"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 152 di 156

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

Le false ragioni delle ostilità fornite da chi ha fatto la «prima mossa», una storia che si ripete

Le guerre mentono e distruggono quelle «preventive» persino di più

La Russia ha invaso l’Ucraina con la scusa di anticipare una possibile aggressione occidentale. Le analogie con Cecenia e Siria ma anche con l’intervento in Iraq di Usa e Gb

VITTORIO POSSENTI-  Avvenire 9 Luglio 2022

«Le guerre non ristabiliscono diritti, ma spostano confini e ridistribuiscono poteri» (H. Arendt). Impossibile illustrare con maggiore chiarezza la realtà ‘cainitica’ della guerra, stregata dalla potenza e tesa a rimodellare l’assetto geopolitico mondiale. Invece occorre dire: Non abituiamoci alla guerra, e ancor meno a quella preventiva, in cui si aggredisce per primi per ottenere maggiori possibilità di successo e di prostrazione dell’avversario. 

Nel conflitto contro l’Ucraina la strategia russa è stata questa. In un’intervista concessa al ‘Corriere della Sera’ (8 aprile 2022) Sergej Karaganov, ex consigliere presidenziale di Yeltsin e di Putin e ancora attivo nel circolo dei putiniani, ha dichiarato, riferendosi ad alcuni anni fa: «Il conflitto (con l’Ucraina) stava già diventando probabile. E abbiamo visto divisioni e problemi strutturali nelle società occidentali, così il Cremlino ha deciso di colpire per primo.

 Tra l’altro, questa operazione militare sarà usata per ristrutturare la società russa: diventerà più militante, spingendo fuori dall’élite gli elementi non patriottici». La “dottrina Putin” elaborata da Karaganov teorizzava già nel 2019 l’invasione dell’Ucraina. Nel discorso a Mosca del 9 maggio scorso Putin non ha smentito, ma avallato l’assunto del primo colpo.

 Per giustificare l’invasione dell’Ucraina ha sostenuto che «la Russia ha reagito preventivamente contro l’aggressione ». Si riferiva a un presunto attacco della Nato per invadere «le nostre terre storiche, compresa la Crimea; una minaccia per noi assolutamente inaccettabile, sistematicamente creata, direttamente ai nostri confini… Il pericolo è cresciuto ogni giorno; il nostro è stato un atto preventivo, una decisione necessaria e assolutamente giusta, la decisione di un Paese sovrano, forte, indipendente».

 L’ attuale guerra preventiva non è l’unica del nuovo secolo. Nella memoria di molti rimane l’attacco all’Iraq da parte degli Stati Uniti guidati dal presidente George W. Bush (insieme ad alcuni altri Stati). Essa iniziò il 20 marzo 2003 e terminò formalmente il 18 dicembre 2011 quando venne instaurato un regime ufficialmente democratico, col passaggio dei poteri alle autorità irachene, insediate dagli Usa. L’intento primario della guerra era un ‘cambio di regime’: deporre Saddam Hussein, inviso sin dalla prima guerra del Golfo.

 L’attacco si basò in buona misura su una supposizione rivelatasi falsa: il possesso da parte di Saddam di armi biologiche e la sua capacità di produrre in breve tempo missili che avrebbero raggiunto e colpito la Gran Bretagna in pochi minuti: così dichiarò Tony Blair spalleggiato da Bush jr. Come è noto, una missione di ispettori Onu non scoprì nulla di quanto invece secondo la Cia doveva scoprire. Successivamente il Segretario di Stato C. Powell all’Onu cercò di convincere l’assemblea mostrando una piccola provetta, sostenendo che contenesse antrace. Anni dopo Powell, senza più cariche ufficiali, ammise l’errore e considerò quel discorso una macchia sulla sua carriera. Nel 2015 in un’intervista alla Cnn anche Blair riconobbe in buona misura di aver sbagliato.

 L a vittoria militare americana aprì un terribile periodo per il popolo iracheno, diviso in fazioni e consegnato a una guerra civile e a terrorismi che mieterono un numero assai alto di vittime civili, oltre a causare un’instabilità strutturale dell’intero Medio Oriente che perdura. L’attacco all’Iraq si appoggiava sulla nuova dottrina Usa, teorizzata nella “Strategia della sicurezza nazionale” del settembre 2002, un anno dopo la tragedia delle Torri Gemelle dell’11 settembre che colpì al cuore la nazione americana. In quel documento si affermava che «la migliore difesa è un buon attacco».

Una volta concepito il mondo come un composto formato da Stati per bene e “Stati canaglia” e minacciato dal terrorismo, la conseguenza era questa: «Non possiamo lasciare che i nostri nemici sparino per primi… Maggiore è la minaccia e più impellente la necessità di intraprendere un’azione anticipatoria in difesa di noi stessi, persino nell’incertezza del luogo e dell’ora dell’attacco da parte del nemico».

 L e due maggiori potenze mondiali (sino a poco fa) non sono riuscite a scampare alla maledizione della guerra preventiva, e l’Onu purtroppo si è mostrata impotente a sanare il guasto. In Iraq e in Ucraina è stato scavalcata come un aggeggio inutile, cui ricorrere solo quando serve per i propri interessi. Nessuno potrà dimenticare l’energia trasfusa da Giovanni Paolo II per evitare le Guerre del Golfo, cui dovette amaramente piegarsi, e quella messa in campo oggi da papa Francesco per l’Ucraina.

Qui l’aggressione ha prodotto molte vittime militari e civili e una distruzione sistematica di città (si pensi a Mariupol), territori e infrastrutture. L’invasione russa sta assomigliando sempre di più alle campagne militari condotte precedentemente a Grozny (Cecenia) e ad Aleppo (Siria). Ad Aleppo nel 2016 Putin e Assad decisero di bombardare la parte della città sotto il controllo dei ribelli con una violenza che ha pochi precedenti. In Ucraina la soluzione non può che essere politica e non militare.

L’attuale inferiorità strategica (navale e aerea) dell’Ucraina potrebbe essere colmata da nuove armi occidentali per rendere in qualche modo confrontabili le forze in campo, e assicurandole una legittima difesa (non nucleare); l’Ucraina ha rinunciato nel 1994 alle armi nucleari di cui era zeppa dopo il crollo dell’Urss. Anche la Merkel, a cui da varie parti si è guardato come mediatrice, ha sposato l’idea di sostenere l’Ucraina contro i ‘nuovi barbari’.

La strada sarebbe quella di un cessate il fuoco immediato per iniziare una trattativa e poi addivenire a una conferenza di pace e sicurezza europea, qualcosa di analogo a Helsinki 1975, con garanzie per gli attori in campo, naturalmente a partire da Kiev e Mosca. Ma quanto sangue dovrà ancora essere versato per giungere a un esito oggi improbabile ma necessario? Il colpo preventivo che instaura un potere di guerra insindacabile e imprevedibile, non edifica alcun nuovo ordine mondiale accettabile, ma rischia di distruggerlo ulteriormente.

Secondo Sergej Karaganov questa operazione militare sarà usata per ristrutturare la società russa: diventerà più militante, spingendo fuori dall’élite gli elementi non patriottici Il colpo preventivo non edifica alcun nuovo ordine mondiale accettabile, ma rischia di distruggerlo ulteriormente.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

L’incontro diretto con le persone, con le loro sofferenze e attese

SAPER ASCOLTARE GLI UCRAINI: PRIMO PASSO PER FARE PACE

ANGELO MORETTI  – Avvenire 9 Luglio 2022

Caro direttore, in un film simbolo della tradizione popolare sovietica, ‘Matrimonio in Malinovka’, c’è una scena in cui gli ucraini rivedono la propria secolare sofferenza da oppressione: un anziano contadino toglie e mette il suo cappello, con il simbolo dell’Armata Rossa, pur di cercare di continuare ‘a campare’ senza essere disturbato dagli occupanti di turno, bolscevichi, briganti o cosacchi… I racconti che abbiamo ascoltato direttamente a Kiev ci ricordano molto quella scena: a febbraio 2014 gli abitanti dell’Est hanno saputo dal solo rumore dei mitra che i loro governanti locali ucraini erano stati deposti e che da quel momento coloro che comandavano erano quelli con la mimetica, che non avevano simboli di una nazione precisa.

Da quando, nel lontano novembre 1917, l’Ucraina ha provato a proclamare e vivere una sua indipendenza, non ha quasi mai avuto pace. Le sfere di tensione sono sempre state molteplici: con i bolscevichi, interessati all’annessione alle future Repubbliche sovietiche, e con gli imperi occidentali che premevano da ovest per occupare le zone più importanti. Proprio come oggi, poi, nell’economia globale ogni crisi ucraina significa ‘crisi del grano’ ed è per questo che la pace tra Est e Ovest, firmata il 3 marzo 1918 a Brest-Litovsk, venne chiamata «pace del pane», firmata sul corpo degli ucraini, che di lì a poco sarebbero stati di nuovo occupati dai sovietici. Fino al 1991.

