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Francesco: Dio, ferma la guerra o la catastrofe atomica ci estinguerà

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano- 16 Marzo 2022

In un mondo in cui uomini e donne vivono “sotto pressione”, nella proiezione di un futuro fatto di macchine e robot che regalano l’illusione di una “giovinezza eterna”, si fa strada l’idea “di una catastrofe finale che ci estinguerà”: “Quello che succede con un’eventuale guerra atomica”, dice il Papa durante la sua catechesi nell’udienza generale, in riferimento alle ripetute minacce nucleari emerse in questi oltre venti giorni di guerra in Ucraina. Lo scenario è apocalittico, ma sembra diffondersi sempre di più tra la gente comune: “Il ‘giorno dopo’ – se ci saranno ancora giorni ed esseri umani – si dovrà ricominciare da zero. Distruggere tutto per ricominciare da zero”, commenta il Pontefice. 

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Il 25 marzo il Papa consacrerà Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria

VATICAN NEWS

L’atto avverrà durante la Celebrazione della Penitenza che Papa Francesco presiederà alle 17 nella Basilica di San Pietro. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato del Papa

“Venerdì 25 marzo, durante la Celebrazione della Penitenza che presiederà alle 17 nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco consacrerà all’Immacolato Cuore di Maria la Russia e l’Ucraina. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, come inviato dal Santo Padre”. Lo comunica il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni. Per la consacrazione è stato scelto il giorno della festa dell’Annunciazione del Signore.

La Madonna, nell’apparizione del 13 luglio 1917 a Fatima, aveva chiesto la consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato, affermando che, qualora non fosse stata accolta questa richiesta, la Russia avrebbe diffuso “i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni – aveva aggiunto – saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte”. Dopo le apparizioni di Fatima ci sono stati vari atti di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria: Pio XII, il 31 ottobre 1942, consacrò tutto il mondo e il 7 luglio 1952 consacrò i popoli della Russia al Cuore Immacolato di Maria nella Lettera apostolica Sacro vergente anno:

“Come pochi anni fa abbiamo consacrato tutto il mondo al Cuore immacolato della vergine Madre di Dio, così ora, in modo specialissimo, consacriamo tutti i popoli della Russia al medesimo Cuore immacolato”.

Paolo VI, il 21 novembre 1964, rinnovò la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato alla presenza di Padri del Concilio Vaticano II. Papa Giovanni Paolo II compose una preghiera per quello che definì “Atto di affidamento” da celebrarsi nella Basilica di Santa Maria Maggiore il 7 giugno 1981, solennità di Pentecoste. Questo il testo:

O Madre degli uomini e dei popoli, Tu conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre che scuotono il mondo, accogli il nostro grido rivolto nello Spirito Santo direttamente al Tuo cuore ed abbraccia con l’amore della Madre e della Serva del Signore coloro che questo abbraccio più aspettano, e insieme coloro il cui affidamento Tu pure attendi in modo particolare. Prendi sotto la Tua protezione materna l’intera famiglia umana che, con affettuoso trasporto, a Te, o Madre, noi affidiamo. S’avvicini per tutti il tempo della pace e della libertà, il tempo della verità, della giustizia e della speranza.

Poi, per rispondere più pienamente alle richieste della Madonna, volle esplicitare durante l’Anno Santo della Redenzione l’atto di affidamento del 7 giugno 1981, ripetuto a Fatima il 13 maggio 1982. Nel ricordo del Fiat pronunciato da Maria al momento dell’Annunciazione, il 25 marzo 1984 in piazza San Pietro, in unione spirituale con tutti i Vescovi del mondo, precedentemente “convocati”, Giovanni Paolo II affida al Cuore Immacolato di Maria tutti i popoli:

E perciò, o Madre degli uomini e dei popoli, Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al Tuo Cuore: abbraccia con amore di Madre e di Serva del Signore, questo nostro mondo umano, che Ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno.

Nel giugno del 2000 la Santa Sede ha rivelato la terza parte del segreto di Fatima e l’allora arcivescovo Tarcisio Bertone, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, sottolineò che suor Lucia, in una lettera del 1989, aveva confermato personalmente che tale atto solenne e universale di consacrazione corrispondeva a quanto voleva la Madonna: “Sì, è stata fatta – aveva scritto la veggente – così come Nostra Signora l’aveva chiesto, il 25 marzo 1984”. 

