"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Le «condizioni» di Putin: ecco cosa vuole veramente per mettere fine alla guerra in Ucraina

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 18 Agosto 2025

La prima richiesta dello zar: riconoscere la realtà sul campo nel Donbass. Ma i nuovi confini non bastano: dalle sanzioni alla religione, dalla lingua alle accuse di crimini di guerra, fino al «regime change» e alla demilitarizzazione del Paese invaso, ecco gli obiettivi

«Non andremo oltre le quattro regioni». Nella scorsa primavera, durante una videoconferenza con il ministero degli Esteri, Vladimir Putin disse che la Russia avrebbe fermato le proprie rivendicazioni ai territori già annessi alla Federazione con il referendum che si tenne nel settembre del 2022. Ma in quella circostanza, aggiunse un altro dettaglio importante. Il presidente sembrò rifiutare con forza l’ipotesi di un «congelamento» del conflitto in Ucraina, una cessazione delle ostilità in stile «coreano», senza alcun riconoscimento delle nuove realtà che intanto si sono create sul campo.

La lista delle pretese

Adesso sappiamo finalmente cosa chiede Mosca per fermare i combattimenti e arrivare alla pace. In estrema sintesi, si tratta del ritiro dell’Ucraina da Lugansk e Donetsk, le due regioni che compongono il Donbass, comprese le aree non ancora occupate dall’Armata russa, con il riconoscimento dei confini lungo l’attuale linea del fronte negli oblast di Zaporizhzhia e Kherson come contropartita. Queste sono pretese facilmente leggibili. La faccenda diventa già più complicata con le richieste non basate su un dato geografico. «Impegno» a non attaccare ulteriori territori ucraini né altri Paesi; riconoscimento del russo come una delle lingue ufficiali in Ucraina; libertà di culto alla Chiesa ortodossa russa, riconoscimento della Crimea, occupata fin dal 2014, e infine cancellazione delle sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione europea e altri Paesi. La concessione maggiore che la Russia metterebbe sul tavolo sarebbe una via libera alla richiesta ucraina di avere «garanzie di sicurezza» che riproducono quelle dell’Articolo 5 della Nato, senza però l’ingresso di Kiev nell’Alleanza atlantica. Per scongiurare il pericolo, pare che il Cremlino abbia chiesto che a fornire questo tipo di protezione non siano soltanto Stati Uniti e Paesi europei, ma anche altri Stati, tra i quali la Cina.

Proprio perché qualche carta è stata posata sul tavolo, è lecito chiedersi cosa voglia davvero la Russia e quali siano i suoi veri obiettivi. Ce n’è uno che dopo il vertice in Alaska appare ancora più evidente, una specie di elefante nella stanza. Putin vuole tornare ad avere piena agibilità internazionale senza pagare ulteriore dazio per la guerra in Ucraina. In questo senso, potrebbe avere un fondamento l’indiscrezione rilanciata all’unisono dai canali Telegram che trattano sussurri e grida dalle stanze del Cremlino. Il presidente russo avrebbe posto a Trump una nuova condizione per la conclusione di un trattato di pace con Kiev: il ritiro di tutte le accuse alla base dei mandati di arresto della Corte penale internazionale dell’Aia. Secondo queste presunte fonti interne, Putin avrebbe spiegato come questo ostacolo gli impedisca persino di recarsi in alcuni Paesi amici, ad esempio il Sudafrica o il Brasile.

Il grande nemico

La vera novità sulle possibili concessioni russe è quella rivelata ieri da Steve Witkoff. Secondo l’emissario di Trump, il Cremlino potrebbe «sancire legislativamente» l’impegno a non aggredire Paesi europei, probabilmente mettendo questa clausola perfino nella Costituzione. Ma appare difficile che la Russia possa accettare una condizione del genere. Putin stesso ha sempre detto che «è un nonsenso». L’ultima volta ne ha parlato al Forum economico di San Pietroburgo: «La leggenda che la Russia si accingerebbe ad attaccare i Paesi della Nato è una bugia inverosimile. Un vero delirio al quale non credono nemmeno quelli che lo dicono».

Ovviamente, Mosca punta al «cambio di regime» a Kiev. È una questione aperta. Durante la conferenza stampa ad Anchorage, dopo aver detto di sperare che l’Ucraina e l’Europa non cercheranno di far saltare i negoziati «con provocazioni e intrighi», Putin ha messo da parte alcuni foglietti. Forse, ha preferito non approfondire. Ma Zelensky è il suo grande nemico, l’uomo che lo ha sfidato apertamente. Difficile che la pratica rimanga inevasa.

Atto di fede

Rispetto al discorso programmatico tenuto il 14 giugno 2024, durante il quale formulò «un’altra proposta di pace concreta e reale», il presidente russo non ha cambiato o concesso molto. La cosiddetta denazificazione rimane un concetto vago e di principio, mentre il tema della demilitarizzazione ritornerà durante i colloqui, con il tentativo di definire quantità e categorie precise di armamenti che Kiev potrà tenere. Nonostante accenni oggi a questa possibilità, il punto sul quale Mosca difficilmente può transigere è la presenza di truppe europee. Perché il grande obiettivo finale rimane quello di una Ucraina «neutrale e fuori dai blocchi», come disse Putin quel 14 giugno. In cambio di tutto questo, c’è la promessa di fare il bravo e di rispettare i nuovi confini. Per crederci, in assenza di un impegno costituzionale, servirebbe molta fiducia. Dopo il 24 febbraio 2022, quasi un atto di fede.

Fazzolari: «Soluzione possibile in Ucraina perché adesso Mosca è in difficoltà»

di Virginia Piccolillo – Correre della Sera – 17 Agosto 2025

Il sottosegretario a Palazzo Chigi: «Trump ha fatto sua la proposta della premier»

Nessun cessate il fuoco, tappeto rosso e onori a Vladimir Putin. Sottosegretario Giovambattista Fazzolari, da dove nasce l’ottimismo del governo dopo il vertice in Alaska? 
«Non parlerei di ottimismo. La situazione è molto complicata, ma adesso almeno c’è uno spiraglio».

