"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: CATECHESI DI PADRE LIVIO Pagina 244 di 269

CON LA CONFESSIONE PREPARA IL TUO CUORE A RICEVERE GESU’

Caro amico, è tempo ormai di preparare la Confessione in vista del Natale, che potrai fare nella tua Parrocchia o in qualche santuario che conosci. Una Confessione che cambia la vita ti donerà una gioia indimenticabile. Ecco per te un itinerario di sette passi che ti porterà all’abbraccio col Bambino Gesù

La Confessione è un cammino da percorrere in sette passi successivi. I primi due, che si devono considerare una preparazione remota, sono la preghiera e l’esame di coscienza. Gli altri cinque, che costituiscono il cuore del sacramento, sono il dolore di aver offeso Dio, il proponimento di non peccare più, l’accusa dei propri peccati, l’assoluzione del sacerdote  e infine la penitenza. Si tratta di un itinerario interiore che può richiedere anche un tempo non breve di maturazione.

Il protagonista è il cuore che si apre a Dio e alla sua grazia, al fine di ottenere il perdono e la pace. E’ importante arrivare davanti al confessore già preparati, dopo aver fatto l’esame di coscienza e aver espresso al Signore  il proprio dolore e il proposito di correggersi. La fede ti farà da la lampada che ti consentirà di arrivare felicemente al termine della strada senza inciampare.

1. La preghiera

Prima di incominciare il tuo esame di coscienza, raccogliti in preghiera e chiedi a Dio la luce necessaria. Infatti è la grazia che ci aiuta a vedere i peccati, anche i più riposti e a evitare le forme di autoinganno e di autogiustificazione. L’uomo infatti, che pure ha l’occhio pronto a vedere i peccati altrui, è piuttosto restio a riconoscere i propri. In particolare nella preghiera davanti al Crocifisso si contempla la divina misericordia che si china sul nostro male per guarirlo. Nella preghiera non solo si vedono i peccati, ma anche la radice che li genera. E’ la radice dell’incredulità e del disamore. Se essa non viene identificata e sradicata la confessione non produce effetti duraturi. La preghiera non solo apre il cammino della confessione, ma ne è la logica conclusione. All’inizio è una preghiera di invocazione, alla fine di ringraziamento. Grazie alla preghiera tutto l’itinerario penitenziale viene compiuto alla presenza dell’Amore misericordioso.

2. L’esame di coscienza.

L’esame di coscienza “è una diligente ricerca dei peccati che si sono commessi, dopo l’ultima confessione ben fatta” ( Catechismo di S. Pio X). Esso ti sarà più facile se ogni sera, prima di coricarti, rifletterai  sulla tua giornata alla luce di Dio, chiedendo il perdono e formulando il proposito per il giorno dopo. Nell’esame di coscienza devi “richiamare diligentemente alla memoria, innanzi a Dio, tutti i peccati commessi, non mai confessati, in pensieri, parole, azioni e omissioni, contro i comandamenti di Dio e della Chiesa e gli obblighi del proprio stato” ( Catechismo di S. Pio X).

In particolare è necessario mettere a fuoco tutti i peccati mortali, perché essi devono essere confessati, precisandone per quanto possibile il numero. Una coscienza sensibile mette a fuoco anche i peccati veniali, impegnandosi ad eliminarli, anche se non è necessario confessarli tutti. Passa in rassegna, uno per uno, i dieci comandamenti e i sette vizi capitali. Ti aiuterà a portare a galla il male che si è depositato nel fondo dell’anima.

3. Il dolore di avere offeso Dio.  

Se prenderai consapevolezza dei tuoi peccati davanti al Crocifisso, non ti sarà difficile provare un profondo dolore per averlo offeso e gli chiederai di cuore perdono, detestando sinceramente il male compiuto. Il dolore perfetto, o contrizione, che nasce dalla considerazione dell’infinita bontà di Dio in paragone al nostro disamore, ha l’effetto mirabile di ottenerci il perdono divino e la grazia santificante, purché includa  la volontà di confessarsi. Chiedilo ogni giorno nella preghiera, cosi conserverai l’anima sempre pronta per il momento del giudizio. Il dolore imperfetto o attrizione, nasce dal timore del castigo e dalla stessa bruttezza del peccato. Esso è sufficiente per ricevere l’assoluzione del sacerdote, ma solo la carità, cioè l’amore di Dio sopra ogni cosa, dà la forza per non ricadere di nuovo nei soliti peccati. Senza un sincero dolore dei peccati, perfetto o imperfetto che sia, “la confessione non vale, perché il dolore è la cosa più importante di tutte” ( Catechismo di S. Pio X).

4. Il proponimento di non peccare più.

Il dolore dei peccati è autentico se è seguito dalla ferma decisione di cambiare vita. “Il proponimento consiste in una volontà risoluta di non commettere mai più il peccato e di usare tutti i mezzi necessari per fuggirlo” ( Catechismo di S. Pio X). Esso riguarda tutti i peccati mortali commessi o che si potrebbero commettere. Comprende anche la volontà di fuggire le occasioni pericolose e di distruggere le cattive abitudini che si sono contratte cadendo nei medesimi peccati. E’ la fermezza  del proponimento che fa progredire nel cammino spirituale. Se la confessione si  conclude con un proposito concreto, diventa uno strumento  efficace nel cammino di santità.

5. La confessione dei peccati.

Dopo essersi preparati con l’esame di coscienza, il dolore e il proposito, viene il momento dell’accusa dei peccati davanti al confessore, al fine di averne l’assoluzione. “ Siamo obbligati a confessarci di tutti i peccati mortali; è bene però confessare anche i veniali” ( Catechismo di S. Pio X ).  L’accusa deve essere umile, senza alterigia e senza scuse; deve essere intera, cioè comprendere tutti i peccati mortali commessi dopo l’ultima confessione ben fatta e dei quali di ha consapevolezza e indicare le circostanze che li aggravano e li moltiplicano; deve essere sincera, cioè dichiarare i peccati quali sono, senza scusarli, diminuirli o accrescerli; deve essere prudente, usando termini improntati a modestia e riservatezza,  evitando di rivelare i peccati degli altri; deve essere breve, evitando di dire al confessore cose inutili.

