"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 18″

IL PECCATO E’ LA PEGGIORE DELLE SCHIAVITU’

Caro amico, considera la condizione di inquietudine e di illusoria libertà in cui ti trovi a causa della schiavitù dei tuoi peccati. Attraverso di essi satana ti tiene in catene e ti trascina verso la perdizione eterna. Chiedi a Gesù la luce per uscire dall’inganno e, con la Confessione, cambia radicalmente la tua vita. Quando riceverai  l’assoluzione del Sacerdote ti sentirai una nuova creatura.

Vostro Padre Livio

“In verità in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34). La parola di Gesù smaschera il sottile inganno del maligno di presentare il peccato come la realizzazione della propria libertà, mentre i comandamenti di Dio sarebbero una imposizione restrittiva. Già nella madre di tutte le tentazioni, quella del paradiso terrestre, è presente il veleno satanico della falsa autonomia: “Dio sa che, quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male” (Gn 3,5).

L’astuzia di satana sta nell’incitare alla ribellione presentando l’obbedienza come una rinuncia alla propria capacità di pensare e di decidere. Il maligno insinua che chi crede e obbedisce a Dio avrebbe gli occhi chiusi, cioè sarebbe incapace di intendere e di volere, come si usa dire oggi. L’accoglienza della verità rivelata paralizzerebbe l’intelligenza e impedirebbe all’uomo di scalare le vette del libero pensiero. Nel medesimo tempo la sottomissione alla divina volontà priverebbe l’uomo della propria libertà e della possibilità di decidere autonomamente della propria vita.

In questi sofismi il maligno immette molto di suo. Non bisogna dimenticare che il male ha un’origine angelica. Il primo peccato non è quello dei progenitori, ma degli angeli ribelli. Nello scenario del paradiso terrestre, quando la prima coppia è ancora rivestita di grazia e di santità, il male è già presente nella figura ambigua e contorta del serpente. Le sue parole sono frecce avvelenate che spingono l’uomo alla diffidenza e alla ribellione. In quel “diventerete come Dio”, vi è tutta l’arsura satanica di essere dio al posto di Dio. In che modo l’angelo ribelle e i suoi seguaci hanno pervertito se stessi, compiendo quel peccato che è la radice di ogni altro? Domanda fondamentale che ci consente, sulla scia della divina rivelazione, di risalire alla sorgente originaria del male e, per quanto possibile, di coglierlo nella sua essenza.

Quando Dio ha creato gli angeli e li ha costituiti in grazia, essi non hanno sopportato di essere “creature”, cioè dipendenti da Dio e a Lui sottomesse. Hanno pensato che il fatto di “dipendere” e di “obbedire” fosse un limite insopportabile per la loro intelligenza e la loro libertà. Hanno perciò negato la dipendenza e l’obbedienza, illudendosi così di “diventare come Dio”. In questo modo si sono pervertiti e, da angeli buoni che erano, si sono da se stessi trasformati in malvagi (Catechismo C. C. 391). Il male è dunque nato come illusione della creatura di non dipendere dal suo Creatore e come rifiuto di accettare la volontà di Dio nell’orientamento del proprio essere. Alla radice del peccato degli uomini vi è il sofisma di satana che prospetta l’esistenza di Dio e della legge morale come un ostacolo alla realizzazione di sé.

L’uomo, ferito dal peccato originale, porta nella sua carne il virus primordiale del male. Egli fa fatica ad accettare che è una creatura e che il suo status esistenziale è quello della dipendenza. Eppure non è difficile rendersi conto che non ci diamo il nostro essere da noi stessi. Lo riceviamo istante dopo istante come un dono immeritato. Gesù ce lo ricorda con parole che non passeranno mai: “E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?” (Mt 6, 27). Proprio perché è una creatura, e quindi un essere finito, l’uomo non può godere di una libertà assoluta. Non è lui a decidere che cosa è bene e che cosa è male. Le due strade sono già state fissate davanti ai suoi occhi. Lui può scegliere l’una e l’altra, ma di questa sua scelta deve accettare le conseguenze positive o negative.

La libertà creata, sia quella degli angeli come quella degli uomini, ha una caratteristica fondamentale, che invano cercheremmo di modificare. Essa è strutturata in modo tale per cui si realizza quando sceglie il bene e distrugge se stessa quando sceglie il male. Gli uomini concepiscono il libero arbitrio come la facoltà di fare ciò che si vuole. Si tratta però di una rappresentazione non solo parziale ma anche pericolosa. E’ vero che noi siamo liberi di scegliere e non solo fra i prodotti del supermercato. Tuttavia, specie nell’ambito morale, le scelte hanno una conseguenza che pesa sullo stesso esercizio della libertà. Se infatti noi scegliamo per il bene, sentiamo che il libero arbitrio si rafforza e che la volontà tiene saldamente in mano il timone della nostra vita. L’esperienza esistenziale ci dice che l’uomo si realizza nell’osservanza di quella legge morale che Dio ha impresso nella sua ragione. Gesù a questo riguardo ha pronunciato una sentenza inappellabile: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32).