Che spiraglio? 
«Una strada da percorrere per giungere alla pace, partendo dalla necessità di garantire solide garanzie di sicurezza all’Ucraina. È la prima richiesta di Kiev, che giustamente non si fida della parola dei russi, visto che non hanno mai rispettato gli accordi sottoscritti, a partire dall’inviolabilità dei confini ucraini sancita nel 1992 in cambio della consegna a Mosca dell’arsenale nucleare ucraino. Per questo noi siamo orgogliosi». 

Di cosa? 
«Che la principale ipotesi oggi sul tavolo, fatta propria anche da Donald Trump, sia la proposta avanzata tempo fa da Giorgia Meloni ». 

A cosa si riferisce? 
«A garanzie di sicurezza basate su un accordo tra una serie di Stati occidentali che ricalchi l’articolo 5 della Nato, cioè l’intervento di tutti i sottoscrittori in caso di aggressione di uno dei membri, ma senza l’ingresso di Kiev nell’Alleanza atlantica. Sarebbe utile anche all’Ue, vista la forza dell’esercito ucraino. Ed è un modo per smascherare Putin». 

Smascherare? 
«Se non intende invadere di nuovo l’Ucraina, perché dovrebbe opporsi a un accordo solo difensivo?». 

E perché Putin rinuncerebbe al suo piano di «pace»?
«Perché, a differenza di quanto racconta la sua propaganda, è in grande difficoltà». 

Non sta vincendo la guerra? 
«No. A oggi il principale ostacolo a un accordo di pace sorge, per paradosso, dalla debolezza della Russia. A settembre 2022 Putin ha dichiarato l’annessione di quattro regioni ucraine arrivando persino a modificare la Costituzione per inserirle formalmente all’interno della Federazione Russa. Ma, a distanza di tre anni, non è riuscito a prenderne il controllo. È chiaro che a questo punto è in grande imbarazzo: come può spiegare che non solo non è riuscito a conquistare Kiev, ma non è in grado neppure di prendere il controllo dei territori annessi sulla carta? ». 

Ma Mosca avanza. Non è solo questione di tempo? 
«Nell’ultimo anno ha conquistato l’1,9% del territorio ucraino nonostante altissime perdite di uomini e mezzi. Quanto può andare avanti?».

Lui dice fino alla vittoria. 
«Il popolo sembra assuefatto al regime putiniano, ma non so quanto persino la società russa possa resistere a una situazione in cui una corrotta oligarchia al potere prospera grazie al massacro insensato dei suoi uomini, mandati al macello contro le difese ucraine per rosicchiare pochi metri al giorno. Da qui la proposta surreale di Putin». 

Surreale?
«Vuole che l’Ucraina si ritiri dalle regioni rivendicate da Mosca perché l’ esercito non è in grado di conquistarle». 

Allora perché Trump lo ha trattato con tanta deferenza? 
«Probabilmente perché, da uomo di affari, ha intuito una chiave per convincerlo». 

Quale chiave? 
«Fargli salvare la faccia. Le lusinghe internazionali e la ribalta di immagine possono aiutarlo a rivendicare in patria una vittoria che sul campo non esiste. E se potesse aiutare la pace ben vengano uno, due, tre tappeti rossi». 

Pace a quali condizioni? 
«Le condizioni le deve decidere Kiev. La premessa sono concrete garanzie di sicurezza, come quelle previste dalla proposta italiana. Un punto di caduta accettabile potrebbe essere che Kiev non riconosca la sovranità della Russia nei territori occupati, ma accetti di cessare le ostilità. Provando a riconquistarli solo per via diplomatica e non militare». 

E Volodymyr Zelensky? 
«Già passerà alla storia per aver salvato la libertà e l’esistenza stessa dell’ Ucraina che Mosca voleva cancellare». 

Si dice che il suo consenso interno sia un po’ in calo. 
«In guerra si devono prendere scelte difficili, basti pensare a Churchill che venne archiviato senza tanti complimenti dal Regno Unito, però di fatto resta l’uomo che ha vinto la Seconda guerra mondiale». 

Che figura ha fatto l’Ue? 
«L’Ue è comunque compatta. Altro fallimento di Putin che sperava di dividerla, invece ha sempre dato pieno sostegno a Kiev. Malgrado alcune opinioni pubbliche un po’ freddine che non percepiscono quanto la guerra in Ucraina ci riguardi direttamente. Inclusa quella italiana. Del resto è già accaduto…». 

Leone XIV: il bene comune dei popoli al primo posto nelle trattative di pace

Dopo la preghiera dell’Angelus, in piazza della Libertà a Castel Gandolfo, il Papa prega “perché vadano a buon fine gli sforzi per far cessare le guerre e promuovere la pace”. Ma anche per le vittime delle alluvioni in Pakistan, India e Nepal. E ringrazia le associazioni che promuovono, nei luoghi di vacanza, iniziative di animazione culturale e di evangelizzazione, come la Missione Giovani di Riccione

Alessandro Di Bussolo

Nel cuore di Papa Leone XIV il primo posto è riservato al “bene comune” di tutti i popoli, e lo sottolinea nelle parole pronunciate davanti al portone del palazzo pontificio di Castel Gandolfo, in Piazza della Libertà, dopo la recita dell’Angelus domenicale.  Il riferimento è alle trattative in corso per arrivare ad un cessate il fuoco e ad una pace tra Ucraina e Russia, dopo il vertice tra il presidente degli Stati Uniti Trump e quello russo Putin, ma anche, nella Striscia di Gaza, tra Israele e i palestinesi di Hamas.

Preghiamo perché vadano a buon fine gli sforzi per far cessare le guerre e promuovere la pace; affinché, nelle trattative, si ponga sempre al primo posto il bene comune dei popoli

Mentre il Pontefice parla, le agenzie battono la notizia che all’incontro di domani, 18 agosto, a Washington fra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymir Zelensky, annunciato ieri, parteciperanno anche il presidente francese Emmanuel Macron, quello della Finlandia, Alexander Stubb, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, la premier italiana Giorgia Meloni, oltre alla presidente della Commissione dell’unione Europea, Ursula von der Leyen. Si attende che si aggiungano all’incontro altri leader europei.