Se uno non è certo di aver commesso un peccato, non è obbligato a confessarsene. Se uno ha il dubbio se l’abbia confessato o meno, non è parimenti obbligato a confessarsene. Chi ha taciuto per dimenticanza un peccato mortale, la confessione vale, ma deve dichiararlo alla prossima confessione.   “Colui che per vergogna o per qualche altro motivo tace colpevolmente qualche peccato mortale in confessione, profana il sacramento e perciò ci fa reo di un gravissimo sacrilegio” ( Catechismo di S. Pio X). Deve perciò esporre al confessore il peccato taciuto e rifare la confessione dall’ultima ben fatta. Compiuta l’accusa dei peccati, bisogna ascoltare con rispetto quello che dice il confessore e, se necessario, chiedere qualche consiglio per  progredire nel proprio cammino spirituale.

6. L’assoluzione del Sacerdote.

Quando ci sono le disposizioni richieste dalla dignità del sacramento, il confessore impartisce  l’assoluzione in nome di Gesù. Tuttavia, quando esse mancano, può differirla o negarla. Ma ciò non deve indurre allo scoraggiamento o al risentimento. Piuttosto  deve considerare umilmente la sua situazione spirituale e mettersi quanto prima nella condizione di poterla ricevere.

7. la penitenza.

“ La penitenza sacramentale è uno degli atti del penitente, col quale egli dà un qualche risarcimento alla giustizia di Dio per i peccati commessi, eseguendo quelle opere che il confessore gli impone…. La penitenza viene data perché d’ordinario, dopo l’assoluzione sacramentale che rimette la colpa e la pena eterna, resta una pena temporale da scontarsi in questo mondo o nel purgatorio…Le opere di penitenza si possono ridurre a tre specie: alla preghiera, al digiuno, alla elemosina” (Catechismo di S. Pio X). Dopo la confessione il penitente “ se ha danneggiato ingiustamente il prossimo nella roba o nell’onore, o se gli ha dato scandalo, deve per quanto gli è possibile al più presto restituirgli la roba, riparare l’onore e rimediare allo scandalo” (Catechismo di S. Pio X ).

Al termine di queste sette passi, abbiamo ottenuto il perdono di Dio e la sua rinnovata amicizia, la grazia santificante, la pace della coscienza, la speranza della vita eterna e una grazia speciale nel combattimento spirituale. Da morti che eravamo siamo ritornati in vita. Dio ci chiede solo un po’ di buona volontà per donarci le sue inesauribili ricchezze.

Vostro Padre Livio

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 22″

LO SGUARDO DI FEDE SUL CONFESSORE

Caro amico,

Nel sacramento della Penitenza il ministro svolge un compito di grande responsabilità. Infatti se tu sei il malato, egli è il medico della tua anima. La meraviglia di questo dono che Gesù Cristo ha fatto alla Chiesa consiste nel fatto che  la guarigione è certa e immediata. Nel caso di peccato mortale, più che di guarigione dovremmo parlare di una vera e propria resurrezione. La potenza del sacramento della penitenza è straordinaria e i suoi effetti sono mirabili. Qualunque peccato sia stato commesso, viene perdonato e il peccatore viene di nuovo rivestito della grazia santificante. La divina figliolanza che ha riacquistato gli restituisce il diritto alla vita eterna, mentre ritorna ad essere un tralcio fruttifero della vera Vite e un membro vivo della Chiesa.  Per quale motivo l’assoluzione del sacerdote opera simili meraviglie?

La ragione in fondo è semplice. Il sacerdote confessore è uno strumento attraverso il quale opera Gesù Cristo in persona. Quando pronuncia le parole: “Io ti assolvo” è Gesù che parla, come quando nella consacrazione dice: “Questo è il mio corpo”.  E’ soprattutto in questi due sacramenti che lo sguardo della fede vede nel sacerdote la persona di Gesù Cristo che comunica la grazia della salvezza. Questa identificazione di Gesù col sacerdote è l’effetto stupefacente del sacramento dell’Ordine. E’ attraverso di esso che “la missione affidata da Gesù Cristo agli apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa fino alla fine dei secoli” (Catechismo C. C. 1536). Senza questo sguardo di fede la confessione perde la sua dimensione soprannaturale e,  lasciata scadere a semplice rapporto umano, entra inevitabilmente in crisi.

Essendo ogni peccato, in ultima istanza, una offesa fatta a Dio e alla sua legge, ne consegue che solo Dio può perdonarlo. Questo lo sapevano bene gli scribi e i farisei che non avevano esitato a obiettare a Gesù : “Chi può rimettere i peccati se non Dio soltanto?” (Lc 5,21).  D’altra parte la presenza del sacrificio nelle varie religioni del mondo corrisponde al bisogno che ha l’uomo di purificazione e  di ottenere il perdono di Dio e la sua benevolenza. Il fatto che Gesù si attribuisca il potere di rimettere i peccati suona come uno scandalo alle orecchie degli zelanti ebrei. La reazione non si è fatta attendere: “Costui bestemmia” (Mt 9, 4), esclamano scandalizzati. Gesù sa bene che rivendica a se stesso un potere che è riservato a Dio. E’ in questo modo che Egli rivela il mistero della sua divinità. Lo farà anche davanti al Sinedrio, quando dichiara che il Figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo come giudice del mondo (Mc 14,62).

Tuttavia non solo Gesù si attribuisce questo potere divino, ma fa molto di più. Lo conferisce agli uomini. Il Risorto, apparendo agli apostoli rinchiusi nel cenacolo, alita su di loro e dice: “ Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete , resteranno non rimessi” (Gv 20,  22.23). Si tratta di un potere che ha la stessa ampiezza di quello di Gesù Cristo. Non riguarda soltanto alcuni peccati, ma tutti, nessuno escluso. Non ha alcun limite nell’esercizio, in quanto il perdono deve essere dato non sette volte ma settanta volte sette (cfr. Mt 18,22). Agli apostoli è persino data la grave responsabilità di non rimettere i peccati, qualora non riscontrassero le disposizioni spirituale necessarie. Non si può certo sminuire questa divina potestà che Gesù Cristo a conferito agli uomini da Lui scelti e che lo rappresentano. La miseria umana dalla Chiesa non deve mai offuscare che Gesù Cristo vive in essa e comunica la salvezza attraverso di essa.

