"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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I dazi come arma «tuttofare»: così Trump li sta usando per dettare la politica estera (e interna)

di Federico Rampini – Correre della Sera – 1 Agosto 2025

Trump usa le tariffe in diversi modi: gli «avvisi» al Canada se riconoscerà la Palestina e al Brasile su Bolsonaro Donald Trump non conosce la parola “fine”. È capace di rimangiarsi la parola data, di ritrattare un accordo annunciato. Così il tormentone dei dazi rimane aperto a sorprese, ripensamenti, colpi di scena. Chissà quando arriverà a un approdo stabile, se mai ci arriverà. D’altronde questo presidente ha voluto stracciare e rinegoziare i patti commerciali che lui stesso aveva raggiunto con Canada e Messico nel suo primo mandato. Oltre a decine di aspetti fluidi e in corso di definizione con l’Unione europea, il Giappone, la Corea del Sud (tre partner con cui ha annunciato un accordo di massima, salvo dettagli da precisare, appunto), su altri fronti è cominciato l’utilizzo delle tasse doganali come arma geopolitica. Trump minaccia di colpire il Canada se si ostina a riconoscere lo Stato palestinese; il Brasile se si accanisce a perseguire in via giudiziaria l’ex presidente Bolsonaro accusato di tentato golpe; l’India se continua a comprare petrolio dalla Russia.

Retroterra

In ciascuno di questi casi le sortite di Trump hanno un retroterra specifico. Trump non esclude in via di principio che la Palestina abbia diritto a uno Stato, pensa però che in questa fase non ne esistano le condizioni né a Gaza né in Cisgiordania. Sui procedimenti contro Bolsonaro sono state sollevate obiezioni da molte parti, non solo trumpiane (la Corte costituzionale di Brasilia è notoriamente politicizzata). Infine i dazi all’India sarebbero un modo per colpire Putin. Si tratta in quest’ultimo caso di sanzioni indirette, il cui vero bersaglio sarebbe la Russia, che finora ha continuato a esportare energie fossili in mezzo mondo (Europa inclusa) perché il regime sanzionatorio è un colabrodo.

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Trovare di volta in volta delle spiegazioni per alcune delle nuove minacce di Trump, non toglie che esse siano dirompenti. I dazi diventano un’arma tuttofare, dagli utilizzi multipli. Finché vengono presentati solo come uno strumento per sanare squilibri delle bilance commerciali, siamo in un ambito economico, controverso ma delimitato. Tuttavia il 47esimo presidente li usa — o li minaccia — anche per piegare altri Paesi alla sua volontà su questioni di politica estera e perfino interna. Un accordo ritenuto valido sul terreno commerciale, può saltare se il Paese si mette di traverso alle priorità geopolitiche di Washington.

Stiamo entrando in un mondo nuovo, le cui regole del gioco cambiano sotto i nostri occhi. Tra gli analisti più lucidi c’è lo storico americano Walter Russell Mead: un conservatore non trumpiano, seguace della realpolitik di Henry Kissinger. Mead spiega che Trump sta mettendo a frutto l’immenso potere di pressione che l’America ha accumulato nei decenni su due fronti: come mercato di sbocco delle merci altrui (di gran lunga il più ricco e aperto) quindi locomotiva di traino della crescita europea o asiatica; e come fornitrice di protezione militare a tanti alleati, nella Nato, in Medio Oriente, in Estremo Oriente. Minacciando di togliere l’uno e l’altro — il mercato di sbocco Usa e la protezione armata — vuole strappare concessioni a getto continuo. Non solo sul terreno commerciale, anche su quello politico.

La geoconomia

«The name of the game», la definizione del nuovo gioco al quale stiamo tutti partecipando (volenti o nolenti), è «geoeconomia». Secondo una definizione data dallo stratega militare Edward Luttwak ben 35 anni fa, la geoeconomia è «l’intreccio della logica del conflitto con il metodo del commercio». Un’altra descrizione classica è questa: «l’uso di strumenti economici per promuovere e difendere gli interessi nazionali». Tali strumenti comprendono dazi, politiche industriali, vincoli regolatori, svalutazioni aggressive della valuta, acquisizioni di proprietà estere, controlli sull’export di energia e terre rare. Jonathan Black, vice consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, è stato citato sul Financial Times per questa riflessione: «L’intersezione tra interessi economici e sicurezza è la sfida sistemica del nostro tempo. Essa domina sempre più l’agenda non solo dei vertici internazionali e dei governi, ma anche dei consigli di amministrazione aziendali». Non è una novità assoluta. Poiché geoeconomia evoca una fusione tra l’economia, la geopolitica, le dottrine militari, è bene ricordare che negli anni 70/80 quando eravamo invasi dal Giappone, le business school occidentali si misero a insegnare ai manager l’etica marziale dei samurai; nel 2000 con l’inizio del «secolo cinese» fu la volta di Sun Tzu, «L’arte della guerra»

I più attrezzati

Alcune aree del mondo hanno sempre pensato in termini di geoeconomia. Forse per questo oggi la nazione che sembra meglio attrezzata, anche culturalmente, ad affrontare gli shock multipli di Trump è la Cina. Nel pensiero dei suoi leader comunisti, Xi Jinping in testa, non è mai esistita una linea di demarcazione precisa fra strategia militare, strategia industriale, innovazione tecnologica, politica estera e politica interna. Il tutto fa parte di un approccio «olistico»: per Pechino ogni ramo dello Stato, ogni settore dell’economia privata, nonché le istituzioni accademiche e scientifiche, devono contribuire a rafforzare il Paese in vista della sfida finale con gli Stati Uniti per l’egemonia. In tempi non sospetti (2010) Pechino non esitò a mettere in ginocchio il Giappone con un embargo sulle terre rare, per un castigo squisitamente politico

Noi impreparati

Di fronte a un ritorno in forze della geoeconomia l’Europa è sbigottita e impreparata. Era sì abituata a presidenti Usa che perseguivano gli interessi nazionali cercando però di tener conto di quelli degli alleati, e ammantando comunque il discorso geopolitico di valori comuni. Con Trump tutto si riduce ai nudi rapporti di forze. Su questo terreno l’Europa paga ritardi enormi, la lista è lunga: le mancano una difesa, dei campioni Big Tech, delle politiche industriali, un’attenzione strategica all’approvvigionamento di risorse rare, un vero mercato dei capitali. Trump ha una sorta di istinto animale nell’intuire le debolezze multiple nei partner; mentre è costretto a scegliere la prudenza e il compromesso quando ha di fronte la Cina. L’uso dei dazi come arma dai multipli scopi rientra in questo cinico revival della geoeconomia. Non è detto che sia l’America il vincitore finale, però la solidità della sua economia (l’ultimo dato è la crescita del 3% del Pil) consiglia di non sottovalutare la possibilità che infligga molti più danni agli altri — Cina esclusa? — di quanti possa subirne.