Il 18 agosto a Washington Trump incontra Zelensky

16/08/2025

Il 18 agosto a Washington Trump incontra Zelensky

All’indomani del vertice in Alaska tra il presidente americano e quello russo Putin, il presidente ucraino si mostra grato per l’invito negli Stati Uniti e sui social scrive che è…

La preghiera per le vittime delle alluvioni in Asia

Leone XIV non dimentica però chi è stato colpito dalla devastante violenza della natura, espressa nei giorni scorsi con inondazioni violente in Asia, che hanno provocato centinaia di vittime.

Sono vicino alle popolazioni del Pakistan, dell’India e del Nepal colpite da violente alluvioni. Prego per le vittime e i loro familiari e per quanti soffrono a causa di questa calamità.

Il Papa: non omologhiamoci alla mentalità del mondo, testimoniamo Cristo

Prima della preghiera dell”Angelus a Castel Gandolfo, Leone XIV ricorda che “agire nella verità costa, perché nel mondo c’è chi sceglie la menzogna” e invita “a non rispondere alla prepotenza con la vendetta”. Gesù ci chiede di rimanere “fedeli alla verità nella carità”, come i martiri che possiamo imitare “in circostanze e con modalità diverse”

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Non sempre il bene trova, attorno a sé, una risposta positiva. Anzi a volte, proprio perché la sua bellezza infastidisce quelli che non lo accolgono, chi lo compie finisce coll’incontrare dure opposizioni, fino a subire prepotenze e soprusi.

Essere perseguitato: è ciò che accade, a volte, a chi sceglie di seguire Cristo, perché “è segno di contraddizione” la “missione” di Gesù, lo aveva detto Lui stesso, e “non è tutta “rose e fiori”, sottolinea il Papa all’Angelus, da piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, dopo aver celebrato la Messa nel Santuario di Santa Maria della Rotonda di Albano. Ai 2500 pellegrini e fedeli radunati attorno a lui e a quanti lo ascoltano collegati attraverso radio, tv, web e social, Leone evidenzia che il messaggio di Cristo, “pur parlando d’amore e di giustizia”, viene “rifiutato”, e per questo Gesù sarà “osteggiato, arrestato, insultato, percosso, crocifisso”. La stessa esperienza la vivono le tante comunità cristiane dei primi secoli, “comunità pacifiche che, pur con i loro limiti, cercavano di vivere al meglio il messaggio di carità del Maestro. Eppure subivano persecuzioni”, aggiunge il Papa.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELL’ANGELUS DI PAPA LEONE XIV

Agire nella verità costa, perché nel mondo c’è chi sceglie la menzogna, e perché il diavolo, approfittandone, spesso cerca di ostacolare l’agire dei buoni.

Fedeli in piazza della Libertà a Castel Gandolfo durante l'Angelus

Fedeli in piazza della Libertà a Castel Gandolfo durante l’Angelus   (@Vatican Media)

Perseverare nel bene

L’invito di Gesù è, però, “con il suo aiuto, a non arrenderci e a non omologarci a questa mentalità”, a perseverare nel fare il bene per “tutti”, anche per “chi ci fa soffrire”, dice il Pontefice “a non rispondere alla prepotenza con la vendetta” e “a rimanere” invece “fedeli alla verità nella carità”.

Leone XIV mentre legge la catechesi dell'Angelus

Leone XIV mentre legge la catechesi dell’Angelus (@VATICAN MEDIA)

Esercitare le proprie responsabilità secondo il Vangelo

Questa fedeltà alla verità è quella che testimoniano i martiri “spargendo il sangue per la fede”, spiega il Papa, aggiungendo che “anche noi, in circostanze e con modalità diverse, possiamo imitarli”.

Pensiamo, ad esempio, al prezzo che deve pagare un buon genitore, se vuole educare bene i suoi figli, secondo principi sani: prima o poi dovrà saper dire qualche “no”, fare qualche correzione, e questo gli costerà sofferenza.

È ciò che accade anche “un insegnante che desideri formare correttamente i suoi alunni”, o ancora a “un professionista, un religioso, un politico, che si propongano di svolgere onestamente la loro missione”, o a “chiunque si sforzi di esercitare con coerenza, secondo gli insegnamenti del Vangelo, le proprie responsabilità.

Un gruppo di fedeli

Un gruppo di fedeli (@VATICAN MEDIA)

Essere testimoni fedeli e coraggiosi di Cristo

Da qui l’incoraggiamento di Leone a pregare Maria, perché ci aiuti “ad essere, in ogni circostanza, testimoni fedeli e coraggiosi” di Cristo, e a “sostenere i fratelli e le sorelle che oggi soffrono per la fede”.

Papa: portiamo nel mondo il fuoco dell’amore che rinnova, non quello delle armi

Nella Messa celebrata XIV al santuario di Santa Maria della Rotonda di Albano, dedicata ai bisognosi assistiti dalla Caritas diocesana, il Papa esorta ad essere “una Chiesa madre”, che rigenera “non in virtù di una potenza mondana”, ma con la carità e l’accoglienza. Una “Chiesa di poveri” che oppone “all’indifferenza la cura”. E incoraggia a non distinguere “tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto”, tutti siamo preziosi

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Arriva a piedi Leone XIV al santuario di Santa Maria della Rotonda di Albano, dove, insieme a sacerdoti, parrocchiani e operatori della Caritas, lo attendono per la celebrazione della Messa domenicale i poveri del territorio, gli utenti dei centri di ascolto, i senza fissa dimora e gli ospiti di strutture di accoglienza e di case famiglia della diocesi.

