Autore: Padre Livio Fanzaga Pagina 38 di 1164

Programma di Padre Livio – Venerdì 4 Settembre 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – Diretta video su blogdipadrelivio.it – su Facebook – su Digitale terrestre can 789 delle Tv Smart – su YouTube (in differita)
h. 8.50: PENSIERO SPIRITUALE
I cinque minuti dello Spirito Santo
h. 8.55 – 9.15: ALMANACCO DELLA FEDE
13. Esame di coscienza – Dolore – Proponimento
+ L’esame di coscienza si fa richiamando alla mente i peccati commessi, a cominciare dall’ultima confessione ben fatta.
+ Il dolore o pentimento quel dispiacere e odio dei peccati commessi, che ci fa proporre di non più peccare.
+ È necessario avere dolore di tutti i peccati mortali commessi, senza eccezione; inoltre conviene averlo anche dei veniali.
+ Il proponimento è la volontà risoluta di non commettere mai più peccati e di fuggirne le occasioni.
“Nel giorno dei giudizio gli uomini renderanno conto di ogni parola vana che avranno proferito” (Matteo 12, 36)
h. 9.15: RITAGLI DI PAGINE INEDITE
Tratta dal Libro: Medjugorje perché non ho dubbi
h. 9.15: ATTUALITA’
+ Gli ultimi giorni di Ippona (articolo del Prof R. De Mattei)
+ Presentazione del libro: “Medjugorje: perché non ho dubbi”: Il piano di salvezza di Maria include due secoli
h. 9.35 – 9.45: VIATICO QUOTIDIANO
Pensiero sulla grandezza dell’umiltà
h. 9.40 – 10.00: I MESSAGGI DELLA MADONNA A MIRJANA
20. “Non siate duri di cuore con la misericordia di Dio” (2 aprile 2007)
“Cari figli, non siate duri di cuore con la Misericordia di Dio che riversa su di voi così tanto del vostro tempo.
In questo tempo particolare di preghiera permettete che io vi trasformi.
Aiutatemi affinché mio Figlio risusciti in tutti i cuori e il mio Cuore trionfi.
Vi ringrazio… non dimenticate che i vostri Pastori hanno bisogno delle vostre preghiere”.
h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO
h. 10.05: CATECHESI DI PADRE LIVIO
Medjugorje perché non ho dubbi – La Madonna ha rivelato l’Apocalisse
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SCELTI DA ROBERTA – 1 –

2 Settembre 2026 Chiesa cattolica | CR 1966
– di Roberto de Mattei
Nella primavera dell’anno 430 le strade che conducevano a Ippona erano percorse da una folla di fuggiaschi. Giungevano dalla Mauritania e dalla Numidia, portando con sé ciò che erano riusciti a sottrarre alla devastazione. Alle loro spalle avanzavano i Vandali di Genserico, passati dalla Spagna in Africa l’anno precedente insieme con gruppi di Alani e di altri popoli germanici.
I villaggi erano incendiati, le campagne saccheggiate, le chiese profanate. Possidio, vescovo di Calama e futuro biografo di sant’Agostino, racconta che sacerdoti, monaci e vergini consacrate fuggivano in ogni direzione; alcuni venivano uccisi, altri condotti in schiavitù. Di tante città africane, solo Cartagine, Cirta e Ippona resistevano ancora (Possidio, Vita Augustini, capp. XXVIII-XXXI).
A Ippona aveva trovato rifugio anche il generale Bonifacio, comes Africae, al comando delle residue forze romane e di contingenti federati goti. Dopo essere stato coinvolto nelle lotte che dilaniavano la corte di Ravenna, si era riconciliato con Galla Placidia, reggente in nome del giovane Valentiniano III. Aveva affrontato i Vandali in campo aperto, ma era stato sconfitto e costretto a ripiegare entro le mura della città episcopale.
Ad attenderlo vi era Agostino, ormai settantacinquenne. Il vescovo aveva appena terminato la sua grande opera, la Città di Dio, prima che i Vandali attraversassero lo stretto di Gibilterra. Ma le idee di quel libro sembravano ora prendere corpo davanti ai suoi occhi. Dopo aver meditato sul sacco di Roma del 410, Agostino assisteva alla rovina dell’Africa romana, la terra nella quale era nato e alla quale aveva consacrato tutta la sua vita episcopale.
