"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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L’evento. Il Giubileo dei Giovani al via: 7 giorni dal mondo al cuore della Chiesa


Avvenire – Annalisa Guglielmino – domenica 27 luglio 2025

Tutto quello che c’è da sapere su una settimana ricca di incontri, preghiera e fraternità. La Messa conclusiva di papa Prevost si svolgerà domenica dopo la veglia notturna a Tor Vergata

Si riconosceranno, pure nella folla che sempre invade le strade di Roma. Non sarà solo il cappello o la bandana, non saranno le magliette o i rosari: a indicare centinaia di migliaia di pellegrini, sarà negli occhi la luce di chi sta compiendo un cammino di speranza. Speranza “che non delude”, come vuole il titolo di questo Giubileo 2025, Spes non confundit. Alcuni arriveranno dopo tappe di avvicinamento nei luoghi di fede più significativi d’Italia, e da domani fino al 3 agosto, il Giubileo dei giovani si imprimerà nella loro memoria, e nella storia di una città votata agli eventi universali, con momenti di preghiera, riflessione, volontariato e dialogo, fino all’incontro con papa Leone XIV. Che realizzerà con loro la “visione” che di questo incontro, uno dei più importanti dell’Anno Santo, aveva avuto papa Francesco indicendolo.

Sarà a papa Prevost che alcuni di loro rivolgeranno a Tor Vergata le domande che giovani di tutto il mondo hanno nel cuore su amicizia, futuro e speranza, in quello che sarà ricordato proprio come il “Giubileo della speranza”.
Già lunedì sono attesi in 500mila, ma si prevede che le presenze raddoppieranno nella settimana, fino a giungere a un milione di partecipanti, fra cui 70mila italiani (ospitati questi ultimi in oltre 300 tra parrocchie e istituti religiosi della diocesi di Roma).
Voglia di «sentirsi parte di qualcosa di più grande», e di «rappresentare il volto della Chiesa giovane» sono alcune delle motivazioni – raccolte dalle loro voci in queste settimane sulle pagine che la Pastorale giovanile promuove con Avvenire – che li porteranno nel cuore dell’estate lontano da casa insieme ai loro vescovi, ai sacerdoti, a religiose e religiosi a educatori e animatori per vivere un calendario di giornate intense approntato dal Dicastero per l’evangelizzazione.
All’arrivo, riceveranno il kit che include sacca del Giubileo, due t-shirt, cappello, bottiglia in plastica riciclata, bandana e rosario-bracciale. Ognuno riceverà anche un pass che comprende ticket food, ticket trasporti.
Martedì in piazza San Pietro, alle 19, è prevista la Messa di benvenuto presieduta dal pro-prefetto, l’arcivescovo Rino Fisichella.
Da domani a venerdì moltissimi giovani italiani sono invitati a dedicare alcune ore a esperienze di prossimità in realtà impegnate nell’aiuto ai più fragili (la mensa di Colle Oppio, Casa Santa Giacinta e l’Ostello di via Marsala della Caritas di Roma, la mensa di via Dandolo della Comunità di Sant’Egidio, quella del Centro Astalli, l’Opera don Guanella e il pastificio nel carcere minorile di Casal del Marmo).
La giornata di giovedì e la mattina di venerdì saranno riservate a “12 parole per dire speranza”: catechesi in dodici chiese facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici, dedicate a una parola simbolo tratte dal sussidio Cei “Pellegrini di speranza” e dalla bolla Spes non confundit: coraggio, soglia, riscatto, abito, responsabilità, coscienza, senso, scoperta, promessa, popolo, gioia piena, abbraccio. In ogni chiesa dialogheranno pellegrini, vescovi, testimoni provenienti da vari ambiti come la missione, la scienza, la politica, la disabilità. Nelle stesse giornate, la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini ospiterà incontri promossi con il Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità, accessibili con la lingua dei segni, audiodescrizioni e testi in comunicazione aumentativa alternativa.
Il calendario degli italiani si intreccerà con quello dei Servizi per la pastorale giovanile dei vari Paesi, della diocesi di Roma e delle realtà associative (tappe tematiche, esperienze immersive in luoghi storici e non sempre turistici, ma facilmente rintracciabili sull’app “Iubilaeum25”, disponibile su App Store e Play Store.), fino a convergere negli appuntamenti con il Papa a Tor Vergata di sabato e domenica.
Giovedì si terrà “Tu sei Pietro”, esperienza spirituale personale e comunitaria ispirata alla figura del Principe degli Apostoli, organizzata per gli italiani. Dalle 15 ogni giovane si metterà in cammino verso piazza San Pietro accompagnato da contenuti multimediali sull’app Play2000. Dopo meditazioni sul cammino di fede di Pietro, la confessio fidei.
Venerdì, dalle 10.30 alle 18 il Circo Massimo ospiterà la liturgia penitenziale, con 200 postazioni per la confessione, suddivise per lingua. Sabato ci si metterà in cammino per Tor Vergata dove alle 15 inizierà l’intrattenimento con musica e testimonianze in attesa della veglia presieduta da papa Leone alle 20.30. I ragazzi pernotteranno in sacco a pelo, aspettando la Messa conclusiva di Prevost. Roma Capitale ha predisposto un piano straordinario per l’arrivo dei pellegrini a Tor Vergata
. Uno sforzo condiviso con la diocesi dell’Urbe e la Chiesa italiana per permettere ai giovani di tutto il mondo di propagarsi come un’ondata pacifica per una settimana. Solo qui, solo ora, potranno condividere i dubbi sul futuro, e la speranza di pace universale che è unica in ogni parte del mondo.

Santi Anna e Gioacchino


autore: Giovanni Carnovali anno: 1826 titolo: Educazione della Vergine luogo: Chiesa di San Bartolomeo Apostolo, Almenno San Bartolomeo

Ricorrenza: 26 luglio

S. Anna nacque a Betlemme in umile dimora, e fu predestinata da Dio ad andare sposa a Gioachino. Entrambi erano della stirpe di David. I due sposi scelti dal Cielo a darci l’Immacolata da tanti anni sospiravano un figlio e pregavano con lacrime l’Onnipotente affinché esaudisse i loro desideri. Come l’antica Anna, madre di Samuele, effondeva presso il Signore le sue preci e faceva voto di consacrargli interamente il figlio che le avrebbe mandato, così la madre di Maria prometteva di consacrare a Dio la prole che le avrebbe concesso.