Leone XIV accolto dal vescovo di Albano monsignor Viva e dal sindaco Borelli (VATICAN MEDIA)

Per le strade di Albano

Pochi i chilometri percorsi dal Papa in automobile da Castel Gandolfo alla cittadina limitrofa. Accolto dal vescovo della diocesi di Albano, monsignor Vincenzo Viva, e dal sindaco, Massimiliano Borelli, il Pontefice, giunge all’antico luogo di culto percorrendo via della Rotonda, fra tanta gente assiepata ai bordi della strada.

Il Papa mentre saluta alcune persone durante il percorso a piedi verso il Santuario di Santa Maria della Rotonda (Vatican Media)

Sul sagrato del santuario, che consacrato nell’XI secolo custodisce un’icona mariana di epoca anteriore portata da alcune monache greche nel periodo delle persecuzioni iconoclaste, ad accogliere il Pontefice è il rettore, monsignor Adriano Gibellini. Con lui anche il direttore della Caritas della diocesi di Albano, Alessio Rossi, che guida il Papa sotto il portico per illustragli la mostra fotografica itinerante allestita dalla Caritas diocesana “Segni di speranza”, 13 pannelli che raccontano storie vere, emozioni, numeri, impegno quotidiano al fianco di ultimi e bisognosi, per far capire che ciascuno può offrire aiuto, attenzione e amore agli altri. Tra i pannelli anche uno dedicato al messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale dei Poveri che si celebrerà il 16 novembre prossimo.

Il Papa mentre visita la mostra allestita dalla Caritas (Vatican Media)

Leone entra nel santuario poco dopo e, prima di prepararsi per la Messa, si raccoglie per un breve momento in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Oltre un centinaio quanti siedono ai banchi, mentre fuori altri seguono la liturgia da un maxischermo.

12/08/2025

Caritas Albano: i nostri poveri, gli ultimi, a pranzo con il Papa saranno i primi

Domenica 17 agosto, dopo la Messa nel Santuario di Santa Maria della Rotonda, dove gli emarginati saranno protagonisti, e dopo la recita dell’Angelus a Castel Gandolfo, Leone XIV…

Nella Chiesa si è Corpo di Cristo

Nell’omelia sono un abbraccio aperto a tutti le parole del Pontefice. “È una gioia trovarci insieme – dice, riconoscendo, però, che ognuno va “in chiesa con qualche stanchezza e paura – a volte più piccole, a volte più grandi”, ma subito si è “meno soli” stando “insieme” agli altri e trovando “la Parola e il Corpo di Cristo”. Perché se “all’esterno la Chiesa, come ogni realtà umana, può apparirci spigolosa”, quando se ne varca “la soglia” e si riceve “accoglienza” emerge “la sua realtà divina”, spiega Leone. Le personali “povertà” e “vulnerabilità e soprattutto i fallimenti per cui possiamo venire disprezzati e giudicati” vengono “accolti nella dolce forza di Dio, un amore senza spigoli e incondizionato” e in Maria “diventiamo una Chiesa madre, che genera e rigenera”, ma “non in virtù di una potenza mondana”, bensì “con la virtù della carità”.

Leone XIV mentre pronuncia l’omelia (Vatican Media)

Il fuoco dell’amore si abbassa e serve

Commentando, poi, il Vangelo del giorno in cui Gesù avverte che la sua venuta porterà “divisione”, il Pontefice ricorda che nell’ultima cena Cristo dà ai suoi discepoli la sua “pace” ma “non come la dà il mondo” e chiarisce che se “il mondo ci abitua a scambiare la pace con la comodità, il bene con la tranquillità”, il Messia ci dice: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso”. E mentre qualcuno ci raccomanda “di non rischiare, di risparmiarci, perché importa stare tranquilli e gli altri non meritano di essere amati”, Gesù “si è immerso nella nostra umanità con coraggio” e ci parla del “battesimo della croce, un’immersione totale nei rischi che l’amore comporta”. Noi “ci alimentiamo di questo suo dono audace” nel momento in cui “facciamo la comunione”, evidenzia il Papa.

La Messa nutre questa decisione. È la decisione di non vivere più per noi stessi, di portare il fuoco nel mondo. Non il fuoco delle armi, e nemmeno quello delle parole che inceneriscono gli altri. Questo no. Ma il fuoco dell’amore, che si abbassa e serve, che oppone all’indifferenza la cura e alla prepotenza la mitezza; il fuoco della bontà, che non costa come gli armamenti, ma gratuitamente rinnova il mondo. Può costare incomprensione, scherno, persino persecuzione, ma non c’è pace più grande di avere in sé la sua fiamma.

16/08/2025

Santuario di Albano, il rettore: la Chiesa madre accogliente per invocare la pace

Da Santa Maria della Rotonda, dove il 17 agosto Leone XIV celebra la Messa con i poveri assistiti dalla Caritas, don Gibellini ricorda le radici di un luogo antico legato alla…

Abbattere muri ed essere dono per gli altri

E la fiamma di Cristo è nelle opere di carità della diocesi di Albano, fa notare il Papa, che ringrazia il vescovo Vincenzo Viva e quanti si impegnano nelle 78 parrocchie e negli 8 vicariati del territorio in svariate iniziative e sprona a coltivare la fraternità.

Vi incoraggio a non distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio. Ognuno è un dono per gli altri. Abbattiamo i muri.

Un momento della Messa nel Santuario di Santa Maria della Rotonda ad Albano (ANSA)

Non lasciare Dio fuori dalla propria vita

Il grazie di Leone si estende, poi, anche a “chi opera in ogni comunità cristiana per facilitare l’incontro fra persone diverse per provenienza, per situazione economica, psichica, affettiva”. “Siamo il Corpo di Cristo, la Chiesa di Dio” soltanto insieme, spiega il Papa, “solo diventando un unico Corpo in cui anche il più fragile partecipa in piena dignità”, e ciò accade “quando il fuoco che Gesù è venuto a portare brucia i pregiudizi, le prudenze e le paure che emarginano ancora chi porta scritta la povertà di Cristo nella propria storia”.

Non lasciamo fuori il Signore dalle nostre chiese, dalle nostre case e dalla nostra vita. Nei poveri, invece, lasciamolo entrare e allora faremo pace anche con la nostra povertà, quella che temiamo e neghiamo quando cerchiamo a ogni costo tranquillità e sicurezza.