E’ necessario comprendere perché è proprio il Verbo incarnato colui che ha il potere di giudicare e di assolvere dai peccati. Nell’inviare gli apostoli fino agli estremi confini della terra Gesù dice loro. “ Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18). Il Figlio di Dio fatto uomo, con la sua vita morte e resurrezione ha portato a compimento l’opera della redenzione. Egli è l’Agnello di Dio che si è addossato sulle spalle i peccati del mondo. Col suo amore, con la sua sofferenza, con la sua obbedienza e la sua fedeltà ha espiato i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi. Per questo il Padre gli ha dato ogni potere, in particolare quello di giudicare (Gv 5,27). Gesù morente in croce, mentre compie il sacrificio che lava e purifica il mondo, chiede al Padre il perdono “perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Al ladrone pentito promette che in quello stesso giorno sarà con Lui in paradiso (Lc 23,43).

Avendo espiato i peccati degli uomini, Gesù ha il potere di rimetterli. Alla luce della fede ciò  appare comprensibile e conveniente. Ciò che invece appare un gesto di estrema audacia è il fatto che Gesù, con uno specifico sacramento, dia questo potere a degli uomini, il cui limiti e la cui fragilità non hanno bisogno di essere sottolineati. Viene quindi spontaneo chiedersi: “Perché mai Gesù ha dato il potere di rimettere i peccati agli uomini?”. Non sarebbe stato più semplice e più pratico lasciare che ognuno si confessi a Dio direttamente, senza mediazioni umane? Con l’istituzione del sacramento della Penitenza Gesù non ha forse reso più difficile la remissione dei peccati commessi dopo il battesimo? Sono interrogativi che a suo tempo hanno portato all’abolizione della confessione sacramentale presso i Protestanti e che tutt’ora vengono sollevati da coloro che, pur essendo cattolici, ne hanno omesso la pratica.

La risposta a queste obiezioni  la troviamo nella sapienza veramente divina con cui Gesù ha istituito la Chiesa. Nella visione di Gesù la sua Chiesa è un gregge che è guidato da dei pastori che lo rappresentano. Innanzi tutto Pietro e i suoi successori, ai quali ha dato il potere di legare e di sciogliere (Mt 16,19) e poi  tutto il collegio apostolico, unito al suo capo (Mt 18,18; 28,16-20). I pastori della Chiesa hanno ricevuto da Gesù Cristo i suoi poteri di grazia e di misericordia, fra i quali anche quello di rimettere i peccati. Immaginare una Chiesa senza pastori e con pastori dai poteri limitati significa ipotizzare una realtà che non è quella voluta di Gesù Cristo. Colpisce certamente il fatto che tutto ciò che Gesù ha ricevuto dal Padre, Egli lo dia in amministrazione ai suoi Apostoli. E’ un gesto di grande fiducia, ma nel medesimo tempo è per le pecorelle un invito alla fede,  nel senso di vedere Gesù in quelli che lo rappresentano.

Lo sguardo della fede non deve mai mancare, anche quando il ministro non apparisse all’altezza della situazione. La preparazione e soprattutto la santità del sacerdote svolgono un ruolo importante nell’amministrazione del sacramento. Sappiamo i miracoli di conversione che sono avvenuti nei confessionali di Ars e di S. Giovanni Rotondo. S. Teresa d’Avila, come S. Faustina Kowalska non si stancano di insistere sull’importanza di un confessore illuminato perché le anime siano guidate su un cammino di santità. Tuttavia, nel momento dell’assoluzione, è come se la persona del ministro scomparisse dietro la luminosa presenza del Giudice divino. L’assoluzione di un sacerdote in peccato mortale ha la stessa efficacia di quella di un sacerdote in odore di santità. Durante l’assoluzione, come durante la consacrazione, il ministro, santo o empio che sia, è lo strumento docile della Divina Misericordia.

Come non ammirare la sapienza divina del Signore, vero medico delle nostre anime? Mediante il sacerdote confessore Egli ci mantiene sul terreno dell’umiltà, perché confessare i peccati a un uomo è  più difficile che confessarli a Dio. Ci preserva dall’autoinganno, perché nessuno è un giudice imparziale in ciò che lo riguarda. Ci dà l’assicurazione del perdono mediante la parola del Sacerdote, spuntando le frecce avvelenate del dubbio satanico. Ci fa certi della divina misericordia, oscurata dalle nostre angosce per la gravità dei peccati. Ci esorta nel cammino di perfezione, scuotendo la nostra tiepidezza. Ci riconcilia con la Chiesa, nostra madre e maestra di vita cristiana.

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 21″

LA CONFESSIONE: IL DONO DELLA PACE

Cari amici, la Confessione, che ci riconcilia con Dio, con noi stessi e col prossimo, lascia nel cuore la pace, che è il bene più prezioso che si possa avere qui sulla terra. E’ la pace del Cielo che ha preso dimora in te e che nessuno ti può rubare se tu non vuoi. E’ quella pace che gli angeli hanno annunciato nella notte di Betlemme e che annunciano anche ora a tutti gli uomini che Dio ama. Quando senti in cuore questa pace non cerchi più nulla, perché hai avuto in dono ciò che il cuore umano desidera.

Vostro Padre Livio

Gli effetti del sacramento della confessione sono straordinari. La Chiesa raccomanda la confessione anche quando non si è in stato di peccato mortale. Infatti ogni volta che ci si confessa si ricevono grazie che rafforzano la vita spirituale e la crescita nelle virtù cristiane. L’esame di conoscenza affina il discernimento, la sincerità dell’accusa mantiene nell’umiltà,  il consiglio del sacerdote indica la strada,  le tentazioni si indeboliscono e il fervore nel cammino spirituale si ravviva. Sono numerosi i santi che hanno trovato nella pratica della confessione frequente un efficace aiuto nel loro cammino di perfezione. La confessione annuale nel tempo pasquale è un minimo al di sotto del quale l’anima rischia la paralisi spirituale. Per la vita cristiana ordinaria la confessione deve essere molti più frequente, almeno una volta al mese, e poi ogni volta che se ne ha la necessità, specie quando si commettano dei peccati gravi.