Ancora oggi, il racconto mainstrean che si fa sull’Ucraina è totalmente dimentico delle ragioni profonde del popolo, il dibattito è fagocitato sulla discussione relativa alle ragioni e agli errori degli appetiti altrui. Ciò che ci sembra incredibile, dopo l’ascolto attivo praticato a Kiev dalla delegazione del Mean, è che non c’è evento più bistrattato in Europa proprio di ‘EuroMaidan’, letto ancora solo in funzione delle sfere di influenza coinvolte (Russia e Occidente). Maidan è stata la più grande manifestazione popolare pro-Europa degli ultimi decenni, mentre due anni dopo gli inglesi celebravano la Brexit. Le testimonianze di chi l’ha animata e vissuta compongono un racconto univoco, coerente con la resistenza di oggi: gli ucraini hanno lottato per essere riconosciuti come europei e per non tornare nella sfera di influenza russa.

Un racconto davvero popolare che ci è stato confermato in tutti i dialoghi intessuti: Janukovyc aveva fatto richiesta di «associazione alla Ue» e l’immediata reazione russa fu una convocazione del premier ucraino al Cremlino. Al ritorno da Mosca, novembre 2013, il premier comunicò ai suoi elettori che l’accordo di associazione non avrebbe avuto seguito «per gravi motivi di sicurezza nazionale». Tanti ucraini però non intendevano fare passi indietro e misero a ferro e fuoco la loro piazza principale, il cui nome completo è Piazza dell’Indipendenza, passata alla storia come «La Piazza» (Maidan, appunto). La rivolta finì con cento manifestanti uccisi dalla polizia e centinaia di feriti, ma soprattutto con la vittoria delle posizioni europeiste.

Come preannunciato da Janukovic, il conto della svolta arriva subito: si solleva una parte della popolazione russofona e gruppi di militari e paramilitari, russi, invadono l’Est. La Crimea viene presa da Mosca. Scatta, pronta, la reazione ucraina, anche qui in forma articolata: militare e paramilitare. E inizia la guerra che, nel 2022, diventa terribile con «l’operazione speciale» di Putin.

Chi dal lato dell’Europa chiede a ragione pace e dismissione delle armi, non può prescindere da questo ascolto: gli ucraini oggi sono un popolo unito che chiede ancora Europa. Per ‘sentirlo’ e capirlo bisogna attraversare quella piazza e pranzare all’’Ultima barricata’, il locale sotterraneo dove si conservano oggetti e gesta della ribellione europeista. Cosa c’è da fare dopo questo ascolto? Ribaltare il racconto: gli ucraini hanno la forza morale per diventare gli artefici della loro pace e non l’oggetto di essa, a difesa di interessi altrui. Mentre si cercano le strade per una tregua possibile, dobbiamo sostenere la società civile ucraina perché ottenga che questa volta non ci sia alcuna «pace del pane», a sue spese, ma gli stessi ucraini siano artefici della lavorazione del pane della pace, nella prospettiva di un’Ucraina libera ed europea.

Oggi questo popolo non vuole togliersi il berretto davanti al nuovo occupante, a noi tocca sostenerli con tutta la forza della diplomazia, non solo nel dialogo tra Stati, ma anche e soprattutto ‘dal basso’ con l’amicizia tra popoli.

Portavoce Mean

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

Più che una guerra, questo è l’annichilimento terroristico di una nazione

ALFONSO BERARDINELLI  02 LUG 2022- Il Foglio

Putin non deve vincere in Ucraina e si deve raggiungere la pace: questo è chiaro a tutti. Ma nel nostro paese si nota una certa inerzia e vigliaccheria, perchè noi italiani ci siamo assuefatti all’impotenza politica 

La guerra scatenata da Putin e dalla Russia in Ucraina (oggi la maggioranza dei russi appoggia Putin) è una guerra che dura, che può durare a lungo. Più passa il tempo e più ne diventa chiara la gravità, l’importanza e la minaccia per il prossimo futuro della politica europea e mondiale. Anche i nostri leader più prudenti e timorosi sembrano aver accettato l’idea che Putin non può, non deve vincere, perché un tale evento farebbe precipitare il mondo in una catastrofe reale e simbolica, in un degrado morale intollerabile per la politica internazionale.

Se l’assurdità, l’insensatezza e la ferocia dell’arbitrio politico e bellico di un autocrate criminale e di una nazione che lo segue ottenessero di cancellare un’intera nazione, un popolo, una democrazia acerba e fragile eppure eroicamente determinata a difendersi e resistere; se questo accadesse, niente e nessuno sarebbe più al sicuro: nessun valore di libertà politica e civile, sulla società e popolazione, potrebbero più avere il minimo di garanzie di sopravvivenza.


Si continua a parlare di guerra, a usare la parola “guerra” per indicare quello che sta avvenendo. Ma si tratta di qualcosa di diverso e di molto peggiore. Nel suo editoriale sul Corriere della Sera, domenica scorsa, Ernesto Galli della Loggia ha richiamato l’attenzione su questo, avvertendo con energia che quella in Ucraina non è una guerra, è una programmatica azione di cancellazione metodica di una realtà nazionale. Si tratta di genocidio, di annichilimento terroristico. Putin non vuole semplicemente conquistare, sconfiggere e annettersi l’Ucraina, vuole distruggerla e annientarla come identità culturale e umana.

 Quell’articolo è un allarme che non può essere trascurato, mentre nei nostri dibattiti televisivi si dà ancora voce a degli insensibili, imbecilli dottorini che vogliono apparire equanimi quando equanimi non si può essere, e per “equilibrare” con le loro miserabili obiezioni un’indignazione contro la Russia di Putin che invece è ancora insufficiente, anzi in diminuzione. Non si vedono manifestazioni di studenti universitari, né di ultrasinistre anti impero e anti vaccino che denuncino la politica genocida russa.


Ci stiamo quasi abituando a quella guerra, e aiutare “ancora” gli ucraini in lotta ad alcuni comincia a sembrare eccessivo, una specie di scorretta partigianeria. La guerra minaccia infatti di durare più a lungo di quanto durino le nostre iniziali reazioni di scandalo e deplorazione. Diventiamo sempre più attenti agli effetti economici di quel conflitto sulla nostra tranquilla e pacifica vita quotidiana. Si stenta a vedere che, per quanto indirettamente, anche noi europei siamo in guerra, anche noi siamo stati aggrediti, offesi, sfidati, umiliati. 

Eppure si nota una certa e diffusa inerzia e insensibilità nel prendere atto che al di là e dentro quella guerra c’è al primo posto una pratica di sterminio che viene dal Novecento nazista e stalinista: “Si tratta di cose che con la guerra, con lo scontro tra i combattenti non c’entrano nulla. Si tratta di uccisioni per rappresaglia di civili ucraini inermi al di fuori di qualunque scontro militare. Si tratta”, continua Galli della Loggia, “della deportazione in Russia di migliaia e migliaia (c’è chi dice trecentomila!) bambini ucraini”.


Questa guerra non è che contenga dei singoli crimini di guerra compiuti dalle due parti in conflitto. E’ un crimine la guerra di Putin, la guerra russa nata in odio a un paese da distruggere. Il numero di aprile di “Una città” si apriva con una lunga intervista a Oxana Pachlovska, docente di Letteratura ucraina alla Sapienza di Roma, che ora si trova a Kyiv con la madre scrittrice e storica dissidente. Cito poche righe: “Questa furiosa devastazione del paese, le atrocità indicibili, la denigrazione totale della vita umana, nel disprezzo di qualsiasi regola e legge internazionale, significa che sul piano morale la Russia è catastroficamente degradata, per cui rappresenta un pericolo per tutto il mondo democratico”.

 C’è dietro a tutto questo un vecchio problema culturale russo: anche di fronte alle peggiori atrocità i russi continuano a sentirsi “i salvatori del mondo”.


Ma è difficile non pensare anche a noi italiani e a tutti coloro che continuano a parlare a vuoto di pace, quando la guerra non sta per iniziare ma è già iniziata da tempo e chi l’ha voluta non ha nessuna intenzione di interromperla “per trattare”. Putin non vuole trattare e continua a mentire su tutto, fin dall’inizio, equiparando Nato e nazismo, Ucraina e nazismo.

Da noi credo che si parli di pace soprattutto per sbrigarsela a buon mercato senza dire né pensare niente altro che l’impossibile pace, una nobilissima impossibilità. Chi ha deciso di combattere contro l’invasione russa “fino alla morte” perché non fa pensare al partigiano di Bella ciao “morto per la libertà”? Solo in nome di una inflessibile coerenza morale e religiosa, a costo della vita, si può parlare di pace a chi combatte per difendersi. In più numerosi casi si tratta piuttosto di pigrizia e vigliaccheria mentali.

Ma forse qualche parziale scusante o ragione c’è in questa pigrizia e vigliaccheria. Ci si indigna finché l’indignazione precede una azione efficace. Ma noi italiani ci siamo assuefatti, in casa nostra, all’impotenza politica. Da troppo tempo, qualunque scelta politica si faccia, niente di nuovo avviene nel nostro paese.