Avanzata ormai d’età e sterile, il suo stato era allora considerato come un castigo del cielo, come un’esclusione dal partecipare alla nascita del Messia. Tanto che Gioacchino, giunto in tarda età senza prole, venne allontanato dal tempio di Gerusalemme dallo scriba Ruben, perché non era consentito accedervi a chi non avesse procreato.

Gioacchino si ritirò nel deserto, tra i pastori. Mentre era separato da Anna un angelo le sarebbe apparso e le avrebbe annunciato l’imminente concepimento di un figlio: lo stesso angelo sarebbe apparso contemporaneamente in sogno anche a Gioacchino. I due si ricongiunsero alla Porta Aurea di Gerusalemme scambiandosi un affettuoso bacio e in quell’istante si narra si ebbe l’Immacolata Concezione di Maria.

Anna seppe così pazientare e soffrire la ignominia e il compatimento delle donne nazaretane e Iddio le preparò la più grande consolazione, eleggendola a genitrice della Madre del Salvatore.

I due si ritirarono in disparte per pregare e ottenere da Dio la grazia che arrivò con l’annuncio di un angelo: «Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai e si parlerà della tua prole in tutto il mondo ».

«Veramente beata, e mille volte beata sei tu, o Anna, esclama il Damasceno, che hai messo al mondo quella bambina che Dio ricolmò di beatitudine, Maria, che il suo nome stesso rende singolarmente veneranda; la quale ha prodotto Cristo, il fiore di vita: la Vergine, la cui nascita fu gloriosa, e il suo parto sarà ancor più sublime. Noi pure, o beatissima donna, ci felicitiamo con te d’aver avuto il privilegio di darci la speranza di tutti i cuori, la prole cioè della promessa. Sì, sei beata, e beato è il frutto del tuo seno. Le anime pie glorificano il tuo germe, ed ogni lingua celebra con gioia la tua maternità. E certo, è degno, sommamente degno, lodare colei che Dio favorì di un oracolo e diede a noi il meraviglioso frutto, donde è uscito il grazioso Gesù ».


La santità di Anna fu certamente in rapporto con la sua dignità. La fede, l’amore vivissimo a Dio, l’intima unione con Lui, l’esattissima osservanza della legge divina, la purità, la carità, la prudenza, la fortezza, tutte le virtù si intrecciarono in lei. La santità eccelsa della figlia doveva pure esser per lei un continuo stimolo per crescere ogni giorno nella virtù. E se la Vergine, col visitare S. Elisabetta e col trattenersi con lei per tre mesi, riempì di benedizioni quella casa, chi può mai dire quanto abbondantemente fosse ricolma di grazia Anna, che per più anni visse con la Vergine e l’ebbe soggetta ed ubbidiente?

Maria contava tre anni ed allora Anna con Gioachino, suo santo sposo, condusse la figliuola al Tempio e l’abbandonò nelle mani di Dio. Fu grande dolore per lei, ma lo seppe sopportare con la serenità dei giusti che vedono in tutti gli eventi un disegno della Provvidenza per il bene delle anime.
La missione a lei assegnata era ormai compiuta ed ella spirava in Gerusalemme tra le braccia della figlia benedetta. Pare che morisse all’età di 69 anni.

PREGHIERA Doloroso fu per Anna il distacco dall’eletta figliuola, ma seppe compierlo prontamente. Sappiamo anche noi lasciar liberi i figli di seguire la via per cui Dio li chiama.

San Giacomo il Maggiore


Nome: San Giacomo il Maggiore

Titolo: Apostolo

Nascita: Betsaida

Morte: 43 circa, Gerusalemme

Ricorrenza: 25 luglio

Protettore: dei pellegrini, 

Luogo reliquie:Cattedrale di Santiago da Compostela

S. Giacomo il Maggiore fu uno dei dodici Apostoli. Perché i Samaritani non avevano voluto ricevere i discepoli mandati da Gesù, Giacomo, col fratello Giovanni, si accostò al Divino Maestro e gli disse: « Signore, vuoi che diciamo al fuoco di discendere dal cielo a consumarli? ». Ma Gesù benignamente rispose: « Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perder le anime, ma a salvarle ». E S. Giacomo mostrò poi d’aver fatto frutto dell’eloquente lezione.

Nacque in Galilea circa dodici anni prima di Gesù. Era fratello di S. Giovanni, figlio di Zebedeo pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade e di Salome, discepola di Gesù. L’appellativo « maggiore » gli venne dal fatto che la sua chiamata fu antecedente a quella dell’altro S. Giacomo, figlio di Alfeo, che fu detto perciò « minore ».

Chiamato all’apostolato da Gesù stesso, lo segui generosamente, abbandonando le reti e la barca del padre. Questa generosità gli fruttò una speciale benevolenza da parte del Divin Maestro sì da aver parte alle più intime confidenze di Lui: assistette con S. Pietro e S. Giovanni alla risurrezione della figlia di Giàiro, alla tua Trasfigurazione, partecipando pure molto da vicino all’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani.

Essendo anch’egli uomo soggetto alle miserie, con S. Giovanni, come narra il Vangelo, consigliò sua madre Salome di domandare a Gesù che essi potessero entrare nel suo regno, e sedere alla destra e alla sinistra di Lui. Ed il Divin Maestro volto a loro disse: « Potete voi bere il calice che sto per bere, ed essere battezzati col battesimo col quale io sarò battezzato? ». « Si, lo possiamo », risposero in fretta i due Apostoli. Ma Gesù replicò che in effetto essi avrebbero bevuto il suo calice, ma quanto all’essere collocati nei primi posti nel regno dei cieli era cosa spettante al Padre suo.

Disceso lo Spirito Santo nella Pentecoste, S. Giacomo fu uno dei più zelanti predicatori del Vangelo. tanto da spingersi fino in Spagna. Quivi lasciò un’impronta tale che molti secoli dopo, quando i Mori invasero quella terra mettendola a ferro e a fuoco, S. Giacomo era universalmente invocato e più di una volta fu veduto un guerriero celeste su di un cavallo bianco che faceva terribile strage degli infedeli.

Dalla Spagna tornato in Gerusalemme verso il 43, per ordine del re Erode Agrippa che voleva rendersi grato ai Giudei, fu fatto incarcerare e poi decapitare. L’eroica confessione della sua fede convertì il soldato che l’aveva condotto ai giudici, il quale perciò ebbe anch’egli la grazia di morire martire. Il suo corpo, mèta di continui pellegrinaggi, riposa nella basilica di Compostela in Spagna.