IL PERDONO DI ASSISI

Dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria. (Si può applicare per sé o per i defunti)

Titolo: Il perdono di Assisi

Ricorrenza: 2 Agosto

Il 2 agosto si ricorda Santa Maria degli angeli e del perdono, Madonna alla quale è dedicata una Basilica in Assisi, e dove Ella apparve a San Francesco, il quale svolse parte della sua opera nella cosiddetta Porziuncola, una chiesetta ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio nella quale fondò l’Ordine dei Frati Minori, da lui stesso rimodernata e sistemata e presso cui si ritirava in preghiera e meditazione.

Proprio qui si narra che un giorno di luglio del 1216 San Francesco si trovasse a pregare quando gli apparve in tutto il suo fulgore la Madonna seduta alla destra di Gesù Cristo e circondata da angeli la quale gli chiese in che modo poter esaudire il suo desiderio di mandare tutti in paradiso. San Francesco rispose prontamente:

“Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Quale altruistica richiesta! Che tutti quelli che nel corso degli anni si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avessero ottenuto la completa remissione delle loro colpe, quello che viene conosciuto come il Perdono di Assisi.

Gli fu infatti risposto di recarsi dal Papa in carica, ovvero il Pontefice Onorio III il quale dopo averlo ascoltato e concessa l’indulgenza gli chiese se volesse un documento, ma il frate rispose sicuro: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”.

Così il 2 agosto di quell’anno San Francesco promulgò il Grande Perdono per ogni anno in quella data a coloro che fossero andati nella chiesetta della Porziuncola, oggi all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli.

IL PERDONO DI ASSISI
COME OTTENERE L’INDULGENZA PLENARIA DEL PERDONO DI ASSISI

(Si può applicare per sé o per i defunti) Dal mezzogiorno del 1° agosto alla mezzanotte del giorno seguente (2 agosto) si può lucrare una volta sola l’indulgenza plenaria

CONDIZIONI RICHIESTE:

  1. Visita, entro il tempo prescritto, a una chiesa francescana, cattedrale o Parrocchiale o ad altra che ne abbia l’indulto e recita del “Padre Nostro” (per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo) e del “Credo” (con cui si rinnova la propria professione di fede).
  2. Confessione Sacramentale per essere in Grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti).
  3. Partecipazione alla Santa Messa e Comunione Eucaristica (negli otto giorni precedenti o seguenti).
  4. Una preghiera secondo le intenzioni del Papa (almeno un “Padre Nostro” e un’Ave Maria” o altre preghiere a scelta), per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.
  5. Disposizione d’animo che escluda ogni affetto al peccato, anche veniale.

Sant’ Ignazio di Loyola


autore: Pieter Paul Rubens anno: 1622 titolo: Sant’Ignazio di Loyola luogo: Museo Norton Simon, Sati Uniti

Nome: Sant’ Ignazio di Loyola

Titolo: Fondatore della Compagnia di Gesù

Nome di battesimo: Íñigo López de Loyola

Nascita: 1491, Lojola, Spagna

Morte: 31 luglio 1556, Roma

Nacque nel castello di Loyola, nei Paesi Baschi spagnoli, da una nobile famiglia, l’anno 1491.

Dopo aver trascorso qualche tempo alla corte dei re cattolici, si arruolò nell’esercito, dove si distinse per valore e coraggio. Prescelto alla difesa di Pamplona, sostenne eroicamente l’assedio con un pugno di uomini, ma nel pieno della battaglia fu colpito da un colpo di cannone che gli fratturò una gamba.

Durante la lunga convalescenza, Ignazio chiese libri di cavalleria, ma gli furono offerti solo la Vita di Gesù Cristo e la Vita dei Santi. Iniziò a leggerli più per necessità che per devozione, ma quei racconti di santi, con i loro digiuni, penitenze e fervore, lo toccarono profondamente. Fu l’inizio della sua conversione. Dopo una dura lotta interiore, la grazia di Dio prevalse.

Appena riprese le forze, decise di cambiare vita. Si recò al santuario di Montserrat, dove depose la spada ai piedi della Vergine e donò i suoi abiti da cavaliere a un povero. Poi si ritirò nella grotta di Manresa per circa un anno, conducendo una vita di estrema austerità, preghiera e mortificazione. Fu in quel periodo che Dio lo colmò di luci interiori e grazie mistiche. In questo ritiro compose il celebre libro degli Esercizi Spirituali, che divenne una guida fondamentale per la vita cristiana.

Desideroso di servire Dio, Ignazio si recò in pellegrinaggio in Terra Santa. Tornato in Europa, si stabilì a Barcellona e iniziò lo studio del latino, poi proseguì gli studi a Parigi, dove conobbe Francesco SaverioDiego LaínezAlfonso SalmerónNicolás Bobadilla e Pierre Favre. Con loro fondò una nuova milizia di Cristo: la Compagnia di Gesù. Il 15 agosto 1534, nella cappella di Montmartre, i compagni emisero i voti religiosi.

Recatisi a Roma, sottoposero il progetto al Papa Paolo III, che lo approvò ufficialmente nel 1540 con la bolla Regimini militantis Ecclesiae. La Compagnia di Gesù nacque così, destinata a un’enorme influenza nella storia della Chiesa e segnata da persecuzioni, martiri e frutti spirituali in tutto il mondo.

Ignazio inviava missionari nelle terre dei pagani, difendeva la fede cattolica contro l’eresia protestante e promuoveva il rinnovamento spirituale tra i fedeli. Fondò il Collegio Germanico e molte altre istituzioni educative e religiose.

Spesso ripeteva: «Se potessi scegliere, preferirei vivere incerto della salvezza e lavorare per Dio, piuttosto che morire subito sicuro della gloria eterna».

Consumato dalla carità e dal lavoro apostolico, si spense il 31 luglio 1556 a Roma. Fu canonizzato da Gregorio XV nel 1622. Il suo corpo è venerato nella chiesa del Gesù a Roma.

Le sofferenze mandate e permesse da Dio

Nel contesto delle dottrine cristiane, il tema della sofferenza e del male ha sempre suscitato profonde riflessioni teologiche e filosofiche. Sant’Ignazio di Loyola ha offerto un’interpretazione particolare e illuminante su come Dio invia e permette la sofferenza.

Sant’Ignazio chiarisce che Dio non solo manda la sofferenza, ma la permette anche. Queste due affermazioni non sono contraddittorie, ma complementari. La sofferenza è inviata da Dio nel senso che egli la permette, e la permette nel senso che la invia. Questa distinzione può sembrare sottile, ma è fondamentale per comprendere il ruolo di Dio nel contesto del dolore umano.