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

Il patriarca Kirill è con Putin l’ideologo e il protagonista della “Guerra santa”contro l’Ucraina –

KIRILL E LA GUERRA “PARALLELA”

Il patriarca a Kaliningrad torna a giustificare l’invasione oltre frontiera: «La Russia non ha fatto del male a nessuno» Il ramo ucraino della «sua» Chiesa ortodossa lo sta abbandonando: sono già 12mila le parrocchie che hanno detto no

FULVIO SCAGLIONE – Avvenire – 7 Luglio 2022

Kaliningrad, l’armatissima exclave russa compressa tra Polonia, Lituania e Mar Baltico, è nell’occhio del ciclone? Arriva il patriarca Kirill, accolto con tutti gli onori dal governatore Anton Alikhanov e dal comandante della Flotta del Baltico ammiraglio Viktor Liina. Difficile credere che la massima autorità della Chiesa ortodossa russa abbia affrontato il viaggio in un punto così “caldo” solo per consacrare la cattedrale dei Santi Cirillo e Metodio o rivedere la città della cui diocesi, a partire dal 1984 e fino all’elezione al patriarcato nel 2009, è stato amministratore. O per lasciar cadere un’altra delle frasi tipiche con cui ha punteggiato questi mesi drammatici: «Molti oggi si ribellano al nostro Paese ma sappiamo che il Paese non ha fatto del male a nessuno. L’alterità della Russia suscita gelosia, invidia e indignazione ma non possiamo cambiare ». Aggiungendo per buona misura che l’ostilità verso la Russia nasce «non perché siamo cattivi ma perché siamo diversi».

Nemmeno si deve pensare, però, a un mero pronto soccorso religioso verso le strategie del Cremlino. Della crisi profondissima che l’Europa attraversa, compresa l’invasione dell’Ucraina e la guerra, Kirill è protagonista, non comprimario. E per diverse ragioni. La prima è che la teoria del russkij mir, la fantomatica coerenza storica, culturale e spirituale che lega i popoli di Ucraina, Russia e Bielorussia e deve a tutti i costi essere difesa, cioè la teoria con cui Vladimir Putin giustifica le recenti decisioni, non è nata al Cremlino bensì in ambienti ecclesiali che proprio a Kirill possono essere ricondotti. Le riflessioni cominciarono a metà degli anni Novanta con lo Vse- mirnyj Russkij Narodny Sobor (Concilio mondiale popolare russo), al cui lanciò lavorò l’attuale patriarca, allora metropolita e responsabile delle Relazioni estere della sua Chiesa. Nel 2008, poi, uscì il documentario Il crollo dell’impero, centrato sull’idea di una Russia assediata dal male e da un Occidente privo di valori, e di una Mosca impegnata nel destino di «terza Roma». L’autore era Tikhon Shevkunov, spesso definito “il confessore” o “il padre spirituale di Putin”, oggi metropolita di Pskov e braccio destro dello stesso Kirill. Teorie vecchie di secoli, risuscitate e portate all’attenzione della politica dalla Chiesa kirilliana. La seconda è che il patriarca gioca, all’interno del mondo ortodosso, la stessa partita che Putin gioca nel russkij mir e con l’Occidente. Non una partita secondaria (il Cremlino decide e io l’appoggio) ma una uguale e parallela. Gli scossoni sono cominciati nel 2016, quando il patriarcato russo disertò il Concilio pan-ortodosso convocato dal patriarca ecumenico Bartolomeo, giudicato troppo sensibile al richiamo dell’ecumenismo e sospettato di voler fare il “Papa degli ortodossi”. Cosa insopportabile per un patriarcato che sente di rappresentare la più grande comunità del mondo ortodosso e pensa di essere centro e cuore di quel mondo. La frattura è arrivata nel 2018, quando lo stesso Bartolomeo ha concesso l’autocefalia alla Chiesa ortodossa dell’Ucraina, voluta in chiave nazionalista dal presidente ucraino Petro Poroshenko in un processo animato dietro le quinte dal ribelle metropolita Filaret di Kiev, 93 anni, nel 1990 candidato al patriarcato di Mosca ma sconfitto da Aleksii II, allora appoggiato proprio da Kirill.

Nella visione di Kirill, l’influenza dell’Occidente mandava in frantumi l’unità (e la «diversità», come detto all’inizio) di quel mondo ortodosso su cui pensa di esercitare la primazia. Non c’è da stupirsi, quindi, se la guerra di Putin è per lui quella del bene contro il male. Il patriarca, però, non può occupare territori o imporre il coprifuoco. Il ramo ucraino della “sua” Chiesa, già autonomo nell’amministrazione e nella nomina dei vescovi, lo sta abbandonando. Il metropolita Onufry non osa lo strappo finale ma le 12mila parrocchie (40% di tutte quelle del patriarcato di Mosca) se ne vanno, trascinate dai fedeli sconvolti dalla guerra. E altrettanto succede in Lituania, dove il metropolita Innokentyj, pure tra i primi a pronunciarsi contro l’invasione dell’Ucraina, ha perso ormai quasi tutti i 60 sacerdoti. Per non parlare della Chiesa ortodossa all’estero o delle parrocchie dell’Europa occidentale ch’erano rientrate nell’alveo del patriarcato nel 2004. E non v’è destino più paradossale per un religioso che, prima di diventare patriarca, nell’Europa occidentale era di casa e che ancora nel febbraio 2016 abbracciava il Papa all’Avana.

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

CONCLUSIONE DELL’ANNO SACERDOTALE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
Piazza San Pietro
Venerdì, 11 giugno 2010

Cari confratelli nel ministero sacerdotale,
Cari fratelli e sorelle,

l’Anno Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola «sacerdozio». Che Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio, esiste – anzi, che Dio è in attesa del nostro «sì». Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci. Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita. Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore. Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso nella liturgia, può dirci in questa ora che cosa significhi diventare ed essere sacerdoti: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi – e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il perenne fondamento, come pure il valido criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso. Vorrei oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la Chiesa orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle letture. In quei canti parola e risposta si compenetrano. Da una parte, essi stessi sono tratti dalla Parola di Dio, ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta dell’uomo a tale Parola, risposta in cui la Parola stessa si comunica ed entra nella nostra vita. Il più importante di quei testi nell’odierna liturgia è il Salmo 23 (22) – “Il Signore è il mio pastore” –, nel quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione di Dio come pastore, e ne ha fatto l’orientamento per la propria vita. “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”: in questo primo versetto si esprimono gioia e gratitudine per il fatto che Dio è presente e si occupa di noi. La lettura tratta dal Libro di Ezechiele comincia con lo stesso tema: “Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11). Dio si prende personalmente cura di me, di noi, dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed in una società davanti a cui si rimane sempre più disorientati. Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il quale la mia vita conterebbe troppo poco. Le religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio era lontano. Apparentemente Egli abbandonava il mondo ad altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di Lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è riemerso nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però, aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono percepiti come disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di me. “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me” (Gv 10,14), dice la Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E, riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. “Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell’amicizia di Dio.

Ritorniamo al nostro Salmo. Lì si dice: “Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (23 [22], 3s). Il pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati. Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per non precipitare, per non sperperare la mia vita nella mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni uomo deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: Egli stesso è la via. Vivere con Cristo, seguire Lui – questo significa trovare la via giusta, affinché la nostra vita acquisti senso ed affinché un giorno possiamo dire: “Sì, vivere è stata una cosa buona”. Il popolo d’Israele era ed è grato a Dio, perché Egli nei Comandamenti ha indicato la via della vita. Il grande Salmo 119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo fatto: noi non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato qual è la via, come possiamo camminare nel modo giusto. Ciò che i Comandamenti dicono è stato sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma sono la via che Egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della gioia della Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è stata indicata la via giusta della vita.

C’è poi la parola concernente la “valle oscura” attraverso la quale il Signore guida l’uomo. La via di ciascuno di noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui nessuno può accompagnarci. Ed Egli sarà lì. Cristo stesso è disceso nella notte oscura della morte. Anche lì Egli non ci abbandona. Anche lì ci guida. “Se scendo negli inferi, eccoti”, dice il Salmo 139 (138). Sì, tu sei presente anche nell’ultimo travaglio, e così il nostro Salmo responsoriale può dire: pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male. Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose della vita Egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti, affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce.

“Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”: il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore.

Alla fine del Salmo si parla della mensa preparata, dell’olio con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel Salmo questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per la festa di essere con Dio nel tempio, di essere ospitati e serviti da Lui stesso, di poter abitare presso di Lui. Per noi che preghiamo questo Salmo con Cristo e col suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più grandi. Vediamo in queste parole, per così dire, un’anticipazione profetica del mistero dell’Eucaristia in cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo – come quel pane e quel vino squisito che, soli, possono costituire l’ultima risposta all’intima fame e sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter ogni giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare presso di Lui? Come non essere lieti del fatto che Egli ci ha comandato: “Fate questo in memoria di me”? Lieti perché Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per gli uomini, di dare loro il suo Corpo e il suo Sangue, di offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì, possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del Salmo: “Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita” (23 [22], 6).