Sant’Agostino sapeva che la crisi dell’Impero Romano era dovuta alla sua corruzione religiosa e morale e che i barbari erano lo strumento del castigo di Dio. Ma questa consapevolezza non lo spingeva ad aprire ai barbari le porte di Ippona. Il dovere dei romani era quello di difendersi contro il nemico che li attaccava. Era questo che aveva detto alcuni anni prima a Bonifacio, per spiegargli che la professione militare non era incompatibile con la santità. Davide era stato un guerriero; il centurione del Vangelo e Cornelio avevano servito in armi. I monaci combattevano con la preghiera contro i nemici invisibili; il generale combatteva contro i barbari, nemici visibili del popolo cristiano. «La pace deve essere lo scopo della tua volontà», gli aveva scritto; «la guerra deve essere intrapresa soltanto per necessità, affinché Dio, per mezzo di essa, liberi gli uomini dalla necessità e li conservi nella pace» (Epistula 189 ad Bonifacium).
Il rapporto tra il vescovo e il generale non era stato privo di contrasti. Bonifacio, dopo la morte della prima moglie, aveva pensato di abbandonare il mondo e ritirarsi in monastero. Agostino e Alipio lo avevano dissuaso: la sua missione era rimanere nell’esercito per proteggere la Chiesa e permettere ai cristiani di condurre «una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità».
Ma il generale si era lasciato trascinare nelle contese per il potere. Nel 427 Agostino gli indirizzò una dura lettera. Gli ricordò le sue antiche promesse, lo rimproverò per le ambizioni mondane e gli domandò come fosse possibile che, mentre egli disponeva di tanta autorità e di un grande esercito, le popolazioni barbariche devastassero impunemente l’Africa. Agostino riconosceva che all’origine di quelle calamità vi erano i peccati degli uomini, ma ammoniva Bonifacio a non divenire egli stesso uno strumento iniquo del castigo divino (Epistula 220 ad Bonifacium).
Ora, davanti alle mura di Ippona, quelle parole dovevano tornare alla memoria del generale. Le lotte interne erano finite; non rimaneva che difendere la città. All’esterno, gli uomini di Genserico stringevano progressivamente l’assedio; all’interno, Bonifacio organizzava la resistenza, mentre Agostino sosteneva la popolazione con la preghiera e con la sua presenza.
Uno difendeva le mura; l’altro le anime. Erano due combattimenti diversi, ma orientati allo stesso fine. Il vescovo, infatti, aveva rifiutato di abbandonare il suo gregge. Interrogato dal vescovo Onorato sull’opportunità che i sacerdoti fuggissero davanti ai barbari, aveva risposto che, quando il pericolo era comune ai pastori e ai fedeli, coloro che avevano bisogno dell’assistenza spirituale non dovevano essere abbandonati: «O si ritirino tutti insieme in luoghi sicuri, oppure coloro che devono rimanere non siano lasciati da quelli che sono necessari al loro ministero, affinché vivano insieme o soffrano insieme ciò che il Padre vorrà» (Epistula 228, 2-6, ad Honoratum).
Durante il terzo mese dell’assedio Agostino fu colpito dalla febbre. Un giorno, mentre sedeva a tavola con Possidio e con gli altri vescovi rifugiati a Ippona, confidò la sua preghiera: chiedeva a Dio di liberare la città; oppure, se diversa fosse stata la volontà divina, di rendere forti i suoi servi; o almeno di prenderlo con sé.
Negli ultimi giorni volle che fossero trascritti i salmi penitenziali e che i fogli fossero appesi alle pareti della sua stanza. Li leggeva dal letto, piangendo continuamente. Dieci giorni prima della morte chiese di rimanere solo, salvo le visite dei medici e di chi gli portava il cibo. Morì il 28 agosto 430, mentre Ippona continuava a resistere.
L’assedio durò quasi quattordici mesi. I Vandali furono infine costretti a ritirarsi, ma la salvezza fu temporanea. Bonifacio lasciò la città per congiungersi con i rinforzi giunti dall’Oriente; Ippona, abbandonata dai suoi abitanti, cadde successivamente nelle mani dei nemici e fu incendiata. Cartagine sarebbe stata conquistata da Genserico nel 439. L’Africa romana era destinata a scomparire.
La lezione lasciata da Agostino, però, non era una lezione di rassegnazione. Roma non era la Città di Dio e nessun Impero possiede la promessa dell’eternità. Ma proprio perché la patria terrena è fragile, essa deve essere servita con maggiore purezza d’intenzione, senza trasformarla in un idolo e senza abbandonarla quando sembra perduta.