La sofferenza non è inviata come un nemico che lancia un attacco per distruggere l’avversario. Invece, Sant’Ignazio spiega che le sofferenze derivano dalle regole ontologiche e morali stabilite dal Creatore. Quando l’uomo decide di sovvertire queste regole, ne subisce inevitabilmente le conseguenze. Questo è il senso corretto del “Dio manda la sofferenza”. Le regole divine sono intessute nella struttura stessa della realtà, e violarle porta inevitabilmente al dolore e alla sofferenza.

Oltre a inviare, Dio permette la sofferenza. Questa permessione non è un atto di sadismo divino, ma piuttosto un mezzo di correzione e crescita spirituale. La sofferenza, seppur dolorosa e spesso incomprensibile, ha un ruolo edificante per la persona. È un mezzo attraverso cui Dio guida l’anima verso la salvezza. Questo principio si applica in particolare al male di colpa, dove la sofferenza è la conseguenza naturale di un atto errato, come una malattia derivata dall’abuso di alcolici.

Quando si tratta del male di pena, come la sofferenza degli innocenti, entra in gioco il concetto di mistero. Un bambino nato con gravi deformità che muore subito dopo la nascita rappresenta un male che non può essere compreso pienamente attraverso la sola ragione. Sant’Ignazio sottolinea che senza accettare il mistero, il dolore e la sofferenza rimarranno incomprensibili e insopportabili. Il mistero divino richiede fede e accettazione che vi è un disegno più grande, spesso oltre la comprensione umana.

Sant’Ignazio di Loyola, con la sua profonda spiritualità, offre una visione che invita alla riflessione e alla crescita personale. I suoi Esercizi Spirituali sono un percorso che ogni credente dovrebbe intraprendere almeno una volta nella vita per comprendere meglio il ruolo della sofferenza nella propria esistenza e la sua relazione con Dio.

Sant’Ignazio e la Salus Populi Romani

Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, nutriva una particolare devozione verso la Madonna, simbolo di protezione e guida spirituale. In particolare, l’icona della Salus Populi Romani («salvezza del popolo romano»), custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, rappresentava per lui un punto di riferimento spirituale. Ignazio stesso celebrò la sua prima Messa in questa basilica, sottolineando il legame tra la sua missione e la protezione della Vergine Maria.

Mattarella: «Mosca ha demolito l’equilibrio della pace». E sulla crisi di Gaza: «Disumano ridurre un popolo alla fame». Il presidente tra i «russofobi»

di Redazione Esteri online – Corriere della Sera – 30 Luglio 2025

Durante la cerimonia del Ventaglio il presidente della Repubblica ha condannato quanto accade a Gaza e la posizione della Russia in Ucraina. Ma prima il suo nome è apparso sul sito del ministero degli Esteri russo tra i «russofobi»

«Da tanti secoli, da Seneca a S. Agostino, ci viene ricordato che “errare humanun est, perseverare diabolicum”. Si è parlato di errori anche nell’avere sparato su ambulanze e ucciso medici e infermieri che recavano soccorso a feriti, nell’aver preso a bersaglio e ucciso bambini assetati in fila per avere acqua, per l’uccisione di tante persone affamate in fila per ottenere cibo, per la distruzione di ospedali uccidendo anche bambini ricoverati per denutrizione». Queste le parole su quanto accade a Gaza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, espresse durante la cerimonia del Ventaglio tenuta oggi al Quirinale. «Difficile, in una catena simile, vedere una involontaria ripetizione di errori e non ravvisarvi l’ostinazione a uccidere. Disumano anche ridurre un popolo alla fame», ha precisato. 

Poi il suo discorso è passato sul fronte ucraino, spiegando che «angosciosa la postura aggressiva della Russia in Ucraina: un macigno sulle prospettive del continente europeo e dei suoi giovani. Questi mutamenti, così  profondi e inattesi hanno provocato, tra le altre conseguenze, un comprensibile disorientamento nelle pubbliche opinioni. Disorientamento aggravato da una abile e perversa opera di diffusione di false notizie e false raffigurazioni. Sul piano della realtà delle relazioni internazionali la scelta e la postura della Russia hanno, più che stravolto, cancellato l’equilibrio; equilibrio che garantisce la pace e dissuade da avventure di guerra».

Tutte situazioni, quelle citate dal presidente della Repubblica, che necessitano una «adeguate capacità difensive dei Paesi raccolti nell’Unione Europea, perché questa possa realmente svolgere il ruolo cui è chiamata: essere attrice di sicurezza e promotrice di pace. A questo corrisponde l’urgente necessità della costruzione della politica estera e di difesa comune. Comune politica estera e di difesa anche allo scopo di rendere effettiva e non illusoria la sovranità dei suoi Paesi membri, condividendone aspetti di dimensione sovranazionale». 

E infine: «Diffuso il tentativo di screditare e demolire il ruolo dell’Onu, dei suoi Organismi, delle sue Agenzie, facendo perno su lacune e scarsa efficacia della sua azione, condizioni che, in larga misura, derivano da limiti e privilegi prodotti da egoismi di potere di singoli stati, a partire dall’antistorico diritto di veto. Ottanta anni fa, nel 1945, a San Francisco, veniva adottata la Carta delle Nazioni Unite. Chiediamoci: il mondo sarebbe stato migliore senza l’Onu?».

Prima dell’incontro in Quirinale, è stata pubblicata una sezione sul sito del ministero degli Esteri russo dal titolo «Esempi di manifestazioni di russofobia» che è, a tutti gli effetti, una vera e propria lista di proscrizione dei «nemici» della Federazione. Tra questi compare anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Difesa Guido Crosetto. La Farnesina ha diramato una nota affermando che convocherà l’ambasciatore russo in Italia Aleksej Paramonov.

In una nota la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha bollato la lista come «l’ennesima operazione di propaganda, finalizzata a distogliere l’attenzione dalle gravi responsabilità di Mosca, ben note alla comunità internazionale e che la comunità internazionale ha condannato fin dall’inizio». La premier rivolge la sua «solidarietà al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ai ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto e a tutti coloro che sono stati destinatari di questa inaccettabile provocazione». E ricorda che «l’Italia ha scelto con fermezza di stare al fianco dell’Ucraina di fronte alla brutale guerra di aggressione scatenata dalla Russia ormai tre anni fa, e continua a garantire il proprio sostegno al popolo ucraino nella sua eroica resistenza». 

Sotto accusa sono le frasi ufficiali, pronunciate in sedi istituzionali, in cui viene denunciata l’aggressione russa all’Ucraina. Per quanto riguarda il presidente della Repubblica si trovano due citazioni: uno stralcio della lectio magistralis tenuta quest’anno all’Università di Marsiglia, in cui il presidente aveva definito l’invasione dell’Ucraina un’aggressione paragonabile al progetto del Terzo Reich, e il discorso pronunciato l’anno scorso per l’ottantesimo anniversario della battaglia di Montecassino, dove Mattarella ha ricordato «la tragedia inumana del popolo ucraino» e l’impegno per difendere pace, libertà e Stato di diritto.