Il Cammino di Santiago di Compostela è legato alla presenza della tomba di Giacomo e al suo ritrovamento, che risale al IX secolo. Sebbene l’Apostolo venne decapitato in Palestina nell’anno 44 d.C. dal re Erode Agrippa I, la Legenda Aurea racconta che i suoi discepoli, con una barca guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo in Galizia, regione dove Giacomo si spinse per evangelizzare le popolazioni di cultura celtica, per poi seppellirlo in un bosco vicino a Iria Flavia, il porto romano più importante della zona.

PRATICA. In ogni sventura vediamo noi pure la mano di Dio che ci porge il calice, e diciamo prontamente: «O Signore, sia fatta sempre la tua santa volontà».

PREGHIERA. O Signore, santifica e custodisci il tuo popolo, affinchè, muniti dell’assistenza del tuo apostolo Giacomo, possiamo piacerti con una degna vita, e servirti con tranquillità di spirito.

MARTIROLOGIO ROMANO Festa di san Giacomo, Apostolo, che, figlio di Zebedeo e fratello di san Giovanni evangelista, fu insieme a Pietro e Giovanni testimone della trasfigurazione del Signore e della sua agonia. Decapitato da Erode Agrippa in prossimità della festa di Pasqua, ricevette, primo tra gli Apostoli, la corona del martirio.

San Charbel Makhluf


Titolo: Sacerdote

Nome di battesimo: Youssef Antoun Makhluf

Nascita: 8 maggio 1828

Morte: 24 dicembre 1898

Yussef Makhlouf (Charbel è il suo nome da religioso) nacque in Libano nel 1828. Cresciuto in una famiglia cristiana aderente alla Chiesa maronita unita a Roma, frequentò la scuola imparando a leggere con i salmi e i testi liturgici in siriaco. A 14 anni già si ritirava a pregare in una grotta appena fuori del paese, oggi chiamata «la grotta del santo».

Seguendo l’esempio di due zii paterni, si fece monaco. Dopo gli anni di noviziato e di preparazione al sacerdozio, trascorse 15 anni nel monastero di Annaya, dedito alla preghiera e alla contemplazione. La fedeltà alla vita comune, l’ubbidienza, la carità verso i confratelli, il lavoro manuale e la disponibilità nel servizio agli ammalati contribuirono alla sua maturazione spirituale.



La fama di santità che l’accompagnava fin dagli anni giovanili crebbe a causa di due miracoli che operarono altrettanti guarigioni. Proprio per sottrarsi al plauso della gente Charbel passò alla vita eremitica nel romitorio dei santi apostoli Pietro e Paolo. Qui inasprì ulteriormente il suo tenore di vita. Dormiva solo tre ore ogni notte. Passava il resto del tempo dedito alla preghiera liturgica, alla pietà personale, al lavoro manuale. Prendeva un unico pasto al giorno, la sua tonaca era logora e scolorita, sotto l’abito portava una cintura di pelo di capra.



In poche parole, un padre del deserto del secolo XIX, una voce di pace dal silenzio della preghiera e della contemplazione. Colpito da emiplagia durante la celebrazione della Messa, morì alla vigilia di Natale del 1898.Dopo la sua morte fu sepolto nel cimitero del monastero di San Marone ad Annaya. Qualche mese dopo, si verificarono fenomeni miracolosi: dalla tomba emerse una luce misteriosa e poi il corpo risultò incorrotto, emanando un liquido simile al sangue e acqua. Questi eventi portarono all’apertura della tomba nel 1899, 1950, 1952 e fino al 1955, riscontrando sempre un corpo flessibile e ancora intatto. Finché nel 1976 (o 1975) si notò che era rimasto solamente lo scheletro.



Ancora oggi il luogo è meta di pellegrinaggi continui, e fedeli da tutto il mondo vi si recano per chiedere intercessione e sperimentare pace spirituale. Il monastero è immerso in un paesaggio montano suggestivo e crea un’atmosfera di grande raccoglimento.Beatificato da Paolo VI durante il Vaticano II alla presenza dei padri conciliari, dallo stesso papa venne canonizzato nel 1977.

MARTIROLOGIO ROMANO. San Charbel (Giuseppe) Makhluf, sacerdote dell’Ordine Libanese Maronita, che, alla ricerca di una vita di austera solitudine e di una più alta perfezione, si ritirò dal cenobio di Annaya in Libano in un eremo, dove servì Dio giorno e notte in somma sobrietà di vita con digiuni e preghiere, giungendo il 24 dicembre a riposare nel Signore.

L’OLIO SANTO DI SAN CHARBEL

Una sera, durante la sua vita, San Charbel, tornando dai campi, chiese al responsabile della cucina un pò di olio per la sua lucerna al fine di pregare nella sua cella prima dell’ufficio notturno.

Il responsabile, per ubbidienza al Superiore che aveva chiesto ai monaci di non usare l’olio la sera dopo cena in segno di povertà, gli riempì la lucerna d’acqua al posto dell’olio, senza rendersi conto che, San Charbel, era all’oscuro della disposizione impartita dal Superiore in quanto si trovava al lavoro nei campi.



San Charbel, arrivato nella sua cella, accese la lucerna e iniziò la preghiera. Il superiore, vedendo la luce accesa nella camera del Santo, andò da lui e gli chiese: « Perché la tua lucerna è accesa? ». San Charbel rispose: « Perdonami per amore di Cristo », come è scritto nella Regola dei monaci. Il responsabile della cucina disse allora al Superiore: « La lucerna è piena d’acqua e non di olio! »

Il superiore versò a terra il contenuto della lucerna e vide che era acqua!!! Si inginocchiò davanti a San Charbel per chiedergli perdono.



Così l’olio di San Charbel è diventato una fonte di pace interiore e di guarigione fisica per tutti coloro che credono nella potenza di Dio tramite i suoi santi. L’olio che noi mandiamo a chi ne fa richiesta, è un flaconcino di olio benedetto dai monaci presso la tomba del Santo in Libano.

titolo Olio e reliquia di San Charbel


La bottiglietta di olio viene messa dentro una bustina con un po’ d’incenso, in segno di venerazione.

Tra i grani dell’incenso, si trova una « Reliquia–stoffa benedetta » si tratta di un pezzetto delle vesti liturgiche tenute sotto il corpo del Santo per anni e oggi distribuita come benedizione.



Sia con l’olio che con la reliqua, si può fare il segno della Croce sulla fronte, o su un punto del corpo dove si sente dolore; o ancora, mettendo una goccia dell’olio in un bicchiere di acqua o mescolato nel cibo per permettere alla benedizione di entrare materialmente all’interno del corpo.