Ancora più mirabili sono gli effetti di questo sacramento quando l’anima si trova in stato di peccato mortale e si è privata della grazia santificante. In questo caso la confessione rappresenta il passaggio dalla morte alla vita. L’anima in stato di peccato mortale è staccata da Dio, come il tralcio dalla vite. La sua prospettiva è quella del “fuoco eterno”, evocato più volte da Gesù stesso. L’anima che geme sotto la schiavitù del peccato è come un ramo secco, che non è più in grado di produrre frutti. Questo significa che non è più capace di porre azioni meritevoli per la vita eterna. Con l’assoluzione del sacerdote l’anima risorge perché in essa ricomincia a fluire la vita divina. Essendo di nuovo innestata in Cristo che è la vera vite, produce frutti di vita eterna in tutto quello che compie. Se i cristiani avessero presente l’abisso che separa un’anima in grazia di Dio da una che è in peccato mortale, non indugerebbero un solo istante nell’accostarsi alla confessione.

Tuttavia vi è un effetto della confessione che ha un valore esistenziale particolare ed è la pace che si sperimenta quando scende nel cuore il perdono di Dio. Gesù stesso ha voluto sottolineare che il frutto primo della remissione dei peccati è la pace. Apparendo agli apostoli rinchiusi nel cenacolo, il Risorto così li saluta: “ Pace e voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver  detto questo, alitò su di loro e disse: “ Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete , resteranno non rimessi” (Gv 20, 21-23). Il dono della redenzione è lo Spirito Santo, che rimette i peccati e infonde la vita nuova della grazia. L’effetto di questa nuova situazione esistenziale è l’esperienza della pace. La conoscono tutti coloro che, tormentati dal rimorso della coscienza e angosciati dal timore del giudizio di Dio, hanno deciso di cambiare vita. E’ questo l’effetto della confessione che la rende particolarmente desiderabile e che dissipa quelle false paure e quei pregiudizi che tengono lontano tante anime dal confessionale.

Chi è in peccato mortale non potrà mai essere in pace. La coscienza infatti lo accusa e, benché faccia di tutto per soffocarla, tuttavia non è in pace. Anche se afferma di esserlo, si tratta di una falsa pace. Come si potrebbe godere la pace del cuore sotto la schiavitù del demonio? La letteratura spirituale ci ha lasciato pagine memorabili (S. Caterina da Siena, S. Alfonso Maria dei Liguori) sulla situazione di angoscia, di disperazione e di terrore con la quale i peccatori impenitenti entrano in agonia circondati dalle schiere fameliche dell’inferno, che vogliono a tutti i costi trascinare con sé un’anima nella perdizione eterna. Lontani da Dio e sotto il potere delle tenebre, l’uomo sperimenta l’inferno già su questa terra. Satana lo illude di vivere, ma in realtà è un morto che cammina. Potremmo descrivere l’itinerario esistenziale che porta alla confessione come in tragitto dal tormento alla pace.

La pace che subentra con l’assoluzione del sacerdote viene da Dio. E’ un dono della sua infinita misericordia che l’uomo non potrebbe mai darsi da solo. L’uomo è stato creato per Dio e il suo cuore non può trovare la pace lontano dal suo Creatore. “Ci hai fatti per Te, Signore, esclamava S. Agostino, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Nel sacramento della confessione l’uomo chiede perdono a Dio. Gli presenta il suo cuore umile e contrito. Si impegna sinceramente di non allontanarsi più nell’infedeltà e nell’oblio. Dio non attende che questo passo e concede il suo perdono totale e incondizionato.  Ciò che Dio desidera non è la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Se ci si accosta al sacramento con fiducia e si crede che il Padre celeste  ci accoglie di nuovo nella sua casa come figli, il cuore viene liberato dal peso opprimente della colpa e dall’intimo incomincia a zampillare la sorgente viva della gioia.

Non vi è gioia più grande sulla terra di quella di sentirsi accolti, perdonati e amati da Dio. Senza di essa  le altre gioie della vita vengono offuscate. Sapere che sopra di noi splende il sole dell’amore divino che ci protegge, che veglia sui nostri passi, che ci tiene per mano, guidandoci verso il golfo di luce dell’eternità, dona una gioia che il mondo non conosce. Anche se la maggior parte degli uomini non ne è consapevole, ciò che rende triste e inquieta la loro vita è la lontananza da Dio. Anche chi non crede in Lui e lo nega, nel suo inconscio teme la sua esistenza e il suo giudizio. I progenitori che si nascondono dopo il peccato, sono l’immagine della vita vagabonda e clandestina lontana dal Creatore.  Il peccato provoca una paura di Dio che invano si tenterebbe di esorcizzare. O siamo nelle mani della sua misericordia e in quelle della sua giustizia, faceva notare S. Caterina da Siena. Non vi  è nulla di più dolce che sentirsi afferrati da una mano misericordiosa che non ci abbandonerà mai se noi non vogliamo.

La grazia del perdono rassicura la coscienza che cessa di rimordere. La pace della coscienza è uno dei più grandi doni che si possano avere nella vita. La coscienza è in pace quando sente su di sé l’approvazione di Dio.  La paura del giudizio si dissolve come la nebbia al sole e tanto più si cresce in fiducia nella divina misericordia, tanto più il cuore si placa e si rasserena. La vita spirituale compie un passo decisivo. Si esce dalle nebbie del timore e si entra nella luce dell’amore. Il figliol prodigo forse aveva  qualche timore prima di decidere il ritorno alla casa paterna. Ma poi, quando vede il Padre che lo attende, che gli corre incontro, che lo abbraccia e che dispone una grande festa, comprende la grandezza del perdono e si apre  all’amore filiale.