Sul sito compaiono anche due dichiarazioni rilasciate al Messaggero nel 2024 da Tajani e Crosetto. Il primo aveva espresso l’auspicio di vedere le bandiere ucraine alla manifestazione del 25 aprile, il secondo aveva spiegato che Putin vuole prendersi tutta l’Ucraina. Si tratta di dichiarazioni politiche, di sicuro non violente, che non dovrebbero essere scambiate per prove di aperta ostilità. 

Essere cristiani nello spirito di Nicea

2 Luglio 2025 – di Roberto de Mattei – CR 1905

E’ ricorso quest’anno, nel mese di maggio, il 1700 anniversario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico della Chiesa e Papa Leone XIV ha annunciato di voler andare in Turchia, dove oggi Nicea si trova, per commemorare questo grande evento.

Nicea ci può apparire come un luogo e come un tempo lontani, distante dalle preoccupazioni di ogni giorno, eppure tutto ciò che riguarda la storia della Chiesa deve essere per noi sempre attuale, perché è carico di insegnamenti che non si perdono nel tempo. Internet talvolta ci assorbe, leggiamo di tutto, crediamo di sapere tutto, ma dobbiamo chiederci quale posto ha nelle nostre occupazioni lo studio della storia della Chiesa, lo studio della teologia e della filosofia cristiana. Senza questo studio la vita spirituale di un cristiano non potrà mai svilupparsi, sarà solo superficiale e sentimentale, destinata ad inaridirsi.

 Cristiani significa essere discepoli di Gesù Cristo, ma come si può essere discepoli di Gesù Cristo, senza approfondirne la conoscenza? Nel suo primo discorso, alla Cappella Sistina, il 9 maggio 2025, il Papa ha detto: «Gesù va annunciato a tutti. Non come superuomo, come talvolta è considerato, ma come il Cristo, Figlio del Dio vivente». 

Fu il Concilio di Nicea, furono i primi quattro Concili della Chiesa, a chiarire la vera natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, promulgando le prime grandi verità di fede. San Gregorio Magno ha paragonato i primi quattro Concili ecumenici della Chiesa ai quattro Vangeli: «Confesso che vennero con devozione i primi quattro Concili come i quattro libri del santo Vangelo» (Epistola I, 24: PL 77, col. 478).I quattro Concili a cui si riferisce sono Nicea (325); Costantinopoli I(381);Efeso(431)e Calcedonia (451). Essi formularono quelli che sono i dogmi fondamentali della Chiesa: il dogma trinitario e quello cristologico, assieme a quello, altrettanto importante, della Maternità divina di Maria.

Gli antitrinitari del IV secolo, seguaci del prete Ario, negavano la divinità di Cristo. Essi sostenevano che solo il Padre sarebbe l’unico e vero Dio. Il Verbo, intermediario tra Dio e il mondo, sarebbe invece di una sostanza diversa da quella divina. Nicea definì, contro gli ariani, che il Verbo è vero Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre e perciò veramente Dio. Il termine consustanziale esprime la perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre. Il Concilio di Costantinopoli confermò il simbolo niceno, stabilendo che lo Spirito Santo è veramente Dio come il Figlio e il Padre. 

Il Concilio di Efeso affermò, contro l’eretico Nestorio, la maternità divina di Maria e l’unità vera e sostanziale dell’elemento divino e umano di Cristo nell’unità della Persona del Verbo, unico soggetto a cui dobbiamo attribuire la proprietà e le operazioni dell’una e dell’altra natura. Quando, in opposizione a Nestorio, un altro eretico, Eutiche, volle difendere l’unità sostanziale di Cristo, fino al punto di porre in essa non solo una Persona, ma anche una sola natura, il Concilio di Calcedonia stabilì che le due nature in Cristo sono unite in una sola persona. ma distinte, non confuse, né mutate o comunque alterate.

I primi quattro Concili della Chiesa stabilirono dunque che c’è un unico Dio, in tre persone e che Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha due nature, la divina e la umana, ma una sola Persona divina. 

Da questi misteri scaturiscono quattro grandi verità:

1) Innanzitutto la divinità di Gesù Cristo. Egli è Dio, la seconda delle persone divine. E’ Dio dall’eternità ed è tale per tutta l’eternità. 

2) Dio però è anche uomo, e come ogni uomo ha anima e corpo, ha mente, volontà e sensi.  Gesù Cristo ha tutte le facoltà e le qualità umane, perché, accanto a una natura divina, ha una natura umana.  

3) In terzo luogo, le due nature di Gesù Cristo, la natura divina e la natura umane sono in Lui unite, ma non confuse. Gesù Cristo è nel medesimo tempo perfetto Dio e perfetto uomo. 

4) Infine, è nell’unità della persona del Verbo che sussiste l’unione di Dio e dell’uomo. Ciò significa che la natura umana è in Gesù Cristo assorbita nella persona divina. La natura umana può essere mossa solo da quella divina, così come il corpo di ogni uomo è incapace di alcuna attività che non provenga dall’anima. 

Chi ignora queste verità non può dirsi cristiano. Essere cristiani significa essere fatti ad immagine di Gesù Cristo, essere formati e trasformati da Cristo, ricevere la vita da lui e per mezzo di Lui crescere nella vita divina.

Don Francesco Pollien, nel suo aureo libro Cristianesimo vissuto (tr. it. Edizioni Fiducia, Roma 2023), ci spiega che non può esistere vita cristiana se non si trovano riuniti i quattro caratteri che costituiscono Cristo: il perfetto elemento divino; il perfetto elemento umano; l’unione del divino con l’umano; l’annientamento dell’indipendenza umana di fronte a Dio.

Il primo elemento è quello divino: il primato di Dio nella nostra vita. Se crediamo in Dio e comprendiamo chi è Dio, dobbiamo indirizzare tutta la nostra vita a Lui e alla sua gloria, cercando di ingrandire continuamente in noi la gloria di Dio. 

Il secondo elemento è quello umano: dobbiamo sviluppare il corpo, il cuore, la mente, orientandoli al loro fine, che è Dio. Questo elemento ha come modello la natura umana di Gesù Cristo, in cui però tutto era perfetto fin dal principio. Per noi, al contrario, la perfezione è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.

Il terzo elemento è l’unione del divino e dell’umano, attraverso l’azione della grazia, che porta alla nostra anima la vita divina. Non possiamo fare nulla di buono senza l’azione della grazia divina che vivifica le nostre facoltà umane. Questo elemento corrisponde all’unione, senza confusione, delle due nature in Cristo, quella umana e quella divina.