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Ucraina, il Papa: “In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro!”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Dopo la preghiera dell’Angelus, nuovo accorato appello di Francesco per “la fine della guerra” nella martoriata Ucraina. Ricorda la città martire di Mariupol, che porta il nome della Vergine Maria, la “barbarie dell’uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi”, per la quale “non ci sono ragioni strategiche che tengano”. Parla di “inaccettabile aggressione armata” e chiede di porre fine “ai bombardamenti e agli attacchi”, puntando “veramente e decisamente sul negoziato”

Fratelli e sorelle, abbiamo appena pregato la Vergine Maria. Questa settimana la città che ne porta il nome, Mariupol, è diventata una città martire della guerra straziante che sta devastando l’Ucraina. Davanti alla barbarie dell’uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi non ci sono ragioni strategiche che tengano: c’è solo da cessare l’inaccettabile aggressione armata, prima che riduca le città a cimiteri. Col dolore nel cuore unisco la mia voce a quella della gente comune, che implora la fine della guerra. In nome di Dio, si ascolti il grido di chi soffre e si ponga fine ai bombardamenti e agli attacchi! Si punti veramente e decisamente sul negoziato, e i corridoi umanitari siano effettivi e sicuri. In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro!

E’ il  nuovo, ancora più accorato appello per la pace in Ucraina, lanciato da Papa Francesco questa domenica, dalla finestra del suo studio che da’ su Piazza San Pietro, dopo la preghiera mariana dell’Angelus. Così prosegue il Papa:

Vorrei ancora una volta esortare all’accoglienza dei tanti rifugiati, nei quali è presente Cristo, e ringraziare per la grande rete di solidarietà che si è formata. Chiedo a tutte le comunità diocesane e religiose di aumentare i momenti di preghiera per la pace. Aumentare i momenti di preghiera per la pace. Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome. Ora preghiamo in silenzio per chi soffre e perché Dio converta i cuori a una ferma volontà di pace.

La preghiera silenziosa per la pace di Piazza san Pietro  

Una Piazza san Pietro assolata ma sferzata da un vento freddo, riempita di una folla in preghiera, invoca in silenzio l’aiuto del Signore per arrivare dove gli uomini non riescono, alla pace. Solo ieri, all’ora di pranzo, l’ultimo drammatico tweet del Pontefice, che guardava alle sofferenze dei più piccoli: “Mai la guerra! – aveva scritto – Pensate soprattutto ai bambini, ai quali si toglie la speranza di una vita degna: bambini morti, feriti, orfani; bambini che hanno come giocattoli residui bellici… In nome di Dio, fermatevi!”

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Francesco: cessi questa guerra crudele in Ucraina, prevalga il negoziato

Marco Guerra – Città del Vaticano

Dopo l’Angelus, il Papa ha lanciato un nuovo appello per l’Ucraina, perché sia garantito l’accesso alle zone di guerra e si assicurino i corridoi umanitari. Francesco ringrazia tutti coloro che sono impegnati nell’accoglienza dei profughi e i giornalisti impegnati a raccontare la crudeltà del conflitto. Rilancia infine l’azione diplomatica della Santa Sede per i negoziati di pace

Papa Francesco torna sulla tragedia della guerra in Ucraina e rinnova il suo appello per la Pace. Il pensiero del Papa va subito alle ferite che straziano il popolo ucraino:

In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime. Non si tratta solo di un’operazione militare, ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria. Le vittime sono sempre più numerose, così come le persone in fuga, specialmente mamme e bambini. In quel Paese martoriato cresce drammaticamente di ora in ora la necessità di assistenza umanitaria.

Assicurare i corridoi umanitari

Bisogna quindi che si assicuri subito protezione alla popolazione civile, questo riafferma con forza Francesco:

Rivolgo il mio accorato appello perché si assicurino davvero i corridoi umanitari, e sia garantito e facilitato l’accesso degli aiuti alle zone assediate, per offrire il vitale soccorso ai nostri fratelli e sorelle oppressi dalle bombe e dalla paura.

Prevalga il negoziato

Il Papa rivolge la sua gratitudine ai tanti operatori impegnati nell’accoglienza e chiede il rilancio dei negoziati:

Ringrazio tutti coloro che stanno accogliendo i profughi. Soprattutto imploro che cessino gli attacchi armati e prevalga il negoziato e prevalga il buon senso, pure. E si torni a rispettare il diritto internazionale!