APPROFONDIMENTO

1 Le stigmate: Durante la sua vita, San Charbel Makhlouf fu noto per i suoi fenomeni mistici, tra cui le stigmate invisibili. Si dice che abbia sperimentato dolori simili a quelli della Passione di Cristo.

Canonizzazione: Fu beatificato nel 1965 da Papa Paolo VI e canonizzato nel 1977. E uno dei santi più venerati della Chiesa Maronita e della Chiesa Cattolica in generale.



Devozione mondiale: La devozione a San Charbel si è diffusa oltre i confini pel suo paese natale, il Libano, con fedeli da tutto il mondo che lo pregano, specialmente per guarigioni fisiche e spirituali.

L’iconografia: È spesso raffigurato con una lunga barba cappuccio nero, tipico dei monaci maroniti. Quasi sempre tiene occhi chiusi e con se può essere raffigurato un libro, un crocefisso e una lambada a olio. Le immagini e le statue lo ritraggono in preghiera o in contemplazione, simbolo della sua vita di dedizione e sacrificio

Il vero significato del Cantico delle Creature

 23 Luglio 2025 

di Cristina Siccardi- CR  1908

Come è noto, la prima composizione poetica che è stata scritta in volgare italiano è il Cantico delle creature, anticamente conosciuto come Cantico di Frate Sole, sublime lirica di san Francesco, di cui quest’anno ricorrono 800 anni, essendo stata scritta nel 1225 presso il convento delle Povere Dame (le Clarisse) di San Damiano.

Il Cantico si pone nella tradizione filosofico-teologica di stile agostiniano e trova legami con il salmo 148, nel quale si invitano tutte le creature, animate e inanimate, a lodare Dio, ma anche con il libro veterotestamentario di Daniele (3, 56-88), nel quale si reitera la richiesta a tutti gli elementi del cosmo di benedire il Signore.

Nella purezza e nell’innocente semplicità sta il segreto di questo capolavoro letterario e religioso, che non conosce tempo, grazie alle verità ivi contenute, che trasmettono la gioia di riconoscere in ogni creatura la mano del Creatore e in questa gioia sta la lode d’amore della creazione per il Signore della vita e della morte.

Il cuore del mistico san Francesco, che porta già su di sé le stimmate, trabocca d’amore e di ringraziamento per il Padre, sebbene una dolorosa patologia agli occhi gli stia procurando la cecità e viva nell’oscurità: sono i giorni in cui si trova a San Damiano, in una cella fatta di stuoie; intanto i topi lo disturbano continuamente e la cosa viene presa dai suoi Frati minori come un tormento di origine demoniaca. Una notte, torturato dalle sofferenze fisiche, supplica il Signore di venirlo a soccorrere per sopportare tutto con pazienza, e il Padre non si fa attendere, gli dice di considerare quelle prove come questioni materiali perché lo aspettano gioie incommensurabili nella Salvezza eterna… Grazia e natura, dalla conversione in poi, interloquivano costantemente in lui, perciò, con l’animo colmo di giubilo, consolato direttamente da Dio, vuole comporre in quella mattina di primavera, come ebbe a dire lo stesso san Francesco, «una nuova lauda del Signore riguardo alle sue creature» per sua consolazione e per edificazione del prossimo, perché quotidianamente «usiamo delle creature e senza di loro non possiamo vivere, e in esse il genere umano molto offende il Creatore. E ogni giorno ci mostriamo ingrati per questo grande beneficio, e non ne diamo lode, come dovremmo, al nostro Creatore e datore di ogni bene», (Compilazione di Assisi, in Fonti Francescane, Editrici Francescane, Padova 20113, § 1614, p. 947 e § 1615, p. 947).

Messo in versi il Cantico, fu composta anche una melodia di accompagnamento. San Francesco amava cantare. Quindi mandò a chiamare frate Pacifico per scegliere alcuni frati affinché andassero per il mondo a predicare e lodare Dio con il Cantico di Frate Sole e, al termine, essi dovevano dire alla gente: «Noi siamo giullari del Signore e la ricompensa che desideriamo da voi è questa: che viviate nella vera penitenza» (Ivi, § 1615, p. 948). 

Ma c’è di più, quel di più che non viene ormai quasi più ricordato: san Francesco con questa lauda inneggia il Signore anche per riconoscere il merito di coloro che sanno perdonare e che sopportano malattie e sventure per amore di Dio, «Laudato si’, mi’ Signore,/per quelli ke perdonano per lo Tuo amore/e sostengo infirmitate e tribulazione»; indica poi «Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,/ka da Te, Altissimo, sirano incoronati». Infine, chiude il Cantico esprimendo l’autentico significato della vita, che lo si scopre interamente al momento della morte per entrare nella vita eterna come dannati o salvati: «Laudato si’, mi’ Signore,/per sora nostra Morte corporale,/da la quale nullu homo vivente po’ skampare:/guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;/ beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,/ka la morte secunda no’l farrà male./Laudate e benedicite mi’ Signore e rengraziate/e serviateli cum grande humilitate».

Per celebrare la gloria di Dio, san Francesco, come sempre, passa attraverso il ponte della contemplazione e dell’estasi piuttosto che per l’enunciazione speculativo-filosofica. Attraverso i sensi filtrati dall’anima, egli penetra la bontà e la bellezza del Signore, rendendogli grazie per tutto ciò che è opera delle sue mani. 

La lirica ebbe il successivo inserimento, dedicato alle facoltà di perdonare e di sopportare le sofferenze, quando san Francesco ottenne la riappacificazione tra Guido II, vescovo di Assisi, e il podestà Oportulo, proprio facendo cantare dai «giullari del Signore» il Cantico di Frate Sole di fronte a loro; mentre l’ultima lassa fu dettata dall’autore quando era prossimo alla morte, nell’ottobre del 1226. I versi totali divennero 33, numero multiplo di tre: richiamo alla Santissima Trinità e agli anni della morte di Gesù Cristo.

Il sentire fraterno di san Francesco con le creature di cielo, mare e terra, non è riconducibile ad una idealizzazione degli esseri come suoi simili, bensì come voci che si uniscono alla sua e a tutti gli umili credenti per dare gloria a Dio attraverso un coro sinfonico che nella molteplicità si fa unità nel Dio Uno e Trino.

Alcuni hanno tentato e tentano, invece, di virare verso la laicizzazione di questo capolavoro, puntando l’attenzione unicamente sugli elementi della natura e mettendo volutamente in disparte Colui che li ha voluti e realizzati, al fine di sostenere l’ideologia ambientalista, scristianizzando Terra e Universo.