La ragione di fondo per cui l’uomo diviene libero facendo il bene, risiede nel fatto che la libertà umana, anche se limitata, è immagine di quella divina. Dio, per quanto onnipotente, non può fare il male. Se lo facesse negherebbe se stesso come Dio. L’impossibilità di fare il male non limita affatto la libertà divina, che per sua natura è una sola cosa con il bene e la verità. La libertà umana, in quanto immagine di quella divina, è orientata al vero e al bene e in essi si realizza. Più uno avanza sulla via della verità e della santità e più è un uomo libero. Gli uomini più liberi in assoluto sono i santi. Nella loro vita si riflette la bellezza e la grandezza della libertà divina. Non si tratta di affermazioni astratte, in quanto ognuno può verificarne la solidità incontrando persone di questo genere.

Se avanzando lungo la via del bene l’uomo si sente sempre più libero, percorrendo quella del male si ritrova sempre più schiavo. Il male diviene un tiranno che lo domina. L’apostolo Paolo, quando parla di “schiavitù del peccato” (Rm 6,8), fa riferimento a una condizione esistenziale che gli uomini conoscono fin troppo bene. Mentre nell’esercizio delle virtù uno diviene padrone di se stesso, nel cedimento ai vizi e ai desideri dell’io egoistico uno perde la capacità di decidere. Il libero arbitrio viene pian piano risucchiato nella palude del vizio, dalla quale è impossibile uscire senza l’aiuto soprannaturale della grazia. Il peccato toglie la liberta e schiavizza persone. Se i santi fanno l’esperienza della libertà dei figli di Dio, i peccatori al contrario provano sulla loro pelle quanto sia spietata la tirannia dell’inferno.

Tuttavia è sempre possibile la liberazione. Il peccato riduce il libero arbitrio in uno stato agonico. Chi è prigioniero del male non riuscirà mai a liberarsi da solo, anche se lo volesse. La sua è la fatica di Sisifo. S. Paolo ha descritto questa situazione in una pagina immortale della lettera ai Romani: “Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio…Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7, 18-25). Solo la grazia può richiamare il libero arbitrio in vita e, attraverso la fatica dell’applicazione quotidiana al bene, ridargli la capacità di guidare la vita.

In questa prospettiva la Confessione è un momento di grazia che ridona all’uomo la libertà perduta. Infatti, vengono spezzate le catene del peccato con le quali satana ci teneva legati a sé. Dopo l’assoluzione del sacerdote il cuore si sente leggero e in pace. E’ come se una macina da mulino ci fosse tolta dalle spalle. Allora ci si rende conto di quanto fosse illusoria la libertà di fare quello che si vuole. Nel medesimo tempo, sulla via della conversione, si comprende che la libertà, quella vera, che permette all’uomo di guidare se stesso, è una conquista quotidiana. Si comprende anche che l’umile obbedienza eleva la persona ad altezze celesti e che il compimento della volontà di Dio permette di realizzare la propria vita come un capolavoro per l’eternità. 

IL PECCATO E’ UN VELENO MORTALE

Caro amico, il Natale è un evento di grazia che può cambiare radicalmente la tua vita. Dipende da te fare l’esperienza di questo miracolo con la Confessione e la Comunione.  Se accoglierai il Bambino Gesù dalle braccia di Maria, passerai dalle tenebre alla luce, dalla tristezza alla gioia, dalla morte alla vita.

Vostro Padre Livio

La comprensione della gravità del peccato è fondamentale per cogliere in tutta la sua grandezza il dono del sacramento della riconciliazione, grazie al quale i peccati vengono rimessi. Se una persona non si rende conto di quale male sia il peccato e quale pericolo rappresenti per la salvezza eterna della propria anima, inutilmente la si esorterà a confessarsi. D’altra parte  va dal medico chi si sente ammalato e non  chi presume di essere sano. Se la pratica della confessione è in crisi, il motivo è da ricercare nell’offuscamento del senso del peccato.

Quando l’uomo si allontana da Dio, perde la capacità di vedere e non percepisce più con chiarezza la distinzione fra il bene e il male. E’ schiavo, ma si crede libero.  E’ malato, ma si crede sano. Riuscirà ad aprire gli occhi a un passo dall’abisso della perdizione dove sta per precipitare? Rendersi conto del male spirituale che minaccia la vita, è importante almeno quanto la conoscenza delle malattie che minano la salute.  Non ci si può aspettare che venga apprezzato questo sacramento di infinita misericordia quando è andata eclissandosi una predicazione e una catechesi sulla realtà del peccato.

In nessuna parte il peccato si manifesta nella sua abiezione come nella Sacra Scrittura. E’ solo in quelle pagine immortali che l’uomo riesce a esplorare gli abissi del male che lo corrode e lo distrugge. I protagonisti della Bibbia sono in maggioranza dei grandi peccatori. Anche le persone più luminose sono intaccate da questa marea maleodorante che ha inquinato l’umanità, da quando il serpente è riuscito a iniettarle il suo veleno mortale.

 La storia della salvezza, da Adamo fino a Gesù Cristo, rivela che il male non fa che progredire, senza che gli uomini possano porvi rimedio. E’ un torrente di fango che ingrossa inesorabilmente man mano che avanza, riuscendo a infettare ogni cuore e ogni angolo della società. Non vi è un solo posto sulla terra abitata dove i germi del male non siano presenti e attivi. Ovunque l’uomo va, porta con sé il veleno mortale.

E’ soprattutto con la venuta di Gesù Cristo che il peccato mostra le sue profondità insondabili. Egli infatti è la Luce che risplende nelle tenebre ( Gv  1,5). La sua presenza rivela il male che affonda le radici nel cuore dell’uomo e nel medesimo tempo costringe il tentatore a uscire allo scoperto. Non vi è da sorprendersi se, con la venuta di Gesù Cristo, l’impero delle tenebre diventa più aggressivo. Infatti è terminato il tempo del suo dominio pacifico sull’umanità.