Il grazie ai giornalisti

Un pensiero particolare va anche ai giornalisti che, con il loro lavoro, avvicinano tutto il mondo alla straziante realtà della guerra:

E vorrei ringraziare anche le giornaliste e i giornalisti che per garantire l’informazione mettono a rischio la propria vita: grazie, fratelli e sorelle, per questo vostro servizio! Un servizio che ci permette di essere vicini al dramma di quella popolazione e ci permette di valutare la crudeltà di una guerra. Grazie, fratelli e sorelle. Preghiamo insieme per l’Ucraina: qui davanti abbiamo le sue bandiere. Preghiamo insieme, come fratelli, la Madonna Regina dell’Ucraina.

La Santa Sede al servizio della pace

Francesco conclude ricordando lo sforzo diplomatico della Santa Sede e la sua ferma volontà di mettersi al servizio della pace:

La Santa Sede è disposta a fare di tutto, a mettersi al servizio per questa pace. In questi giorni, sono andati in Ucraina due cardinali, per servire il popolo, per aiutare. Il cardinale Krajewski, elemosiniere, per portare gli aiuti ai bisognosi, e il cardinale Czerny, prefetto ad interim del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Questa presenza dei due cardinali lì è la presenza non solo del Papa, ma di tutto il popolo cristiano che vuole avvicinarsi e dire: “La guerra è una pazzia! Fermatevi, per favore! Guardate questa crudeltà!”.

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Si può sopravvivere a una guerra atomica? La risposta di Brian Toon 


Uno scontro nucleare, anche solo regionale, sarebbe un evento distruttivo per tutta l’umanità? Cosa succederebbe di preciso? Lo scenario del prof. Toon

È possibile sopravvivere a uno scontro bellico che preveda l’uso di armi nucleari? Fino a quale distanza dai luoghi colpiti si sarebbe a rischio di vita? È davvero possibile l’estinzione umana in caso di guerra atomica?

Il Prof. Brian Toon, specializzato in scienze oceaniche e dell’atmosfera e allievo di Carl Sagan, ha risposto a queste domande alcuni anni fa in un TED Talk che riportiamo alla fine di questo articolo.

HIROSIMA E NAGASAKI: DUE CITTÀ ANCORA ABITATE

Tutti sappiamo delle due bombe atomiche per eccellenza, le prime sganciate sulla popolazione civile, a Hiroshima e Nagasaki, due città che sono state ricostruite e hanno continuato ad essere abitate.
Per quanto quindi un attacco nucleare sia un evento di magnitudine enorme dal grandissimo potere distruttivo avrebbe senso credere che, dopotutto, al netto di un possibile gran numero di vittime nell’immediato e molte altre nelle settimane successive nelle aree limitrofe all’esplosione, le conseguenze di un attacco nucleare sarebbero comunque circoscritte.

BOMBE NUCLEARI DI IERI E DI OGGI

Nella sua spiegazione Toon fa notare come le attuali bombe nucleari in dotazione alle varie (troppe) nazioni che ne dispongono sono non solo più numerose ma fino a centinaia di volte più potenti di quelle sganciate in Giappone nel 1945.

Inoltre, a scopo di dissuasione e deterrenza ma comunque alzando l’asticella della distruzione, i programmi nucleari di molte nazioni, USA e Russia in primis, prevedono la risposta massiccia ed automatica a un possibile attacco nucleare.
Quindi rispetto alla seconda guerra mondiale le esplosioni sarebbero di più e più potenti.

QUALI DANNI CAUSEREBBE UN’ESPLOSIONE NUCLEARE

Il Prof Toon illustra nel suo speech come in effetti il danno dell’esplosione di per sè sarebbe circoscritto: a seconda della potenza delle bombe si avrebbe un certo raggio di distruzione totale immediata, un raggio maggiore di luce abbagliante e calore che provocherebbero ustioni mortali e infine un’area di fallout radioattivo piuttosto estesa che causerebbe la morte delle persone esposte nell’arco delle successive settimane, tra dolori piuttosto atroci (in effetti dovendo morire per via di un attacco atomico essere annientati al centro dell’esplosione è forse per assurdo la via più indolore).

