La cronaca descrive ragazzi affascinati dai rapper milionari, dal lusso ostentato, dalla fama conquistata sui social.

Non è la miseria che si ribella alla ricchezza: è il desiderio di imitare una ricchezza esibita come misura del valore personale. Il consumismo sfrenato manipola il linguaggio della rivolta sociale. Si grida contro il capitalismo e intanto si desiderano — gratis — i suoi simboli più costosi. Il successo altrui diventa la prova di un’ingiustizia. Il risentimento prende il posto dell’ambizione.

Questa cultura non nasce nelle periferie bensì fra gli intellettuali, nei media, nelle università, nei movimenti politici. Non dobbiamo cercare una colpa della società ogni volta che qualcuno l’aggredisce. Finiamo ancora una volta per omaggiare i violenti e umiliare le vittime.