Come una belva che viene stanata, satana difende con ferocia la sua preda. Gesù ha sollevato la pietra sotto la quale si annidavano le serpi, che ora scorrazzano da ogni parte, cercando di mordere gli incauti che non tengono gli occhi aperti.  Nelle parole di Gesù si manifesta nel medesimo tempo l’infinita misericordia di Dio per i peccatori e la severità del giudizio divino sul peccato. In questo non vi è affatto contraddizione. Più il medico conosce la pericolosità della malattia e più si prodiga per salvare il malato.

Per comprendere la gravità del peccato dobbiamo guardarlo con gli occhi di Gesù. Egli, che è la misericordia, non ha mai attenuato la gravità dei peccati.  Proprio perché è venuto per salvare i peccatori, ha detto loro tutta la verità sul male che li minaccia. Le parole del Maestro  lasciano sgomenta e incredula l’umanità di ieri come di oggi. Quale occhio potrebbe sopportare la luce accecante che proviene dal discorso della montagna? “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira  con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt 5,2-21).

Gesù rivela il male che gli uomini non sono in grado di vedere. Non lo fa per spaventarli, ma per guarirli. Chiama il peccato “schiavitù” perché vuole far gustare loro l’esperienza della libertà. Paragona il peccatore a un ramo secco, perché vuole ridargli vita. Gli apostoli, ancora condizionati dalla logica dell’uomo carnale, avanzano le loro obiezioni: “ Allora chi potrà essere salvato?” (Lc 18, 26). Ma Gesù risponde: “ Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio” (Lc 18,27). Qui Gesù indica la gravità assoluta del peccato.

Esso non è un male fra i tanti che affliggono la vita umana. E’ il male radicale, dal quale l’uomo da solo non può guarire. Per quanto gli uomini si diano da fare, non riusciranno mai a guarire da questa malattia che li porta alla morte eterna.  Da soli, con le loro forze, non possono neppure arginarla o circoscriverla. Se la grazia di Cristo non fosse in azione ovunque, anche fuori dalla Chiesa visibile, il mondo sarebbe già sommerso dall’oceano del male.

Da quando l’uomo è apparso sulla terra ha realizzato dei grandi progressi sul piano materiale. In particolare nell’ultimo secolo la scienza e la tecnica hanno posto in essere delle realizzazioni straordinarie. Tuttavia lo scenario è ben diverso per quanto riguarda il progresso morale e spirituale. Si direbbe che gli uomini sono incapaci di diventare più buoni. Anzi, il progresso materiale ha acuito le fami dell’egoismo e dell’orgoglio, fino a mettere in pericolo il futuro stesso del mondo.

Neanche la cultura, ormai divenuta un bene comune, riesce a migliorare il livello etico della società.  Persone con elevata preparazione intellettuale sono capaci dei più paurosi sbandamenti morali. L’intelligenza umana realizzerà nuove conquiste nella lotta alle malattie. Tuttavia si cercherà inutilmente una medicina che guarisca un cuore malvagio.

La conclusione è che il peccato è un male incurabile. Non si tratta soltanto di una affermazione basata sulla fede, ma più ancora  di una esperienza personale e collettiva. L’uomo è impotente di fronte alla dittatura del mistero di iniquità. Questo significa che la felicità non è alla sua portata. Infatti il male è un tumore che corrode ogni essere umano e lo predestina a una morte senza speranza. Questo non significa che la guarigione sia impossibile e che la felicità sia una chimera.  Significa soltanto che l’uomo deve cadere in ginocchio e gridare: “Crea in me o Dio un cuore puro” (Sal 50,12). Infatti esiste una medicina che guarisce questo male implacabile ed è quella della grazia. Essa è l’amore di Dio diffuso nei nostri cuori, la cui forza è capace di distruggere la radice su cui prolifica ogni iniquità. E’ la radice velenosa dell’egoismo, dell’orgoglio e del disamore.

Quando il cristiano recita la preghiera insegnatagli da Gesù, eleva al Padre celeste l’invocazione di liberarlo dal male. L’espressione “liberaci dal male” include nel medesimo tempo l’oceano sconfinato dei peccati e il viscido serpente che lo abita. Il Figlio di Dio è disceso nelle lande desolate del male e ha spezzato le catene che ci tenevano imprigionati. Ci ha liberati, ci ha guariti e ci ha salvati. Solo l’Onnipotente lo poteva fare e lo ha fatto. Questa liberazione si realizza nel battesimo, col quale siamo diveniamo figli di Dio ed eredi della vita eterna. Ma è nel sacramento della confessione che questo miracolo dell’amore misericordioso si rinnova ogni volta.  Lì la grazia di Cristo compie quella guarigione che nessuna medicina umana potrà mai ottenere.

Il cuore inquinato dal veleno mortifero di satana può essere purificato e guarito. E’ però necessario il coraggio dell’umiltà. Mettersi in ginocchio dinanzi a un suo rappresentante sulla terra è quanto Gesù ci chiede per donarci la guarigione.

IL PECCATO E’ UN TORMENTO

Caro amico, la Confessione di Natale sia per te una Resurrezione spirituale, che ti libera da tormenti di un vita nel peccato e che ti faccia gustare la gioia dei figli di Dio.