La pace con Dio, che tuttavia è una conquista quotidiana, genera la pace con se stessi.  Nella confessione abbiamo sperimentato la divina misericordia. Dio ci ha perdonato e ci ha accolti. Questo significa che anche noi dobbiamo accettare noi stessi e, pur desiderando di amare Dio sopra ogni cosa, dobbiamo accettare i nostri limiti e le inevitabili fragilità della nostra natura ferita.  L’esperienza del perdono di Dio aiuta l’uomo a guardare a se stesso con i medesimi occhi con cui lo guarda il suo Creatore e Redentore. Dio ci insegna ad accettarci, a perdonarci e aver pietà di noi stessi, pur esigendo un deciso rifiuto del peccato che è il nostro nemico mortale.

La pace con Dio e con se stessi genera la pace con i fratelli. Come Dio ha perdonato a te, così tu sei invitato a perdonare a loro. Ora sei capace di guardarli con occhi nuovi e ti rendi conto che sono amati dal Signore come tu sei amato. Scopri che la pace con Dio genera la pace fra gli uomini.

IL CARISMA DI PIETRO: PASCERE IL GREGGE

Cari amici, in questi giorni la Santa Sede ha pubblicato un Documento del Sommo Pontefice, “Fiducia Supplians”  che ha un grado magisteriale paragonabile al celebre “Dominus Jesus”, col quale la Chiesa poneva una netta distinzione fra “La Divina Rivelazione” e le “Credenze religiose” delle altre religioni. Si tratta di insegnamenti importanti e vincolanti che impegnano il Carisma di Pietro e che non possono essere degradati a opinioni da discutere. Questo avviene perché nella nostra società mass-mediatica, dove domina la dittatura del relativismo, non esiste più la Verità e l’ Autorità che la custodisce. Tuttavia la Chiesa di Gesù Cristo è tutt’altra cosa ed è bene che ce ne rendiamo conto.

Vostro Padre Livio


Il Collegio episcopale e  il suo Capo, il Papa

La struttura gerarchica della Chiesa è ben visibile nei Vangeli, laddove appare con chiarezza che Gesù Cristo ha scelto i “Dodici” “sotto forma di un collegio  o di un gruppo stabile, del quale mise ha capo Pietro, scelto di mezzo a loro….Come San Pietro e gli altri Apostoli costituirono, per istituzione del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il Romano Pontefice, Successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli Apostoli, sono fra loro uniti” (Lumen Gentium, 19; 22).

A questo riguardo è fondamentale il passo del Vangelo nel quale appare evidente la volontà di Cristo di fare di Simone, al quale diede il nome di Pietro, la pietra su cui costruire la sua Chiesa ( Matteo, 16,18). A lui ne ha affidato le chiavi (Matteo, 16,19). Lui ha costituito pastore di tutto il gregge (Giovanni, 21,15-17). Tuttavia l’incarico di legare e sciogliere, che è stato dato al solo Pietro, è stato pure concesso al collegio apostolico, unito al suo capo (Matteo, 18,18).

Da questa precisa volontà di Cristo la Chiesa ha tratto la consapevolezza della sua costituzione gerarchica, comprendendo sempre più profondamente, lungo il corso dei secoli, il ministero petrino proprio del sommo Pontefice, e quello del Collegio dei Vescovi con il loro capo, il Papa.

Il Papa, Vescovo di Roma e Successore di San Pietro, “ è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Lumen gentium ,23).  Infatti “ il Romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente” (Lumen gentium, 22).

Il Collegio o Corpo dei Vescovi “non ha autorità, se non lo si concepisce  insieme con il Romano Pontefice…quale suo capo. Come tale questo Collegio è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa: potestà che non può essere esercitata se non con il consenso del Romano Pontefice” (Lumen gentium, 22). Tale potestà è esercitata in modo solenne sulla Chiesa universale nel Concilio Ecumenico. Tuttavia bisogna sottolineare che “mai si ha Concilio Ecumenico che come tale non sia confermato o almeno accettato dal Successore di Pietro” (Lumen gentium, 22).

I Vescovi presi singolarmente sono il principio visibile e il fondamento dell’unità nelle loro Chiese particolari. Nel medesimo tempo , in quanto membri del Collegio episcopale, “ognuno di loro è partecipe della sollecitudine per tutte le Chiese” (Christus Dominus, 3) e la esercita innanzi tutto reggendo bene la propria Chiesa come porzione della Chiesa universale “ (Lumen gentium, 23).

“Ma i Vescovi non devono essere considerati come i vicari del Papa, la cui autorità ordinaria e immediata su tutta la Chiesa non annulla quella dei Vescovi, ma anzi la conferma e la difende.  Tale autorità deve esercitarsi in comunione con tutta la Chiesa sotto la guida del Papa” (Catechismo C. C. 895).

Il carisma dell’infallibilità dato da Gesù Cristo alla Chiesa

Il Collegio episcopale con il suo Capo, il Papa, svolge il triplice ufficio di insegnare, di santificare e di governare la Chiesa.  In questo modo adempie al compito  affidatogli  da Cristo Buon Pastore.

Al dovere di annunziare il Vangelo in tutto il mondo, secondo il comando del Signore (Marco 16,11), si connette il tema di grande importanza che riguarda l’infallibilità del Magistero ecclesiastico. L’infallibilità è propria di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, la Verità e la Luce del mondo. Egli ha voluto rendere partecipe la Chiesa della sua infallibilità. L’intero Popolo di Dio infatti ne partecipa  in quanto,  mediante il senso soprannaturale della fede , aderisce indefettibilmente alle verità rivelate, sotto la guida del Magistero vivente della Chiesa, (cfr Lumen gentium, 25).

Gesù Cristo però, al fine di salvaguardare dalle deviazioni e dai tradimenti della verità e per garantire la possibilità oggettiva di professare senza errore l’autentica fede, “ha dotato i Pastori del carisma dell’infallibilità in materia di fede e di costumi” (Catechismo C. C. 890).  Si tratta di un dono e nel medesimo tempo di un compito pastorale del Magistero affinché il Popolo di Dio rimanga nella verità e cammini in essa.