Markov, l’ex consigliere del Cremlino: «Ora gli Usa sono allineati a noi. L’incontro Trump-Putin-Zelensky? Ci sarà, ma la guerra non finirà: ecco perché»

di Marco Imarisio-Corriere della Sera – 17 Agosto 2025

Sergei Markov: «Gli ultimatum sono inutili. Il presidente vuole un cambio cardinale del regime di Kiev»

Sergei Markov, è davvero un trionfo per Putin e per la Russia?
«Queste sono frottole della stampa occidentale. Coloro che sostengono la tesi del trionfo di Putin vorrebbero che il nostro presidente fosse visto non come un capo di Stato, cosa che fa gran parte del mondo tranne la vostra, bensì come un criminale. Semplicemente, Trump lo ha accolto in modo normale. È senz’altro un successo, ma non un trionfo. Quello ci sarà quando verrà una pace a condizioni eque per la Russia».

L’obiettivo della Russia rimane quello di continuare la guerra?
«No. Putin ambisce a un cambio cardinale del regime politico in Ucraina. Quando chiede “l’eliminazione delle cause principali della crisi” si riferisce a questo. Per noi, la neutralità ucraina dev’essere sancita dalla costituzione e in un trattato internazionale. Affinché queste rivendicazioni vengano attuate dall’Occidente, la Russia utilizza la pressione militare, soprattutto perché l’Europa rifiuta di parlare il linguaggio della diplomazia. Meloni sarebbe pronta a discutere con Putin la denazificazione ucraina? Certamente no».

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Quindi il povero Putin è obbligato dall’Europa cattiva a fare la guerra?
«Non appena Meloni, Merz e Macron avranno detto di essere pronti a discutere tutti questi problemi sul piano pratico, secondo me Putin sarà disponibile a fermare immediatamente le ostilità».

Come giudica la richiesta di ritiro delle truppe ucraine dal Donbass?
«Putin deve aver detto a Trump: senti, se continua così il Donbass lo liberiamo con la forza. Sarà un bagno di sangue per tutti, ci vorrà del tempo, perché è la parte più dura, ma non intendiamo rinunciarci. È la prospettiva che più spaventa il leader americano. Per cui, secondo il Cremlino, ogni armistizio deve prevedere la restituzione a priori del Donbass, che fin dal 2014 è il principale oggetto del contendere. Mi sembra molto semplice».

Come lei ci aveva detto nel nostro ultimo incontro, l’offensiva estiva rimane lo spartiacque dopo la quale si potrà davvero parlare di cessate il fuoco?
«Ne sono convinto. Ci saranno altri tentativi di insistere sul cessate il fuoco. Ma falliranno, anche perché le condizioni accessorie poste da Putin oltre alla cessione del Donbass sono tante: non solo la denazificazione e la demilitarizzazione, ma anche la garanzia che nel territorio ucraino non saranno dislocate truppe straniere, l’impegno europeo a non fornire a Kiev armamenti pesanti durante l’armistizio, e lo stop alla mobilitazione in Ucraina. Mi sembra impossibile che questo pacchetto venga accolto».

Bontà sua, ha scordato la condizione delle elezioni in Ucraina?
«Mi è sempre sembrata una richiesta demagogica e propagandistica. Credo anche che il voto non tornerebbe a vantaggio della Russia, perché l’eventuale vittoria di Zaluzhny o di una figura diversa da questo Zelensky così indebolito, sarebbe uno svantaggio per Mosca».

In termini pratici, cosa può ottenere in futuro Putin da Trump?
«Il presidente americano ha capito che è meglio discutere una pace reale e le sue condizioni che non il cessate il fuoco. Meglio imbarcarsi in negoziati di pace pur lunghi che in ultimatum a proposito di una tregua. Come ha sempre detto Putin. Questo allineamento alle nostre tesi mi sembra un grande risultato. Trattative prolungate, l’esercito che avanza, e le sanzioni Usa che se ne vanno pian piano: avere di più mi sembra sinceramente difficile».

E lunedì, Zelensky riuscirà invece a strappare qualcosa da Trump?
«Chi può dirlo. Il loro ultimo appuntamento a Roma è andato bene. Bisogna riconoscere che Zelensky è un abile negoziatore. Uno tra i più geniali, lo dice anche Trump».

Eventuali sanzioni tra due o tre settimane possono cambiare l’opinione di Putin?
«Per niente. Nessun ultimatum funziona con la Russia. E sinceramente, alla promessa fatta da Trump di far scattare vere sanzioni secondarie contro India e Cina, non ci crede nessuno. Nemmeno voi europei».

Cosa accadrà secondo lei nei prossimi mesi?
«Ci sarà senz’altro l’incontro a tre Trump-Putin-Zelensky. Tuttavia, l’Europa silurerà gli accordi. Perciò la guerra proseguirà».

Rischi di escalation tra Russia ed Europa?
«Non ne vedo. L’Europa ha solo bisogno di “inventarsi” e simulare una guerra contro la Russia per tante ragioni diverse di sua politica interna. Per darsi uno scopo, per evitare di sentirsi inutile».

Alaska: l’incontro fra Trump e Putin nella terra di missione della Russia universale

di Stefano Caprio Asia News – 16 Agosto 2025

Il valore “strategico” del luogo scelto per l’incontro “inconcludente” fra i presidenti russo e americano. Un territorio lontano dall’Ucraina e dalla “debole” Europa, che conferma la prevalenza dell’elemento “economico”. Nessuna svolta sulla guerra lanciata da Mosca a Kiev. È stata la prima visita del leader del Cremlino in territorio americano dal 2007. 