Vostro padre Livio

L’arte insuperabile di satana è quella di presentare il peccato come un bene desiderabile. L’astuta serpe conosce a fondo l’uomo e sa che Dio lo ha orientato al bene. Infatti il libero arbitrio decide di scegliere ciò che l’intelletto gli presenta come un bene. Persino chi si toglie la vita pensa che questa tragica scelta possa arrecargli un beneficio, liberandolo da un peso ormai divenuto insopportabile. L’essenza della tentazione consiste nel porgere il male “sotto colore di bene” ( S. Caterina da Siena). Dopo aver lasciato entrare nel suo cuore il sibilo del maligno, Eva “vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhio e desiderabile” (Gn 3, 6). Se satana presentasse il male nella sua realtà, non avrebbe seguaci.  L’inganno è la sua arma obbligata per catturare le anime. Come un pescatore, egli getta l’esca perché il pesce abbocchi, attirato dal boccone appetitoso. Quando si illude di goderselo è ormai troppo tardi.

E’ diffusa la falsa opinione che i peccatori si godano la vita. Se qualcuno di loro, dopo essersela goduta, si converte in tempo per salvarsi l’anima, non è raro sentire il brontolio dei buoni: “Troppo comodo – dicono – godersi la vita e poi, al momento buono, convertirsi”. Questa mentalità ritiene che il male sia allegro e che il bene sia triste. Pensa che l’osservanza dei comandamenti sia un supplizio, mentre la vita libertina sia una delizia. Non solo la logica, ma anche l’esperienza mostrano la falsità di queste considerazioni. La verità è che il male fa male e che il bene fa bene. Dio è giusto e sapiente. Se infatti il male facesse bene, tutti lo inseguirebbero. Viceversa se il compimento del bene comportasse svantaggi, tutti lo eviterebbero. Satana per sedurre ha dunque bisogno di presentare il male camuffato da bene.

Tuttavia, non appena viene mangiato il frutto, che il maligno ha abilmente presentato alla nostra fame di mondo, l’incanto si rompe e quella che era un’illusione di felicità si trasforma in delusione. Infatti il desiderio, momentaneamente appagato, rispunta più prepotente di prima, mentre diminuisce la nostra capacità di dominarlo. “ La bestia mai non sazia la bramosa voglia, ma dopo il pasto ha più fame che pria”  (Dante). Gesù ha sintetizzato la delusione del peccato con parole che non passeranno: “ Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” (Gv 4,13). Il peccato diviene arsura mai placata e fame mai soddisfatta. Chi cerca il potere e la gloria punta sempre più in alto; chi cerca il denaro non ne ha mai abbastanza; chi cerca i piaceri, ne ha bisogno di sempre nuovi. Il peccato diviene un tormento per la carne mai sazia.

In questa prospettiva che senso ha l’espressione popolare secondo la quale i dissoluti “si godono la vita”. Non è forse meglio dire che la sprecano? C’è da credere alle loro dichiarazioni di felicità? C’è da prendere sul serio le loro risate sguaiate? La condizione esistenziale del drogato ha il pregio di togliere la foglia di fico sotto la quale il libertino vorrebbe nascondere la sua infelicità. Dopo il paradiso artificiale, il drogato mostra la sua miseria e rivela l’inganno satanico. Quando lo trovi morto su una panchina, hai davanti a te l’immagine plastica dell’opera del demonio, che è bugiardo e assassino. D’altra parte, come essere così sciocchi da pensare che da Dio ci venga un male e dal demonio un bene? Eppure l’uomo, dopo aver mangiato il frutto, non sette volte ma settanta volte sette, rimanendone avvelenato, continua imperterrito a ritenerlo desiderabile. E’ proprio a causa di ciò che la bontà del Salvatore ha istituito il sacramento della confessione, al quale poter ricorrere durante l’intera vita.

La ragione di fondo per cui quello che satana offre non potrà mai dare la felicità risiede nella stessa struttura dell’uomo.  Egli è stato creato per Dio e sarà sempre affamato finché non si nutre di Lui. L’inganno satanico consiste nell’illudere l’uomo di essere felice senza Dio. La nostra generazione in particolare  è affascinata dallo slogan secondo il quale “senza Dio si vive meglio”. In realtà, come giustamente è stato osservato, oggi abbondano sempre più le persone “sazie e disperate”. Alla fine la falce inesorabile della morte rade al suolo la messe sterminata delle illusioni, rivelandone l’intrinseca vanità. Il peccato nella sua essenza è allontanamento da Dio, che è la fonte della verità, della bontà, della bellezza, della libertà e quindi della felicità. Non c’è dunque da meravigliarsi se il peccato sia menzogna, malvagità, bruttezza e quindi fonte di angoscia, di schiavitù e di infelicità. Di tutto questo se ne rende conto ogni peccatore quando, raggiunto dalla grazia, rompe l’inganno satanico e apre gli occhi sulla propria situazione esistenziale.

Il peccato è tormento anche per un’altra ragione. Quando l’uomo compie il bene si sente contento e in pace. La voce interiore della coscienza lo approva e lo incoraggia. Si tratta di un’esperienza universale che ognuno può verificare nella sua vita. Il compimento del bene è premio a se stesso, perché un’intima allegria si diffonde in ogni fibra dell’anima. Al contrario il male commesso viene  rimproverato dalla voce interiore della coscienza. Dio ha impresso nell’anima umana una luce interiore che la orienta verso il bene. Quando l’uomo la disattende e compie il male, percepisce dentro di sé un rimprovero che non è facile soffocare. Esso diviene un tormento interiore, che ha lo scopo di riportare l’uomo sulla retta via. Certo, l’uomo può decidere di rimuoverlo e di seppellirlo sotto la coltre dell’autogiustificazione e dell’oblio. Ma così facendo diviene un uomo “senza coscienza”, inaffidabile e pericoloso.