Alla fine gettiamo ancora brevemente uno sguardo sui due canti alla comunione propostici oggi dalla Chiesa nella sua liturgia. C’è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il racconto della crocifissione di Gesù: “Un soldato gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua” (Gv 19,34). Il cuore di Gesù viene trafitto dalla lancia. Esso viene aperto, e diventa una sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono rimandano ai due Sacramenti fondamentali dei quali la Chiesa vive: il Battesimo e l’Eucaristia. Dal costato squarciato del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo fiume di vita; in questo contesto, Giovanni certamente ha pensato anche alla profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal nuovo tempio un fiume che dona fecondità e vita (Ez 47): Gesù stesso è il tempio nuovo, e il suo cuore aperto è la sorgente dalla quale esce un fiume di vita nuova, che si comunica a noi nel Battesimo e nell’Eucaristia.

La liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede, però, come canto di comunione anche un’altra parola, affine a questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La Scrittura dice: “Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua viva” (cfr Gv 7,37s). Nella fede beviamo, per così dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria che, quale grande donna di fede e di amore, è diventata lungo i secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa’ che siamo persone viventi, viventi dalla tua fonte, e donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare a questo nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen.

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

A PESTE  FAME  ET  BELLO LIBERA NOS DOMINE

Non si perché mi tornano in mente immagina della  mia infanzia quando nei nostri paesi vigeva la tradizione delle rogazioni del 25 aprile. Presto al mattino partendo dalla chiesa, a cui accorrevano i fedeli di una manciata di paesini sparsi sul versante montano, con il prete in testa si percorrevano i sentieri tra prati e campi raggiungendo le varie frazioni. Anche col ben tempo l’erba era madida di rugiada e mia madre mi raccomandava di seguire le orme degli altri per non bagnarmi i piedi. «Non prenderti un malanno», mi raccomandava, ma, tant’è, ero comunque bagnato fino alle ginocchia. Ed i versanti del monte riecheggiavano delle preghiere e dei canti.

«A peste, fame et bello», risuonava il grido accorato del parroco, cui rispondeva la fila indiana dei fedeli: «Libera nos Domine!». E poi la cantilena infinita del richiamo dei Santi chiamati a dare uno sguardo benevolo alle povere valli beneciane. «Orate pro nobis!». La natura, i prati, i campicelli, gli orti, i boschi, i torrenti, i fienili e le mede divenivano il tempio su cui si implorava benedizione e protezione. Era bella quella tradizione. D’altronde, tranne che per noi ragazzi nati dopo la guerra, i fedeli avevano ancora nelle orecchie l’eco dei cannoni, il frastuono dei bombardamenti, le ferite corporali e morali del grande macello, i lutti e gli stenti. Ora ascolto le notizie radiofoniche, televisive, leggo giornali, consulto i social e mi rammarico nel constatare dopo tanti decenni di tempo trascorso, come l’umanità abbia un rinnovato bisogno di innalzare suppliche, canti, preghiere e magari riflettere più seriamente sul proprio percorso storico, sull’incapacità di gestire razionalmente il proprio futuro. «A peste, fame et bello… libera nos Domine! », perché da soli, senza un richiamo al senso del messaggio evangelico al bene comune pare non ci sia prospettiva. Perché peste o Aids, Ebola o Sars, Coronavirus pandemico, sono richiami quanto mai evidenti alla ragione e anche alle responsabilità di ognuno, a iniziare dai più in alto nella gerarchia del potere.

Oggi, quando l’uomo ha raggiunto vette impensabili nelle scienze e nelle tecnologie, ha sviscerato i segreti del genoma, si spinge sempre più nella conquista spaziale… nella propria presunzione è convinto di poter superare, manipolare e dominare il creato a piacimento. Ma sono proprio i ricorsi come quello attuale a dimostrare la sua debolezza. Il creato, vivente in quanto fonte di vita, si inventa i suoi modi per avvertire l’incosciente parassita umano che ne ha abbastanza della sua imprevidenza; mostra a chi si professa «re» del creato che il suo scettro è di legno tarlato.

Se penso a come era il nostro mondo in quei miei anni giovanili, quello che allora più mi preoccupava era la fame, più che la peste o la guerra; l’indigenza più che la malattia, ma avevo speranza. Non conoscevo le meraviglie della ricerca biologica, la potenza di calcolo dei computer… Non c’era neppure un telefono in paese, altro che tv, computer e cellulari; ma non c’erano neppure immense isole di plastica nei mari e negli oceani; le stagioni erano regolari e le previsioni meteorologiche, sebbene si basassero su osservazioni empiriche e si esprimessero in detti e proverbi, ci azzeccavano, perché non ancora condizionate dalle bizzarrie umane. I valori morali tradizionali, per quel tanto che la religione cattolica vi potesse influire, davano il senso del bene e del male, del lecito e dell’illecito; oggi a regolare i valori della vita è l’economia, il denaro. E di fronte alla paura di una catastrofe pandemica si fanno i conti dei costi economici che il coronavirus comporta, del rischio che corre il benessere della società cosiddetta evoluta.

E corre, sale, si diffonde più veloce e pandemica la paura, che si aggiunge a quella creata dalla politica, con la coscienza che anche il mondo del benessere sta sul filo del rasoio. E diventa paura di avvicinarsi al prossimo, di toccarlo, di stringergli la mano, di respirare la stessa aria, di toccare qualsiasi oggetto che possa esser stato sfiorato da uno sconosciuto o semplicemente da chiunque, perché ogni mano, ogni respiro può essere virale. Lo stesso famigliare diventa un pericolo, ed il mondo spicciolo che ci circonda e che ci viene incontro ad ogni passo un trabocchetto.

Magari proprio oggi fa comunque effetto l’orientamento dell’uomo a ricercare soluzioni trascendentali, constatando, in casi come quello odierno, la limitatezza delle proprie risorse. Qualcuno penserà, come in tempi antichi che – come le bibliche piaghe d’Egitto, o Sodoma e Gomorra –, le disgrazie umane siano castighi di Dio. Ma ben poco centra il castigo di Dio in queste traversie, men che meno in quelle odierne. Gesù Cristo ha dato la sua rivoluzionaria ricetta all’uomo di duemila anni fa, come a quello di oggi, perché facesse della terra un pianeta di pace, di corresponsabilità e condivisione, e oggi lo stesso richiamo parte e riecheggia dal suo rappresentante, il papa, che grida e richiama tutti alla responsabilità di salvare «la casa comune».

A non ascoltarlo, sempre più la Terra farà di tutto per scrollarsi di dosso il proprio parassita, il quale, come una immensa formazione neoplastica nella sua espansione mondiale, prefigura la soluzione finale. La Terra, ritornata padrona e maestra, avrà sempre le proprie risorse, mentre parte della razza umana, quella che si sente più evoluta, rischia la propria sopravvivenza nel suo allegro e spensierato bengodi. Sono tanti gli avvisi che arrivano, ma, come dicevano i latini, «quem Juppiter vult dementat prius», a quelli che vuole rovinare Giove toglie prima la ragione.

Riccardo Ruttar

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

Francesco: cosa faccio per il popolo ucraino? Ognuno si risponda

La NATO avverte: tempi lunghi per la guerra in Ucraina

Nel dopo Angelus, il Papa sollecita ogni persona a interrogarsi su quanto sia vicina o meno a comprendere ed essere solidale con un popolo martoriato” che sta soffrendo

La NATO avverte: tempi lunghi per la guerra in Ucraina

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

L’appello, ennesimo, arriva quasi in sordina, dopo i saluti ai gruppi in Piazza che di norma chiudono l’Angelus. Ma la portata è universale, una sorta di chiamata a raccolta che coinvolge chi è in ascolto ben al di là del perimetro delle colonne berniniane.

Non dimentichiamo

Il Papa ha appeno finito di citare l’ultimo dei gruppi che ha in elenco cui indirizzare un saluto particolare, un’Associazione ciclistica di Sesto San Giovanni, quando aggiunge subito:

E non dimentichiamo il martoriato popolo ucraino in questo momento, popolo che sta soffrendo. Io vorrei che rimanga in tutti voi una domanda: cosa faccio io oggi per il popolo ucraino?

Domande per la solidarietà

La domanda non resta isolata. Una manciata di secondi e se ne aggiungono altre quattro – l’ultima che si riaggancia alla prima – il tracciato si potrebbe dire di un esame di coscienza mondiale, che non sollecita come in altre occasioni i leader che hanno in mano i destini del pianeta ma le singole persone, a sottolineare che di fronte a una simile tragedia, alla sofferenza di un “popolo martoriato”, non esiste una prima e una seconda linea d’azione, ma una responsabilità umana collettiva che non distingue tra governanti e governati e che si rivolge intanto a chi ha fede e da questa fa discendere un impulso alla solidarietà:

Prego? Mi do da fare? Cerco di capire? Cosa faccio io oggi per il popolo ucraino? Ognuno si risponda nel proprio cuore.

L’Angelus si chiude poi come sempre, con gli auguri domenicali di Francesco, tra le colonne che si svuotano ma dove resta l’eco di quelle domande.

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

Da nord a sud: ecco la mappa dei 22 miracoli eucaristici in Italia

Gelsomino Del Guercio – Aleteia – pubblicato il 21/09/16

Da nord a sud, lungo tutta la penisola, come evidenzia Avvenire (19 settembre) si sono verificati importanti miracoli eucaristici. Abbiamo così tracciato una mappa dettagliata, dal Veneto alla Puglia, di tutti gli eventi straordinari accaduti fino ad oggi.

