
Uno studio pubblicato su Nature, una delle più prestigiose e importanti riviste scientifiche a livello internazionale, pubblicata fin dal 4 novembre 1869, rivela che tra la fine del 1341 e il 1343 l’Europa venne colpita da sedici devastanti inondazioni consecutive, una sequenza mai documentata prima e che rappresenta il più alto numero di eventi meteorologici catastrofici degli ultimi 700 anni.
Il nero secolo XIV è passato alla storia come uno dei periodi più difficili del Medioevo europeo, segnato da una crisi sistemica che colpì demografia, economia e istituzioni, crisi causata da una serie di fattori concomitanti. Iniziamo con la grande carestia del biennio 1315-1317, dovuta ad un drastico cambiamento climatico, noto come «Piccola era glaciale», con piogge incessanti, che colpirono i raccolti agricoli, tanto che milioni di persone morirono di fame in tutta l’Europa del Nord; tale abnorme carestia indebolì anche le difese immunitarie delle persone. Fra il 1347 e il 1352 il batterio Yersinia pestis arrivò dall’Asia tramite le rotte commerciali dei mercanti genovesi, provocando così la terribile Peste nera che uccise circa un terzo della popolazione del continente, ovvero 20/25 milioni di persone. Interi villaggi scomparvero, provocando il crollo della manodopera e il panico collettivo.
Il 1300 fu protagonista temporale anche della Guerra dei Cento Anni (1337-1453), che si sviluppò in una serie di scontri bellici devastanti fra la corona inglese e quella francese. Le campagne vennero sistematicamente devastate dalle cosiddette «compagnie di ventura» e il costo dei conflitti provocò una pressione fiscale pesantissima sui contadini. Tutti questi fenomeni naturali e politico-militari provocarono rivolte sociali ed una crisi economica di proporzioni enormi.
Allo stesso tempo la Chiesa visse una stagione di profonda crisi, dettata in particolare dalla cattività avignonese, fra il 1309 e il 1377, quando il papato trasferì la sua sede ad Avignone, sotto l’influenza del Re di Francia, e dal grande scisma d’Occidente, che si consumò fra il 1378 e il 1417, quando la Chiesa si divise a tal punto da avere contemporaneamente due Pontefici, arrivando fino ad averne addirittura tre, ciò portò in pratica ad una vera e propria distruzione romana dell’autorità spirituale.
Come non vedere in tutti questi fenomeni i castighi di Dio?
Allora, come non vedere oggi, così come abbiamo iniziato a fare nello scorso numero di «Corrispondenza Romana», in tutte le anomalie, le contraddizioni, i rivolgimenti, compresi i cambiamenti climatici, la mano della Giustizia divina che risponde a tutti i peccati mortali (compreso l’aborto su vasta scala), alla corruzione neopagana degli usi e dei costumi, alla crisi attuale nella Chiesa, che si manifesta attraverso errori-inganni-omissioni, comprese le profanazioni, le dissacrazioni e gli abusi liturgici?
Per chi ha fede è un ovvio che Dio reagisca, come sempre è avvenuto, a partire dalla punizione inflitta ad Adamo ed Eva che, per usare un gergo molto popolare, ma altrettanto efficace, «se la sono cercata»; come è avvenuto a Sodoma e Gomorra, come è avvenuto con l’alluvione universale, come è avvenuto nel 70 d.C. con la distruzione del tempio di Gerusalemme, che non è mai più stato riedificato e come è avvenuto nel Trecento e in molte altre epoche storiche. L’uomo che volta le spalle a Dio non può, per Giustizia, rimanere impunito, come non rimane impunito chi si è macchiato di gravi colpe su questa terra e la giustizia umana opera attraverso i suoi tribunali. Tuttavia, i tribunali umani possono fallire nelle loro sentenze, non così il Tribunale perfetto dell’Onnipotente.
Il 28 agosto faremo memoria liturgica del Dottore della Chiesa sant’Agostino, Doctor Gratiae, il maggiore rappresentante della patristica occidentale, ebbene, è interessante ricordare la sua posizione circa la tematica che stiamo affrontando.
Per il Padre della Chiesa i castighi non sono atti di crudeltà arbitraria o di cieca vendetta, ma pura espressione della Sua Perfetta Giustizia, che si collega ad una profonda Misericordia. Il dolore personale e le sofferenze del mondo, come pandemie, guerre, carestie, terremoti… trovano la loro spiegazione e giustificazione all’interno dell’ordine cosmico e del Piano della Salvezza Universale della Santissima Trinità.