Ci sono uomini che, dopo aver commesso i più orrendi delitti, non provano nessun rimorso, come quei coccodrilli che, dopo essersi mangiati un uomo, si distendono placidi a digerire sotto i raggi dorati del sole. Sono forse felici o in pace? Oppure si sono degradati al di sotto delle bestie? La coscienza può essere falsificata, oscurata e persino cancellata. Si tratta infatti di una voce che non dà tregua e che non permette sogni tranquilli. Il tentativo di eliminarla dal proprio intimo è una forma di suicidio dell’anima gravido di funeste conseguenze. Quando la coscienza ha cessato di rimordere, l’uomo non è più tranquillo, ma semplicemente è una larva di uomo. Nel momento in cui la grazia tocca il cuore e la coscienza si risveglia, allora cadono le squame dagli occhi accecati e ci si rende conto che, al seguito del padrone infernale, ci si riduce a contendere le carrube ai porci ( Lc 15, 15).

S. Caterina da Siena ha denunciato con parole di fuoco la falsa opinione secondo cui la vita libertina è una vita felice. Lei chiama i peccatori “martiri di satana”. Martiri nel senso che sono martirizzati dal demonio. Lo sono  nei sensi, che invano cercano di soddisfare; lo sono nel cuore che inquinano col male; lo sono nell’anima che sprofondano nelle tenebre. La vita che, senza Dio, sarebbe più felice, alla prova dei fatti è un anticipo dell’inferno. Non c’è da meravigliarsi che satana dia alle anime ciò che lui possiede: l’eterna infelicità. Il peccato è un veleno, non un liquore. E’ una droga che illude e che uccide. Vederlo nella sua verità è una luce di sapienza che pochi ricevono in dono e che richiede una grande purezza di cuore.

La forza di questa dottrina spirituale risiede nel fatto che la sua verità può essere verificata nella propria vita. Ognuno di noi, che abbia vissuto in balia del male e che poi abbia avuto la grazia della conversione, può testimoniare a se stesso come ci si sente quando si è prigionieri della carne, del mondo e del demonio. Nel medesimo tempo può fare un paragone fra la sua situazione attuale di figlio di Dio, che si affatica sulla via del bene, e quella precedente, quando percorreva la strada spaziosa della perdizione. Il figliol prodigo, ritornato alla casa paterna, ben difficilmente la abbandonerà un’altra volta, alla ricerca di felicità illusorie.

AIUTI PER L’ESAME DI COSCIENZA

Prepariamoci alla Confessione di Natale esaminando la nostra vita alla luce della Parola di Dio e delle sue esigenze di amore.

AIUTI PER L’ESAME DI COSCIENZA

I dieci comandamenti

Io sono il Signore Dio tuo:

  1. Non avrai altro Dio fuori di me
  2. Non nominare il nome di Dio invano
  3. Ricordati di santificare le feste
  4. Onora tuo padre e tua madre
  5. Non uccidere
  6. Non commettere atti impuri
  7. Non rubare
  8. Non dire il falso
  9. Non desiderare la donna d’altri
  10. Non desiderare la roba d’altri

I precetti della Chiesa

  1. Partecipa alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni di lavoro
  2. Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno
  3. Ricevi il sacramento dell’eucaristia almeno a Pasqua
  4. In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno
  5. Sovvieni alle necessità della Chiesa

I sette vizi capitali

  1. Superbia
  2. Avarizia
  3. Lussuria
  4. Ira
  5. Gola
  6. Invidia
  7. Accidia

Il peccati che gridano al Cielo.

  1. Omicidio volontario
  2. Peccato impuro contro natura
  3. Oppressione dei poveri
  4. Defraudare la mercede a chi lavora

Le virtù teologali

  1. Fede
  2. Speranza
  3. Carità

Le virtù cardinali

  1. Prudenza
  2. Giustizia
  3. Fortezza
  4. Temperanza

Le opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi
  2. Insegnare agli ignoranti
  3. Ammonire i peccatori
  4. Consolare gli afflitti
  5. Perdonare le offese
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti

Le opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati
  2. Dar da bere agli assetati
  3. Vestire gli ignudi
  4. Alloggiare i senza tetto
  5. Visitare gli infermi
  6. Visitare i carcerati
  7. Seppellire i morti

Gli ammonimenti della Parola di Dio       

“ Dal di dentro, dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” ( Marco, 7, 21-23).

“ Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maledicenti, né rapaci, erediteranno il regno di Dio” ( 1 Cor. 6. 9-10).

            “ Ma per i vili e gli increduli, gli abbietti e gli omicidi, gli immorali, o fattucchieri, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte”  ( Ap 21, 8).


IL RITO DELLA CONFESSIONE

1. Dopo esserti preparato con la preghiera e aver fatto l’esame di coscienza, ti presenti per fare la tua confessione. Il sacerdote ti accoglie invitandoti a fare il segno della croce:

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Rispondi: Amen.