Infine, il quarto elemento è la completa sottomissione dell’umano al divino, della nostra volontà alla volontà di Dio, in modo che, per così dire, ci sia una sola Persona, che non è la nostra, ma quella di Gesù Cristo che vive in noi. E’ quanto avviene in Cristo, in cui l’unica Persona divina, assorbe le due nature.

La nostra vita di cristiani è un germe che deve svilupparsi, tendendo verso la perfezione dei quattro caratteri che abbiamo ritrovato in Cristo. Questo è il grande orizzonte, la grande meta dell’anima cristiana: un Cristianesimo vissuto, forte e virile, carico di grande passione, ma senza nulla di languido e di mellifluo. In tal modo alla domanda di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?», potremmo rispondere, con le nostre parole e con la nostra vita, come rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-20). 

Il Papa ai giovani: siate luce e speranza, il nostro grido sia per la pace nel mondo

Fra i 120 mila radunati in piazza San Pietro e in via della Conciliazione per la Messa di apertura del Giubileo dei giovani, presieduta dal pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione monsignor Fisichella, arriva a sorpresa, al termine della celebrazione, Leone XIV che invita ragazzi e ragazze ad essere testimoni della pace di Gesù Cristo e della riconciliazione

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

“Buonasera! Buenas tardes! Good evening! Gesù ci dice: “Voi siete il sale della terra”, ‘Voi siete la luce del mondo!’”. A sorpresa, in Piazza San Pietro, al termine della Messa di apertura del Giubileo dei giovani, presieduta da monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione dell’Anno Santo, arriva il Papa. Dopo un lungo giro in papamobile tra i 120 mila presenti che riempiono anche Piazza Pio XII e via della Conciliazione, Leone XIV saluta calorosamente ragazzi e adolescenti. Esplode la festa tra la folla quando il Pontefice giunge con la sua vettura scoperta. In tanti si accalcano alle transenne per vederlo passare e salutarlo. Intonano inni, alzano i loro telefoni per immortalare il momento, gli lanciano regali.

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana

Il Papa sul sagrato della basilica vaticana (@Vatican Media)

Un grido per la pace nel mondo

I cori gioiosi accompagnano tutto il percorso del Papa, che giunto sul sagrato della basilica vaticana, in spagnolo, risponde così all’entusiasmo di ragazzi e ragazze: “Le vostre grida, tutte per Gesù Cristo, saranno ascoltate fino alla fine del mondo”. E prosegue: “Il mondo ha bisogno di messaggi di speranza. Voi siete questo messaggio, e dovete continuare a dare speranza a tutti”. “Speriamo che tutti voi siate sempre segni di speranza nel mondo!” auspica, poi, il Pontefice rivolgendosi in italiano ai giovani che ‘commentano’ ogni sua parola con urla di approvazione e applausi. “Oggi stiamo cominciando. Nei prossimi giorni avrete l’opportunità di essere una forza che può dare la grazia di Dio, messaggio di speranza, una luce alla città di Roma, all’Italia e a tutto il mondo”, aggiunge Leone XIV, che poi invita: “Camminiamo insieme con la nostra fede in Gesù Cristo. Il nostro grido deve essere anche per la pace nel mondo”. Alla piazza, poi, il Pontefice chiede di ripetere: “Vogliamo la pace nel mondo”. Tutti rispondono: “Vogliamo la pace nel mondo”.

Leone XIV tra i giovani in via della Conciliazione

Leone XIV tra i giovani in via della Conciliazione (@Vatican Media)

L’arrivederci a Tor Vergata

“Oremos por la paz”. “Preghiamo per la pace – termina il Papa tornando a parlare in spagnolo -. Siamo testimoni della pace di Gesù Cristo, della riconciliazione, questa luce del mondo che tutti stiamo cercando. Sorelle e fratelli, il Signore è con noi, il nostro aiuto è nel nome del Signore. Benedetto sia il nome del Signore”. Poi, dopo aver impartito la benedizione l’arrivederci: “Ci vediamo. Ci troviamo a Tor Vergata. Buona settimana!”.

Alcuni giovani festanti

Alcuni giovani festanti (@Vatican Media)

Il benvenuto ai giovani

A dare il benvenuto ai giovani, all’inizio della liturgia – concelebrata dai cardinali Baldo Reina, vicario generale per la diocesi di Roma, e Marc Ouellet – monsignor Fisichella, che ha ringraziato i presenti “per aver accolto l’invito” del Pontefice a partecipare a questo Giubileo dedicato alle nuove generazioni “e alla speranza che ognuno porta dentro di sé”. Con lo sguardo al variopinto emiciclo del Bernini e alla contigua piazza Pio XII, dove sventolavano bandiere di svariati Paesi del mondo, bandane e cappellini, mentre il sole cala e gli ultimi raggi rischiaravano piazza San Pietro e via della Conciliazione,  monsignor Fisichella ha indirizzato le sue parole, in particolare, agli “amici che provengono anche da molte zone di guerra”. “Dall’Ucraina dalla Palestina giunga a tutti l’abbraccio di fraternità che ci rendi uniti e un corpo solo” ha detto, esortando i giovani a  non fare “mancare” ai loro coetanei giunti da aree dilaniate da conflitti “segni” di “amicizia”.

Un gruppo di suore

Un gruppo di suore (@Vatican Media)

Vivere i giorni del Giubileo con gioia e spiritualità

Il pensiero del presule è andato anche ai “molti” ragazzi che “hanno fatto tanti sacrifici per essere” nella capitale. Poi a tutti ha annunciato: “Il Signore non vi deluderà. Vi viene incontro”. Ed ha esortato: “Siate vigili per cogliere la sua presenza. Vivete questi giorni con gioia e spiritualità, scoprendo nuove amicizie, ma soprattutto contemplate Roma e le tante opere d’arte espressione della fede che ha generato tanta bellezza”. Infine, nel suo saluto, ripetuto anche in inglese, spagnolo, francese, portoghese e tedesco, il pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione ha spiegato che motivo del raduno giovanile giubilare nel cuore della cristianità è “trasmettere la fede e comprendere il grande valore che Gesù Cristo possiede nella nostra vita” ed ha incoraggiato a rispondere “con entusiasmo”.

Monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione

Monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione (@Vatican Media)

Gesù ci viene incontro per primo

Nella sua omelia, poi, monsignor Fisichella, ha preso spunto dal racconto evangelico della risurrezione di Lazzaro, che narra anche del dialogo con le sorelle Marta e Maria, per evidenziare che Gesù, saputo che l’amico stava male, ritardando la sua visita “insegna a noi qualcosa di importante”, che “la fede è un incontro, ma il primo che ci viene incontro è Gesù”, “quando vuole, come vuole, nel tempo stabilito da Lui, non da noi”. “Noi siamo chiamati solo a rispondere” quando ci “viene incontro”, “a metterci in cammino verso di Lui”, ha sollecitato il presule, che ha poi definito Marta “il segno della nostra fede, segno che quando il Signore vuole incontrarci, deve trovare in noi delle persone vigilanti, pronte, pronte a correre verso di Lui senza esitare”.

Alcuni concelebranti

Alcuni concelebranti (@Vatican Media)

La fede una scelta di libertà

Ma la fede “è una scelta di libertà”, ha proseguito monsignor Fisichella, “libertà con la quale vogliamo metterci alla sequela. A seguire il Signore”, “dove Lui vuole condurci” e “ha stabilito per ognuno di noi la vera felicità”. Questa scelta di libertà ce la mostrano Marta e Maria, che avvisando Gesù delle condizioni di salute del fratello “non gli dicono vieni e compi un miracolo”. “Gesù deve decidere Lui quello che è opportuno fare”, ha chiarito il pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, “non solo il tempo, ma anche le modalità, i modi con i quali ci viene incontro, perché dobbiamo rispettare la libertà di Dio”, “che non ci abbandona” mai, perché siamo amati da Lui. “Non saremo mai soli, non potremo mai essere abbandonati, perché Gesù è nostro compagno di strada”, ha continuato il presule, avvertendo che “ogni gesto di libertà comporta una rinuncia, per essere autenticamente liberi di dover seguire il Signore”.

Il Papa tra la folla

Il Papa tra la folla (@Vatican Media)

Essere costruttori di pace

“Siamo realmente liberi nel momento in cui compiamo qualche rinuncia, ma soprattutto quando questa rinuncia è finalizzata ad incontrare il Signore e a doverlo seguire”, ha affermato Fisichella, il quale ha rimarcato, inoltre, che la fede “è anche ascolto”, una fede che ci rende testimoni del Risorto e ci deve porta all’azione a “dar da mangiare a chi ha fame, dar da bere a chi ha sete” a “essere presenti” quando qualcuno “ha bisogno di noi”, è malato o in carcere, o quando viene meno “il diritto fondamentale alla dignità”. “Viviamo un periodo di grande violenza”, “nelle nostre strade e nelle nostre città”, ha concluso il responsabile dell’organizzazione del Giubileo, che invita a “dare certezza della speranza che l’amore vince sempre, che la bontà supera la violenza” e ad essere “costruttori di pace”.

Il Papa mentre saluta i giovani

Il Papa mentre saluta i giovani (@Vatican Media)

Santa Marta di Betania


Nome: Santa Marta di Betania

Titolo: Vergine

Nascita: I Secolo, Israele

Morte: 29 luglio 84, Marsiglia, Francia

Ricorrenza: 29 luglio

Era sorella di Lazzaro e di Maria. Era questa una famiglia molto distinta e caritatevole che Gesù molto amava e sovente onorava con la sua presenza. A Marta era affidata la cura delle faccende domestiche. Ella mostrava ogni impegno per servire bene Gesù, e S. Luca narra che una volta, vedendo che la sorella Maria non l’aiutava nelle sue faccende, si lamentò dolcemente col Maestro Divino dicendo:

« Signore, non t’importa che la mia sorella mi lasci sola a servire? ». Ma Gesù, pur non biasimando la sua sollecitudine, le disse: « Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti di troppe cose. Una sola cosa è necessaria ».

Alla morte del fratello Lazzaro le due sorelle rimasero molto contristate e non c’era chi potesse consolarle nel loro dolore. Fosse almeno stato presente Gesù! Egli, avvisato, non era ancora ritornato. Ma quattro giorni dopo, ecco arrivare il Maestro. « Marta, narra l’evangelista S. Giovanni, appena seppe della venuta di Gesù, gli andò incontro, mentre Maria se ne stava in casa a piangere. Disse a Gesù: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che tutto quello che domanderai a Dio, te lo concederà. Gesù le disse: Tuo fratello risorgerà. Rispose Marta: Lo so che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno. E Gesù: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se morto vivrà e chi vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo? Ella rispose: Si, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figliuolo di Dio vivo, che sei venuto in questo mondo».

Gesù, per rinfrancare la fede di Marta e di Maria e per mostrare ai Giudei ch’egli era veramente padrone della vita e della morte, giunto al sepolcro, disse ai circostanti: « Togliete la pietra ». E a Marta che gli osservava: « Signore, già puzza, perché da quattro giorni è lì ». Gesù rispose: « Non ti ho detto che se credi. vedrai la gloria di Dio? ». Gesù richiamò in vita Lazzaro, e « molti Giudei, conchiude l’Evangelista, venuti da Maria e da Marta, avendo visto quanto aveva fatto Gesù, credettero in Lui ». Non si può certo descrivere la gioia delle due sorelle nel riavere vivo il loro amato fratello che tanto avevano pianto. Esse per tutta la vita serbarono al Redentore la più viva gratitudine.


Molto probabilmente Marta fu presente al Calvario con sua sorella Maria, e con lei vide il Salvatore risorto. Dopo l’Ascensione di Gesù al cielo, Marta, con la sorella Maria ed il fratello Lazzaro, fu dai Giudei gettata in mare, perché venisse sommersa dalle onde; ma la nave miracolosamente protetta e guidata giunse incolume nel golfo di Marsiglia. In questa città S. Marta fondò una comunità di vergini che governò santamente, finché ricca di meriti, il 29 luglio dell’84, passò al gaudio sempiterno.

 Le sue reliquie si venerano a Tarascona, sul Rodano. Marta fu anche nota per aver sconfitto un drago, la Tarasca, che aveva terrorizzato gli abitanti di Tarascona. Metà bestia e metà pesce, il mostro era intento a divorare un uomo, quando fu annientato da Marta, armata di aspersorio e acquasantiera.

San Gregorio VII un Papa combattente

23 Luglio 2025 

di Roberto de Mattei – CR 1908

Nel maggio del 1085, 940 anni fa, morì il Papa san Gregorio VII, Ildebrando di Soana (1030ca-1085), il più grande riformatore del suo tempo e anche uno dei più grandi Papi della storia. 

Ildebrando, malgrado la sua riluttanza, fu eletto al soglio pontificio il 29 aprile 1073, a sessant’anni di età. Così egli si esprimeva appena eletto: «Voglio che voi sappiate fratelli carissimi che siamo stati posti in tal luogo da essere costretti, volenti o nolenti, ad annunciare la verità e la giustizia a tutte le genti, soprattutto alle genti cristiane, poiché ha detto il Signore: grida, non stancarti di gridare, leva la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo i suoi delitti». 