Così spiega sant’Agostino con la sua straordinaria modulazione stilistica e la sua genialità concettuale, unita alla profondità spirituale, tutta e solo agostiniana: «L’allegrezza del mondo è la cattiveria impunita. Gli uomini si abbandonino pure alla lussuria, siano adùlteri, vadano dietro alle frivolezze, si riempiano di vino, si disonorino turpemente, senza che soffrano nulla di male; eccovi davanti l’allegrezza del mondo. […] Ma il pensiero di Dio è diverso dal pensiero dell’uomo. Altro è il progetto di Dio, altro quello dell’uomo. È disegno di grande misericordia non lasciare impunita la malizia e, per non essere costretto a condannare all’inferno alla fine, ora si degna di punire con la sferza.
Non vuoi conoscere che grande punizione sia l’assenza di punizione, non però per il giusto, ma per il peccatore, al quale è riservata la pena temporale perché non gli sopraggiunga quella eterna? Vuoi allora sapere che grande punizione sia l’assenza di punizione? Chiedi al Salmo: Il peccatore ha acceso di sdegno il Signore. […] Vedete di capire, fratelli cristiani, la misericordia di Dio. Quando punisce il mondo, non vuole condannare il mondo. Per l’eccesso della sua ira, non lo ricerca. Per questo, perché assai adirato, il Signore non lo ricerca. Tremenda la sua ira. Nel perdonare castiga duramente, ma è secondo giustizia la punizione severa. La severità è infatti quasi spietata verità. Se, pertanto, talora unisce al perdono un duro castigo, è un bene per noi che soccorra facendoci espiare. Eppure, se consideriamo le azioni del genere umano, che cosa soffriamo? Non ci ha trattati secondo i nostri peccati. Siamo figli infatti. Che prove ne abbiamo? Il Figlio Unigenito morto per noi per non rimanere l’unico. L’Unico che morì non volle essere il solo. L’unico Figlio di Dio fece molti figli di Dio. Si acquistò dei fratelli con il proprio sangue; apprezzò, egli riprovato; riscattò, egli venduto; onorò, egli vituperato; rivitalizzò, egli ucciso. Dubiti che ti darà i suoi beni egli che si è degnato di assumere i tuoi mali? Perciò, fratelli, rallegratevi nel Signore, non nel mondo; rallegratevi cioè nella verità, non nella falsità; rallegratevi nella speranza dell’eternità, non nel bagliore della vanità» (Discorso 171, Dalle parole dell’Apostolo, Fil 4, 4-6, «Rallegratevi sempre nel Signore»).
Secondo sant’Agostino e, dunque, secondo la Chiesa bimillenaria, il castigo non è intrinseco alla natura umana originaria, creata buona da Dio, ma è la conseguenza necessaria del peccato e del libero arbitrio che si è allontanata e continua, purtroppo, fino alla fine dei tempi, ad allontanarsi dal Bene Sommo. La pena inflitta al peccatore è perciò l’esito giusto della sua colpa. «Dio è bene: non c’è bene per chi lo abbandona. E fra le realtà che sono state fatte da Dio, la natura razionale è un bene tanto grande, che nessun bene può farla felice all’infuori di Dio. I peccatori sono dunque ordinati nei castighi, ordinamento che non compete alla loro natura, e per questo è una pena; compete piuttosto alla loro colpa, e per questo è una giustizia» (La natura del bene, § 7).
Il Vescovo d’Ippona, che ragionò con mera fedeltà cattolica …… introduce all’ineludibile tema luciferino: «Effettivamente non è ingiusto che, nel momento in cui i malvagi ricevono il potere di nuocere, la pazienza dei buoni venga messa alla prova e nello stesso tempo l’iniquità dei cattivi venga punita. Infatti, attraverso il potere concesso al diavolo, Giobbe fu messo alla prova perché risultasse la sua giustizia, Pietro fu tentato perché non presumesse di sé, Paolo fu colpito perché non s’inorgoglisse, Giuda fu condannato perché s’impiccasse. Mentre dunque Dio stesso ha fatto tutte queste cose secondo giustizia per mezzo del potere concesso al diavolo, a quello sarà inflitto un castigo finale non certo in ragione di tali atti compiuti secondo giustizia, ma in ragione della sua iniqua volontà di nuocere, quando si dirà agli empi che hanno perseverato nell’acconsentire alla sua perfidia: Andate nel fuoco eterno che il Padre mio ha preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Gli stessi angeli cattivi, poi, non sono stati costituiti come tali da Dio, ma peccando sono diventati cattivi; così Pietro ne parla nella sua lettera: Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò nel carcere tenebroso dell’inferno, serbandoli per il giudizio» (Ibidem, §§ 32- 33).