Il luogo dell’incontro scenografico e inconcludente tra Donald Trump e Vladimir Putin ha avuto comunque un valore strategico per molti motivi, essendo l’Alaska un territorio che spalanca le porte dell’Artico, uno degli obiettivi cruciali per le trattative geopolitiche ed economiche in vista del futuro, tra i cambiamenti climatici e le grandi risorse naturali che può offrire. È una regione praticamente in comune tra la Russia e l’America, per i trascorsi storici e la vicinanza geografica con i confini fluttuanti tra i ghiacci che si sciolgono, ed è quanto di più lontano si possa pensare dall’Ucraina e dall’Europa, per evitare ogni interferenza con i piani degli imperatori che sovrappongono e suddividono in quella latitudine i domini dell’Oriente e dell’Occidente.

L’aspetto economico della trattativa, che non ha portato ad alcun risultato concreto, se non quello di rimandare ulteriori sanzioni contro la Russia, è stato sottolineato dalla composizione del gruppo che accompagnava il presidente russo: oltre al ministro degli esteri Sergej Lavrov e al consigliere Jurij Ušakov, vi erano il ministro della difesa Andrej Belousov, economista e suddiacono ortodosso, a cui è affidata tutta la “economia di guerra” della Russia, il ministro delle finanze Anton Siluanov e soprattutto il rappresentante speciale per i fondi di investimento e principale negoziatore per le prospettive commerciali, Kirill Dmitriev. Del resto, anche gli americani hanno inserito il ministro delle finanze Scott Bessent. Per Trump l’incontro “è andato benissimo”, segno che l’armistizio in Ucraina era davvero l’ultimo dei problemi, e contava solo la rappresentazione dei “grandi del mondo” che fanno i conti per mantenere le spese di un potere assoluto, e adesso “qualcosa dovranno fare gli europei e gli ucraini”, i sudditi recalcitranti che fingono di credere alla pace e alla democrazia.

Oltre ai grandi affari di cui si è discusso, non va dimenticata la forte dimensione spirituale della frescura estiva dell’Alaska, che ha evitato ai padroni del mondo di soffrire per le ondate di caldo africano che imperversano nei territori mediterranei e mediorientali. L’Alaska è la terra dove “è iniziata la diffusione della fede ortodossa nel Nuovo Mondo”, ha ricordato il protoierej Nikolaj Balašov, consigliere del patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), e in cui “molti abitanti nativi della regione conservano tuttora le tradizioni ortodosse”, tanto che qui vi sono molti più ortodossi che in tutti gli altri Stati dell’Unione. Si tratta quindi a buon diritto di una parte significativa del “mondo russo”, espressione della missione della Santa Russia nel mondo intero.

La missionarietà, in senso specifico di diffusione del Vangelo in altre terre, è una caratteristica importante della storia della Chiesa russa, anche se non al livello delle missioni universali della cattolicità. I russi sono figli del cristianesimo bizantino, reinterpretato come il Vangelo del “popolo nuovo” del nascente Stato di Kiev, devastato due secoli dopo il Battesimo dalle orde tataro-mongole che non hanno imposto una nuova religione, lasciando sopravvivere l’Ortodossia russa in stato di passivo controllo da parte dei Khan. Con la rinascita della Moscovia, i santi russi hanno evangelizzato i popoli del nord nei territori europei fino agli Urali, e solo con le progressive conquiste asiatiche sono stati assoggettati i tanti popoli della Siberia, senza peraltro convertirli direttamente alla fede ortodossa. Gli abitanti di importanti regioni come la Calmucchia, Tuva e la Buriazia, di prevalente etnia mongola, sono in maggioranza fedeli alle tradizioni del buddismo, ed è ammesso perfino lo sciamanesimo come religione ufficiale.

Non sono mancati i tentativi di imporre la religione ortodossa con decisioni dall’alto e con l’arrivo dei missionari, ma di fatto gli ortodossi in Siberia sono per lo più i discendenti dei russi trasferiti nelle terre asiatiche per lavori forzati, confino e punizioni, o comunque per organizzare le difficili produzioni legate ai ricchi materiali energetici e ai minerali preziosi. L’unica vera “missione straniera” dell’Ortodossia russa è stata realizzata in Giappone, dove esiste una Chiesa “figlia” di quella moscovita, che non raccoglie certo una grande percentuale della popolazione locale. L’Alaska costituisce invece il vero orgoglio della missionarietà ortodossa russa, in una terra allo stesso tempo considerata come propria e come straniera, ai confini del mondo e al di sopra di tutte le altre.

Padre Balašov ha ricordato i grandi santi evangelizzatori come German Alaskinskij (“dell’Alaska”), che nella prima metà dell’Ottocento organizzò una missione nell’isola eschimese di Kodiak, presso la riva meridionale dell’Alaska, battezzando molti abitanti locali “aleutini”, tanto da essere venerato dai russi come il “santo patrono dell’America”. Ancor più famoso è il santo metropolita Innokentij (Venjaminov) anch’egli ricordato col titolo “dell’Alaska”, che dalla sede moscovita si recò nelle terre asiatiche diventando vescovo di Kamčatka, Jacuzia, Primorje e America del Nord, sostenendo con la sua autorità spirituale il generale e governatore della Siberia orientale, il conte Nikolaj Murav’ev-Amurskij, nella conquista dei territori dell’Estremo Oriente e nella fondazione di Blagoveščensk, la prima grande città russa ai confini con la Cina. Nel 1864 egli benedisse la cattedrale dell’Annunciazione nella nuova città della Kamčatka, consacrando quindi tutti questi territori alla Madre di Dio secondo la variante russa dell’Ortodossia, e fu quindi richiamato trionfalmente come metropolita di Mosca, allora il capo di tutta la Chiesa russa. Innokentij fu uno dei pochi santi russi ad essere canonizzato in piena epoca sovietica nel 1977, per una circostanza di particolare convergenza politico-ecclesiastica: pochi anni prima era stata istituita la Chiesa ortodossa d’America per iniziativa del grande teologo russo Aleksandr Šmeman, esprimendo una speciale “missione ortodossa” del patriarcato di Mosca nel sostenere la “lotta mondiale per la pace” del regime sovietico di Leonid Brežnev, e la figura di Innokentij d’Alaska funse da immagine simbolica di questa unione universale dei mondi.