 “L’esercizio di questo carisma può avere parecchie modalità” (Catechismo C. C. 890):

 Essa riguarda in primo luogo il Romano Pontefice, il quale è infallibile quando “quale supremo Pastore e Dottore di tutti i fedeli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale”  (Lumen gentium, 25).

 L’infallibilità “risiede pure nel Corpo episcopale quando questi esercita il supremo Magistero col Successore di Pietro, soprattutto in un Concilio Ecumenico” (Lumen gentium, 25).

Anche il Magistero ordinario della Chiesa tuttavia gode di una speciale assistenza divina, in particolare il Vescovo di Roma, Pastore di tutta la Chiesa, quando “ pur senza arrivare ad una definizione infallibile e senza pronunciarsi in maniera definitiva, propone, nell’esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento che porta a una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di costumi”  (Catechismo C,. C. 892). 

Quando il Magistero della Chiesa si esprime in modo infallibile, è necessaria in tutti i fedeli “l’obbedienza della fede”.  Tuttavia anche al Magistero ordinario si deve “aderire col religioso ossequio dello Spirito” ( Lumen gentium 26). E’ agli Apostoli e ai loro successori infatti che Cristo ha detto: “ Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato” ( Luca, 10,16).

(P. Livio – Il Credo – Edizioni Sugarco)

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 20″

LA CONFESSIONE: LA GRAZIA DI RINASCERE

Caro amico,

il più grande miracolo che Dio compie è la resurrezione a vita nuova di un’anima morta ed è infinitamente più grande della rianimazione di un cadavere. E’ questo miracolo che si compie in te quando, con  cuore umile e pentito, confessi i tuoi peccati e ricevi l’assoluzione dal Ministro di Dio. Da quel momento tu non sei più la persona di prima. Sei una creatura nuova, con occhi nuovi, che vedono la vita nella luce di Dio e con un cuore nuovo, puro e traboccante di gioia. L’amore infinito di Dio ti chiama e ti offre questa possibilità. Afferrala con una decisione irrevocabile.

Gesù ha istituito il sacramento della confessione perché conosce a fondo la fragilità dell’uomo, il quale è esposto a peccare anche quando ha ricevuto il sacramento del battesimo. L’efficacia del battesimo nel rimettere i peccati è superiore a quella della confessione. Quando a riceverlo è  un adulto, ovviamente non si confessa, perché non si può ricevere nessun sacramento se prima non si è battezzati. Il battesimo infatti non solo cancella il peccato originale, ma anche tutti i peccati personali, eliminando, insieme alla colpa, anche ogni residuo di pena. Non solo un bambino ma anche un adulto, se dovesse morire subito dopo aver ricevuto il battesimo, va immediatamente in paradiso. Oltre a cancellare  tutti i peccati, il battesimo ci fa figli di Dio, membra vive della Chiesa ed eredi della vita eterna. Non si finirebbe mai di descrivere le meraviglie che opera questo primo e fondamentale sacramento.

I primi cristiani però hanno presto sperimentato che il battesimo, benché tolga i peccati e rivesta l’anima della grazia santificante, lascia in noi la “concupiscenza”, cioè una certa spinta al male, che in sé non è peccato, ma che tuttavia vi predispone.  Anche dopo il battesimo si possono commettere dei peccati mortali, che ci privano della grazia santificante e che riducono l’anima in uno stato di morte spirituale. La situazione di peccato mortale è di  estremo pericolo per l’anima perché, morendo in questo stato, senza il pentimento e il perdono di Dio, essa perisce eternamente. “ Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per nostra libera scelta” (Catechismo C. C. 1033).

Alla luce di questi insegnamenti si comprende la necessità della confessione durante l’intero corso della vita cristiana. Infatti la nostra fragilità intrinseca, le seduzioni del mondo e le inside del maligno possono riportare l’uomo sotto la schiavitù del peccato. Da amici di Gesù, possiamo divenire suoi avversari. Da membra vive del suo Corpo mistico, possiamo ammalarci e diventare membra morte. Da tralci fruttiferi possiamo appassire e diventare dei rami secchi. L’esperienza ci dimostra quanto tutto ciò sia vero. L’apostolo Pietro aveva provato sulla sua pelle quanto siamo deboli. La notte del Getzemani egli aveva toccato con mano la forza del potere delle tenebre. Lui, che era l’amico di Gesù, designato a divenire il capo della Chiesa, si era fatto prendere dal panico di fronte a una donna di servizio e  aveva  rinnegato il Maestro per ben tre volte, giurando e spergiurando ( Mt 26,71-75). Ciò ha permesso all’apostolo di comprendere le parole di Gesù, quando invitava a perdonare non sette volte ma settanta volte sette ( Mt 18,21.22).

Istituendo la confessione Gesù ha dimostrato di conoscere a fondo la natura umana. Per quanto sorretto dalla grazia, l’uomo cede facilmente al male. Indubbiamente ci sono delle persone che hanno conservato la grazia battesimale fino al termine della loro vita. Tuttavia è sintomatico che alcuni dei più grandi santi siano dei convertiti. L’esperienza del peccato dopo il battesimo è purtroppo sempre più estesa. Dopo due millenni di cristianesimo conosciamo meglio, da una parte le meraviglie della grazia, ma dall’altra la potenza di seduzione del falsario, sempre più furioso nell’aggredire le anime, perché “gli resta poco tempo”. (Ap 12, 12). Oggi in particolare, in un passaggio storico di abbandoni e apostasie, la confessione diviene sempre più una sorta di “secondo battesimo”, nel senso che ha il significato di una partenza “ex novo” della vita cristiana.

In questa prospettiva la confessione acquista per molti il significato di una vera e propria rinascita. Si tratta di coloro che hanno abbandonato la fede e la Chiesa, andando a ingrossare le file dei nuovi pagani, degli indifferenti e persino dei nemici di Dio. Oggi si assiste a due fenomeni fra loro contrari, eppure convergenti. Molte persone perdono la fede, ma altrettante la ritrovano. Se, specie nei paesi di antica cristianità come l’Europa, siamo davanti allo spettacolo doloroso di una vera a propria apostasia di massa, tuttavia non sono pochi quelli che ritrovano la via che li porta alla Chiesa.  Satana ottiene vistose conquiste con la sua consumata abilità di seduttore, ma Dio passa silenziosamente bussando alla porta dei cuori e non cessa di chiamare alla conversione. Oggi la confessione costituisce per molti lo sbocco naturale di un cammino di conversione e di ritrovamento della fede.