2. Il sacerdote ti esorta ad esporre con retta coscienza i tuoi peccati confidando nell’infinita misericordia di Dio:

Il Signore che illumina con la fede i nostri cuori, ti dia una vera conoscenza dei tuoi peccati e della sua misericordia.

Rispondi: Amen.

3. Incominci la tua confessione dicendo da quanto tempo non ti confessi e esponendo con semplicità, chiarezza, umiltà e brevità tutti i peccati mortali dall’ultima confessione e almeno alcuni peccati veniali.

4. Il sacerdote ti può rivolgere alcune domande e darti dei consigli adatti. Anche tu puoi chiedere dei suggerimenti per il tuo cammino spirituale o spiegazioni su alcune problematiche che non ti sono chiare.

5. Il Sacerdote ti esorta a recitare una preghiera che esprima il tuo pentimento. Potrai recitare una di queste preghiere:    

Mio Dio, mi pento e mi dolgo

con tutto il cuore dei miei peccati,

perché peccando ho meritato i tuoi castighi,

e molto più perché ho offeso te,

infinitamente buono

e degno di essere amato sopra ogni cosa.

Propongo col tuo santo aiuto

di non offenderti mai più

e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

Signore, misericordia, perdonami.


O Gesù di amore acceso

non ti avessi mai offeso,

o mio caro e buon Gesù

con la tua santa grazia

non ti voglio offendere più

né mai più disgustarti,

perché ti ama sopra ogni cosa.

Gesù mio, misericordia.

6. Il Sacerdote, dopo averti proposto la penitenza, ti dà l’assoluzione con queste parole:

Dio, Padre di misericordia,

che ha riconciliato a sé il mondo

nella morte e risurrezione del suo Figlio,

e ha effuso lo Spirito Santo

per la remissione dei peccati,

ti conceda, mediante il ministero della Chiesa,

il perdono e la pace.

E io ti assolvo dai tuoi peccati

Nel nome del Padre e del Figlio

E dello Spirito Santo.

Rispondi. Amen

LA DIFFERENZA FRA PECCATO MORTALE E VENIALE

Cari amici, prepariamoci al Natale con la Confessione che ci riempirà il cuore di gioia

Dalla radice dell’egoismo e dell’orgoglio, che allignano nelle profondità del cuore, prolifera la varietà dei peccati, le cui sfumature solo Dio può conoscere. La natura umana ferita dal male è un verminaio inesauribile. L’arte e la letteratura si alimentano nella descrizione della potenza di tenebre che opera nell’uomo. E’ un abisso che non sembra mai toccare il fondo. La Sacra Scrittura, più di qualsiasi altro libro di religione o di filosofia, apre squarci di luce impressionanti sulla malvagità umana, indicando però nel medesimo tempo la medicina che guarisce. Gesù, che si presenta come il medico delle nostre anime, non ha esitazioni ad additare la radice del male e le sue innumerevoli manifestazioni:

“Dal cuore…provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo” ( Mt 15, 19-20).  S. Paolo a sua volta elenca impietosamente le innumerevoli manifestazioni dell’egoismo umano, che egli chiama opere della carne: “ Le opere della carne – afferma – sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio” (Gal 5, 19-21).

Quest’ultima affermazione di S. Paolo pone il problema della gravità dei peccati, perché, come anche l’apostolo Giovanni afferma, ci sono peccati che conducono alla morte e dei peccati che invece non conducono alla morte (1 Gv 5, 16-17). La Chiesa al riguardo fin dall’inizio ha distinto i peccati in mortali e veniali. Per preparare la confessione è necessario avere chiara davanti agli occhi questa  diversità, della quale anche noi facciamo la quotidiana esperienza. Premesso che la nostra conoscenza dei peccati è imperfetta e che solo Dio sa esattamente ciò che vi è nel cuore di ogni uomo, è possibile dare indicazioni per distinguere il peccato mortale da quello veniale.

“Il peccato mortale distrugge la carità nel cuore dell’uomo a causa di una violazione grave della Legge di Dio; distoglie l’uomo da Dio, che è il suo fine ultimo e la sua beatitudine, preferendo a lui un bene inferiore. Il peccato veniale lascia sussistere la carità, quantunque la offenda e la ferisca. “ (Catechismo C. C. 1856). Si tratta di una distinzione fondamentale. Infatti nel caso del peccato mortale abbiamo assolutamente bisogno di una vera e propria resurrezione spirituale, che normalmente si realizza nel sacramento della Riconciliazione. Senza di essa rimaniamo spiritualmente morti e non veniamo ammessi alla vita eterna.

Nel caso del peccato veniale invece sussiste la grazia santificante e la divina figliolanza, anche se indebolite e oscurate: “ Non priva della grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità e quindi della beatitudine eterna” (Giovanni Paolo II – Reconciliatio et Paenitentia, 17).  Perché venga rimesso non è necessario il sacramento della Riconciliazione, ma un semplice pentimento, anche se la Chiesa raccomanda di confessare anche i peccati veniali. Non deve essere infatti sottovalutata la pericolosità dei peccati veniali che indeboliscono l’anima e la predispongono a commettere colpe più gravi. “ L’uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia non devi dare poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce riempiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza allora resta? Si faccia innanzi tutto la Confessione” (S. Agostino).