L’Alaska fu venduta all’America nel 1867, subito dopo la missione di Innokentij, per decisione dello zar Aleksandr II, ma l’Ortodossia si conservò e si diffuse ulteriormente anche negli anni successivi, diventando uno dei fattori decisivi nell’approvazione della nuova giurisdizione ecclesiastica russa in America, e in attesa del grande ritorno attuale dello zar Putin. Un abitante della città di Petropavlovsk-Kamčatskij, Pavel Šalimov, che aveva abitato per anni a Juneau, la capitale dell’Alaska, ha dichiarato a Ria-Novosti che “l’incontro tra i due presidenti è l’inizio di una nuova amicizia tra la Russia e l’America, per questo l’incontro è avvenuto là dove gli abitanti amano molto la Russia”. Rientrando in Alaska, la Russia di Putin segna una nuova tappa dell’invasione dell’Occidente, ben più significativa del faticoso avanzare sul fronte del Donbass, che del resto controlla da anni senza ottenere grandi vantaggi e provocando immani devastazioni.

L’incontro degli imperatori ha ricordato in qualche modo quello del papa Francesco con il patriarca Kirill nel 2016, su una terra che in teoria si riferiva più al pontefice cattolico e sudamericano, ma dove la parte del padrone di casa era affidata al gerarca russo ortodosso. Per molti commentatori “l’unico luogo dove Putin si sarebbe sentito meglio che in Alaska è Mosca”, e a 55 miglia dalle rive dell’Alaska si vedono bene le coste russe, dove “i barbari cupi in copricapi pesanti cantano il ritornello Riportate indietro l’Alaska”, ricordano alcuni citando dei versi del poeta rivoluzionario Andrej Belyj. Molti esaltano perfino la data significativa del 15 agosto, il giorno del 1945 in cui l’imperatore Hirohito annunciò la capitolazione del Giappone, nel 1947 venne annunciata l’indipendenza dell’India, nel 1973 gli americani si ritirarono dal Vietnam, perfino la fondazione dell’ordine dei Gesuiti nel 1534. L’evento più simbolico del Ferragosto storico fu quando l’imperatrice bizantina Irina accecò il figlio co-imperatore, Costantino VI, come Putin ha fatto con Trump per assicurarsi la capitolazione dell’Ucraina, e ai fedeli cattolici non rimaneva che affidarsi all’intercessione della Madonna Assunta in cielo.

È stata la prima visita del leader russo in territorio americano dal 2007, a parte le assemblee dell’Onu, ed ha evidentemente aperto una nuova fase di incontri reciproci, con il desiderio di Trump di varcare la soglia del Cremlino per entrare nella storia, passando proprio dall’Alaska, il luogo dell’accordo per il funerale politico di Volodymyr Zelenskyj. In un quarto di secolo al potere, Putin ha avuto 48 incontri con i presidenti americani: con Bill Clinton ha firmato nel 2000 un accordo per le informazioni missilistiche, nel 2005 ha posato con George W. Bush insieme all’italiano Silvio Berlusconi, al cinese Hu Jintao e all’europeo Jean-Claude Juncker al Cremlino, per festeggiare i 60 anni dalla fine della II guerra mondiale. Nel 2005 ha discusso con Barack Obama al G20 di Antalya, incontrando una prima volta Donald Trump ad Amburgo nel 2017, per poi vedere Joe Biden al summit Usa-Russia di Ginevra a giugno del 2021, due mesi prima del ritiro americano dall’Afghanistan che ha ispirato la nuova guerra mondiale della Russia putiniana.

Putin ha vinto la guerra prima ancora dell’incontro, sedendosi al tavolo delle trattative nel ruolo di vincitore e di nuovo padrone del mondo, sancito dalla “nuova Yalta” dell’Alaska in condivisione con Trump, e nessuna protesta degli ucraini potrà cambiare la prospettiva della divisione dei territori e del controllo incrociato di russi e americani.

 L’Unione europea (Ue) non ha evidentemente la forza per sostenere Kiev e garantire condizioni giuste di conclusioni del conflitto, e perfino il più acceso “russofobo”, il segretario generale della Nato Mark Rutte, ha parlato di “definizione giuridica necessaria” per i territori occupati dalla Russia. Il diritto internazionale che s’impone è quello della legge del più forte, e quello della missione di chi si sente inviato da Dio a unire il mondo dall’Artico all’Antartico, dall’Atlantico al Pacifico, dal presente al ritorno nel passato.

Melania Trump e la lettera sui bambini ucraini consegnata a Putin. Yermak: «Grazie per la tua leadership»

di Redazione Esteri – Corriere della Sera – 16 Agosto 2025

La lettera, data a mano da Trump a Putin al vertice di Anchorage, è rimasta privata. Il ringraziamento del consigliere di Zelensky

Una lettera a mano, scritta dalla moglie Melania Trump che a Anchorage non è andata: l’avrebbe consegnata il marito Donald direttamente a Putin, secondo un’indiscrezione pubblicata dall’agenzia Reuters. Nella lettera sarebbe descritta la difficile situazione delle decine di migliaia di bambini rapiti durante la guerra in Ucraina e portati in Russia o nei territori occupati dalla Russia senza il consenso delle famiglie. Reuters attribuisce la notizia a due funzionari della Casa Bianca, che tuttavia non hanno rivelato il contenuto della lettera. 

Il sito ucraino Ukrinform dà rilievo all’indiscrezione e parla apertamente di «bambini ucraini rapiti dai russi» come contenuto della lettera, e ricorda come dall’inizio dell’invasione su larga scala si stima che 19.500 bambini ucraini siano stati deportati in Russia, anche se il numero potrebbe essere «significativamente più alto». 

L’agenzia ucraina ricorda anche che fino a luglio sono stati restituiti dai russi 1.485 di essi e che 1,6 milioni di bambini ucraini vivono tuttora sotto l’occupazione russa in Ucraina. Ukrinform sottolinea anche che il 17 marzo 2023 la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati internazionali di arresto per Vladimir Putin e per la sua Commissaria per l’Infanzia, Maria Lvova-Belova, per crimini di guerra e deportazione illegale di popolazione, inclusi bambini.