Il fenomeno dei peccatori che ritornano a Dio ha sempre accompagnato la storia della Chiesa. Si trattava però in maggioranza di persone che, pur perdendosi lungo le vie del male, non aveva perso del tutto la fede. Oggi invece assistiamo a un evento per molti aspetti nuovo. Si tratta di battezzati che hanno presto abbandonato la fede ricevuta in famiglia, il più delle volte senza neppure conoscerla, e che si sono fatti catturare da una visione atea e materialistica della vita. Per queste persone il ritorno a Dio e all’appartenenza alla Chiesa assume il significato di una svolta radicale. La decisione di confessarsi ha per loro il valore di un nuovo inizio, di una rinascita vera e propria. Sotto il profilo esistenziale siamo di fronte a un’esperienza molto simile a quella degli adulti quando ricevano il battesimo.  E’ il ritorno alla casa del Padre del figliol prodigo, dopo che se ne era andato per rincorrere false luci del mondo.

Quando la confessione è il suggello di un cammino di conversione, si apre la possibilità di comprendere meglio l’importanza e il valore di questo sacramento. In esso si vede l’abbraccio del Padre misericordioso che riprende nella sua casa i figli, nonostante la loro ingratitudine e durezza di cuore. Nell’assoluzione del sacerdote si sperimenta la liberazione della schiavitù del peccato, che opprime e distrugge la vita. Nel cuore tormentato subentra la pace della coscienza, mentre si incomincia a sperimentare la dolcezza dell’amore di Dio. Si inizia a guardare il mondo con occhi nuovi, gli occhi della purezza, dell’ammirazione e della contemplazione. Si riprende il cammino della vita senza il peso schiacciante della zavorra del male. Si guarda avanti senza l’angoscia del tempo che passa e dello spettro della morte che avanza. Si sperimenta l’amicizia di Gesù e la gioia di avere dei fratelli. Si riprende il cammino della vita con lo sguardo rivolto verso l’eternità.

Oggi per molti la confessione è una rinascita spirituale. Sono sempre più frequenti le persone che si avvicinano al confessionale per rientrare nella Chiesa e incominciare una vita nuova. Dio ci dona un’opportunità per scoprire gli abissi di misericordia presenti un questo sacramento. Le confessioni abitudinarie, non di rado espressione di stanchezza spirituale, erano entrate inevitabilmente in crisi, provocando i danni che abbiamo sotto gli occhi. I miracoli di conversione che oggi la grazia compie, aiutano la Chiesa, in particolare i sacerdoti, a cogliere l’importanza fondamentale della confessione come “nuovo inizio” di un cammino di fede. 

In realtà la confessione è in molti casi una vera e propria resurrezione. Per tutte le anime in peccato mortale essa significa il ritorno alla vita e alla libertà dei figli di Dio.  L’uomo si riconcilia con Dio, con se stesso e con la Chiesa. Nel cuore subentra una grande pace. Come non ammirare la misericordia del Padre celeste che dà in qualsiasi momento della vita la possibilità di una ripartenza, azzerando tutto il male che prima è stato stoltamente compiuto?

“MEDJUGORJE E’ LA SPERANZA DEL MONDO ” – Puntata 19″

LA CONFESSIONE PRENDE FORZA DALLA CROCE

Caro amico la potenza del male che distrugge la nostra vita è stata annientata da Gesù sulla croce. Prendi in mano il Crocifisso e guarda la malvagità umana fino a che punto è arrivata e l’amore infinito del Figlio di Dio che ci ha ottenuto il perdono e la vita eterna.

Vostro Padre Livio

Se Gesù fosse soltanto un uomo e non il Figlio di Dio che ha assunto una natura umana, l’umanità sarebbe rimasta nella sua situazione di perdizione. Ciò che stupisce è il modo col quale l’Onnipotente, nella sua infinita misericordia, ha realizzato l’opera della nostra salvezza. Lo professiamo ogni domenica recitando il “Credo”, ma forse senza avvertire la portata delle parole: “ Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”.  Il cuore della fede cristiana è il mistero dell’incarnazione. E’ cioè l’affermazione che Gesù è Dio, il Figlio eternamente generato dal Padre. Tuttavia viene spontaneo chiederci perché mai Dio abbia voluto diventare uomo. Era necessario? Non poteva salvarci diversamente? Interrogativi leciti per un intelletto  che voglia sondare gli abissi della divina misericordia. Dio per liberarci dal male ha scelto il modo umanamente più inverosimile, a riprova che le sue vie sono imperscrutabili (Rm 11,33). Tuttavia che cosa più dell’incarnazione e della croce potrebbe rivelarci l’infinito amore di Dio per l’umanità peccatrice? Dio ha scelto di realizzare l’opera della redenzione in modo tale che noi comprendessimo quanto ci ama.

Gli stessi apostoli, che pure hanno creduto in Gesù professandolo il “Figlio del Dio vivente” (Mt 16,  16), rimanevano ottusi di fronte all’annuncio della Croce. La loro intelligenza carnale non poteva comprendere perché il Figlio di Dio dovesse essere consegnato in mano ai peccatori per essere crocifisso. Che bisogno c’era di tanta sofferenza e abiezione? Essi hanno compreso il perché della morte di Gesù in Croce, quando il Risorto l’ha spiegato loro e dopo che lo Spirito Santo li ha illuminati. Allora si è aperta la loro mente e hanno capito che la Croce era la via che Dio ha scelto per redimere il mondo dai suoi peccati. Pietro infatti, parlando alla folla, dopo aver testimoniato che il Crocifisso era Risorto, la invita a pentirsi e a chiedere il perdono dei peccati. “ Che cosa dobbiamo fare?”, chiede la gente. Pietro risponde: “ Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati” (At 2,37). Alla luce della fede gli apostoli avevano compreso il significato della Croce. Su di essa Gesù aveva patito al nostro posto e a nostro favore, per liberare l’umanità dalla maledizione del peccato e della morte.