Il danno di una singola esplosione avrebbe quindi il potenziale di fare molti morti se questa avvenisse in un’area abitata e causerebbe danni diretti e indiretti su un’area vasta, rimaniamo però nel contesto di danni locali. Quale sarebbe allora il rischio per l’umanità?

ESPLOSIONI, POLVERE E INVERNO NUCLEARE

Quali sarebbero i danni per le parti del pianeta distanti dal punto dell’esplosione?
In primo luogo per le motivazioni già esposte è difficile che in caso di attacco nucleare la bomba sganciata sia solo una e in un solo punto, lo scenario più probabile è quello di una serie di esplosioni più o meno ravvicinate in un’area più o meno circoscritta (il territorio di 2 nazioni).

Nella simulazione esposta dal Prof. Toon si presenta il caso di una guerra nucleare tra India e Pakistan, due nazioni che da decenni sono sull’orlo di un conflitto nucleare, entrambe dotate di ordigni non particolarmente potenti rispetto alla media degli arsenali mondiali.

Basterebbe lo scambio lanci tra questi due paesi per sollevare in pochi giorni una nuvola di polvere tale da coprire gran parte della superficie terrestre a quote abbastanza elevate da non avere la formazione di pioggia e quindi precipitazioni in grado di riportare a terra queste polveri che rimarrebbero in sospensione per anni.

La diffusione di polveri ad alta quota dopo due settimane dallo scontro nucleare tra India e Pakistan (simulazione)

Nell’arco di questo periodo il minor apporto di luce solare renderebbe molto difficile la sopravvivenza della maggior parte delle specie vegetali e quasi impossibile o minimamente redditizia l’agricoltura. Al contempo la temperatura media della terra si abbasserebbe drasticamente, rendendo ancora più complessa la produzione di cibo.

Pertanto a poco varrebbe avere a disposizione un bunker in cui rifugiarsi oppure vivere in una nazione molto lontana dagli eventi bellici: una scontro atomico non prevede vincitori ed è arduo affermare che chi sopravvive alle esplosioni possa ritenersi fortunato.

Se fino ad oggi, nonostante gli enormi arsenali prodotti, non abbiamo ancora dato il via a un’apocalisse nucleare è perché l’impatto emotivo di Hiroshima e Nagasaki è ancora vivo e l’impegno di scienziati e attivisti nel sensibilizzare popolazioni e rappresentanti politici sul tema è stato forte e costante. Lo stesso Toon si trovò con Sagan e altri a spiegare i concetti esposti in questo articolo a Gorbachev e Reagan che, come ricorda lo stesso Toon, ascoltarono.

Da allora sono passati decenni e il ricordo si fa sempre meno forte, l’attenzione è sempre più spostata su altro e rischiamo di finire per pensare che, in fondo, un olocausto nucleare non sia davvero possibile.

Assistere in questi giorni alle serie minacce in questo senso da parte di una delle due maggiori potenze nucleari unite alla reazione tutt’altro che seria dei referenti a cui queste minacce erano e sono indirizzare, fino a portare all’avvio di uno scenario bellico che per anni poteva essere evitato con la diplomazia e il buonsenso ci dà la misura di come, in fondo, l’umanità stenti a imparare le lezioni impartite dalla Storia e come quindi il suicidio di massa sia ancora per la nostra specie un destino più che plausibile.

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La premio Nobel Svetlana Aleksievich: «Perché oltre il 60 per cento dei russi sostiene Putin»

di Fabrizio Dragosei-  Corriere  della Sera

«Dubito che Putin si fermi soltanto all’Ucraina, se riuscirà a vincere. Spero che l’Europa che si è schierata compatta, dica la sua, e anche gli Usa. Non a caso lui ci spaventa tutti con le armi nucleari»

Svetlana Aleksievich vive in Germania da quando ha dovuto lasciare ancora una volta la sua Bielorussia dopo la repressione delle manifestazioni democratiche del 2020. Ci eravamo sentiti al telefono quando lei aveva denunciato che uomini mascherati stavano tentando di entrare nel suo appartamento. Gli ambasciatori di vari Paesi europei andarono a casa sua fino a che non fu costretta ad andar via. Lukashenko era stato salvato da Putin. «Tutti erano stati arrestati o erano dovuti fuggire all’estero». Il premio Nobel per la Letteratura ricevuto nel 2015 non la proteggeva più.