Gregorio VII affrontò di petto i mali morali del suo tempo. Pochi mesi dopo la sua elezione, nel 1074, convocò a Roma un Concilio e vi fece approvare due importanti decreti: il primo contro i preti trasgressori della legge sul celibato, il secondo contro la simonia; inviò quindi da ogni parte legati e lettere, imponendo ai vescovi di tenere concili dove promulgassero e facessero osservare tali decreti. In un secondo concilio nel 1075 condannò l’investitura laica dei vescovi. 

Per Gregorio esisteva uno stretto nesso tra la simonia e la politica delle investiture. I pubblici poteri (imperatore, re, duchi e conti) infatti designavano i prelati, ne imponevano la scelta e talvolta li creavano consegnando loro il pastorale o l’anello, insegna dei loro uffici religiosi. Obiettivo di Gregorio era quello di ripristinare la dignità e l’indipendenza dell’episcopato, opponendosi all’investitura laica da parte dell’imperatore o di altri poteri secolari.

Si ribellarono al Papa l’imperatore Enrico IV, il clero di Germania e quello di Lombardia. Gregorio citò Enrico a comparire in Roma, in un dato giorno, con minaccia di scomunica se egli avesse mancato. Allora Enrico convocò un Concilio contro Gregorio a Worms e si accordò con il prefetto di Roma, Leucio, per destituire il Papa. Leucio, nella notte di Natale del 1075, entrò con i suoi armati in Santa Maria Maggiore, dove il Pontefice celebrava una cerimonia, lo strappò dall’altare ferendolo nel capo e lo fece prigioniero. Ma il popolo poche ore dopo liberò il Papa. Gregorio adunò un nuovo Concilio (1076) nel quale solennemente scomunicò Enrico e dichiarò i sudditi di Germania e di Italia sciolti dal giuramento di fedeltà, scrivendo però ai principi tedeschi che non abusassero della scomunica contro il Re, ma cercassero di farlo ravvedere. 

La sentenza del Papa fu un colpo terribile per la causa di Enrico in Germania. Molti dei signori a lui soggetti gli si ribellarono e convocarono una dieta per nominargli il successore. Enrico allora, visto il pericolo, scese in Italia per riconciliarsi con il Papa (1077). Gregorio, che si era mosso da Roma per recarsi in Germania per assistere alla dieta di Augusta, saputo del viaggio di Enrico in Italia, da Mantova, dove si trovava, si portò a Canossa, nel castello della contessa Matilde, a lui fedele. Era il mese di gennaio. Gregorio, all’inizio, si rifiutò di ricevere Enrico, ma questi giunse al castello di Canossa, camminando a piedi nella neve, rivestito di una tunica di lana grezza. Il Papa nutriva diffidenza verso quel pentimento così improvviso, ma la contessa Matilde e l’abate Ugo di Cluny implorarono il Pontefice di non ricusare le suppliche di un penitente. Dopo tre giorni di attesa, il 28 gennaio (1077), Enrico venne ufficialmente ammesso alla presenza del Papa, perdonato e assolto dalla scomunica. 

Dopo circa sette secoli da che l’Imperatore Teodosio si era inginocchiato penitente di fronte al vescovo Ambrogio di Milano, un nuovo imperatore si inginocchiava di fronte all’autorità religiosa della Chiesa. Ma il pentimento di Enrico IV, a differenza di quello di Teodosio, non fu sincero. Il sovrano non rimase fedele alle sue promesse e nonostante gli fosse stata vietata dal Papa l’incoronazione come re d’Italia, si fece coronare e prese le armi contro Rodolfo di Svevia che intanto era stato eletto imperatore in sua vece dai principi tedeschi. 

Gregorio VII reagì con fermezza rivendicando la sua autorità. Egli sintetizzò la sua posizione nel Dictatus Papae, una raccolta di sentenze che mostra le relazioni che devono esistere fra il Sacro Romano Impero e il Papato. Si aprì una guerra tra i fedeli dell’imperatore e quelli del Papa. 

Gregorio trovò appoggio in Matilde di Canossa, una donna straordinaria, di stirpe longobarda. Suo marito era stato assassinato e Matilde era rimasta sola a governare un vasto Stato, nel centro dell’Italia, di cui, non avendo eredi, fece dono a Gregorio nel 1079, in aperta sfida con l’imperatore. Enrico IV convocò a Bressanone un Concilio, in cui fece deporre il Papa e decretò Matilde deposta e bandita dall’impero. Il sovrano tedesco scese quindi su Roma e assediò il Papa in Castel Sant’Angelo. Gregorio fu deposto e l’antipapa Clemente fu intronizzato solennemente al suo posto. Il giorno di Pasqua (31 marzo 1079) Enrico, insieme con la moglie Berta, ricevette la corona imperiale dall’antipapa. Il principe normanno Roberto il Guiscardo accorse in aiuto di Gregorio VII, ma il saccheggio della città a cui si abbandonò il suo esercito provocò la reazione del popolo che, sobillato dalla fazione contraria al Papa, si sollevò in armi. 

Gregorio, protetto dalle armi di Roberto il Guiscardo, fu costretto a fuggire e si recò in volontario esilio a Salerno, dove rinnovò la scomunica contro Enrico e l’antipapa Clemente e poco dopo morì, il 24 maggio 1085. Fu canonizzato nel 1606 da papa Paolo V e le sue spoglie sono venerate nel Duomo di Salerno.

Si dice che le sue ultime parole furono: «Dilexi iustitiam, et odivi iniquitatem, propterea morivi in exilio», riecheggiando quella del salmista: «Amasti la giustizia e odiasti l’iniquità, perciò ti mosse il Signore con l’oblio della letizia dei tuoi pari» (Salmo 44, 9).

La vita di san Gregorio VII ci insegna molte cose. Vorrei intanto sottolinearne una. Il Papa, come Gesù Cristo di cui è Vicario, è sempre stato segno di contraddizione dentro e fuori la Chiesa. La vita di Gregorio VII fu una lotta continua. Qualcuno pensa che nel Medioevo, o in altre epoche, i cristiani potessero vivere disinteressandosi di ciò che diceva e faceva il Papa. Non è così. Nel Medioevo, come in ogni epoca storica, tutti i cristiani, anche i più semplici furono chiamati a rendersi consapevoli delle lotte che la Chiesa affrontava e a dover scegliere tra un Papa e un antipapa, tra un Papa e un imperatore, assumendosi davanti a Dio le responsabilità della propria scelta. La vita del cristiano, come quella della Chiesa, è lotta, e non ci si può sottrarre a questa lotta, limitandosi a seguire l’insegnamento e i riti della Chiesa, senza prendere parte alla battaglia che essa combatte ogni giorno contro i suoi nemici interni ed esterni. 