«Grazie per la tua leadership»: l’ha scritto in un post su X Andriy Yermak, capo dell’ufficio della presidenza ucraina, ringrazia intanto Melania Trump per la lettera. Yermak, che molti articoli di retroscena descrivono come «sempre più impopolare a Washington», ha ripostato un post dell’iniziativa «Brings kids back Ua», che ha espresso «profonda gratitudine» alla first lady degli Stati Uniti «per prendersi così tanto cura del destino dei bambini ucraini: ogni parola di sostegno li avvicina alle loro famiglie, alle loro comunità e alle loro case» 

Così Putin è passato da paria a “pari”, l’analisi dell’inviata ad Anchorage

Il vertice ha premiato le velleità del leader russo più che Trump

Viviana Mazza, inviata in Alaska / CorriereTv-

Trump ha trattato Putin non più da paria internazionale ma da proprio pari. Questa è la lettura in sintesi del vertice in Alaska. L’isolamento di Putin si è di fatto concluso con questo incontro in cui sono stati srotolati tappeti rossi per il leader russo. Trump ne è uscito a mani vuote e non ha ricevuto nulla in cambio, se non il regalo che gli ha fatto Putin di confermare che «se fosse stato Trump presidente (anziché Biden) la guerra in Ucraina non sarebbe iniziata».

San Rocco


autore: Tommaso Pombioli anno: 1610/1636 titolo: San Rocco luogo: Museo Civico di Crema e del Cremasco

Nome: San Rocco

Titolo: Pellegrino e Taumaturgo

Nascita: XIV secolo, Montpellier, Francia

Morte: XIV secolo, Voghera, Lombardia

Ricorrenza: 16 agosto

Canonizzazione:
1414, Concilio di Costanza, papa Gregorio XI

Luogo reliquie: Chiesa di San Rocco

Di questo Santo, che fu uno dei più illustri del secolo XIV e uno dei più cari a tutta la cristianità, si hanno poche notizie. Oriundo di Montpellier (Francia), della sua giovinezza si narrano cose meravigliose. Ventenne, rimasto privo del padre e della madre, distribuì parte dei suoi beni ai poveri e parte li donò ad uno zio paterno. Quindi, vestitosi da pellegrino, si avviò elemosinando alla volta di Roma, per visitare il centro del Cristianesimo, sede della verità e della civiltà, e per vedere il Pastore Supremo dei popoli e delle nazioni, il Papa.

Nell’attraversare le contrade della nostra bella Italia, seppe che la peste faceva strage in parecchie parti della penisola. Ed ecco S. Rocco nel genovesato, in Toscana, a Cesena, a Rimini e specialmente ad Acquapendente farsi consolatore dei poveri ammalati ed operare prodigi di cristiana carità. Fu salutato ovunque quale salvatore, ed in Roma il suo nome risuonò in benedizione. Ma egli schivava la lode e per evitarla, poco dopo aver soddisfatta la sua pietà, lasciò la Città Eterna e si portò a Piacenza, dove infieriva allora il morbo fatale. Qui il suo apostolato ebbe del meraviglioso, dell’eroico, del sovrumano, e Dio lo benedisse talmente, che gli bastava alle volte un segno di croce per rendere la sanità anche, a molti.

Ma infine anch’egli fu attaccato dalla peste: per non essere di peso a nessuno si ritirò in un antro fuori della città, dove, consumato da febbre, soffrì dolori indicibili. La Divina Provvidenza però (come già un giorno al grande Anacoreta della Tebaide), quotidianamente gli inviava un pane per mezzo di un cane. Guarito per grazia di Dio e per l’aiuto datogli da un pio signore, che sulle orme del cane aveva rintracciato il povero sofferente, Rocco lasciò Piacenza e si ritirò in Francia. Quivi, creduto una spia, connivente lo stesso suo zio, a cui aveva lasciato parte dei suoi beni, fu messo in prigione. Passò quindi i suoi ultimi anni sconosciuto.


Alla sua morte, avvenuta come si ritiene il 16 agosto 1378, furono udite voci di fanciulli che gridavano: È morto il Santo! E le campane suonarono a festa da sole. S. Rocco era passato a ricevere il premio delle sue fatiche e delle sue opere buone.

Si seppe la storia della sua santa vita da uno scritto da lui lasciato all’edificazione dei posteri, ma più di tutto la sua santità ci fu resa nota dagli innumerevoli miracoli che la Provvidenza operò sulla sua tomba gloriosa. La devozione a S. Rocco è universale ed è invocato contro le malattie contagiose.

PRATICA. Visitiamo ed aiutiamo gli infermi, preghiamo per essi.

PREGHIERA. O Dio, che concedeste a S. Rocco la grazia di guarire col segno della croce quelli che erano infetti di peste, noi vi supplichiamo per i suoi meriti e per sua intercessione, di preservarci dal contagio e dalla morte subitanea ed improvvisa.

MARTIROLOGIO ROMANO. In Lombardia, san Rocco, che, originario di Montpellier in Francia, acquistò fama di santità con il suo pio peregrinare per l’Italia curando gli appestati.

LE RELIQUIE

La città di Voghera, in Lombardia, fu il primo luogo di sepoltura del corpo di San Rocco. Qui, i suoi resti mortali furono deposti in una cassa di legno di noce sotto l’altare maggiore della chiesa di Sant’Enrico. All’interno della cassa, un cartoncino riportava la scritta latina “Hic iacuit corpus sancti Rochi” (qui giace il corpo di San Rocco), a testimonianza della sacralità di quel luogo.

Secondo la tradizione, nel febbraio del 1485, i resti di San Rocco furono trafugati e trasferiti da Voghera a Venezia. Tuttavia, studi recenti suggeriscono che questo spostamento non fu il risultato di un furto, ma piuttosto di una compravendita avvenuta nel 1483. In ogni caso, una parte delle ossa di un braccio del santo rimase a Voghera, mantenendo così un legame indissolubile tra la città lombarda e il santo.

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