Le notizie di queste ore sui giovani soldati russi morti in Ucraina e sui loro corpi che iniziano a tornare dalle madri mi ha fatto subito ripensare al suo «I ragazzi di zinco» sui tanti, tantissimi caduti della guerra in Afghanistan che contribuì al crollo del regime sovietico con il suo risultato disastroso.
«Sì, ci ho pensato anch’io. E sul fatto che i miei libri si ostinano a non voler diventare storia. Che la Russia torna sui suoi passi, cammina facendo dei giri. Ci ritroviamo in un punto assolutamente inaspettato della storia. Nessuno di noi pensava che qualcosa del genere fosse possibile».

Cosa le dicevano i sopravvissuti dell’Afghanistan quando li intervistava?
«A che serve il tuo libro? Perché? Come puoi raccontare veramente com’era? I cammelli morti e gli uomini morti in un’unica pozza di sangue. Chi lo vuole sapere?».

Molti dicono che Putin sia impazzito, che quello che sta facendo non è razionale.
«È facile lanciare accuse, sarebbe una spiegazione semplice, ma non sappiamo la verità. Temo che le cose stiano diversamente. Sono stati pubblicati dati nuovi: oltre il 60 per cento dei russi sosterrebbero Putin e questa guerra».

Ma sono dati reali o è la propaganda del Cremlino?
«Non abbiamo altri sondaggi, ma è sicuro che molta gente lo appoggia e dice che non si sa niente, che è tutto un cumulo di fake, di notizie inventate. Non può essere, non è realistico… Ma ora, dopo che hanno chiuso la radio Eco di Mosca e la tv Dozhd, in pratica è rimasta solo Novaya Gazeta. Nessuno in Russia saprà la verità, sarà un Paese chiuso. E che cosa avverrà veramente è difficile immaginarlo».

Il presidente russo non è il solo, quindi a nutrire sentimenti di «rivincita»?
«Credo che Putin rispecchi l’opinione dei russi medi che vivono in periferia, di quei russi che non possono tollerare umiliazioni, come dicono loro. Per i miei libri ho viaggiato molto per la Russia e tanti di quelli che ho sentito parlavano di umiliazione più di ogni altra cosa: nessuno ha paura di noi. E come si sono tirati su di morale quando hanno potuto dire che Putin li ha fatti rialzare in piedi dacché erano in ginocchio di fronte al mondo! Temo che questo sentimento di “imperialità” sia molto radicato. Quando c’è stato il crollo dell’Urss nel 1991 abbiamo esultato che tutto fosse successo pacificamente. Abbiamo sopravvalutato la morte del comunismo. Non è per niente vero, nient’affatto. Ce ne stiamo accorgendo. Quest’uomo rosso, l’homo sovieticus, adesso capiamo che è vivo. Molto di quello che c’era ai tempi sovietici ci ha lasciato un’impronta, ha lasciato la menzogna».

È questa l’eredità del comunismo?
«Se guardiamo indietro alla nostra storia, sia quella sovietica che quella post sovietica, è una enorme fossa comune, un bagno di sangue continuo».

Putin oggi fa leva su una maggioranza orgogliosa della rinascita del Grande Paese?
«Sì, penso proprio di sì. Se non sentisse intuitivamente questo appoggio, non farebbe quello che sta facendo. Almeno in questo modo così insolente, aggredire un Paese sovrano parlandone con tanto odio. Mi riferisco a quello che ha detto quando ha fatto una lezione di storia piena di analfabetismo. Ma questa è la sua visione del mondo. Insomma anziché andare verso il futuro si marcia indietro verso il Medioevo».

Quanto lontano potrebbe andare? Quali sono i suoi obiettivi?
«Molto lontano, temo. Dubito che si fermi soltanto all’Ucraina, se riuscirà a vincere. Spero che l’Europa che si è schierata compatta, dica la sua, e anche gli Usa. Non a caso lui ci spaventa tutti con le armi nucleari».

È possibile che si arrivi a tanto?
«È impensabile per noi. Ma nella testa di quegli uomini… Durante la famosa riunione del Consiglio di sicurezza guardavo le facce e non tutti avevano lo stesso entusiasmo di Putin. Tutti capiscono in fondo di essersi spinti troppo. Lo capiscono gli imprenditori, in molti lo capiscono».