Il Papa: ogni persona ha un’intrinseca dignità, negoziare futuro di pace per tutti

Forte appello di Leone XIV ai governanti per porre fine a tutti i conflitti, al termine dell’Angelus in Piazza San Pietro. Ricorda gli scontri tra Thailandia e Cambogia, nel sud della Siria e la gravissima situazione umanitaria a Gaza. Nella V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani invita a stringere con loro “un’alleanza di amore e di preghiera”. Ringrazia i media vaticani per la postazione inaugurata sotto il colonnato del Bernini e saluta i giovani arrivati a Roma per il loro Giubileo

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Il cuore del Papa è vicino a tutti coloro “che soffrono a causa dei conflitti e della violenza nel mondo”, dalle persone al confine tra Thailandia e Cambogia, a chi vive nel sud della Siria, e naturalmente a Gaza, dove è gravissima la situazione umanitaria. Rinnova l’appello per il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e “il rispetto integrale del diritto umanitario”. Si rivolge poi così “alle parti in tutti i conflitti”:

Ogni persona umana ha un’intrinseca dignità conferitale da Dio stesso: esorto le parti in tutti i conflitti a riconoscerla e a fermare ogni azione contraria ad essa. Esorto a negoziare un futuro di pace per tutti i popoli e a rigettare quanto possa pregiudicarlo. Affido a Maria, Regina della pace, le vittime innocenti dei conflitti e i governanti che hanno il potere di porvi fine.

Gli scontri tra Thailandia e Cambogia, e il dramma di Gaza

Riferendosi agli scontri tra Thailandia e Cambogia, Leone XIV prega specialmente “per i bambini e le famiglie sfollate. Possa il Principe della pace ispirare tutti a cercare il dialogo e la riconciliazione”. Come pure per le vittime “delle violenze nel sud della Siria”.

Seguo con molta preoccupazione la gravissima situazione umanitaria a Gaza, dove la popolazione civile è schiacciata dalla fame e continua ad essere esposta a violenze e morte.  

La postazione di Radio Vaticana/Vatican News sotto il colonnato del Bernini

In seguito, il Pontefice guarda alla nuova postazione dei media vaticani davanti ai suoi occhi, al Braccio di Carlo Magno.

Saluto Radio Vaticana/Vatican News che, per essere più vicina ai fedeli e pellegrini durante il Giubileo, ha inaugurato una piccola postazione sotto il colonnato del Bernini insieme all’Osservatore Romano. Grazie per il servizio in tante lingue, che porta la voce del Papa nel mondo. E grazie a tutti i giornalisti che contribuiscono ad una comunicazione di pace e di verità.

Il saluto ai giovani arrivati per il loro Giubileo

Papa Leone XIV si rivolge poi ai giovani di tanti Paesi arrivati a Roma per il Giubileo dei Giovani, che si apre il 28 luglio

Auspico che esso sia per ciascuno un’occasione per incontrare Cristo ed essere da Lui rinsaldati nella fede e nell’impegno di seguirlo con coerenza.

Saluti in inglese e spagnolo. La tradizione della Madonna “fiumarola”

Il Papa saluta anche, in inglese i fedeli da Kearny (New Jersey), il Catholic Music Award group, la EWTN Summer Academy, e tutti i giovani pellegrini arrivati a Roma per il loro Giubileo. “Spero – dice – che questa sia un’occasione  per ciascuno di voi di incontrare Cristo e di essere rafforzati da Lui nella vostra fede e nel vostro impegno a seguirlo con integrità di vita”. Stesso auspicio rivolge ai giovani pellegrini di lingua spagnola, in un saluto nella loro lingua. E infine ricorda che stasera si svolgerà la processione della Madonna “fiumarola” sul Tevere. “Possano i partecipanti a questa bella tradizione mariana” è il suo augurio, “imparare dalla Madre di Gesù a praticare il Vangelo nella vita quotidiana!”

Leone XIV: il Signore ci ascolta sempre, non smettiamo di pregare con fiducia

All’Angelus dell’ultima domenica di luglio, il Papa si sofferma sull’importanza dell’affidamento a Dio che usa una sapienza che va al di là della nostra comprensione. Il Pontefice avverte: “Non si può pregare Dio come Padre e poi essere duri e insensibili nei confronti degli altri”

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Rivolgersi al Dio cristiano chiamandolo “abbà”, “padre” è una forma di tenerezza, amicizia, intimità che si esprime in modo emblematico in quella preghiera del Padre nostro che Gesù insegnava ai discepoli e su cui il Papa si sofferma nel suo Angelus domenicale, il primo dal suo rientro da Castelgandolfo. Una preghiera che, osserva il Successore di Pietro, implica necessariamente un affratellamento, il superamento della durezza di cuore nei confron

Dio non ci volta mai le spalle

Il Papa cita il Catechismo della Chiesa cattolica per evidenziare i tratti della paternità di Dio. E ricorda quanto si rafforza, proprio ricorrendo con fiducia al Padre, il riconoscimento di essere “figli amati” da un amore grande. Rinsalda, poi, una certezza:

Dio non ci volta mai le spalle quando ci rivolgiamo a Lui, nemmeno se arriviamo tardi a bussare alla sua porta, magari dopo errori, occasioni mancate, fallimenti, nemmeno se, per accoglierci, deve “svegliare” i suoi figli che dormono in casa (cfr Lc 11,7). Anzi, nella grande famiglia della Chiesa, il Padre non esita a renderci tutti partecipi di ogni suo gesto d’amore.

Il Signore ci ascolta sempre

Papa Leone rassicura sulle presunte mancate “risposte” alle invocazioni di chi chiede aiuto. C’è un mistero che supera il limite umano, da assecondare:

Il Signore ci ascolta sempre quando lo preghiamo, e se a volte ci risponde con tempi e in modi difficili da capire, è perché agisce con una sapienza e con una provvidenza più grandi, che vanno al di là della nostra comprensione. Perciò anche in questi momenti, non smettiamo di pregare con fiducia: in Lui troveremo sempre luce e forza.

Amare come Dio ci ama, senza calcoli

Il Pontefice torna ai Padri della Chiesa, in particolare a San Cipriano da Cartagine e a San Giovanni Crisostomo, per affermare la necessità di una coerenza interiore: percepirsi figli di Dio significa mostrarsi amorevoli, non disumani, con gli altri. “Amare come Dio ci ama: con disponibilità, discrezione, premura vicendevole, senza calcoli”, questo è l’invito del Papa alla luce del Vangelo di oggi. 

Non si può pregare Dio come “Padre” e poi essere duri e insensibili nei confronti degli altri. Piuttosto è importante lasciarsi trasformare dalla sua bontà, dalla sua pazienza, dalla sua misericordia, per riflettere come uno specchio il suo volto nel nostro.

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