1) GRUARO (VENEZIA), 1294

Una donna stava lavando una delle tovaglie d’altare della chiesa di San Giusto sul lavatoio costruito lungo la roggia Versiola. Improvvisamente vide il lino della tovaglia tingersi di sangue. Osservando più attentamente, notò che il sangue usciva da una Particola consacrata rimasta tra le pieghe della tovaglia.


Il  documento più  autorevole e antico che descrive il Miracolo è un rescritto del 1454 di Papa Niccolò V. Fu allora che il titolo della chiesa parrocchiale, precedentemente Santa Maria e San Giovanni Evangelista, fu mutato, per disposizione di Papa Nicolò V, in Chiesa del Santissimo Corpo di Cristo (28 marzo 1454). Oggi la tovaglia è conservata in un cilindro di cristallo, sostenuto da un reliquiario d’argento del maestro orafo Antonio Calligari.

 TORINO, 1453

Nell’Alta Val Susa presso Exilles, le truppe di Renato d’Angiò si scontrarono con le milizie del duca Lodovico di Savoia. Qui i soldati si abbandonarono al saccheggio del paese ed alcuni entrarono in chiesa. Uno di loro forzò la porticina del tabernacolo e rubo’ l’ostensorio con l’ostia consacrata. Avvolse tutta la refurtiva in un sacco e a dorso di mulo si diresse verso Torino. Sulla piazza maggiore, presso la chiesa dello Spirito Santo (conosciuta oggi come la chiesa del Corpus Domini) il mulo inciampò e cadde. Ecco aprirsi il sacco e l’ostensorio con l’Ostia consacrata elevarsi al di sopra delle case circostanti tra lo stupore della gente.


Accorse anche il vescovo che rimase estasiato insieme alla folla, per il miracolo. Aveva in mano un calice, lo alzo verso l’alto e lentamente l’Ostia consacrata comincio’ a ridiscendere, posandosi dentro il calice.

I più antichi documenti che descrivono il miracolo sono gli Atti Capitolari del 1454, 1455, 1456 e alcuni scritti coevi del Comune di Torino.

3) CANOSIO (CUNEO), 1630

Don Antonio Reinardi, parroco di Canosio, paesino della diocesi di Saluzzo lungo le sponde del torrente Maira, richiamò tutti i cittadini col suono delle campane per invitarli a pregare il Signore di fare cessare la piena del torrente. Propose inoltre di fare un voto: se il villaggio di Canosio fosse stato risparmiato dalla furia devastatrice del Maira, i cittadini avrebbero fatto celebrare in perpetuo ogni anno una festa nell’ottava del Corpus Domini. Don Rainardi, prese il Santissimo Sacramento che pose nell’ostensorio e si diresse in processione verso il torrente, accompagnato da alcuni fedeli, cantando il «Miserere».

Impartita la benedizione, la pioggia cessò immediatamente e il livello del torrente ritornò subito alla normalità. Purtroppo, molti dei documenti che descrivevano il Miracolo, conservati fino al XVII secolo presso gli archivi parrocchiali, furono bruciati durante la guerra tra Spagna e Francia; c’è però una copia della relazione lasciata dal parroco che fu diretto testimone degli eventi.

4) DRONERO (CUNEO), 1631

La domenica del 3 agosto del 1631, verso l’0ra dei Vespri,  si  sprigionò  un  grande incendio nella cittadina di Dronero, nel marchesato di Saluzzo. La popolazione cercò in ogni modo di domare il fuoco, ma ogni tentativo si rivelò vano.Il fuoco intanto aumentava sempre di più. Il Padre Maurizio da Ceva, Cappuccino, ebbe l’ispirazione di ricorrere alla potenza del Salvatore velato sotto le specie  eucaristiche. Subito organizzò una solenne processione con il Santissimo Sacramento e seguito da tutti i cittadini, si diresse nel luogo dell’incendio. All’avanzare del Santissimo Sacramento il fuoco si arrestò miracolosamente.

Una lapide presente nella chiesetta di Santa Brigida a Dronero descrive in modo dettagliato il Miracolo e ogni anno, in occasione della festa del Corpus Domini, i cittadini di Dronero onorano la memoria del Prodigio con una solenne processione con il Santissimo Sacramento.

5) FERRARA, 1171

Questo Miracolo Eucaristico è avvenuto a Ferrara, nella Basilica di Santa Maria in Vado, il giorno di Pasqua. Padre Pietro da Verona, priore della Basilica, stava celebrando la Messa di Resurrezione e giunto alla frazione del pane consacrato, mentre spezzava l’Ostia, vide da questa sprizzare un fiotto di sangue che andò con le sue goccioline a macchiare la piccola volta sovrastante l’altare della celebrazione. La volticina macchiata di sangue fu racchiusa in seguito in un tempietto costruito nel 1595, ed è ancora oggi visibile nella monumentale Basilica di S. Maria in Vado.


Numerose sono le testimonianze che riportano il Miracolo, tra queste la  più importante è la Bolla di Papa Eugenio IV (30 marzo 1442), in cui il Pontefice menziona il Prodigio riferendosi alle testimonianze dei fedeli e alle antiche fonti storiche. Il manoscritto di Gerardo Cambrense è il documento più antico  (1197) che menziona il Prodigio ed è conservato nella Biblioteca Lamberthiana di Canterbury.

6) RIMINI, 1223

Nella sua intensa attività di evangelizzazione, sant’Antonio fu attivo a Rimini verso il 1223 ed è proprio in questo periodo che il miracolo viene attestato da numerosi libri storici. Il Miracolo Eucaristico fu operato da Sant’Antonio dopo che un certo Bonovillo, un eretico, lo sfidò a dimostrare con un prodigio la vera presenza del Corpo di Cristo nella comunione.

L’appuntamento tra i due fu fissato in Piazza Grande (l’attuale piazza Tre Martiri), richiamando una immensa folla di curiosi. Giunto davanti alla mula, il Santo avrebbe detto: «In virtù e in nome del Creatore, che io, per quanto ne sia indegno, tengo veramente tra le mani, ti dico, o animale, e ti ordino di avvicinarti prontamente con umiltà e di prestargli la dovuta venerazione».

L’animale, nonostante fosse stremato dalla fame, lasciò da parte il fieno, si avvicinò per adorare l’ostia consacrata tanto che piegò ginocchia e capo, suscitando lo stupore e la commozione dei presenti. A ricordo di questo episodio fu costruito, a piazza Tre Martiri, una chiesetta dedicata a sant’Antonio con un tempietto antistante, opera del Bramante (1518).

7) BAGNO DI ROMAGNA, 1412

Nel 1412, l’allora priore della Basilica di Santa Maria di Bagno di Romagna, Padre Lazzaro da Verona, mentre celebrava la Santa Messa, fu assalito da forti dubbi circa la reale presenza di Gesù nel SS. Sacramento. Aveva da poco pronunciato le parole della consacrazione sul vino che questo si trasformò in vivo sangue e cominciò a ribollire fuoriuscendo dal calice e riversandosi sul corporale. Padre Lazzaro, profondamente commosso e pentito, confessò ai fedeli presenti alla celebrazione la sua incredulità e lo strepitoso Miracolo che il Signore aveva operato sotto il suo sguardo.


Nel 1912 il Cardinale Giulio Boschi, Arcivescovo di Ferrara, fece celebrare il quinto centenario del Miracolo, a cui seguì un convegno di studi eucaristici.

8) FIRENZE, 1292 e 1595

Nella chiesa di Sant’Ambrogio a Firenze, sono custodite le Reliquie di due Prodigi Eucaristici avvenuti nel 1230 e nel 1595. Nel Miracolo del 1230, un prete lasciò nel calice alcune gocce di vino consacrato. Il giorno seguente, tornando a celebrare la Messa nella stessa chiesa trovò dentro al calice delle gocce di sangue vivo rappreso ed incarnato. Il sangue fu subito raccolto in un’ampolla di cristallo. Il Vescovo Ardingo da Pavia ordinò di portare  la  Reliquia in Vescovado, e dopo poche settimane la restituì alle Suore del Monastero che la custodirono presso la chiesa diSant’Ambrogio.


L’altro Miracolo Eucaristico avvenne il Venerdì Santo dell’anno 1595, quando, scoppiato un furioso incendio nella chiesa, restarono prodigiosamente intatte alcune Particole consacrate. Nel1628  l’Arcivescovo di Firenze, Marzio Medici, dopo averle esaminate, le trovò incorrotte e le fece dunque riporre in  un prezioso reliquiario.

9) SIENA, 1730

Nella Basilica di San Francesco a Siena, si conservano intatte da 276 anni, 223 Ostie. L’Arcivescovo Tiberio Borghese fece chiudere per dieci anni in una scatola di latta sigillata alcune ostie non consacrate. La commissione scientifica preposta quando riaprì la scatola vi trovò solo vermi e frammenti putrefatti. Il fatto è contro ogni legge fisica e biologica, lo stesso scienziato Enrico Medi così si espresse al riguardo: «Questo intervento diretto di Dio, è il Miracolo[…], compiuto e mantenuto tale miracolosamente per secoli, a testimoniare la realtà permanente di Cristo nelSacramento Eucaristico».