San Bonaventura da Bagnoregio, biografo di san Francesco, individuò e illustrò teologicamente e misticamente l’esultanza che l’umile di Assisi aveva per tutte le opere del Signore e carpì il senso autentico della sua contemplazione nel «Laudato si’, mi’ Signore»: «Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva una scala per salire ad afferrare Colui che è tutto desiderabile». 

Santa Brigida di Svezia


Titolo: Religiosa, fondatrice – Compatrona d’Europa

Nome di battesimo: Birgitta Birgersdotter

Nascita: 15 dicembre 1303, Uppland, Svezia

Morte: 23 luglio 1373, Roma

Brigida nacque da Brigero, principe di Svezia e da Sigfrida, discendente dei re dei Goti. Assai presto perdette la madre e venne allevata dalla zia. Si dice che fino a tre anni rimanesse muta, età in cui miracolosamente le si sciolse la lingua e cominciò a parlare in modo perfetto. Non ancora decenne, la notte dopo aver udito un discorso sopra la passione di Gesù, di cui era rimasta impressionatissima, ebbe la visione del Salvatore appeso alla croce, tutto coperto di sangue. Nello stesso tempo sentì una voce: « Guardami figliuola mia, ecco quello che fanno quelli che mi disprezzano e che sono insensibili all’amore che ho per loro ». Da quel tempo non poté più pensare al mistero della passione senza lagrime.

A sedici anni il padre la sposò a Ulfone, principe di Nericia. Brigida, vedendosi così giovane e impreparata a tale passo, pregò ed ottenne dal padre un anno di dilazione prima di coabitare col marito. Così i due sposi, per vicendevole consenso, passarono nella continenza il primo anno di matrimonio. La nostra Santa impiegò questo tempo nel chiedere a Dio con fervorose preghiere, con lagrime e digiuni, che si degnasse di non lasciarla deviare dai suoi precetti, di benedire il suo matrimonio, e di santificare in quel nuovo stato lei, il marito ed i figliuoli che loro avrebbe concesso.

I due sposi santificarono inoltre il vincolo matrimoniale coll’ascriversi al Terz’Ordine di S. Francesco. Ebbero quattro figli e quattro figlie: dei maschi, due morirono bambini e due diedero la vita nelle crociate per la liberazione della Terra Santa. Delle figlie, due abbracciarono lo stato matrimoniale, e due si fecero religiose, anzi Caterina è stata dalla Chiesa canonizzata.

Tutte le premure di Brigida furono rivolte ad allevare i figliuoli nel timore di Dio; dopo la nascita degli otto figli, indusse il marito a rinunciare all’onorevole carica di consigliere del re, per attendere più intensamente alla propria santificazione, e si obbligarono, per voto, a passare il restante della loro vita nella continenza. Fondarono un ospedale ove andavano spesso a servire i malati con le proprie mani. S. Brigida soprattutto si dava alla cura dei poveri e degli infermi come se fossero propri figliuoli.

Dopo la morte del marito, rimase più libera di darsi interamente alla penitenza e alle opere di Dio. Fondò le Suore « Brigidine » a Wastein e per due anni le indirizzò nella via della santità. Poi venne a Roma, dove la tomba del Principe degli Apostoli e le Catacombe somministrarono un pascolo più abbondante alla sua pietà. L’ordine fu riconosciuto solo nel 1370 da Papa Urbano VI, a quel tempo Brigitta era già molto popolare a Roma per le sue buone azioni. Il suo ordine si diffuse presto in tutta Europa e fu grande promotrice della cultura religiosa, letteraria e in parte materiale, soprattutto al nord. Durante la Riforma l’ordine fu in gran parte abolito, solo la casa Waldsten sopravvisse fino al 1595. Si tentò di farla rivivere in Belgio e Spagna nel XVII secolo

Spinta da un ardente amore per Gesù Crocifisso, fece un pellegrinaggio in Terra Santa. Ritornata a Roma, fu assalita da un complesso di malattie che sopportò con ammirabile pazienza. Sentendosi vicina a morire, si fece distendere sopra un cilicio per ricevere ‘gli ultimi Sacramenti. Morì il 23 di luglio del 1373, all’età di 71 anni.

Il corpo della santa fu trasferito da Roma nel monastero di Vadstena (nella regione dell’Östergötland) e lì fu sepolto il 4 luglio 1374. In questa abbazia si conservano anche i crani venerati sia di Santa Brigida che di sua figlia Santa Caterina all’interno di appositi reliquiari esposti ai fedeli.

Patrona di Svezia dal 1º ottobre 1891 per volere di papa Leone XIII, il 1º ottobre 1999 papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata compatrona d’Europa insieme a santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce, affiancandole a san Benedetto da Norcia e ai santi Cirillo e Metodio.

Santa Maria Maddalena


autore: Guido Reni anno: 1635 titolo: Maddalena Penitente luogo: Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma

Nome: Santa Maria Maddalena

Titolo: Discepola del Signore

Nascita: 22, Magdala, Israele

Morte: 22 luglio 66, Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, Francia

Ricorrenza: 22 luglio

Maria, soprannominata Maddalena dal castello di Magdala, località situata nella costa occidentale del lago di Tiberiad, ove nacque. Peccò molto nella sua giovinezza, ma illuminata dalla divina grazia pianse i suoi peccati e mutò vita. Liberandola dai “Sette Demoni” Gesù la fece quindi diventare sua discepola.



Sul Calvario sfidò l’ira dei nemici di Gesù, assistette alla morte del suo Maestro, e non s’allontanò se non dopo la sepoltura di Lui. Non vide l’ora che trascorresse il sabato, per correre ad imbalsamare con profumi ed aromi il corpo adorabile di Gesù, e fu la prima ad avere la grazia di vederLo risorto.