Qualcosa potrebbe accadere in Russia?
«L’attuale sistema autoritario rende tutti così coesi che è difficile uscirne fuori. Come diceva l’eroina di un mio libro: ci si sente come una farfalla nel cemento. Sei dissenziente, non lo accetti, ma non ti puoi tirare fuori. Tutti dicono ora, che fare? Che fare? Io penso che bisogna lavorare con quel 60 per cento che sembra sostenere Putin. Bisogna parlare, spiegare. Ci sarà il lutto, ci saranno le bare, e peccato che debba essere questo il prezzo per togliere la benda dagli occhi. Il popolo aprirà gli occhi perché l’arrivo di 5.000 bare è pesante».

Il suo Paese, la Bielorussia, cosa è diventato? Una provincia della Russia?
«È una macchina del tempo, un museo del passato. E ora anche questo: Lukashenko non ha nessuna autonomia, la Bielorussia è piena di truppe russe, e visto che le perdite sono tante, Putin lo costringerà a partecipare alle ostilità».

E la gente cosa pensa?
«È contraria. A differenza di quella russa, la società bielorussa non appoggerà la guerra. I bielorussi hanno sempre visto gli ucraini come fratelli e sorelle, come il nostro popolo fraterno. Non c’è nessun odio come tra russi e ucraini che si danno nomignoli spregiativi,moskal , piccolo moscovita; khokhol , ciuffetto (quello dei cosacchi che scende dalla testa rapata)».

Cosa si aspetta?
«Penso che il mondo e soprattutto i politici devono trovare dei modi per fermare Putin, ma quali non lo so. Lui nelle trattative chiede solo la capitolazione dell’Ucraina e basta. Credo che tutto il mondo debba aiutare l’Ucraina. Ed io appoggio la formazione di una legione straniera con migliaia di persone che sono venute in soccorso e le armi che vengono fornite in Ucraina. Quando ho telefonato a una mia parente dicendole “Tenete duro, adesso arrivano le armi”, mi ha risposto “Svetlana mia, le armi le avremo, ma dove andiamo a cercare i giovani? I nostri ragazzi sono morti a migliaia”. Mi fa molto piacere che in me scorra sangue ucraino. Sono fiera di migliaia di quei ragazzi e di quella gente, bambini, vecchi che nei villaggi si gettano contro i carri armati a mani nude, si mettono in ginocchio per non farli passare. Dio mio, Dio mio!».

Lei ha scritto «Preghiera per Chernobyl» con i racconti dei sopravvissuti e dei parenti dei tanti morti. E ora le notizie dalla centrale di Zaporizhzhia spaventano tutti.
«Usiamo ancora i vecchi concetti lontano-vicino, amici-nemici, ma dopo Chernobyl questo non vuol dire più nulla. Al quarto giorno la nube di Chernobyl sorvolava già l’Africa e la Cina. Noi-loro, amici-nemici non ha più senso perché è il vento che decide dove andare.

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Svetlana Aleksievich, autrice bielorussa nata in Ucraina nel 1948, ha vinto il premio Nobel per la letteratura 2015. Cronista, giornalista d’inchiesta e scrittrice, Aleksievich nelle sue opere ha raccontano  in presa diretta i principali eventi che hanno caratterizzato la storia dell’Est Europa, come la caduta dell’Urss, Chernobyl, la prima guerra in Afghanistan.

Lo stile e l’approccio sia giornalistico sia narrativo di Aleksievich è sempre stato caratterizzato dal racconto dei grandi fatti storici attraverso la prospettiva degli ultimi, dalle donne soldato durante la seconda guerra mondiale (*La guerra non ha un volto femminile, *1985)ai tanti suicidi dopo il crollo dell’Unione Sovietica (Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, 2014).

Nel suo sito ufficiale spiega: “Ho sempre cercato un genere che fosse il più adatto alla mia visione del mondo, che esprimesse come le mie orecchie sentono e i miei occhi vedono. Ho cercato molto e finalmento ho scelto un genere in cui le voci umane parlassero di per sé.” Un approccio che mette, dunque, al centro la persona e la sua relazione con la Storia: “Nei miei libri persone reali parlano dei grandi eventi della nostra epoca, come la guerra, il disastro di Chernobyl, la caduta di un immenso impero.“

Svetlana è figlia di un padre bielorusso e di una madre ucraina. E per lei il coinvolgimento anche di Minsk è particolarmente doloroso.

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