Il peccato “mortale”, che viene chiamato così perché distrugge la vita divina che è stata infusa nell’anima, è una violazione grave della legge di Dio. Perché sia tale si richiede che concorrano tre condizioni: “E’ un peccato grave quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena avvertenza e deliberato consenso”  (Giovanni Paolo II – Reconciliatio et Paenitentia). Se manca anche una di queste tre condizioni il peccato perde parte della  sua gravità divenendo veniale.

La gravità della materia “è precisata dai dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre (Mc 10,19).  La gravità della materia è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tenere conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori di per sé è più grave di quella fatta a un estraneo” (Catechismo C. C. 1858). La gravità della materia di certi peccati è evidente e facilmente percepibile dalla coscienza: l’omicidio, l’aborto, l’adulterio, la bestemmia, la mancata santificazione delle feste, gravi danni materiali o morali causati al prossimo, ecc. In alcuni casi invece (ad esempio il furto, la menzogna, la calunnia, l’invidia, ecc.)  la gravità della materia ha bisogno di un’attenta valutazione e, se necessario, del consiglio del confessore. Le circostanze possono aggravare o alleggerire la gravità di un peccato.

Perché un peccato sia mortale non bastano la materia grave, ma si richiedono anche la piena consapevolezza e il pieno consenso: “ Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto e della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza di cuore non diminuiscono il carattere volontario del peccato, ma , anzi, lo accrescono. L’ignoranza involontaria può attenuare, se non annullare l’imputazione di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi  della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere  volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o  le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave” ” (Catechismo C. C. 1859 – 1860).

Di straordinaria acutezza è l’affermazione di S. Faustina Kowalska, secondo la quale “il peccato è secondo la conoscenza e la luce dell’anima” ( Diario, 1,52). Il rapporto di ogni anima col Creatore è di estrema delicatezza. Solo lo Spirito Santo conosce le risposte o i rifiuti alle sue illuminazioni e ai suoi inviti.  Quando S. Giovanna d’Arco, sotto la pressione di un tribunale ecclesiastico locale, aveva deciso di abiurare, rinnegando “Le voci” che l’avevano guidata nella sua missione, esse la avvertirono che stava correndo il rischio di perdersi eternamente. Allora ritirò l’abiura e affrontò le fiamme del rogo. Successivamente la Chiesa la elevò all’onore degli altari.

E’ facile o è difficile commettere un peccato mortale? In un certo senso è vera l’una e l’altra cosa. E’ più facile per chi vive nella tiepidezza, ed è più difficile per chi vive nel fervore. In ogni caso “ il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare  che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio” (Catechismo C. C. 1861).

Vostro Padre Livio

I SETTE PASSI DELLA CONFESSIONE DI NATALE

Caro amico, è tempo ormai di preparare la Confessione in vista del Natale, che potrai fare nella tua Parrocchia o in qualche santuario che conosci. Una Confessione che cambia la vita ti donerà una gioia indimenticabile. Ecco per te un itinerario di sette passi che ti porterà all’abbraccio col Padre celeste.

La Confessione è un cammino da percorrere in sette passi successivi. I primi due, che si devono considerare una preparazione remota, sono la preghiera e l’esame di coscienza. Gli altri cinque, che costituiscono il cuore del sacramento, sono il dolore di aver offeso Dio, il proponimento di non peccare più, l’accusa dei propri peccati, l’assoluzione del sacerdote  e infine la penitenza. Si tratta di un itinerario interiore che può richiedere anche un tempo non breve di maturazione.

Il protagonista è il cuore che si apre a Dio e alla sua grazia, al fine di ottenere il perdono e la pace. E’ importante arrivare davanti al confessore già preparati, dopo aver fatto l’esame di coscienza e aver espresso al Signore  il proprio dolore e il proposito di correggersi. La fede ti farà da la lampada che ti consentirà di arrivare felicemente al termine della strada senza inciampare.

1. La preghiera

Prima di incominciare il tuo esame di coscienza, raccogliti in preghiera e chiedi a Dio la luce necessaria. Infatti è la grazia che ci aiuta a vedere i peccati, anche i più riposti e a evitare le forme di autoinganno e di autogiustificazione. L’uomo infatti, che pure ha l’occhio pronto a vedere i peccati altrui, è piuttosto restio a riconoscere i propri. In particolare nella preghiera davanti al Crocifisso si contempla la divina misericordia che si china sul nostro male per guarirlo. Nella preghiera non solo si vedono i peccati, ma anche la radice che li genera. E’ la radice dell’incredulità e del disamore. Se essa non viene identificata e sradicata la confessione non produce effetti duraturi. La preghiera non solo apre il cammino della confessione, ma ne è la logica conclusione. All’inizio è una preghiera di invocazione, alla fine di ringraziamento. Grazie alla preghiera tutto l’itinerario penitenziale viene compiuto alla presenza dell’Amore misericordioso.

2. L’esame di coscienza.

L’esame di coscienza “è una diligente ricerca dei peccati che si sono commessi, dopo l’ultima confessione ben fatta” ( Catechismo di S. Pio X). Esso ti sarà più facile se ogni sera, prima di coricarti, rifletterai  sulla tua giornata alla luce di Dio, chiedendo il perdono e formulando il proposito per il giorno dopo. Nell’esame di coscienza devi “richiamare diligentemente alla memoria, innanzi a Dio, tutti i peccati commessi, non mai confessati, in pensieri, parole, azioni e omissioni, contro i comandamenti di Dio e della Chiesa e gli obblighi del proprio stato” ( Catechismo di S. Pio X).