La domenica mattina, difatti, sull’albeggiare, Maria corse al sepolcro del Salvatore, ma affacciatasi non vide più nulla. Piena di angoscia, mentre le lacrime cominciavano a scendere, velandole lo sguardo, Maddalena si affacciò e guardò nuovamente: due angeli vestiti di bianco le chiesero: « Donna, perché piangi? ». Ella rispose: « Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo ». E detto ciò si voltò e vide Gesù in piedi, senza però riconoscerLo. Gesù le disse: « Donna, perché piangi? chi cerchi? ». Ed ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai messo ed io lo prenderò ». Gesù le rispose: « Maria? ». Maria si voltò ed esclamò: « Rabbunì ! », che in aramaico vuol dire “Maestro Buono”. Le disse Gesù: « “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” ». 

titolo Noli me tangere
autore Tiziano anno 1511 circa


Salito Gesù al cielo, Maria Maddalena fu perseguitata e gettata poi su una vecchia nave senza vela e senza remi, venne abbandonata in balia delle onde, ma miracolosamente approdò a Marsiglia. Scelse per dimora una squallida spelonca e quivi visse per trent’anni in penitenza, preghiera, lacrime e digiuno nutrendosi esclusivamente della presenza degli angeli, finché il 22 luglio del 66 s’addormentò nel bacio del Signore e volò in cielo per adorarLo in eterno. Fu sepolta a Saint Maximin-la-Sainte Baume, dove i monaci dell’ordine di San Cassiano vegliano ancora oggi sul suo sepolcro e tomba in alabastro

Il Papa: Dio sta alla porta e bussa, la Chiesa sia casa aperta a tutti

Secondo Angelus da Castel Gandolfo per Leone XIV che nella catechesi ricorda come l’estate sia un tempo nel quale “rallentare” e cogliere l’occasione per incontrare Gesù, imparando così l’arte dell’ospitalità

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Il sole, il caldo, la folla festante accompagnano l’Angelus di Papa Leone che recita per la seconda volta da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo, davanti a centinaia di persone. Nella catechesi è centrale il tema dell’ospitalità che ben si sposa con questo tempo estivo. Il Pontefice richiama l’accoglienza di Abramo e Sara e delle sorelle Marta e Maria, “ogni volta che accogliamo l’invito alla Cena del Signore e partecipiamo alla mensa eucaristica, – afferma il Papa è Dio stesso che ‘passa a servirci’”.

Eppure, il nostro Dio ha prima saputo farsi ospite, e anche oggi sta alla nostra porta e bussa (cfr Ap 3,20). È suggestivo che nella lingua italiana l’ospite è sia chi ospita, sia chi viene ospitato. Così, in questa domenica estiva possiamo contemplare il gioco di accoglienza reciproca, fuori dal quale la nostra vita impoverisce.

Fiorire aprendosi a qualcosa di grande

Papa Leone sottolinea che “ci vuole umiltà sia a ospitare sia a farsi ospitare” perché “occorrono delicatezza, attenzione, apertura”. Marta, la sorella di Maria, rischia di non vivere la gioia dell’incontro con Gesù perché affaccendata a preparare. Pur essendo generosa, le faccende la distolgono da quel qualcosa in più e di “più bello della stessa generosità”, che è l’uscire da sé.

Solo questo fa fiorire la nostra vita: aprirci a qualcosa che ci distoglie da noi stessi e nello stesso tempo ci riempie.

Leone XIV durante la preghiera dell'Angelus

Leone XIV durante la preghiera dell’Angelus   (@Vatican Media)

Necessario rallentare

Marta e Maria vivono diversamente l’incontro con Gesù. Marta fatica e Maria “ha come perso il senso del tempo, conquistata dalla parola di Gesù”. “Non è meno concreta di sua sorella e neanche meno generosa. Ha però colto l’occasione” per questo Gesù riprende Marta perché si è sottratta ad un’intimità che darebbe gioia.

Il tempo estivo può aiutarci a “rallentare” e a diventare più simili a Maria che a Marta. A volte non ci concediamo la parte migliore. Bisogna che viviamo un po’ di riposo, col desiderio di imparare di più l’arte dell’ospitalità.

Accogliere e farsi accogliere

“L’industria delle vacanze – sottolinea il Papa – vuole venderci ogni genere di esperienza, ma forse non quello che cerchiamo”. L’incontro con Dio, la natura e gli altri è gratuito.

Occorre solo farsi ospiti: fare posto e anche chiederlo; accogliere e farsi accogliere. Abbiamo tanto da ricevere e non solo da dare. Abramo e Sara, seppure anziani, si scoprirono fecondi quando accolsero con tranquillità il Signore stesso in tre viandanti. Anche per noi c’è tanta vita da accogliere ancora.

Il Papa si affaccia a Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, per la recita dell'Angelus

Il Papa si affaccia a Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, per la recita dell’Angelus   (@VATICAN MEDIA)

Chiesa, casa aperta

L’invito finale è quello di pregare Maria che ha accolto nel proprio grembo Gesù e insieme a Giuseppe gli ha dato casa.

In lei brilla la nostra vocazione, la vocazione della Chiesa a rimanere casa aperta a tutti, per continuare ad accogliere il suo Signore, che chiede permesso di entrare

l Papa: si fermi subito la barbarie della guerra, risoluzione pacifica per il Medio Oriente

Al termine della preghiera dell’Angelus, Leone XIV ha lanciato un forte appello per la pace, esprimendo il suo dolore per le vittime dell’attacco israeliano contro la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Ai cristiani dell’area mediorientale ha espresso la sua vicinanza: “Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Chiedo che si fermi subito la barbarie della guerra e che si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto.

È una richiesta chiara e decisa quella che Papa Leone fa al termine dell’Angelus di oggi, domenica 20 luglio, lanciando un accorato appello per il Medio Oriente e pensando a quanto accaduto giovedì scorso a Gaza “con l’attacco – dice il Pontefice – dell’esercito israeliano contro la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia a Gaza”. Un raid nel quale sono morti tre cristiani che il Papa ricorda chiamandoli per nome – Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad, Najwa Ibrahim Latif Abu Daoud – perché dietro ogni vittima c’è una storia da non dimenticare. “Sono particolarmente vicino – dice Leone XIV – ai loro familiari e a tutti i parrocchiani.  Tale atto, purtroppo, si aggiunge ai continui attacchi militari contro la popolazione civile e i luoghi di culto a Gaza”. Di oggi la notizia di almeno 25 palestinesi uccisi, secondo fonti mediche citate da Al Jazeera: 19 di loro aspettavano gli aiuti umanitari vicino a centri distribuzione.

Si osservi il diritto umanitario

Il Papa rivolge poi parole forti perché siano rispettati i civili, costretti ad allontanarsi dalle loro case.

Alla comunità internazionale rivolgo l’appello a osservare il diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione.

“Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa”

Un pensiero poi ai cristiani del Medio Oriente che vivono ogni giorno con un senso di inutilità addosso. Li raccomanda alla Vergine Maria perché li protegga sempre e “accompagni il mondo verso albori di pace”.

Ai nostri amati cristiani mediorientali dico: sono vicino alla vostra sensazione di poter fare poco davanti a questa situazione così drammatica. Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa. Grazie per la vostra testimonianza di fede.