Sulle mura di Ippona, Bonifacio impugnava la spada e Agostino recitava i salmi. Entrambi continuavano a compiere il proprio dovere. L’Impero poteva essere travolto dai barbari; la fedeltà a Dio e alla missione ricevuta non poteva venir meno.

Corrispondenza romana 1996 -2 Settembre 2026
di Roberto de Mattei
Fin dal 2022, su “Corrispondenza Romana”, confutavamo l’idea di chi era convinto che la guerra in corso tra Russia e Ucraina fosse una trappola ordita dalla Cia e dalla Nato ai danni di Vladimir Putin per destabilizzare la regione ed estendere il Nuovo Ordine Mondiale. Che le cose non fossero andate così lo documentava, sulla base dei fatti, uno dei maggiori esperti italiani di geopolitica, il prof. Aldo Giannuli, nel suo libro Spie in Ucraina. Gli errori dei servizi russi e occidentali, le cause e le dinamiche nascoste, della guerra (Ponte alla Grazie, Firenze 2022, cfr. https://www.corrispondenzaromana.it/la-disfatta-dellintelligence-in-ucraina/). A quattro anni di distanza la ricostruzione di Giannuli è confermata da un altro specialista internazionale, Shaun Walker, nel suo denso saggio: La guerra a cui nessuno credeva. Perché Kiev e i servizi segreti europei hanno ignorato gli allarmi sull’invasione dell’Ucraina (tr. it. Internazionale, Roma 2026).
In un’inchiesta basata su più di cento interviste a funzionari, politici e diplomatici, Shaun Walker, dimostra come fino agli ultimi mesi del 2021, l’idea di una guerra su vasta scala fosse ritenuta inimmaginabile in Occidente. La Cia e l’M16 (i servizi segreti britannici) erano gli unici servizi di intelligence che avevano individuato il rischio di un’invasione, ma ne avevano sottovalutato gli effetti, ipotizzando una rapida vittoria russa. Nonostante gli avvertimenti provenienti dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, la maggior parte dei governi europei, le autorità ucraine e una parte dell’opinione pubblica non ritenevano credibile l’ipotesi di una guerra su vasta scala.
L’incredulità non derivava soltanto da errori di valutazione, ma anche da interessi politici, economici e psicologici. Per anni diversi Paesi europei avevano costruito con la Russia rapporti energetici e commerciali profondi. Accettare l’idea di un’invasione significava riconoscere il fallimento della politica di dialogo e interdipendenza perseguita dopo la fine della Guerra fredda. I leader di Francia e di Germania, Emmanuel Macron e Olaf Schulz. consideravano un “sciocchezza” l’ipotesi di un conflitto. I loro governi preferivano interpretare le minacce russe come uno strumento di pressione negoziale, perché questa lettura era più compatibile con le loro aspettative e con i loro interessi. Essi ragionavano secondo criteri di convenienza economica e strategica: un’invasione avrebbe danneggiato la Russia, provocato sanzioni devastanti e rafforzato la NATO. Il Cremlino, però, come sottolinea Walker, non agiva soltanto sulla base di un calcolo costi-benefici convenzionale. La leadership russa era influenzata da una visione storica e imperiale dell’Ucraina, che era considerata parte della Russia e fondamentale per il suo status di grande potenza.
Lo stesso Zelenskyi era convinto che l’allarme sulla guerra fosse una montatura degli Stati Uniti per fare pressione della Russia e temeva comunque che gli allarmi pubblici sull’imminenza dell’invasione potessero provocare panico, fuga dei capitali, crollo dell’economia e destabilizzazione politica. Per questo cercò di rassicurare la popolazione e di evitare dichiarazioni che potessero trasformare la previsione dell’attacco in una profezia capace di aggravare la crisi. Oleksij Reznikov, il ministro della difesa ucraino, era scettico sull’invasione, ma quando nel novembre 2021, in visita al Pentagono, chiese agli americani di inviare più armi e più efficaci, per aiutare il suo paese a difendersi, ricevette un netto rifiuto, con queste parole: «Immaginate di avere un vicino a cui hanno diagnosticato un cancro e che morirà fra tre giorni, vi limitate a offrirgli compassione, ma non le medicine più costose». Gli americani e gli inglesi consideravano l’Ucraina come uno Stato fragile, e corrotto, incapace di resistere a un’offensiva russa e per questo offrirono la possibilità di espatriare e formare un governo in esilio a Zelensky, che rifiutò.