In particolare è necessario mettere a fuoco tutti i peccati mortali, perché essi devono essere confessati, precisandone per quanto possibile il numero. Una coscienza sensibile mette a fuoco anche i peccati veniali, impegnandosi ad eliminarli, anche se non è necessario confessarli tutti. Passa in rassegna, uno per uno, i dieci comandamenti e i sette vizi capitali. Ti aiuterà a portare a galla il male che si è depositato nel fondo dell’anima.

3. Il dolore di avere offeso Dio.  

Se prenderai consapevolezza dei tuoi peccati davanti al Crocifisso, non ti sarà difficile provare un profondo dolore per averlo offeso e gli chiederai di cuore perdono, detestando sinceramente il male compiuto. Il dolore perfetto, o contrizione, che nasce dalla considerazione dell’infinita bontà di Dio in paragone al nostro disamore, ha l’effetto mirabile di ottenerci il perdono divino e la grazia santificante, purché includa  la volontà di confessarsi. Chiedilo ogni giorno nella preghiera, cosi conserverai l’anima sempre pronta per il momento del giudizio. Il dolore imperfetto o attrizione, nasce dal timore del castigo e dalla stessa bruttezza del peccato. Esso è sufficiente per ricevere l’assoluzione del sacerdote, ma solo la carità, cioè l’amore di Dio sopra ogni cosa, dà la forza per non ricadere di nuovo nei soliti peccati. Senza un sincero dolore dei peccati, perfetto o imperfetto che sia, “la confessione non vale, perché il dolore è la cosa più importante di tutte” ( Catechismo di S. Pio X).

4. Il proponimento di non peccare più.

Il dolore dei peccati è autentico se è seguito dalla ferma decisione di cambiare vita. “Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo” ( Catechismo di S. Pio X). Esso riguarda tutti i peccati mortali commessi o che si potrebbero commettere. Comprende anche la volontà di fuggire le occasioni pericolose e di distruggere le cattive abitudini che si sono contratte cadendo nei medesimi peccati. E’ la fermezza  del proponimento che fa progredire nel cammino spirituale. Se la confessione si  conclude con un proposito concreto, diventa uno strumento  efficace nel cammino di santità.

5. La confessione dei peccati.

Dopo essersi preparati con l’esame di coscienza, il dolore e il proposito, viene il momento dell’accusa dei peccati davanti al confessore, al fine di averne l’assoluzione. “ Siamo obbligati a confessarci di tutti i peccati mortali; è bene però confessare anche i veniali” ( Catechismo di S. Pio X ).  L’accusa deve essere umile, senza alterigia e senza scuse; deve essere intera, cioè comprendere tutti i peccati mortali commessi dopo l’ultima confessione ben fatta e dei quali di ha consapevolezza e indicare le circostanze che li aggravano e li moltiplicano; deve essere sincera, cioè dichiarare i peccati quali sono, senza scusarli, diminuirli o accrescerli; deve essere prudente, usando termini improntati a modestia e riservatezza,  evitando di rivelare i peccati degli altri; deve essere breve, evitando di dire al confessore cose inutili.

Se uno non è certo di aver commesso un peccato, non è obbligato a confessarsene. Se uno ha il dubbio se l’abbia confessato o meno, non è parimenti obbligato a confessarsene. Chi ha taciuto per dimenticanza un peccato mortale, la confessione vale, ma deve dichiararlo alla prossima confessione.   “Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò ci fa reo di un gravissimo sacrilegio” ( Catechismo di S. Pio X). Deve perciò esporre al confessore il peccato taciuto e rifare la confessione dall’ultima ben fatta. Compiuta l’accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dice il confessore e, se necessario, chiedere qualche consiglio per  progredire nel proprio cammino spirituale.

6. L’assoluzione del Sacerdote.

Quando ci sono le disposizioni richieste dalla dignità del sacramento, il confessore impartisce  l’assoluzione in nome di Gesù. Tuttavia, quando esse mancano, può differirla o negarla. Ma ciò non deve indurre allo scoraggiamento o al risentimento. Piuttosto  deve considerare umilmente la sua situazione spirituale e mettersi quanto prima nella condizione di poterla ricevere.

7. la penitenza.

“ La penitenza sacramentale è uno degli atti del penitente, col quale egli dà un qualche risarcimento alla giustizia di Dio per i peccati commessi, eseguendo quelle opere che il confessore gli impone…. La penitenza viene data perché d’ordinario, dopo l’assoluzione sacramentale che rimette la colpa e la pena eterna, resta una pena temporale da scontarsi in questo mondo o nel purgatorio…Le opere di penitenza si possono ridurre a tre specie: alla preghiera, al digiuno, alla elemosina” (Catechismo di S. Pio X). Dopo la confessione il penitente “ se ha danneggiato ingiustamente il prossimo nella roba o nell’onore, o se gli ha dato scandalo, deve per quanto gli è possibile al più presto restituirgli la roba, riparare l’onore e rimediare allo scandalo” (Catechismo di S. Pio X ).

Al termine di queste sette passi, abbiamo ottenuto il perdono di Dio e la sua rinnovata amicizia, la grazia santificante, la pace della coscienza, la speranza della vita eterna e una grazia speciale nel combattimento spirituale. Da morti che eravamo siamo ritornati in vita. Dio ci chiede solo un po’ di buona volontà per donarci le sue inesauribili ricchezze.

Vostro Padre Livio

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 17″

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 16″

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 15″

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