Si preghi per i governanti

Infine il Papa saluta i giovani partecipanti al pellegrinaggio organizzato dalla Catholic Worldview Fellowship, in visita a Roma dopo alcune settimane di preghiera e di formazione. Saluta quanti partecipano alla “Scuola internazionale di Famiglie Nuove” del Movimento dei Focolari e che si svolge a Loppiano. “Prego – dice il Pontefice – perché questa esperienza di spiritualità e fraternità vi renda saldi nella fede e gioiosi nell’accompagnamento spirituale di altre famiglie”. Ringrazia poi il Forum Internazionale di Azione Cattolica per aver promosso la “Maratona di preghiera per i Governanti”.

Dalle ore 10 e fino alle 22 di questa sera l’invito, rivolto a ciascuno di noi, è di fermarci soltanto per un minuto a pregare, chiedendo al Signore di illuminare i nostri Governanti e ispirare in loro progetti di pace.

Presto il ritorno in Vaticano

Rivolge poi un pensiero al Catholic Institute of Technology, che ha sede a Castel Gandolfo; il Gruppo Scout Agesci Gela 3, impegnato nel pellegrinaggio giubilare che si concluderà dinanzi alla tomba del Beato Carlo Acutis; i ragazzi di Castello di Godego, impegnati in una esperienza di servizio con la Caritas di Roma; i membri del Gruppo Folkloristico «‘O Stazzo», come pure la Banda Musicale di Alba de Tormes. L’ultimo ringraziamento è per la cittadina laziale nella quale sta trascorrendo un periodo di riposo

Fra qualche giorno farò rientro in Vaticano, dopo queste due settimane vissute qui a Castel Gandolfo. Desidero ringraziare tutti voi per l’accoglienza e a tutti auguro una buona domenica!

Il Battesimo della Rus’-Russia-Ucraina

di Stefano Caprio- 20 Luglio 2025

Kiev ha appena festeggiato l’anniversario del Battesimo voluto dal principe Vladimir con un Sinodo che ha condannato l’ideologia del “mondo russo”. Mentre il calendario giuliano permetterà ai russi, tra pochi giorni, di celebrarlo da soli gloriandosi della resistenza alla depravazione e all’eresia occidentale, in quell’isolamento che è la dimensione che a Mosca oggi meglio definisce il concetto di “ortodossia”.

La Chiesa ortodossa autocefala dell’Ucraina Pzu ha tenuto il 14 luglio un Sinodo dei vescovi, per festeggiare insieme i 1.700 anni del Concilio di Nicea e i 1.037 anni del Battesimo della “Rus’ di Kiev-Ucraina”, secondo il nuovo titolo dato già dal 2008 all’evento originario del cristianesimo sulle rive del fiume Dnipro, con il Battesimo imposto all’intera popolazione dal principe Vladimir il Grande ravnoapostolskij, “uguale agli apostoli”. Lo stesso presidente Volodymyr Zelenskyj ha sottolineato l’unione dei termini Rus’-Ucraina, per ricordare “la storia che ha costituito il nostro Stato, unendo decine di generazioni successive del nostro popolo”.

La formulazione appare ovviamente una forzatura, in quanto il termine ukraina si è cominciato ad usare solo nel XVII secolo per determinare le terre “di confine” delle comunità rivoltose dei cosacchi, che si sono poi unite all’impero degli zar di Mosca per liberarsi dal tallone dei re polacchi. E d’altra parte, anche la fusione di Rus’ e Russia, pur semanticamente più logico, non ha una giustificazione storica reale, non essendoci alcun evento di “passaggio” formale tra l’antico Stato dei principati di Kiev e la nuova “Santa Russia” di Mosca dopo i due secoli del giogo tataro-mongolo, tra il XIII e il XV secolo, che gli stessi russi chiamavano semplicemente “Moscovia”. In fondo Rus’ è un termine mitologico senza specificazioni etniche, e Rossija – Russia suggerisce piuttosto un ampliamento all’integrazione con altri popoli, caucasici ed asiatici, ugro-finnici e uralici, tanto che gli ucraini accusano i russi di avere perso la “purezza russica” che solo essi conservano in discendenza dall’antica Kiev, pur essendo a loro volta mescolati con diverse altre etnie.

Le diatribe etno-culturali tra Kiev e Mosca sono proprio le caratteristiche distintive di questa storia millenaria, considerando che nei primi tre secoli Mosca non esisteva, avendo cominciato ad imporsi solo dopo il 1300 proprio grazie agli accordi con i tartari, e per oltre tre secoli non è più esistita Kiev, rasa al suolo dai mongoli nel 1240 e risorta soltanto a fine Cinquecento. Subito dopo la scomparsa del principe Vladimir nel 1015 i suoi figli si erano contesi la successione, in quella perenne sequenza di conflitti interni che viene ricordata anche nella liturgia slava come i meždousobnja brani, le “lotte fratricide” per cui chiedere continuamente perdono al Signore. Nel 1169 il principe Andrej Bogoljubskij distrusse Kiev per la prima volta per “salvarla” dall’invasione dei nemici asiatici bogomili, e trasferì la capitale del “gran principe” nella città più interna di Vladimir, da cui ha avuto origine la stessa Mosca, inaugurando la “sostituzione” del centro della Rus’ che si protrae ancora oggi, da Kiev a Mosca, da San Pietroburgo di nuovo a Mosca, e oggi di nuovo nel conflitto tra Kiev e Mosca.

Per questi motivi l’interpretazione della storia si evidenzia come uno dei fattori determinanti del conflitto, esprimendo due opposti modelli di una popolazione sparsa sull’immenso territorio che unisce Oriente e Occidente, Europa e Asia, senza mai riuscire a dominarlo fino in fondo, essendo troppo esigua come consistenza e troppo indecisa nel suo vero orientamento. Ogni forzatura dovuta alle guerre locali e universali non fa che riproporre questa grande ambiguità, che riguarda i due popoli eredi del Battesimo di Kiev, e insieme ad essi altri popoli slavi, finnici, latini, germanici, nordici, asiatici e di molte altre varianti dell’artificiosa divisione continentale dell’Eurasia, dove non c’è un vero confine, una ukraina geografica, storica, culturale e nemmeno religiosa.