Dopo molto preciso e cristallino sapiente disquisire, sant’Agostino giunge alle sue formule tanto lapidarie quanto convincenti, che illuminano la mente e accarezzano il cuore: «[…] il peccato o iniquità non consiste nel desiderio di nature cattive, ma nel rifiuto di quelle migliori» (Ibidem, § 34).
Come non tornare a pensare cattolicamente, in un tempo come il nostro, così massacrato di incertezze e confusioni, così meschino, così cinico e irragionevole nel suo “buonismo” lassista, così assente nella vera pietas cristiana e così castigato per essersi allontanato pervicacemente dalle leggi del Creatore?
Le lezioni di sant’Agostino, sommo teologo e sommo Pastore di anime lungo i secoli, arrivano spesso a commuoverci e a rubarci l’anima, come in questo caso, quando esalta il mandato sacerdotale: «Quant’è grande la tua pazienza, o Signore misericordioso e compassionevole, longanime e ricco di misericordia, e veritiero! Tu fai sorgere il sole sopra i buoni e i cattivi, fai piovere sopra i giusti e gli ingiusti; tu non vuoi la morte del peccatore, ma che egli ritorni e viva; tu castighi poco alla volta e offri l’occasione di far penitenza, perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore; tu guidi pazientemente alla penitenza, nonostante che molti, secondo la durezza del loro cuore, un cuore impenitente, accumulino collera su di sé per il giorno della collera e della rivelazione del tuo giusto giudizio, tu che rendi a ciascuno secondo le sue opere; tu che dimenticherai tutte le sue iniquità nel giorno in cui l’uomo si sarà convertito dalla sua cattiveria alla tua misericordia e verità: concedici e donaci che per mezzo del nostro ministero, tramite il quale hai voluto far riprovare quest’errore abominevole e davvero spaventoso, così come molti sono stati liberati, anche altri vengano liberati e meritino di ricevere nel dolore della penitenza, grazie al sacrificio del santo battesimo come pure al sacrificio di uno spirito contrito e di un cuore affranto e umiliato, la remissione dei peccati e delle loro bestemmie, con le quali ti hanno offeso per ignoranza. Hanno tanto valore la misericordia che sopravanza tutto, la tua autorità e la verità del tuo Battesimo, e le chiavi del regno dei cieli nella tua santa Chiesa!
Perciò non bisogna disperare nemmeno di coloro i quali, finché vivono su questa terra grazie alla tua pazienza, pur sapendo quanto sia male intendere o dire di te tali cose, sono trattenuti in quella perfida professione per una qualche abitudine o ricerca di un vantaggio temporale e terreno, se, almeno pungolati dai tuoi rimproveri, si rifugiano presso la tua ineffabile bontà, anteponendo a tutte le lusinghe della vita carnale la vita celeste ed eterna» (Ibidem, § 48).
Nostro Signore, come ci spiega sant’Agostino, castiga poco alla volta, guida pazientemente alla penitenza, pungola con i Suoi rimproveri di Padre. Ogni padre terreno che permette il cattivo comportamento del proprio figlio, senza rimproveri e giuste conseguenze delle sue malefatte, è un pessimo padre, che non vuole il bene per lui. Il Padre che è nei Cieli vuole esclusivamente il meglio per i propri figli, con una proiezione non fugace, ma di eterna beatitudine.
I santi ringraziano letteralmente Dio per le prove, le tribolazioni, i dolori terreni, considerati non crudeltà, ma strumenti di purificazione per la salvezza eterna. Oltre l’immenso filosofo e teologo sant’Agostino, possiamo ricordare in questo senso anche sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Pio da Pietrelcina fino ad arrivare all’ugandese santa Giuseppina Bakhita, chiamata «apostola della gratitudine», che sperimentò la schiavitù e atroci sofferenze, che provò realmente la Grazia nella disgrazia, e di quella Grazia ne ha fatto un inno, che la Chiesa, elevandola all’onore degli altari, tramanda a tutte le generazioni attraverso la sua coraggiosa e appassionata testimonianza: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani…».