Giannuli lo ribadisce in un nuovo libro: non solo l’intelligence europea, ma anche i servizi segreti russi sbagliarono ogni previsione, sia sulla capacità di resistenza ucraina, sia sull’atteggiamento occidentale in materia di sanzioni e di fornitura di armi all’Ucraina e, cosa peggiore, dimostrarono di non avere alcuna realistica percezione del grado di efficienza delle proprie truppe (I servizi segreti e la guerra, Ponte alle Grazie, Firenze 2025). L’invasione russa non produsse il rapido collasso dell’Ucraina previsto da Mosca. Kiev resistette, il governo rimase operativo e la popolazione reagì alla guerra con una mobilitazione nazionale. Anche l’Occidente, inizialmente diviso e prudente, finì per adottare sanzioni e fornire un sostegno militare sempre più consistente all’Ucraina. La guerra modificò così gli equilibri europei: rafforzò la NATO, accelerò il riarmo dei Paesi europei e mise in discussione la dipendenza energetica dalla Russia.
Ora siamo arrivati a questo punto: la Russia non può permettersi di perdere la guerra; l’Occidente non può permettersi che la Russia la vinca; l’Ucraina, infine, non può accettare una pace senza vinti né vincitori che, sotto l’apparenza del compromesso, consacri la mutilazione della sua integrità territoriale e della sua identità storico-culturale.
Per la Russia, la sconfitta rappresenterebbe il fallimento dell’intero disegno strategico perseguito dal Cremlino: dimostrare che Mosca è ancora una grande potenza capace di modificare con la forza gli equilibri europei. Una sconfitta incrinerebbe il suo prestigio internazionale, ma avrebbe anche profonde ripercussioni sulla stabilità interna del regime. Per questo Mosca può accettare soltanto un accordo che le consenta di rivendicare almeno una parte degli obiettivi raggiunti come una vittoria.
L’Occidente, d’altra parte, non può permettere che la Russia vinca, se per vittoria si intende il riconoscimento delle conquiste territoriali ottenute con la forza e la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato subordinato a Mosca. Una simile conclusione comprometterebbe la credibilità politica e militare dell’Alleanza atlantica e incoraggerebbe la Russia e altre potenze a perseguire i propri obiettivi, facendo dell’Ucraina il precedente di nuove aggressioni.
L’Occidente si trova tuttavia davanti a un dilemma. Deve fornire all’Ucraina mezzi sufficienti per impedire la vittoria russa, ma teme che una sconfitta totale di Mosca possa provocare un’escalation incontrollabile, fino al ricorso alle armi nucleari o alla destabilizzazione della Federazione Russa. Da questa contraddizione deriva una strategia spesso esitante: sostenere Kiev quanto basta perché non soccomba, ma non quanto sarebbe necessario perché riconquisti tutti i territori occupati. Per l’Ucraina, infine, una pace che congelasse semplicemente la linea del fronte non sarebbe una soluzione neutrale. Essa trasformerebbe le conquiste militari russe in un fatto compiuto, lascerebbe milioni di ucraini sotto occupazione e offrirebbe a Mosca il tempo necessario per riorganizzare le proprie forze.
Nasce così una tragica situazione di stallo: nessuno può accettare la sconfitta, ma nessuno sembra in grado di conseguire una vittoria completa senza rischiare di provocare un allargamento del conflitto. «Per ora, l’unica aspettativa concreta è che la guerra si concluda o per il crollo economico della Russia o per il collasso psicologico degli ucraini» (Giannuli, I servizi segreti e la guerra, cit., p. 123). Nel frattempo, prosegue una lenta ma inesorabile escalation bellica. Quale sarà il suo punto d’arrivo? Nella storia accade talvolta che gli eventi sfuggano al controllo dei loro protagonisti e, sospinti da una propria dinamica interna, finiscano per diventare ingovernabili.
In questo contesto, il 25 agosto, un aereo militare statunitense è atterrato all’aeroporto moscovita di Vnukovo. A bordo si trovava il direttore della Cia, John Ratcliffe, giunto nella capitale russa per una serie di colloqui riservati con i vertici dei servizi segreti russi, tra cui il direttore dell’FSB, Aleksandr V. Bortnikov.
La misteriosa missione ricorda quella compiuta dal suo predecessore William Burns nel novembre del 2021, quando Joe Biden lo inviò al Cremlino per comunicare a Putin che Washington era a conoscenza dei preparativi dell’invasione dell’Ucraina e per ammonirlo sulle conseguenze che ne sarebbero derivate. Tre mesi dopo, il 24 febbraio 2022, le armate russe varcarono il confine ucraino. Che cosa teme Donald Trump e che cosa accadrà nei prossimi mesi? Il futuro ce lo svelerà.