Nel 1914, il Papa San Pio X autorizzò un esame a cui parteciparono numerosi professori di bromatologia, igiene, chimica e farmaceutica, fra cui vi era anche il noto Professore Siro Grimaldi. La conclusione finale del  verbale che redassero diceva: «Le Sante Particole di Siena sono un classico esempio della perfetta conservazione di Particole di pane azzimo  consacrate nell’anno 1730, e costituiscono un fenomeno singolare».

10) MORROVALLE (MACERATA), 1560

Nel 1560, a Morrovalle un grosso incendio distrusse tutta la chiesa dei Francescani, tranne l’Ostia magna contenuta in una pisside (anch’essa completamente bruciata a eccezione del coperchio).

Mons. Ludovico di Forlì, fu immediatamente inviato dal Papa Pio IV a Morrovalle per indagare la veridicità dei fatti. Il Papa Pio IV, appena ricevette il resoconto del Vescovo, giudicò l’evento superiore ad ogni causa naturale e ne autorizzò il culto con l’indizione della Bolla Sacrosanta Romana Ecclesia (1560).

11) MACERATA, 1356

Il 25 aprile del 1356, a Macerata, un sacerdote di cui non si conosce il nome, stava celebrando la Messa nella cappellina della chiesa di Santa Caterina, di proprietà delle monache benedettine.

Durante la frazione del pane, prima della Comunione, il prete cominciò a dubitare circa la reale presenza di Gesù nell’Ostia consacrata. Fu proprio nel momento in cui spezzava l’Ostia che, con suo grande spavento, vide sgorgare da questa un abbondante fiotto di sangue che macchiò parte del lino e del calice posti sull’altare.

Anche lo storico Ferdinando Ughelli cita questo Miracolo nella sua opera Italia Sacra del 1647 e descrive come sin dal XIV secolo “il corporale veniva portato in solenne processione per la città, chiuso in un’urna di cristallo d’argento, con il concorso di tutto il Piceno”.

12) ASSISI, 1240

Nella Leggenda di Santa Chiara Vergine si raccontano vari miracoli operati da Santa Chiara. Si narrano episodi di moltiplicazione di pane, di bottiglie di olio comparse quando in convento era del tutto assente. Ma il più famoso tra i miracoli da lei operati è quello accaduto nel 1240, un venerdì di settembre, in cui Chiara di fronte ad un assalto di soldati saraceni penetrati con la forza anche nel chiostro del suo convento di San Damiano, riesce a metterli in fuga mostrando loro l’Ostia Santa.

13) CASCIA, 1241

Nel 1330, a Cascia un contadino gravemente ammalato fece chiamare il prete per ricevere la Comunione. Il sacerdote, un po’ per incuria e un po’ per apatia, invece di prendere con sé il ciborio per riporre la Particola da portare a casa del malato, prelevò da questo un’Ostia che infilò irriverentemente nel libro delle preghiere. Una volta giunto dal contadino, il sacerdote aprì il libro e con spavento vide che l’Ostia si era trasformata in un grumo di sangue che aveva macchiato anche le pagine del libro.


Nell’atto di ricognizione della Reliquia del Miracolo Eucaristico di Cascia avvenuta nel 1687, viene riportato anche il testo di un antichissimo Codice del convento di Sant’Agostino in cui sono descritte numerose notizie riguardanti il Prodigio. Oltre a questo codice, l’episodio viene anche menzionato negli Statuti Comunali di Cascia del 1387.

14) BOLSENA (VITERBO), 1264

Un sacerdote di Praga, che si trovava in viaggio in Italia,stava celebrando la Messa nella Basilica di Bolsena,quando al momento della consacrazione avvenne unProdigio: l’Ostia si trasformò in carne. Questo Miracolo sostenne la fede del sacerdote dubbioso circa la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia. Le Sacre Specie furono subito ispezionate da Papa Urbano IV e da San Tommaso d’Aquino.Il Pontefice decise di estendere a tutta la Chiesa la festa del Corpus Domini «affinché questo eccelso e venerabileSacramento fosse per tutti memoriale dello straordinario amore di Dio per noi».


La notizia del Miracolo si diffuse subito e sia il Papa che San Tommaso  d’Aquino poterono verificare immediatamente di persona il Prodigio. Dopo  attento esame Urbano IV ne approvò il culto. Egli decise poi di estendere la festa del Corpus Domini, che sino all’epoca era stata soltanto una festa  locale della diocesi di Liegi, a tutta la Chiesa universale.

15) LANCIANO, 750 d.C.

Un’iscrizione marmorea del XVII secolo, descrive questo Miracolo Eucaristico avvenuto a Lanciano nel 750, presso la chiesa di San Francesco.

«Un monaco sacerdote dubitò se nell’Ostia consacrata ci fosse veramente il Corpo di Nostro Signore. Celebrò Messa e, dette le parole della consacrazione, vide divenire Carne l’Ostia e Sangue il Vino. Fu mostrata ogni cosa agli astanti. La Carne è ancora intera e il Sangue diviso in cinque parti disuguali che tanto pesano tutte unite quanto ciascuna separata».

16) ROMA, 595 d.C e 1610

La reliquia di questo Miracolo Eucaristico si conserva ad Andechs, in Germania, presso il monastero benedettino. Si verificò a Roma nel 595 durante una celebrazione eucaristica presieduta dal Papa San Gregorio Magno. Al momento di ricevere la Santa Comunione, una nobildonna romana cominciò a ridere perché assalita dai dubbi circa la verità della reale presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrati. Il Papa allora, turbato dalla sua incredulità, decise di non comunicarla e subito le specie del pane si mutarono in carne e in sangue.

Tra le opere più importanti in cui è menzionato questo Miracolo Eucaristico avvenuto a Roma nell’anno 595 vi è la Vita Beati Gregorii Papae scritta dal Diacono Paolo nel 787.

Ancora oggi è possibile vedere l’impronta miracolosa lasciata dall’Ostia caduta sul gradino dell’altare della Cappella Caetani, nella Chiesa di Santa Pudenziana a Roma. L’impronta sul gradino vi restò impressa in seguito alla caduta dell’Ostia dalle mani di un sacerdote che proprio mentre stava celebrando la Messa fu colto dal dubbio sulla reale presenza di Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia.

17) ALATRI (FROSINONE), 1228

Ad Alatri si conserva ancora oggi presso la Cattedrale di S. Paolo Apostolo, la Reliquia del Miracolo Eucaristico avvenuto nel 1228 che consiste in un frammento di Particola convertita in carne. Una giovane donna, per riconquistare l’amore del suo fidanzato, si rivolge ad una fattucchiera che le ordina di rubare un’Ostia consacrata per farne un filtro d’amore.


Durante una Messa la ragazza riesce a prelevare un’Ostia che nasconde in un panno, ma arrivata a casa si accorge che l’Ostia si è trasformata in carne sanguinante.

Di questo Prodigio ne parlano numerosi documenti, tra cui la Bolla di Gregorio IX.

18) VEROLI (FROSINONE), 1570

Nella Pasqua del 1570, nella chiesa di Sant’Erasmo a Veroli, durante l’esposizione del SS. Sacramento (che a quei tempi veniva inserito in una teca cilindrica posta dentro un grande calice ministeriale, coperto con la patena) per le Quaranta ore di pubblica adorazione, Gesù Bambino apparve nell’Ostia esposta e operò numerose grazie. Oggi il calice dove fu esposto il SS. Sacramento è custodito nella chiesa di Sant’Erasmo e viene utilizzato per la celebrazione della Santa Messa, una volta l’anno, il martedì dopo Pasqua.

Il documento più autorevole su questo Miracolo Eucaristico fu redatto immediatamente dopo i fatti dalla Curia ed è conservato nell’archivio della chiesa di S. Erasmo. Molto dettagliata è la deposizione di un certo Giacomo Meloni, che fu tra i primi testimoni che assistettero al Prodigio.

19) PATIERNO (NAPOLI), 1774

II 29 agosto del 1774, la Curia arcivescovile si espresse favorevolmente riguardo al miracoloso ritrovamento e all’inspiegabile preservazione delle Ostie trafugate dalla chiesa di S. Pietro a Patierno il 24 febbraio del 1772.

Nel 1971 è stato indetto l’Anno Eucaristico diocesano per dare modo alla comunità diocesana di prendere coscienza del Miracolo Eucaristico.

Purtroppo nel 1978, alcuni ignoti ladri sono riusciti a rubare anche il Reliquiario con le miracolose Particole del 1772.

Tra le varie testimonianze ci furono anche quelle di tre rinomati scienziati del tempo tra i quali vi era anche il noto Dottor Domenico Cotugno della Regia Università di Napoli, che così si espressero al riguardo: «Segnatamente la straordinaria apparizione dei lumi, variata in tante maniere, e l’intatta conservazione delle dissepolte Particole non possono spiegarsi co’ principi fisici, e superano le forze degli agenti naturali: quindi è che debbono essere considerate come miracolose».