Tuttavia assai prima degli apostoli, Giovanni il Battista, illuminato dallo Spirito, aveva proclamato Gesù l’Agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo” (Gv 1,29). Che cosa significa questa inaudita designazione profetica? Il Precursore indica in Gesù colui che si carica sulle sue spalle i peccati di tutti gli uomini e li espia, accettando di essere sacrificato come un agnello per la salvezza del genere umano. Gesù stesso, entrando nel fiume Giordano insieme ai peccatori, manifesta la sua volontà di immergersi nell’oceano del male, per trarci fuori con la sua morte redentrice. Si tratta in un certo senso di una anticipazione della  “discesa agli inferi”, come spiega Benedetto XVI : ” L’icona del battesimo di Gesù riproduce l’acqua come un sepolcro liquido, dalla forma di cavità oscura, che a sua volta è l’immagine dell’Ade, gli inferi, l’inferno” (Gesù di Nazareth, Rizzoli, pag 39). Gesù non è sceso nell’inferno dei dannati, ma col suo immergersi nelle acqua del Giordano ha indicato la sua volontà di scendere nelle acque torbide del male “per legare il forte (satana)” (Cirillo di Gerusalemme).

L’oceano di iniquità è così vasto che nessun uomo lo potrebbe svuotare.  Il peccato, in quanto offesa fatta a Dio, non può essere riparato dall’umanità peccatrice. L’uomo, nella sua situazione di accecamento, è incapace persino di rendersi conto del male che ha fatto. E’ infatti proprio dei santi considerarsi peccatori ed è tipico dei peccatori ritenersi senza peccato. Il Figlio di Dio, divenendo uomo, ha assunto una natura umana esente dal male. Egli è senza peccato e la sua eccelsa santità  ha stupito i suoi contemporanei, i quali non potevano accusarlo di nulla (Gv 8,46). Egli, il Santo, ha preso su di sé i peccati degli uomini di tutti i tempi. Chi potrebbe valutare la vastità del male a partire dalla ribellione dei progenitori fino ai nostri giorni? Chi potrebbe esplorare l’oceano sconfinato dell’empietà, della ribellione, dell’orgoglio, del disamore, della cupidigia e della violenza? Tutti gli uomini, anche i santi, hanno contribuito, ognuno secondo la sua misura, ad alimentare le acque torbide dell’iniquità. Solo la santa umanità di Gesù e di Maria non è stata sfiorata dal veleno mortale del serpente antico.

Perché Gesù ha preso sulle sue spalle la maledizione che pesava sull’umanità? Lo ha fatto per ridonarci la libertà e la vita dei figli di Dio. Il Padre ha inviato il Figlio sulla terra perché con la sua vita, passione e morte ci liberasse dal potere delle tenebre e dalla morte eterna e ci introducesse nel regno della luce e della pace. Se Dio per amore non avesse preso questa iniziativa, l’umanità sarebbe stata per sempre schiava del diavolo. Poteva un uomo prendere su di sé i peccati dell’intera umanità ed espiarli? Non poteva, se non fosse stato il Figlio di Dio. Egli nella suo Cuore umano e divino ha espresso per il Padre un’obbedienza e un amore così grandi da bruciare e distruggere l’orgoglio e il disamore presenti in tutti i  peccati dell’umanità. Mentre Egli muore in croce, colpito dalla malvagità umana, implora dal Padre quel perdono che lava il mondo fino alla fine dei secoli.

Il Sacramento della confessione prende forza dalla Croce. Attraverso di esso ci viene concesso quel perdono che Gesù ci ha ottenuto col suo sacrificio. In ogni peccato commesso vi è una miscela mortale di egoismo e di rifiuto di Dio. Puoi immaginare quale forza negativa sia la somma dei peccati degli uomini di tutti i tempi? Ebbene, essi sono stati tutti distrutti nella fiamma ardente del Cuore di Gesù. La sua umiltà, la sua obbedienza e il suo amore sono il braciere  ove ogni iniquità viene bruciata . Non puoi comprendere la grandezza e la bellezza della confessione se non guardi il Crocifisso.  Da quel Cuore trafitto scaturisce la grazia del perdono che ristabilisce l’uomo nell’amicizia con Dio.

Ora comprendi perché Gesù abbia rivendicato per sé il potere di rimettere i peccati ( Mt 9,6). Questa potestà gli è stato dato dal Padre, perché Egli è l’Agnello di Dio che ha espiato i peccati del mondo. Solo Lui ha la capacità di perdonare e di riconciliare. E’ un potere di misericordia e di amore che proviene dal sacrifico della Croce. Nel medesimo tempo ti rendi conto di quanto sia grande l’amore di Dio per gli uomini.  Dio infatti non solo è l’offeso, ma è anche colui che ripara l’offesa. Il male che tu ti sei fatto peccando, Lui l’ha preso su di sé. Con le ferite che gli abbiamo arrecato siamo stati guariti (Is 53,5).  Ha preso su di sé la nostra morte per donarci la vita eterna. Grazie alla Croce la maledizione del peccato è divenuta la benedizione della grazia.

Non ti sei mai chiesto per quale motivo, quando ti confessi, vieni assolto da ogni peccato di cui ti sei pentito? Anche se avessi compiuto i delitti più abominevoli, se ti presenti con un cuore contrito, ricevi un’assoluzione completa. Non avviene così nei tribunali umani, i quali infliggono sempre una pena proporzionata, anche in presenza dell’ammissione di colpa e del pentimento.  La ragione per cui il sacerdote assolve sempre chi si pente dei suoi peccati è da ricercare nel sacrificio della Croce, dove Gesù ha già espiato al nostro posto e a nostro favore. Per essere liberati dal male spirituale che ci affligge, basta accogliere il perdono che il Crocifisso ci offre attraverso la persona del sacerdote. La migliore preparazione alla confessione è quella di pregare ogni giorno davanti alla Croce, sulla quale l’Agnello di Dio si è offerto in sacrificio per distruggere col suo amore tutte  le iniquità del mondo, e quelle di ognuno di noi in particolare.

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