Gli ucraini quindi festeggiano il Battesimo nel giorno dedicato alla morte di Vladimir, il 15 luglio secondo il calendario gregoriano, che in Russia cade il 28 luglio secondo il calendario giuliano, conservato dai russi in polemica con i latini e rinnegato dagli ucraini nel 2024, distanziandosi anche in questo per le relazioni con l’Occidente. Il Sinodo dei vescovi ortodossi ucraini autocefali insiste quindi sulla concezione dell’Ucraina come “Paese libero e democratico, che rispetta la libertà di coscienza e di professione religiosa per tutti”, in cui i comandamenti divini sono stati rivelati al popolo “non soltanto per ripeterli a memoria, ma per realizzarli ogni giorno nella vita, nelle scelte e nelle azioni di ciascuno”, e questo risalendo alle “fonti e radici del nostro Stato indipendente fino al principato di Kiev”. A fronte di ciò, “l’impero russo cerca di distorcere il vero significato storico della Rus’ come antico Stato ucraino, e in modo menzognero e senza fondamento cerca di attribuirlo a sé stesso”, affermano i vescovi, invitando a “ribadire la scelta compiuta oltre mille anni fa dai nostri avi, proclamando l’Ucraina come un vero Stato europeo”.

Il documento approvato dal Sinodo critica anche esplicitamente la concezione del “mondo russo”, chiamata lžeučenie, una “falsa dottrina” basata su “principi eretici di etno-filetismo, manicheismo e gnosticismo”, richiamandosi anche ai dogmi del concilio di Nicea per “restaurare la Pienezza della Chiesa di Cristo e per smascherare, respingere e condannare questo nuovo insegnamento eretico e omicida del mondo russo, e invitiamo tutti coloro che ne sono stati avvelenati al pentimento e alla correzione”. Lo stesso metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko), capo della Chiesa Pzu, ha sottolineato l’importanza della scelta del principe Vladimir “in favore della fede, della verità, della cultura e della civiltà europea, che è il fondamento dell’identità ucraina, della nostra nazione e del nostro Stato che il nostro nemico sta cercando di distruggere… come mille anni fa, la nostra forza sta nell’unità, nel sacrificio e nell’amore verso il proprio popolo”.

Il fatto di essere rimasti di fatto l’unica Chiesa ortodossa a conservare il calendario giuliano permetterà quindi ai russi, tra pochi giorni, di festeggiare il Battesimo gloriandosi della resistenza alla depravazione e all’eresia occidentale, e l’isolamento in questo senso è la dimensione in cui la Russia meglio definisce il proprio concetto di “ortodossia”, non tanto come affermazione dei dogmi della “vera fede” (su questo avrebbe ben poco da distinguersi), quanto come ultimo baluardo contro tutti gli “eterodossi”, pravoslavnye contro inoslavnye, ciò che veramente distingue l’identità russa rispetto anche a quella ucraina, che appunto si propone come identità di inclusione, e non di separazione. Gli uomini di “altra fede”, chiamati con un termine ancora più spregiativo come inovertsy, sono in generale gli “agenti stranieri” tanto maledetti e perseguitati nella Russia putiniana.

Il poeta e diplomatico inglese Giles Fletcher era giunto in Moscovia nel 1588 (sei secoli dopo il Battesimo di Kiev) con una missione commerciale, e ha lasciato degli importanti appunti storico-culturali, riportando il suo stupore per il rigido isolamento del mondo russo rispetto ai principi di civiltà che si stavano diffondendo sempre più in Europa, esportandoli anche nel nascente impero anglosassone al di là dell’oceano. Egli osservava che “pochissime persone imparano a leggere e scrivere” e a qualunque straniero “proveniente da una nazione istruita” era proibito entrare in Moscovia, se non per ragioni strettamente commerciali. Nel 1589, anno della proclamazione del patriarcato di Mosca come “Terza Roma”, un decreto imperiale impose a tutti i mercanti stranieri di risiedere in quartieri periferici isolati della capitale, per evitare che “portassero con sé altre usanze e proprietà, come quelle ad essi abituali nei propri Paesi”. Perfino la delegazione di Costantinopoli, con a capo il patriarca Ieremias II, fu rinchiusa per sette mesi nel palazzo dorato del Cremlino, e solo dopo aver firmato il decreto di istituzione del patriarcato moscovita fu ad essi concesso di lasciare il Paese, senza avere alcun contatto con la stessa popolazione della capitale.

I greci si fermarono poi presso i russi del regno di Polonia, suggerendo di formare un vero e proprio “contraltare” alle pretese moscovite, ciò che portò alla proclamazione dell’Unione di Brest degli ortodossi di Polonia con il papa di Roma nel 1596, che si può considerare – questa volta a buon diritto – la data di nascita dell’Ucraina in sintonia con la civiltà latina europea, e in polemica con le pretese universali dei propri connazionali moscoviti. Da questo ebbe inizio il conflitto che si protrasse per buona parte del Seicento, fino alla “pace eterna” del 1686 con la restituzione di Kiev al potere imperiale e patriarcale di Mosca, la “guerra-madre” dell’attuale “operazione militare speciale” della Russia in Ucraina. Fletcher notava nella sua visita che il rifiuto degli stranieri aveva lo scopo di “mantenere meglio le persone nella loro condizione di schiavi, affinché non avessero la possibilità e neanche la forza d’animo per aprirsi a qualche altra visione del mondo e della vita”.

Poco dopo le guerre dei “Torbidi”, a fine Seicento, il giovane imperatore Pietro il Grande volle invece ribellarsi a questa segregazione, iniziando il suo regno con la “grande ambasciata” in Europa, visitando i Paesi del nord fino all’Inghilterra di Guglielmo III d’Orange, il primo sovrano a cedere parte dei poteri al parlamento istituito nella Camera dei Lord. Pietro aprì la “finestra sull’Europa”, portando usi e costumi occidentali che si riflettono nella sua nuova capitale di San Pietroburgo, e diffondendo in Russia i “vizi capitali” del fumo e della vodka, motivo per cui gli ortodossi più estremi lo condannarono come “l’Anticristo” tanto temuto. Quando però il suo più fedele assistente, Ivan Mazepa, sognò di proclamare una Ucraina indipendente con l’appoggio dei polacchi e degli svedesi, Pietro reagì distruggendo le armate nemiche nella regione orientale ucraina di Poltava, la vittoria del 1709 per cui i russi gli perdonarono i peccati di occidentalismo, istituendo per Mazepa “l’Ordine di Giuda”. Mille e più anni sono trascorsi dalla nascita della Rus’ di Kiev, ma tutto continua a ripetersi allo stesso modo in tutte le salse principesche, imperiali, sovietiche o putiniane, ogni volta in una variante ancora più grottesca delle precedenti.

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