20) CAVA DEI TIRRENI (SALERNO), 1656

La «Festa di Castello», puntualmente rivissuta sin dal 1657, ricorda la liberazione dal contagio della peste, della Città di Cava avvenuta il 25 maggio 1656, giorno dell’Ascensione. Il «male» finì dopo la pia processione e benedizione con il Corpus Domini, svolta dal Casale della SS. Annunziata al terrazzo superiore di Monte Castello.

21) TRANI, 1000 circa

Una donna di religione non cristiana, incredula circa la verità del Dogma Cattolico della presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, aiutata da una sua amica cristiana, durante la celebrazione di una Santa Messa, riuscì a rubare un’Ostia consacrata. La donna, quasi sfidando Dio, pose poi la Particola consacrata dentro una padella di olio sopra il fuoco.

Improvvisamente dall’Ostia stillò una grande quantità di sangue che si riversò sul pavimento fino a fuoriuscire dall’uscio della porta di casa. Il frate Bartolomeo Campi, descrive nella sua opera «L’Innamorato di Gesù Cristo» (1625). L’Arcivescovo fu subito informato dell’accaduto e ordinò di riportare riverentemente la Particola nella chiesa. Lo stesso abate cistercense Ferdinando Ughelli (1670), nella sua conosciutissima opera enciclopedica «Italia sacra».

22) SAN MAURO LA BRUCA (SALERNO), 1969

Nel 1969, a San Mauro la Bruca ignoti ladri, penetrati di nascosto nella chiesa parrocchiale, si impossessarono di alcuni oggetti sacri, tra cui la pisside contenente delle Particole consacrate. Le Ostie furono ritrovate la mattina seguente e ancora oggi si mantengono intatte.

Solo nel 1994, dopo 25 anni di approfondite analisi, Monsignor Biagio D’Agostino, Vescovo di Vallo della Lucania, ha riconosciuto la conservazione miracolosa delle Particole e ne ha autorizzato il culto. Dall’esperienza di analisi compiute da scienziati e chimici si sa che già dopo sei mesi la farina azzima si rovina gravemente e, nel giro massimo di un paio d’anni, si riduce a poltiglia e poi a polvere

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

Glukhovsky: «La nostra vita nelle mani di un pazzo. E noi che fingiamo di non vedere»

di Dmitry Glukhovsky –Corriere  della Sera – 10 Giugno 2022

Dmitry Glukhovsky, lo scrittore più venduto in Russia, è inseguito da un mandato di cattura: in questo articolo spiega come una generazione che non aveva vissuto gli orrori delle purghe stia assistendo a una deriva fascista senza trovare il coraggio di protestare

Dmitry Glukhovsky è lo scrittore più venduto in Russia negli ultimi 10 anni, autore popolarissimo tra gli adolescenti per via di una saga post apocalittica dalla quale è stato tratto un videogame di grande successo. Ora — come scritto da Marco Imarisio,— è inseguito da un mandato di cattura, accusato di aver gettato discredito sull’Armata russa: reato punibile con una pena variabile tra i dieci e i quindici anni di reclusione.

Questo è il testo del suo ultimo articolo.

La mia generazione non ha conosciuto le repressioni e le purghe di massa, non ha assistito ai processi farsa in cui la folla rabbiosa pretendeva la fucilazione dei traditori della patria, non ha respirato l’atmosfera di orrore universale, non ha imparato a cambiare, dalla sera alla mattina, le sue convinzioni, a credere a comando tanto alla perfidia degli alleati di ieri come alle buone intenzioni dei nemici storici, al solo scopo di giustificare una guerra fratricida.

La mia generazione non era presente durante i prodromi morali e militari dei due conflitti mondiali.
L’Unione sovietica che abbiamo conosciuto noi si era già trasformata in un pachiderma tranquillo: ormai non condannava più a morte chi si rifiutava di credere alle sue menzogne di fondo, anzi, consentiva ai cittadini di aprire dibattiti privati, tra di loro, seduti tranquilli in cucina. Né esigeva più acclamazioni quando rotolavano le teste di coloro che erano stati tacciati come «nemici del popolo».

Eppure, tutti coloro che avevano conosciuto il passato non si compiacevano affatto nel ricordarlo, e adesso abbiamo capito il motivo. Perché la sopravvivenza, in tali circostanze, esigeva innanzitutto un compromesso con se stessi, con la propria coscienza.

Sì, era necessario voltare le spalle, sì, si doveva anche applaudire, e qualcuno era addirittura costretto a eseguire le condanne a morte, volente o nolente, per evitare di finire egli stesso sul patibolo. La gente non vuole ricordare queste cose e, più specificamente, non vuole ammettere che sono accadute. Ci voleva coraggio non solo per protestare, ma anche per astenersi, e ci vuole coraggio per ricordare, in seguito, come anche tu una volta – e forse più di una volta – hai scelto di agire per sottrarti alla minaccia che pesava sulla tua testa.


E oggi proprio a noi, a quelli della mia generazione, accadono cose in diretta alla televisione cui non avremmo mai immaginato di assistere. Stiamo accumulando un’esperienza sorprendente: l’occasione per capire come mai i nostri nonni e bisnonni hanno taciuto e sopportato, come mai intere nazioni sono precipitate nel baratro della follia, come mai i popoli hanno chiuso entrambi gli occhi davanti ai tiranni che scatenavano guerre mondiali, come mai alcuni sono saliti sul patibolo senza dire una parola e altri hanno accettato il compito di calare la lama.

Oggi vediamo con i nostri occhi come si fa a disumanizzare altri esseri umani prima di annientarli: attraverso lo scherno, la diffamazione, la storpiatura delle loro parole e motivazioni, negando loro la dignità di sentire e agire come persone.

Sappiamo bene come si mimetizzano i predatori: il lupo strappa il vello della pecora che ha appena sbranato e lo usa per camuffarsi. Stiamo imparando a coltivare nel nostro animo l’indifferenza verso l’ingiustizia di quando sta accadendo palesemente sotto i nostri stessi occhi: la cosa non ci riguarda, e forse non ne subiremo le conseguenze, basta mantenere le distanze e non scherzare col fuoco. Dopo tutto, come si fa a provare empatia e compassione per tutti gli esseri umani su questa terra! Stiamo imparando a non simpatizzare con la vittima, ma con l’aggressore. Se ti schieri a fianco del predatore, allora ti sembrerà di essere dalla sua parte, accanto a lui, stretto a lui. È come restare attaccati allo squalo: non c’è nulla da temere, anzi, potremmo approfittare di qualche brandello di carne che sfugge ai suoi denti aguzzi.

Stiamo imparando a chiudere gli occhi davanti alla spirale di follia che si è impadronita dei nostri governanti e a condividere le loro posizioni.

Come l’attendente ne Il buon soldato Schweik di Jaroslav Hašek, che ha assorbito e fatto sue le castronerie del comandante, anche noi ci siamo bevuti le loro perverse teorie complottiste fino ad abituarci a tal punto al loro gusto che oggi ne reclamiamo a gran voce una nuova dose.

E dopo tutto, se non credi a loro, a chi devi credere?
Non è forse meglio mangiare merda piuttosto che andare a letto pensando che la tua vita è nelle mani di un pazzo scatenato?
Esiste forse un fenomeno che si chiama follia collettiva?

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

Russia: Il Paese del risentimento

di Padre Stefano Caprio- Asia News –  12 Giugno 2022

Max Scheler sosteneva che la migliore dimostrazione della cultura russa del risentimento sono gli eroi “umiliati e offesi” di Gogol, Dostoevskij e Tolstoj. Oggi i russi pensano di aver fatto la propria parte dopo la fine della guerra fredda, mentre “gli altri” ne hanno approfittato. Questa rabbia è esplosa in Ucraina facendo vedere a tutto il mondo quanto poco si è capito di un popolo non solo orgoglioso delle proprie tradizioni, ma in grado di smascherare le ipocrisie e le debolezze degli altri.

Hanno fatto scalpore le dichiarazioni recenti dell’ex-presidente russo Dmitrij Medvedev, che ha confessato di odiare gli occidentali perché sono dei “bastardi e degenerati, che vogliono la fine della Russia… finché sarò vivo, farò di tutto per farli sparire”. In Russia in realtà da tempo non si dà molto peso alle parole di Medvedev, in lotta da anni con forti dipendenze alcoliche, e anche la sua frase sui “cavalieri dell’Apocalisse che si stanno avvicinando” viene riletta come la sensazione dei “cavalieri dell’Alkoholiss”.

Rimane tuttavia lo sconcerto per la trasformazione di una delle figure più moderate della politica del ventennio putiniano, che esprime un profondo rancore nei confronti di un Occidente non ben definito. Medvedev, del resto, era stato dileggiato dalle inchieste di Naval’nyj, che ne aveva svelato la passione per il lusso sfrenato di stile quanto mai “occidentale”. La denuncia nei suoi confronti aveva dato vita alla campagna “delle Sneakers”, per lo scandalo delle sue abitudini di fare jogging ogni giorno con un nuovo paio di scarpe da ginnastica costose, che comprava compulsivamente su Amazon al ritmo di una ventina al mese. I giovani russi erano scesi in piazza scandendo lo slogan “Non è il nostro Dimon”, diminutivo infantile che fa da pendant a quello di “Vovan” rivolto al presidente Putin, suo protettore dai tempi dell’università.

Negli stessi giorni delle scalmane di Medvedev, ha provocato stupore l’improvvisa decisione del patriarca di Mosca Kirill, che ha sostituito il suo primo collaboratore, il metropolita Ilarion, esiliandolo alla sede estera di Budapest e mettendo al suo posto un suo fedelissimo, il giovane metropolita Antonij. Anche queste mosse piuttosto brusche di Kirill verso gli altri membri della gerarchia non sorprendono molto i russi, essendo una caratteristica da sempre del suo carattere impulsivo e della sua gestione autoritaria della macchina ecclesiastica. In questo caso, però, risuona di nuovo l’astio verso l’Occidente, che Ilarion cercava di blandire con le sue continue iniziative di dialogo e gli incontri con alti rappresentanti delle confessioni cristiane occidentali, come l’ultima visita proprio al cardinale ungherese Peter Erdo, che ricorre frequentemente anche tra i nomi dei papabili in un futuro conclave.

Ilarion aveva scansato in ogni modo le polemiche sul sostegno patriarcale alla guerra di Putin, che invece hanno caratterizzato il magistero di Kirill negli ultimi tre mesi, con la martellante accusa di intromissione degli occidentali nella vita dei fedeli ortodossi in Ucraina e nella stessa Russia, cercando di imporre una visione degenerata della morale e del cristianesimo stesso, ridotto al sostegno delle “parate gay”. In questo contesto la cacciata di Ilarion appare una ulteriore dimostrazione della capacità dei “veri russi” di difendersi dalle invasioni dei nemici della fede.

Eppure lo stesso Kirill, come l’ex-presidente “apocalittico”, ha un passato di grande familiarità con il mondo ecumenico al di fuori della Russia, in particolare con la Chiesa Cattolica, tanto da averlo egli stesso inculcato nel suo fedele servitore Ilarion, ora sostituito da un prelato ancora più fedele, Antonij, che lui stesso aveva insediato trentenne come vescovo a Roma e poi a Parigi, elevandolo alla dignità di metropolita russo per tutta l’Europa occidentale. Lo sconcerto è tale che alcuni commentatori ritengono che il trasferimento di Ilarion in un territorio dell’Unione europea, pur così filo-putiniano come l’Ungheria di Viktor Orban, sia in realtà una mossa astuta per avere un mediatore russo autorevole tra la Russia e l’Occidente, perché non si sa mai come tutto potrà andare a finire.

Al di là delle ipotesi e delle interpretazioni, rimane la domanda: da dove nasce questa ostilità profonda dei russi, almeno di quanti oggi stanno al potere, verso un mitologico Occidente da essi stessi tanti bramato e blandito per lunghi anni? Non si tratta di una reale “diversità orientale” o asiatica della Russia, pur nel contesto di una riproposizione dell’ideologia eurasiatica che descrive i russi come i discendenti degli Sciti, spauracchio del mondo civilizzato fin dai tempi dell’impero romano. La Russia non è la Cina o l’India, e nemmeno la Turchia, con le loro antiche civiltà e religioni, che ne fanno davvero un altro mondo rispetto all’Europa o all’America, che si afferma senza bisogno di urlare odio e risentimento. Tra l’Occidente “anglosassone” e la Cina “neo-confuciana” di Xi Jinping c’è una fortissima competizione economica e geopolitica, sperando che non degeneri anch’essa in un conflitto militare per la riconquista di Taiwan da parte di Pechino, eventualità per cui i russi stanno già affilando le armi, sognando di combattere l’Occidente da occidente. Ma Pechino si mostra superiore, rivendica una superiorità anche morale e culturale, senza il bisogno di abbassarsi alle isterie dell’odio russo.

Della Russia come il “Paese del risentimento” hanno parlato diversi intellettuali, come il filosofo Mikhail Jampolskij, il politologo Sergej Medvedev, il filologo Mikhail Edelštein o lo storico Ivan Kurilla, ricordati dall’ottima rubrica internazionale Signal del sito informativo Meduza, fortemente censurato all’interno della Russia. Secondo questi commenti, la Russia è oggi preda di un profondo sentimento di offesa, che è appunto il significato del francese ressentiment. Søren Kierkegaard lo definiva “il rancore dei mediocri verso chi osa elevarsi al di sopra delle masse”, come era lo stesso filosofo danese; per Friedrich Nietzsche era “l’odio dei servi verso i padroni”, a suo parere ispirato dallo stesso cristianesimo. In ogni caso, si tratta di un sentimento di invidia e ostilità verso colui che è in possesso di qualcosa che tu non avrai mai.

Un altro filosofo tedesco, Max Scheler, scrisse nel 1913 un testo sul risentimento come emozione politica, in cui riteneva che la disparità sociale genera inevitabilmente la rabbia delle “classi inferiori” nei confronti di quelle più elevate. A questo sentimento ogni tanto va data soddisfazione, sostiene Scheler, almeno a livello di discussioni politiche o campagne nell’opinione pubblica, facendo in modo che gli “elevati” concedano qualcosa, aumentando gli stipendi dei lavoratori o evitando di sfoggiare sempre le loro collane di brillanti. Se le grandi masse “dal basso” perderanno la speranza di poter ottenere qualcosa, l’invidia si trasformerà in risentimento, col rischio di travolgere ogni cosa. Secondo Scheler, la migliore dimostrazione della cultura russa del risentimento sono gli eroi “umiliati e offesi” di Gogol, Dostoevskij e Tolstoj.

Oggi il risentimento sembra davvero essere la caratteristica principale della Russia di Putin e di Kirill. Uno degli argomenti più usati dal presidente russo per giustificare la “necessaria operazione” in Ucraina è l’offesa per l’allargamento della Nato verso oriente: era stato promesso che non l’avrebbero mai fatto, e invece era un inganno, quindi una mancanza di rispetto. A partire dal famoso “discorso di Monaco” del 2007, Putin ha ripetutamente accusato l’Occidente di voler “insegnare ai russi la democrazia”, accusa che negli ultimi tempi si è evoluta in quella di “volerci imporre dei valori a noi estranei”.

Dal punto di vista di Putin e dei suoi gerarchi, il “primo mondo” non ha voluto riconoscere la Russia come parte di se stesso. Nessun presidente americano si sognerebbe di parlare dell’importanza della democrazia, ad esempio, al proprio collega francese o tedesco. “Loro” si sentono “i nostri”, mentre “noi” siamo per loro degli estranei, secondo la percezione dei russi, e tali siamo rimasti anche dopo la fine dell’Urss. Da qui la definizione ostile di “Occidente collettivo”, o ancora più spregiativo “gli anglosaksy”, che hanno “deciso di abbandonarci”. È una sensazione che unisce i rappresentanti della élite russa e di vasti gruppi sociali, compresi i membri ufficiali dell’Ortodossia, ostili nei confronti dell’ecumenismo che lascia la Chiesa russa ai margini ed esalta il primato costantinopolitano, sponsorizzato anch’esso dall’Occidente, e con il quale Mosca ha ormai reciso ogni legame.

I russi pensano di aver fatto la propria parte dopo la fine della guerra fredda, mentre “gli altri” ne hanno approfittato. Si ricorda lo slogan diffuso in Russia negli anni ‘90, quando ogni riforma veniva proposta per “vivere come in tutti gli Stati civilizzati”, perfino le ristrutturazioni delle case private venivano chiamate evroremont. Si intendeva allora il benessere materiale, il consumismo capitalista, ma anche quando la Russia aveva ormai raggiunto il livello “dei civilizzati”, ha continuato a sentirsi offesa e umiliata. Per vent’anni i presidenti russi hanno partecipato agli incontri del G8, sentendosi ospiti mal tollerati e comunque poco considerati.

Questa rabbia è esplosa in Ucraina, luogo ideale per dimostrare la capacità della Russia di rispondere alle offese, facendo vedere a tutto il mondo quanto poco si è capito di un popolo non solo orgoglioso delle proprie tradizioni, ma in grado di smascherare le ipocrisie e le debolezze degli altri. Per questo la “de-nazificazione” va di pari passo con la denuncia della “propaganda gay”, il titolo scelto per definire l’immoralità dei nemici. Non è odio contro gli ucraini, o contro gli ortodossi autocefali, e nemmeno contro i gay: è l’odio della Russia contro il mondo intero, è l’ora della grande rivincita.

📖TESTI E DOCUMENTI 📑

SANTISSIMA TRINITA’

Inno
O Trinità beata,
luce, sapienza, amore,
vesti del tuo splendore
il giorno che declina.

Te lodiamo al mattino,
te nel vespro imploriamo,
te canteremo unanimi
nel giorno che non muore. Amen.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Solennità della Santissima Trinità
Piazza San Pietro
Domenica, 7 giugno 2009

Cari fratelli e sorelle!

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore.

Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

Pagina 152 di 156

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy